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Jodi Picoult, Piccole grandi cose

Jodi Picoult, Small Great Things, Ballantine Books, New York 2016.

Questo libro è stato pubblicato in italiano da Corbaccio pochi mesi fa con il titolo Piccole grandi cose. Non lo avrei mai preso in considerazione se non avessi letto recensioni di amiche entusiaste su Goodreads. Qualche giornale, non ricordo quale, lo ha definito “Il buio oltre la siepe del XXI secolo”. A ragione.

Siamo nel Connecticut nel 2015-2016. Ruth è un’infermiera che lavora in sala parto e, incidentalmente, è afroamericana. Questo non è mai stato un problema in vent’anni di onorata carriera, ma lo diventerà nel momento in cui si troverà ad assistere una coppia di “suprematisti bianchi” che hanno appena avuto un bambino. Io li chiamerei nazisti più che suprematisti bianchi, e infatti loro chiamano se stessi “neo-nazisti”, perciò non vedo il bisogno di usare un’espressione politicamente corretta laddove di corretto non c’è niente. Dicevamo, questa coppia rifiuta categoricamente di permettere a un’infermiera afroamericana di prendersi cura del loro bambino, Davis. La capoinfermiera, perciò, senza preoccuparsi della discriminazione, attacca alla cartella del piccolo un post-it dove indica che nessun infermiere afroamericano può prendersi cura del paziente. Ruth ne è, ovviamente, sconvolta, ma il problema non finisce qui: Davis andrà in difficoltà respiratoria e arresto cardiaco in un momento in cui Ruth si trova sola con lui, e la donna è lacerata fra la necessità professionale di aiutarlo (ovvero di rianimarlo) e l’ordine ricevuto. Di fatto, il bambino morirà nonostante le cure prodigategli dall’equipe chiamata sul posto, e i coniugi Bauer finiranno per portare Ruth in tribunale con l’accusa di omicidio.

È un libro molto duro da leggere, di una durezza impressionante. Questo soprattutto perché l’autrice fa parlare tre dei suoi personaggi, i cui capitoli vengono alternati: Ruth, l’infermiera; Kennedy, il difensore d’ufficio; e Turk, il padre di Davis. Picoult è bravissima a farci entrare nella testa e nella vita di questi tre personaggi, e vi assicuro che una delle cose più brutte che vi possano capitare come lettori è entrare nella testa di un neonazista. Perché vediamo come pensa, e lui ce lo racconta in prima persona. Entriamo nella sua vita, nella sua testa, e non certo in punta di piedi, perché lui non fa niente in punta di piedi. Siamo con lui nelle sue spedizioni punitive, siamo con lui quando picchia due gay che hanno commesso il solo crimine di essere omosessuali, siamo con lui quando picchia un barbone che ha commesso il solo crimine di essere la prima persona che gli capita davanti dopo la morte del figlio, siamo con lui quando ha il primo appuntamento con Brittany, quella che sarà sua moglie, e scelgono di passare una serata assieme non a vedere un film o ad andare a cena fuori, ma a picchiare due gay, cosa che eccita così tanto la ragazza da concederglisi immediatamente dopo.

Ma siamo anche con Ruth quando subisce questa terribile ingiustizia senza che nessuno dei suoi colleghi o superiori muova un dito, siamo con lei quando subisce i tanti piccoli atti di razzismo quotidiano a cui i bianchi sembrano non fare neanche caso, come ad esempio quando viene perquisita all’uscita da un negozio: solo lei, non l’avvocato d’ufficio, una donna bianca, che è con lei. Ruth vuole disperatamente essere come tutti gli altri, assimilarsi, farsi notare solo per le sue capacità professionali, e disperatamente vuole la stessa cosa per suo figlio diciassettenne, Edison.

È un libro molto duro, davvero. Sia perché ci viene sbattuto in faccia dall’interno l’odio più cieco e bestiale, sia perché ci fa vedere quello che è ancora più subdolo: il razzismo strisciante che è dentro ognuno di noi. Perché inconsciamente se ci sono due posti liberi sull’autobus, uno vicino a un’anziana signora bianca e l’altro vicino a un ragazzo di colore, ci viene spontaneo sederci vicino alla signora, e altre, infinite cose di questo genere. Di cui non siamo neppure consapevoli, ma di cui “gli altri da noi”, i “neri” sono perfettamente consapevoli; cose che devono ingoiare ogni giorno e far finta che sia tutto a posto se vogliono mantenere il loro posto di lavoro, i loro amici, la loro vita da “integrati” o “assimilati”.

È, insieme, uno dei libri migliori e uno dei libri peggiori che io abbia letto negli ultimi tempi. Migliori, perché è bellissimo, scritto divinamente e necessario. Peggiori, perché fa male, e tanto. Ma forse è proprio perché fa male che andrebbe letto, da tutti: fa male anche perché ci mette davanti la nostra immagine allo specchio, quella che ci mostra chi siamo realmente, e non chi crediamo di essere.

Senz’altro si tratta di un libro che parla molto più da vicino agli americani, anche perché i riferimenti alla cultura americana possono a volte essere un po’ difficili da cogliere per un italiano che negli Stati Uniti non abbia mai vissuto. Tuttavia, credo che sia un libro importante non solo per gli americani, ma per tutti, perché tutti veniamo confrontati ogni giorno con storie di razzismo quotidiano, che a volte sono grandi, e altre volte sono così piccole che noi neanche ce ne accorgiamo, ma chi ne è vittima se ne accorge perfettamente. Per me, lo dovete leggere assolutamente.

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Harper Lee, To Kill a Mockingbird

Harper Lee, To Kill a Mockingbird, HarperCollins, Sydney – Toronto – Auckland – London – New York 2006.

Questo libro, per chi non lo sapesse, è la versione originale del libro che in italiano è pubblicato come Il buio oltre la siepe.

Originariamente pubblicato nel 1960, è ambientato a Maycomb, Alabama, USA, nel 1935. I neri sono ancora considerati esseri inferiori, buoni solo a servire nelle case dei bianchi. Scout e Jem sono due bambini, figli di Atticus Finch, famoso perché è stato chiamato a difendere in tribunale Tom Robinson, un nero accusato dello stupro di una ragazza bianca. Molti disprezzano Atticus per questo suo impegno, perché Atticus vuole davvero difendere l’imputato, e non solo limitarsi a far finta per dovere. Atticus sa con assoluta certezza, come sanno tutti, che Tom Robinson è innocente, ma sa anche che sarà inevitabilmente condannato, perché contro due bianchi (la “vittima” e suo padre) la parola di un nero non vale niente, così come non vale niente l’evidenza. Tutto questo è visto con gli occhi di Scout, una bambina di circa otto anni. È con i suoi occhi che leggiamo il libro, poiché è lei che narra, perciò scopriamo anche tanti dettagli sulla vita a Maycomb e sulla vita di loro bambini.

Scout è un personaggio simpatico e oltretutto capace di crescere moltissimo nel corso del romanzo, in particolare alla fine, quando raggiungerà una sorta di epifania che le consentirà di vedere sotto un punto di vista diverso tante cose che prima le erano sembrate strane o invece scontate. Harper Lee è eccezionale nel dare voce a questa bambina, nemmeno per un momento mi sono fermata davanti alla narrazione pensando che ci fosse qualcosa di artificioso o che si sentisse la mano di una donna adulta dietro la voce della piccola Scout.

Il romanzo è principalmente incentrato sul difficile rapporto tra bianchi e neri in un paesino del profondo Sud degli Stati Uniti in un’epoca complicata come potevano essere gli anni Trenta. Tuttavia affronta anche altri temi, quali la vita nella società di questa piccola cittadina, il rapporto familiare tra i due bambini e il padre, la menzogna e il valore della verità, la giustizia.

Il buio oltre la siepe è un gioiellino, che stento a definire capolavoro perché non mi ha entusiasmato fino a quel punto, però mi ha emozionato, mi ha fatto riflettere e mi ha trasportato in un’epoca come pochi romanzi sanno fare. È un romanzo che secondo me tutti dovrebbero leggere perché ci sbatte in faccia i pregiudizi (che gli americani nutrivano all’epoca, e che noi nutriamo oggi) nei confronti delle persone che ci appaiono diverse da noi, che ci vengono candidamente mostrate quali realmente sono, e cioè del tutto uguali a noi. Ci sbatte in faccia la meschinità e miseria di chi nutre questi pregiudizi, cioè di un’intera società. Penso che sia un romanzo da leggere ora più che mai.

Tuttavia, non credo che leggerò il seguito, Va’, metti una sentinella, scritto da Harper Lee cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo libro e pubblicato appena un paio di anni fa. Il romanzo è perfettamente concluso così, e non voglio sapere altro. Certo, forse è inevitabile che in tutti i romanzi ci sia il desiderio di sapere che ne sarà dei protagonisti, cosa succederà dopo, ma il finale di Il buio oltre la siepe è perfetto così com’è, perfetto come pochi altri finali di pochi altri libri.

 

Bessie Head, When Rain Clouds Gather & Maru (Botswana)

Bessie Head, When Rain Clouds Gather & Maru, Hachette Digital, London 2010.

Bessie Head nasce nel 1937 in Sudafrica ma, a causa del suo coinvolgimento nella politica panafricana, si rifugia in Botswana dove, dopo molti anni, le sarà concessa la cittadinanza. Nonostante la sua origine sudafricana è considerata una dei più importanti scrittori botswana.

Questo ebook raccoglie i primi due romanzi dell’autrice, When Rain Clouds GatherMaru, a quanto ne so mai tradotti in italiano.

In When Rain Clouds Gather il protagonista è Makhaya, un giovane e bellissimo uomo sudafricano che si rifugia in Botswana, dove chiede asilo politico. Siamo infatti negli anni dell’apartheid, in cui i sudafricani di colore sono considerati dei maiali e sono segregati. Makhaya ha passato due anni in prigione solo perché aveva con sé un foglietto dove si proponeva di far saltare in aria qualcosa, più un appunto che una dichiarazione di intenti vera e propria. In Botswana trova rifugio in un villaggio, dove il vecchio Dinorego lo accoglie con sé nella speranza di fargli sposare sua figlia Maria. Makhaya fa così amicizia con Gilbert, un inglese che vive da tre anni nella casa di Dinorego, dove si occupa di agricoltura e della possibilità di svilupparla fino a renderla moderna. Il suo intento è quello di iniziare una coltivazione di tabacco che coinvolga l’intera popolazione del villaggio, per portare ricchezza a un villaggio poverissimo. Gilbert coinvolge in questa sua visione anche Makhaya, che ha il compito di insegnare l’agricoltura alle donne. Le descrizioni agrarie sono lunghissime ed estenuanti, e rendono un po’ meno bello il libro ai miei occhi. In ogni caso è un bel romanzo, che merita di essere letto.

Maru invece è molto più bello, anche se pure in questo caso ho fatto un po’ di fatica a seguire la vicenda, forse per motivi miei personali e non oggettivi, a questo punto. Il romanzo porta il nome di uno dei protagonisti, anche se la vera protagonista è Margaret Cadmore e non Maru. Margaret è una donna Masarwa che è stata adottata da piccola da un’insegnante missionaria bianca che le ha poi dato il nome. Margaret, come tutta la gente del suo popolo, ha la pelle chiara, tanto che tutti la scambiano per una “Coloured”, cioè una donna nata dall’unione di un/a bianco/a e un/a nero/a. La distinzione è importante perché i Masarwa, una tribù boscimana, sono visti dai Batswana come degli schiavi, degli animali, tanto che, quando scopre la sua origine, uno dei personaggi comincia a parlare di Margaret usando il pronome “it” che, per chi non lo sapesse, in inglese si usa per designare animali o cose. Margaret viene assegnata come insegnante a un piccolo villaggio del Botswana, dove scopre come sono trattati gli appartenenti al suo popolo e, nonostante questo, continua ad andare fiera della sua origine. Maru tratta di un tema importante, che è la discriminazione e il pregiudizio. E lo fa con grande maestria e con grande tenerezza, attraverso un altro tema che è quello dell’amore. Moleka infatti si innamora, ricambiato, di Margaret, ma non ha il coraggio di avvicinarla e confessarglielo perché ha paura del pregiudizio della sua gente. Il suo caro amico Maru, invece, non avrà paura di ciò che dice la gente, e finirà per sposare Margaret dopo una serie di peripezie che lo portano ad allontanarsi e anzi addirittura a odiare l’amico di sempre, Moleka. È un romanzo di grande effetto, molto bello e toccante, che chiunque dovrebbe leggere, tanto più che è veramente breve. Io l’ho letto sul Kindle quindi non so quante pagine siano di preciso, ma a occhio e croce potranno essere sulle 150. Lo consiglio a chiunque sappia l’inglese, davvero.

* Bessie Head sull’Enciclopedia delle Donne.
* Il sito ufficiale di Bessie Head (in inglese).
* Un sito dedicato a When Rain Clouds Gather (in inglese).
* Una recensione di When Rain Clouds Gather (in inglese).
* Una bella recensione di Maru (in inglese).
* Un’altra recensione di Maru (in inglese).

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]