Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi (tit. originale Mũrogi wa Kagogo), La nave di Teseo, 2019. Traduzione dall’inglese di Andrea Silvestri. Pubblicazione originale 2004.

Ngũgĩ wa Thiong’o è considerato uno dei maggiori scrittori africani, ma non è molto noto in Italia e mi pare che solo pochi dei suoi numerosi libri siano stati tradotti in italiano. Dopo aver iniziato la sua carriera di autore scrivendo in inglese, Ngũgĩ (wa Thiong’o non è il cognome, ma significa “figlio di Thiong’o”) ha deciso di scrivere nella sua lingua madre, il gikuyu. La motivazione di questa scelta è ben spiegata nel suo libro Decolonizzare la mente, dove afferma che «la pallottola era il mezzo per l’assoggettamento fisico, il linguaggio era il mezzo per l’assoggettamento spirituale». Quando gli stati africani, fra cui il Kenya, patria di Ngũgĩ, hanno ottenuto l’indipendenza politica, non sono però riusciti a ottenere l’indipendenza culturale, ormai sopraffatti dalla convinzione instillata nella loro mente dai colonialisti per cui la cultura occidentale era necessariamente superiore a quella africana.

Per questa scelta di utilizzare la lingua gikuyu, Ngũgĩ è anche stato arbitrariamente imprigionato dal regime keniota e, dopo essere uscito dal carcere, è andato in esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti.

Questo libro è stato tradotto dall’autore stesso in inglese, e in Italia il libro è stato tradotto dall’inglese: una delle poche volte in cui questa scelta mi trova d’accordo, perché credo sarebbe stato molto difficile se non impossibile trovare un traduttore dal gikuyu all’italiano.

È un romanzo enorme, 910 pagine, tra l’altro massacrato nella versione italiana dalla mancanza di un minimo di correzione bozze, per cui ci sono parole ripetute, errori veri e propri (a un certo punto Vinjinia diventa Virginia) e secondo me, in un caso, anche frasi “mischiate” l’una con l’altra. Comunque, lasciando da parte le questioni editoriali, la mole un po’ mi spaventava, dato che sono sempre intimorita dai libri molto lunghi, ma la trama mi sembrava interessante e ho letto alcune recensioni secondo le quali nonostante la mole si leggeva bene. Assolutamente vero. Certo, si sente la lunghezza, ma non appesantisce il piacere della lettura.

Il romanzo è ambientato in un paese africano immaginario, l’Aburĩria, in cui non è difficile riconoscere il Kenya, ma che funge anche da simbolo degli svariati paesi africani che, finito l’assoggettamento al colonialismo, hanno preso una piega dittatoriale con l’approvazione neanche tanto velata dei paesi occidentali. Il Presidente (senza nome) dell’Aburĩria è un dittatore e il paese è monopartitico. Il Presidente è considerato equivalente al paese, per cui quando si dice Aburĩria si pensa al Presidente, e quando si dice Presidente si pensa all’Aburĩria. Il Presidente accoglie anche con piacere i paragoni con Dio fatti dai suoi fedeli servitori lecchini.

Il Presidente si circonda di fidi servitori che, per meglio servirlo, si sottopongono a degli interventi chirurgici per farsi ingrandire, rispettivamente, gli occhi (per meglio vedere i nemici del Presidente), le orecchie (per meglio sentire le maldicenze dei traditori del paese) o la lingua (per meglio inculcare nei cittadini le sagge parole del Presidente).

Come si vede, questo libro è pieno di realismo magico, che la fa da padrone nel corso di tutto il romanzo. Se devo essere sincera, dopo aver visto che l’autore veniva paragonato a Salman Rushdie mi sono spaventata, perché il mio unico approccio a Rushdie è stato disastroso. Ma, mentre avevo trovato Rushdie illeggibile, con Ngũgĩ non ho avuto affatto questa impressione, anzi.

Il romanzo, oltre al Presidente e ai suoi fedeli ministri, ha molti personaggi, fra cui spiccano Kamĩtĩ e Nyawĩra. I due si conoscono quando Kamĩtĩ, tornato dall’India con una laurea che in patria è praticamente carta straccia dato che la disoccupazione è alle stelle, va a cercare lavoro all’Eldares Edilizia Moderna, dove Nyawĩra lavora come segretaria. Kamĩtĩ viene umiliato dal proprietario, Titus Tajirika e, assolutamente sconsolato, decide di andare a chiedere l’elemosina. Qui incontra di nuovo Nyawĩra, che scoprirà essere un membro del Movimento per la Voce del Popolo, strenuo oppositore del regime. Dopo una rocambolesca fuga, Kamĩtĩ inventa uno stratagemma per far scappare gli inseguitori: attacca alla porta della casa in cui si sono rifiugiati un cartello che afferma che lì risiede il Mago dei corvi e invita ad andarsene per non incorrere nella sua ira.

Da qui nasce la nuova attività di Kamĩtĩ che, con l’aiuto di Nyawĩra, per una serie di equivoci finisce per iniziare a operare come guaritore e usa i suoi “poteri magici” per aiutare le persone che vanno da lui a farsi curare dalle più svariate malattie. Nasce così tutta una serie di situazioni per cui anche i poliziotti prima e i potenti poi cercano l’aiuto del Mago dei corvi. Dunque, accanto alla descrizione di una classe politica e imprenditoriale corrotta e alla ricerca di sempre più potere (e soldi), si sviluppa la questione del Mago dei corvi e quella del Movimento per la Voce del Popolo, che si oppone al potere con eclatanti azioni di protesta.

Al centro di tutto c’è un progetto ambiziosissimo, la Marcia verso il Paradiso, ovvero la costruzione di una sorta di Torre di Babele che servirà a magnificare il Presidente. Per questo progetto sarà necessario il finanziamento della Banca Globale.

Insomma, i fili del romanzo sono tantissimi, fra cui molti altri che non ho nominato per non farla troppo lunga; ma se vi sembra che la trama sia confusionaria vi invito a ricredervi, perché l’autore è eccezionale nel dare un senso a tutto questo. Il filo logico, nel corso della lettura, è chiaro ed evidente, e per nulla difficile da seguire. Il romanzo è una feroce satira politica, una condanna delle dittature, del supino piegarsi dei potenti alle forze occidentali, della corruzione, della smania di certi africani di essere come i bianchi, anzi addirittura di diventare loro stessi bianchi. Questo è molto ben spiegato in un articolo sul sito Scritti d’Africa, in cui si afferma che «Il paradosso a cui si è andati incontro – una tendenza che in tempi di decolonizzazione si è anche accentuata – è che il mondo extraeuropeo si è adattato all’idea di civiltà sottosviluppata che l’europeo gli attribuiva.»

Le forze coloniali hanno dominato i paesi africani politicamente e li hanno fatti sentire inferiori in maniera subdola, portando tra loro i missionari che paternalisticamente li hanno convertiti per far perdere loro quella natura selvaggia che ne caratterizzava la presunta inferiorità. Ma anche dopo l’indipendenza e la creazione dei vari stati africani, la gente ha inevitabilmente continuato a sentirsi inferiore e a smaniare per essere pari ai bianchi. Ngũgĩ sovverte tutto questo restituendo alla sua gente la propria lingua e, conseguentemente, la propria dignità e individualità. In un’intervista citata nell’articolo menzionato qui sopra, Ngũgĩ afferma: «Lo scrivere in gikuyu mi fa sentire libero, anche in esilio, perché la lingua che parliamo è la nostra identità, la nostra storia, il contatto con le nostre radici.»

Come sottolineato da alcuni recensori, la cosa fondamentale nell’approcciarsi a questo romanzo è tenere presente che non aspira a essere un romanzo di gusto “occidentale” ma, proprio grazie al fatto di essere stato scritto in gikuyu, attinge a piene mani a quella che è la cultura africana: una cultura di tipo orale, lontana dalla sensibilità letteraria a cui siamo abituati. È anche per questo che, raccontandone la trama, può sembrare che sia un romanzo confusionario e intricato. Se però ricordiamo che non è e non vuole essere un romanzo “occidentale”, questa impressione viene meno. A Ngũgĩ non interessa affatto compiacerci. Come si dice in questo articolo del Financial Times, «All’autore non importa niente delle convenzioni della letteratura occidentale; invece si affida allo stile narrativo aperto dei racconti popolari africani […] Ngũgĩ non sta facendo giochetti letterari; sta raccontando la sua storia a modo suo.» E l’autore dell’articolo continua: «Per godersi questo libro, i lettori devono per prima cosa abbandonare qualunque aspettativa possano avere sulla letteratura, e semplicemente abbandonarsi alla storia.»

Perciò, è un libro che mi sento di consigliare molto, e sicuramente approfondirò la conoscenza di questo autore.

Alcuni link per approfondire:

* un articolo del figlio di Ngũgĩ su “cosa significa oggi decolonizzare la mente” (in inglese)
* una recensione di Angelo Ricci al libro Decolonizzare la mente
* un articolo di Nigrizia sulla decolonizzazione della mente
* una recensione del Guardian a Il mago dei corvi (in inglese)
* una recensione di SFGATE a Il mago dei corvi (in inglese)

Laura Esquivel, Dolce come il cioccolato

Laura Esquivel, Dolce come il cioccolato (tit. originale Como agua para chocolate), Garzanti, Milano 2012 (ed. originale 1989). Traduzione dallo spagnolo di Silvia Benso.

«Con Isabel Allende, la più grande narratrice sudamericana», così sta scritto sulla copertina di questo ebook, e pare che l’abbia detto il Publishers Weekly. Ora, io non so se questo è vero, essendo questo l’unico libro che ho letto di Laura Esquivel, ma sicuramente posso dire che è un gran bel romanzo e che l’autrice sembra davvero un’ottima narratrice.

In realtà non mi aspettavo molto da questo romanzo, dato che non sono particolarmente appassionata di realismo magico né di storie d’amore. Eppure mi ha catturato. Intendiamoci, sicuramente non è uno di quei capolavori che resteranno scolpiti nella mia memoria per sempre, però è un bel libro e non si può negare.

Tita è una di quelle persone che piangono fiumi di lacrime quando tagliano le cipolle. Ma Tita è così irritata dall’odore della cipolla, che piange perfino quando è ancora nella pancia della madre. In seguito, Tita ha 15 anni ed è innamorata, ricambiata, di Pedro, ma la madre le impedisce categoricamente di sposarlo perché, come vuole un’assurda e antiquata tradizione di famiglia, la figlia minore non si può sposare in quanto deve prendersi cura della madre per tutta la vita. Una tradizione malvagia, vissuta da Tita con sofferenza estrema, ma senza apparente ribellione, almeno all’inizio. Tita tutto sommato non osa disobbedire a Mamma Elena, e lascia che questa risolva il problema in altro modo, cioè proponendo a Pedro di sposare invece Rosaura, un’altra delle sue tre figlie. Pedro accetta per poter stare sempre vicino alla sua vera amata.

E da qui si dipana poi tutto il romanzo, che si divide in dodici capitoli, uno per ogni mese dell’anno (anche se il romanzo si svolge in un periodo ben più lungo di un anno), introdotti da dodici ricette che però non si limitano a introdurre banalmente il capitolo, ma si intrecciano indissolubilmente ad esso e a tutto ciò che in esso avviene.

Il cibo è assolutamente fondamentale in questo libro: è intorno al cibo che tutto sembra ruotare, è con il cibo che si intrecciano alcuni degli avvenimenti più importanti, è grazie al cibo che inizialmente Tita e Pedro si dicono il loro amore, quando lui non fa che lodare i suoi manicaretti, perché lei è una cuoca eccezionale.

Di fatto, è una storia d’amore e di cibo, un connubio che non è nuovo nella letteratura e nell’arte in genere, ma che comunque è in questo caso riuscito e ben congegnato.

Una caratteristica particolare è che, quando Tita cucina in preda a emozioni intense, la sua emozione sembra trasmettersi al cibo e di conseguenza a coloro che lo mangiano, per cui ad esempio l’incontenibile tristezza provata da Tita nel preparare il pranzo del matrimonio (di sua sorella con Pedro), risulta in pietanze dal potente effetto emetico, tanto che tutti gli invitati e gli sposi stessi staranno male. In questo senso il libro me ne ha ricordato un altro, che è venuto dopo e che quindi da questo ha tratto ispirazione, L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender. Quel romanzo non mi era piaciuto, forse però soprattutto perché avevo adorato e idolatrato il primo romanzo della Bender, tuttavia riconosco che deve moltissimo a questo illustre antecedente.

L’unica pecca è per me l’ultimo capitolo di questo romanzo, che è un po’ confusionario all’inizio, per poi sfociare in qualcosa di veramente eccessivo anche per un’opera di realismo magico. Ad ogni modo ciò non toglie che il libro mi sia piaciuto molto.

Lo consiglio a chi ama le storie d’amore, a chi ama mangiare e leggere di cibo, a chi ama il realismo magico e la narrativa sudamericana, a chi vuole passare qualche ora spensierata. Sono appena 179 pagine, lo leggerete in un attimo e se corrispondete a questa descrizione non ve ne pentirete. Vi consiglio senz’altro di starne alla larga se non sopportate le storie d’amore.

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (Colombia)

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera (tit. originale El amor en los tiempos del colera), Mondadori, Milano 2007. Traduzione di Claudio M. Valentinetti.

García Márquez scrive benissimo e tanti anni fa avevo molto amato Cent’anni di solitudine, l’unico suo libro che avessi letto finora. Per questo ho da tempo immemore nella mia wishlist vari libri dello stesso autore. Uno di questi era L’amore ai tempi del colera, che avevo da un po’ in ebook e che mi sono decisa a leggere un po’ di giorni fa.

Ora, che il realismo magico non faccia per me io l’ho sempre saputo. Alcuni romanzi mi piacciono, ma il genere non fa per me. Non so se amerei ancora Cent’anni di solitudine, a rileggerlo ora. I miei gusti anni fa erano diversi. Fatto sta che sto per dire un’eresia.

Raramente ho letto un libro più noioso e soporifero di questo. Mi ha fatto venire sonno ogni volta che l’ho preso in mano. L’ho trovato ben scritto, naturalmente, ma assolutamente non nelle mie corde. La storia non mi è sembrata per niente romantica, ma piuttosto ossessiva. Oggi Florentino Ariza sarebbe uno stalker, oltre che un pedofilo e un maniaco sessuale. Ma soprattutto uno stalker. Come si fa ad amare una donna per cinquantatré anni senza esserne ossessionati? Come si fa a essere più fastidiosi di Florentino Ariza e di Fermina Daza? Lo so che è un’eresia, me ne rendo conto. Ma io questo romanzo proprio non l’ho sopportato, e lo salvo solo perché è scritto magistralmente.

Non proseguo oltre in questo commento, perché mi rendo conto che è emotivo e soggettivo, e non la chiamerei senz’altro recensione.

Comunque, se volete approfondire:

* Qui c’è una recensione al libro.
* Qui il film del 2007 diretto da Mike Newell.
* Infine, Gabriel García Márquez su Wikipedia.

[Questa recnesione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]