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Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

Nellie Bly, Ten Days in a Mad-House, pubblico dominio.

Questo piccolo libro (meno di 100 pagine) è di pubblico dominio e può essere scaricato liberamente in lingua originale inglese, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio.

È il reportage, pubblicato nel 1887, di Nellie Bly, una delle prime giornaliste investigative, che, su richiesta del giornale per il quale scriveva, ha passato dieci giorni in manicomio, fingendosi pazza per potervi accedere.

Vi sono molte cose impressionanti in questo libro, e una delle prime con cui veniamo in contatto è l’estrema facilità con cui la giornalista Nellie Bly è riuscita a farsi internare in un manicomio da cui la gente normalmente non sarebbe mai più uscita. L’autrice si reca in una casa per donne che sono in cerca di lavoro e qui inizia a “fingersi pazza”: in realtà non fa niente di particolarmente strano a parte dire che ha mal di testa e che vuole recuperare i suoi bauli, e rifiutare di dire dove sia la sua casa. Questo, oggi (e anche allora, a molti), ci sembra cosa di poco conto e certo non indicante una “pazzia” in corso, ma nonostante questo Nellie Bly, con il nome fittizio di Nellie Brown, viene condotta davanti a un giudice e fatta visitare da alcuni medici che la dichiarano pazza “senza speranza” e la internano in manicomio. Qui resterà dieci giorni, e vorrei ricordare che, sebbene i suoi capi le avessero detto che “in qualche modo” l’avrebbero tirata fuori, non c’era in realtà alcuna garanzia che vi sarebbero riusciti, quindi ode a questa intrepida giornalista.

L’autrice, oltre a descrivere dettagliatamente gli eventi che l’hanno portata a essere dichiarata pazza senza speranza, passa poi a descrivere la vita nel manicomio, e anche qui abbondano i dettagli agghiaccianti. Le infermiere non fanno che infliggere torture fisiche e psicologiche alle loro pazienti, e si rimane stupefatti dal sadismo di queste donne che, in teoria, avrebbero dovuto prendersi cura delle ricoverate. Queste infermiere invece non esitano a strozzare, strangolare, picchiare, saltare sopra alle pazienti procurando loro lesioni agli organi interni o rompendo loro le costole, sottoporle a bagni freddi anche nel caso in cui esse siano malate. Come dicevo, il sadismo è impressionante. I medici non sanno o, più probabilmente, fingono di non sapere, perché in definitiva per nulla interessati alla sorte delle “pazze” internate nel loro manicomio.

Come riporta la giornalista, dal momento in cui è stata ricoverata ha iniziato a comportarsi in maniera perfettamente normale e nonostante questo continua a essere indicata come “pazza”. Non solo, ma anche moltissime delle donne internate insieme a lei appaiono perfettamente sane di mente eppure subiscono questo ricovero che sarà quasi sicuramente a vita, o per meglio dire una condanna a morte. Bly non esita ad affermare che la sorte dei carcerati è migliore, in quanto quelli hanno una seppure minima possibilità di dichiararsi innocenti e sperare di essere rilasciati dalla giustizia, mentre i “pazzi” non hanno alcuna chance. Inoltre, vi sono certamente delle donne davvero “pazze” (oggi certamente non le chiameremmo più così, erano soltanto persone malate), ma neanche loro, dice l’autrice, dovrebbero essere trattate a questa maniera, subire maltrattamenti tali da essere più affini alla tortura vera e propria.

Questo è lo stato dei manicomi in America verso la fine dell’Ottocento e, dice Bly, grazie alla sua inchiesta lo stato di New York ha destinato un milione di dollari in più per il mantenimento delle persone “pazze” nei manicomi, che ovviamente per l’epoca è una cifra davvero considerevole. Questo perché, durante l’ispezione seguita all’inchiesta di Bly, i medici del manicomio hanno dichiarato che il trattamento inumano (certo non lo hanno definito così) era dovuto principalmente alla scarsità di fondi.

Viene da pensare che la situazione in Italia o nel resto dell’Europa non fosse all’epoca tanto differente. Da un lato vorrei leggere altri reportage o saggi sull’argomento, dedicati questa volta alla situazione italiana, dall’altro l’idea mi mette molta paura perché questa lettura è stata un pugno nello stomaco.

Consigliato, ma non per persone sensibili.

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Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’ (Bielorussia)

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’ (tit. originale Černobyl’skaja molitva), e/o, Roma 2002. Traduzione di Sergio Rapetti. 351 pagine, 8,50 euro.

La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti, 58 secondi, vi fu la prima di una serie di esplosioni che distrusse il reattore e il fabbricato della quarta unità della centrale elettronucleare di Černobyl’. Questo incidente è diventato il più grande disastro tecnologico del XX secolo.

Era da tempo che volevo leggere questo libro, ma ne rimandavo l’acquisto perché sapevo che mi avrebbe fatto paura. E infatti così è stato, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Avevo i brividi mentre leggevo, mi girava la testa. Non ho mai letto un libro più raccapricciante di questo, nessun horror è mai giunto a questi livelli. Le descrizioni delle sofferenze subite dalle persone di Černobyl’, delle malformazioni causate dal disastro, sono assolutamente spaventose. C’è da dire che l’autrice non indulge nel raccapricciante, ma questo c’è e non si può evitare.

Il libro è composto da una serie di monologhi o, in alcuni casi, di cori, che l’autrice ha raccolto nel 1996, dieci anni dopo la catastrofe.

Il 23% del suo [della Bielorussia] territorio è contaminato, per quanto riguarda il cesio-137, da quantità di nuclidi radioattivi con concentrazione superiore a 1 curie per kmq. A titolo di paragone, in Ucraina si raggiunge un analogo livello di contaminazione sul 4,8% del territorio e in Russia sullo 0,5%.

Molti dei protagonisti di questa tragedia paragonano la catastrofe alla guerra, ma dicono anche che le differenze sono enormi, in quanto in guerra si sapeva che o si sarebbe morti subito o si sarebbe tornati a casa vivi, e una volta appunto tornati a casa non c’era più da preoccuparsi. Nel caso di Černobyl’ invece, la morte poteva arrivare anche dopo anni, e la catastrofe era incolore, inodore, insapore, invisibile.

La cosa tremenda del disastro di Černobyl’ è che nessuno sembrava essersi reso conto dell’entità della catastrofe, per cui ad esempio i vigili del fuoco che andarono a spegnere l’incendio nella centrale partirono con indosso solo le loro magliette, senza nessuna protezione di alcun tipo. Allo stesso modo, i vari paesi non vennero evacuati immediatamente, ma solo dopo qualche giorno, e non nel raggio di 100 km come invece avrebbe dovuto essere. La gente nelle campagne continuava a seminare e raccogliere i frutti della terra, nei negozi continuavano ad esserci i prodotti esposti, i bambini andavano in bici fino al reattore a vedere l’incendio… Addirittura pare che all’inizio gli ordini fossero di non cessare le attività agricole perché si doveva rispettare il piano di produzione…

Naturalmente, non tutti ignoravano il pericolo, ad esempio c’erano tanto di fisici nucleari che avrebbero dovuto capire la portata della tragedia, e infatti uno di questi si affannava a cercare di convincere i rappresentanti del partito che bisognava correre ai ripari. Ma non veniva ascoltato. E alla gente si diceva di guardare la televisione, dove i responsabili del partito dicevano che tutto sarebbe andato a posto, che tutto era sotto controllo. Non bisognava creare allarmismi, perché lo Stato veniva prima di tutto, e gli allarmismi erano la propaganda dell’Occidente.

L’autrice dà voce a tutti: dai bambini ai soldati, dagli evacuati alle mogli dei liquidatori. I liquidatori erano coloro che venivano mandati sul posto per cercare di arginare i danni, dunque si occupavano di rimuovere le scorie, disattivare il reattore, sotterrare tutto quanto era rimasto nei villaggi e anche la terra stessa, uccidere gli animali e seppellirli… Si calcola che all’operazione abbiano partecipato centinaia di migliaia di persone. Tutti reclutati “volontariamente”, nel senso che erano volontari forzati, a cui veniva imposto di andare a Černobyl’. Qualcuno si rifiutava, ma ne subiva le conseguenze, in quanto gli veniva ritirata la tessera del partito. E coloro che partivano erano considerati eroi, essi stessi dicono che non si sono rifiutati perché loro ci tenevano ad essere dei “veri uomini”.

La nube radioattiva fu spinta dal vento non verso l’Ucraina ma verso la Bielorussia, ma non risparmiò neanche il resto del mondo, non solo dell’Europa.

Sulla base dei rilevamenti, venne registrato un insolito livello di radioattività il 29 aprile 1986 in Polonia, Germania, Austria, Romania, il 30 aprile in Svizzera e Italia settentrionale, dall’1 al 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Grecia settentrionale, il 3 maggio in Israele, Kuwait e Turchia…
Le sostanze gassose e volatili furono proiettate a considerevole altezza e la loro dispersione fu globale: il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il 4 maggio in Cina, il 5 maggio in India, il 5 e 6 maggio negli Stati Uniti e in Canada.
Ci volle meno di una settimana perché Černobyl’ diventasse un problema per il mondo intero…

Alcuni degli intervistati parlano inoltre della grande bellezza che circondava Černobyl’ in quei giorni: «La cosa più terribile, più incomprensibile, è che tutto… Era tutto così bello! La cosa più terribile… Era la gran bellezza attorno!» Come dicevo, la radiazione era invisibile, e risultava quasi difficile credere che potesse generare tanta morte e tanto orrore se nessuno poteva vederla, se tutto intorno era così bello.

I robot che venivano posti nelle vicinanze del reattore andavano in tilt, mentre i “robot russi”, cioè i soldati, continuavano imperterriti il loro lavoro. “In tute e guanti di gomma”, non perché le protezioni non fossero state fornite, ma perché avrebbero scatenato il panico se fossero state distribuite.

L’autrice ha intervistato anche il personale addetto ai controlli: ad esempio una di loro dice che il latte analizzato, la carne, non erano più latte e carne ma scorie radioattive. E questo latte e questa carne venivano comunque utilizzati! Con la carne si facevano i salami più costosi, perché il ragionamento era che, essendo più cari, la gente li consumava con maggiore moderazione.

I campioni di latte in polvere e di barattoli di latte condensato o evaporato della centrale del latte di Rogačev li abbiamo utilizzati a lungo alle lezioni, come esempi di prodotti contaminati. E contemporaneamente quegli stessi prodotti erano in vendita nei negozi… Quando la gente ha cominciato a leggere le diciture e a non comprare più il latte di Rogačev , così che si erano formate grosse giacenze, i barattoli sono ricomparsi senza etichette.

Come dice una delle persone intervistate: «Černobyl’ è una catastrofe della mentalità russa.»

Un libro devastante, ma assolutamente necessario. L’unica pecca è che ormai il libro è datato, è di quasi vent’anni fa, ma si può vedere come documento storico importantissimo. Mancano, certo, gli aggiornamenti su come sia la situazione ora, ma per quelli si potranno leggere altri libri, che mi piacerebbe mi consigliaste se ne avete in mente.

Come ho letto in una recensione online, bisognerebbe far leggere questo libro a tutti quelli che sono per il nucleare.

* Il libro sul sito dell’editore.
* Un articolo del Fatto Quotidiano sulla fine dei liquidatori, con un brano dal libro.
* Un reportage del Sole 24 Ore 25 anni dopo la tragedia.
* Il disastro di Černobyl’ su Wikipedia.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]