Carmine Abate, Il muro dei muri

Carmine Abate, Il muro dei muri, Mondadori, 2014. Pubblicazione originale 1984.

Carmine Abate, calabrese di etnia arbëreshë, è stato per molti anni un Gastarbeiter, o un germanese, come vengono chiamati in Calabria (o almeno nel paese dell’autore) i “lavoratori ospiti” che dagli anni Cinquanta ai Settanta emigrarono in Germania in cerca di lavoro. Con il corpo in Germania e il cuore in Italia, possono essere paragonati alle persone che oggi arrivano nel nostro paese in cerca di lavoro e di maggiore fortuna.

I germanesi non sono richiedenti asilo, non sono rifugiati, sono semplicemente persone (in genere uomini) che, non trovando lavoro nel proprio paese, decidono di emigrare in Germania, dove magari vive già il padre o qualche parente. A volte portano con sé le famiglie, ma più spesso moglie e figli restano al paese ad aspettare quelle poche settimane l’anno che i mariti trascorreranno con loro. Qui c’è un bellissimo sito dedicato ai Gastarbeiter, molto bello anche graficamente.

Questa esperienza è fondamentale nei libri di Abate, di cui ho già letto La festa del ritorno qualche anno fa. Addirittura, Il muro dei muri fu inizialmente pubblicato in Germania e scritto dall’autore in tedesco.

Questo libro è una raccolta di brevi racconti (l’intero libro ha circa 200 pagine) in cui le tematiche principali sono proprio l’emigrazione, la vita in Germania, i brevi e rarissimi ritorni al paese, la ricerca di fortuna raramente trovata, il lavoro spesso duro, gli episodi di razzismo quotidiano. È un libro tremendamente attuale, perché nelle quotidiane fatiche dei protagonisti di questi racconti (in cui è facile rivedere l’autore), siamo messi di fronte a quello che oggi sono costretti a sperimentare coloro che da altri paesi vengono in Italia.

Un racconto che mi ha colpito molto è quello in cui un ragazzo lavora in un ristorante italiano, sfruttato da un compaesano che ha fatto fortuna ma che per questo si crede in diritto di ergersi al di sopra della legge e di approfittarsi della disperazione dei suoi dipendenti. Una sera, al ristorante si presenta un gruppo di uomini tedeschi che prende a insultare pesantemente il cameriere. Appunto, episodi di razzismo quotidiano, di fronte a cui si tende a chiudere un occhio anche se tutti siamo consapevoli che fanno schifo.

Il protagonista dello stesso racconto si era fidanzato con una ragazza del paese: la famiglia di lei regala ai due ragazzi una casa ancora da finire, anzi addirittura appena iniziata, e ovviamente sarà lui a doversene occupare. Non gli resta perciò che andare a lavorare in Germania, l’unico modo per mettere insieme i soldi che gli servono per terminare la costruzione della casa. Parte praticamente obbligato dai futuri suoceri, arriva con una nostalgia di casa che non lo abbandonerà mai (Heimweh, la chiamano i tedeschi), così come avviene a tutti i germanesi. Fatica a trovare un lavoro dignitoso, una sistemazione abitativa degna di questo nome, e tutto questo lo porta a vivere con fatica l’idea di farsi sentire con i genitori e con la fidanzata. La trascurerà, fino a trovarsi lei e i suoceri in casa: hanno fatto un viaggio di 2000 km per andare a mettere il ragazzo con le spalle al muro e costringerlo a prendersi le sue responsabilità.

Ci sono molti racconti degni di nota, ad esempio un altro che ho apprezzato è l’ultimo, nel quale la violenza esce dal quotidiano e degenera facendosi brutale: un gruppo di naziskin picchia a sangue un ragazzo di origine italiana. Nato e cresciuto in Germania da genitori italiani, parla meglio il tedesco che l’italiano, ma per i neonazisti è uno straniero di merda, e quindi è giusto e lecito massacrarlo di botte fino a mandarlo all’ospedale. Il protagonista però non è questo ragazzo, ma il suo insegnante di italiano, che si interroga: il racconto si svolge subito dopo la caduta del muro di Berlino, eppure i muri continuano ad ergersi altissimi, i muri del razzismo.

Lo consiglio.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah (Nigeria)

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, 4th Estate, London 2013.

Sulla copertina della mia edizione è riportata una frase del Guardian che riassume perfettamente il mio pensiero: «Alcuni romanzi raccontano un’ottima storia e altri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo. Americanah fa entrambe le cose.»

Questo libro è uscito in inglese nel 2013 ed è stato tradotto in Italia nel 2015 (io l’ho letto in lingua originale), ma ho aspettato molto a leggerlo per vari motivi: perché di Adichie avevo letto L’ibisco viola che mi era piaciuto molto, e quando un libro mi piace molto ho sempre paura a prendere in mano altro dello stesso autore, per paura che non sia all’altezza; perché avevo letto l’incipit e questa cosa della protagonista dalla parrucchiera mi era sembrata inspida; perché è diventato subito un bestseller e io sono sempre sospettosa nei confronti dei libri osannati a destra e a manca. Invece, meno male che finalmente mi sono decisa a prenderlo in mano, perché è poco meno che un capolavoro, e ora voglio leggere anche la lista della spesa di questa autrice.

In questo libro ponderoso (sulle 600 pagine a seconda dell’edizione) ci sono, sostanzialmente, due fil rouge: come dice il Guardian, una storia e un racconto che ci fa cambiare il modo che abbiamo di vedere il mondo. La protagonista è la nigeriana Ifemelu e, se vogliamo, questa è la sua storia, o meglio la storia sua e di Obinze, il suo grande amore delle superiori e del primo anno di università. Però dire che questo romanzo sia la storia di Ifemelu, o la storia dell’amore tra Ifemelu e Obinze, è estremamente riduttivo e non rende giustizia alla grande portata del libro.

Ifemelu e Obinze sono due ragazzi nigeriani che vivono a Lagos, stanno insieme, ma la vita li dividerà e mentre Ifemelu finirà a fare la blogger negli Stati Uniti, Obinze finirà clandestino a Londra per poi avere un colpo di fortuna e diventare ricco una volta rimpatriato in Nigeria.

Ifemelu in America si inventa un blog in cui parla di razza, dopo un inizio estremamente difficile in cui si è dovuta dare da fare per pagarsi l’università dato che la sua borsa di studio non copriva l’intero importo delle tasse. Non le è stata estranea la depressione, così come una cupissima disperazione, che però è riuscita a superare. Questa disperazione la allontanerà da Obinze, senza che lui riesca a capire cosa sia successo, perché la ragazza non gliene dà mai la possibilità. Obinze invece avrà una storia forse ancora più difficile in Inghilterra, in quanto vi rimane da clandestino alla scadenza del suo visto.

La loro è una storia d’amore complicata e pura, ma come dicevo ridurre il tutto a una storia, che sia essa storia d’amore tra i due o storia della vita di Ifemelu, è di un riduttivo che non ha senso alcuno. Certo, la storia è importante nel romanzo, ma altrettanto, e forse di più, lo è la lotta impari che Ifemelu combatte con il suo blog e con la sua intera vita contro il razzismo e il concetto stesso di razza.

Ifemelu non si è mai sentita “nera” prima di arrivare in America, non ha mai saputo di essere parte di una razza a sé, né di poter essere disprezzata e discriminata per il colore della sua pelle. Quello che emerge chiaro e forte, inoltre, è il fatto che il razzismo sia onnipervasivo e non si limiti soltanto ad atti di vera e propria discriminazione, come può essere ad esempio un taxi che ignora un nero per far salire poco dopo delle donne bianche. Proprio no: non è meno razzista l’entusiasmo di certi bianchi per tutto ciò che è nero, il loro desiderio di “fare del bene”, la loro adorazione per i neri e per l’Africa, ma solo da lontano e ad ogni modo sempre di superficie. Ifemelu ha amici e fidanzati bianchi, ma sono proprio loro che le rendono possibile una presa di coscienza sul razzismo onnipervasivo nella società americana.

Gli americani parlano tanto di “diversità” (diversity), ovvero di multiculturalismo; cercano di leggere libri di autori neri, di interessarsi di ciò che è afroamericano o anche africano, di avere amici neri, e così via. Ma sono spesso tentativi vacui, inutili, vaporosi e poco sinceri. Perché sottolineare il fatto che ci sia bisogno di più diversità è implicitamente sottolineare il fatto che questa diversità esista; sottolineare il razzismo altrui per esaltare il liberalismo proprio può equivalere in ultima analisi ad affermare il razzismo e il concetto stesso di razza. Concetto del tutto astruso per un africano che si trovi a emigrare in America, mentre invece è ben presente nella mente e nella vita degli afroamericani. Perché, come dice Ifemelu nel corso del romanzo (perdonate ma non ricordo le parole esatte), magari il nonno dell’afroamericano ha lottato contro la schiavitù mentre il nonno dell’africano correva per le elezioni presidenziali.

Il razzismo e, prima ancora, la razza, sono concetti inventati che un africano non conosce se non perché vi viene a contatto tramite la cosiddetta cultura occidentale. Una persona africana “non sa” di essere nera perché per lei essere nera è normale, e non capisce perché certe parole debbano essere bandite, certe espressioni vietate, certi pensieri inaccettabili. Il razzismo e la razza sono concetti del tutto occidentali ed esportati con fervore, e per di più, come se questo non bastasse, sono concetti e idee che tutti coviamo dentro, anche chi meno se ne rende conto e più se ne crede lontano.

E poi sì, c’è la storia d’amore, che nell’ultima parte diventa purtroppo preponderante (unica sbavatura di quello che a mio parere è un romanzo quasi perfetto), ma capite come di fronte alla magnitudine di queste riflessioni il resto finisca e debba finire per passare in secondo piano. Pur restando incontrovertibile il fatto che la storia raccontata da Adichie accanto alle riflessioni di Ifemelu sulla razza sia assolutamente meravigliosa e degna di essere letta anche solo per se stessa. Ma prendete il romanzo come un tutto unico, non scomponetelo nelle sue due parti, e avrete qualcosa che si avvicina al capolavoro, sempre naturalmente a mio modestissimo parere. In confronto a questo, Piccole grandi cose di Jodi Picoult impallidisce, per quanto mi sia piaciuto veramente tantissimo, è un paragone che non ho potuto evitare di fare durante la lettura.

Joseph Conrad, Amy Foster

Joseph Conrad, Amy Foster, pubblico dominio.

Questo breve racconto, pubblicato originariamente nel 1901, può essere scaricato gratuitamente e legalmente su Project Gutenberg, mentre a quanto pare in Italia è stato tradotto con lo stesso titolo e allegato a Repubblica alcuni anni fa. Probabilmente è presente sul mercato italiano anche in qualche raccolta di racconti scritti da Conrad. Ad ogni modo vi consiglio di cercarlo e, se lo troverete, dubito che ne rimarrete delusi.

È un racconto molto breve in cui Conrad narra la storia di Yanko (scopriremo il suo nome solo ben oltre la metà del racconto), un naufrago che si è ritrovato solo, sperduto e senza conoscere la lingua sulle coste inglesi, affamato e mezzo annegato, disperatamente bisognoso di aiuto. La storia porta il nome di Amy Foster perché è lei che incontriamo all’inizio del racconto, sebbene rimanga una figura in certo senso di contorno è comunque importantissima per lo sviluppo della storia.

Il dottor Kennedy è a passeggio nel villaggio in compagnia di un amico, e saluta una giovane donna con un bambino. È lei Amy Foster. Per quanto la ragazza sembri un essere completamente privo di interesse, Kennedy sente il bisogno di raccontarne la storia al suo amico. La storia però, come dicevo, non è davvero quella di Amy ma di quello che sarà suo marito, Yanko il naufrago.

Yanko, dopo aver compiuto un vero e proprio viaggio della speranza, partito dai Carpazi e raggirato da coloro che gli hanno consentito di intraprendere questo viaggio che avrebbe dovuto condurlo in America, si ritrova sbalzato sulla costa inglese dopo il naufragio della nave su cui era imbarcato. Nel villaggio si viene ovviamente a sapere dal naufragio ma, poiché vengono ritrovati solo cadaveri e poiché Yanko compare solo in seguito, nessuno mette in connessione l’uomo con la nave naufragata e tutti lo prendono per un pericoloso barbone. Forse anche perché le persone, specie in piccoli villaggi ma non solo, sono portate a vedere “l’altro” come sbagliato, cattivo, pericoloso, piuttosto che a pensare prima di tutto ad aver pietà di una persona bisognosa.

Pertanto gli abitanti del villaggio scacciano Yanko, che non parla una parola della loro lingua e perciò sembra ancora più minaccioso. Solo Amy gli dà un pezzo di pane, e la riconoscenza di Yanko sarà per sempre. In seguito, grazie al salvataggio di una bambina, Yanko inizia a essere visto con occhi un po’ meno sospettosi, ma comunque non è accettato dalla comunità, per i suoi modi così “estranei”. «Alla fine la gente si abituò a vederlo. Ma non si abituò mai a lui.» Così scrive Conrad nel racconto, spiegando la situazione in maniera eccellente. Sebbene vedere una persona possa diventare un’abitudine e quindi qualcosa di naturale, questo non significa che la stessa persona venga accettata: per compiere questa accettazione e integrazione nella società ci sarebbe bisogno di un passo successivo che la gente del villaggio non pensa minimamente di fare.

Conrad, anch’egli immigrato in Inghilterra da quella che allora era la Polonia (il suo paese natale si trova oggi in Ucraina), conosceva dunque bene la diffidenza con cui è visto lo “straniero”. E questa diffidenza, che si trasforma in pura cattiveria, la racconta egregiamente in questo racconto. Conrad è diventato un grandissimo scrittore in una lingua che non era la sua, il protagonista di questo racconto non avrà invece neppure un briciolo di quella fortuna. Ma è proprio questo che rende Joseph Conrad l’autore più adatto a narrare una storia di questo genere, che è poi una storia di ordinario razzismo: ordinario per i tempi, ordinario per la gente che non ci vede niente di male, straordinario e catastrofico per la persona che ne è oggetto, che morirà nella solitudine e di solitudine. E questo nonostante sia sposato con Amy e abbia avuto da lei un bambino, perché sua moglie stessa soccombe al pregiudizio e alle innumerevoli maldicenze che le sono state messe in testa dalla gente, e finisce per avere orrore di suo marito, un tempo tanto amato, solo perché parla in una lingua “strana” al bambino e prega in modo “strano”.

In questo senso Amy Foster è un racconto feroce che mette a nudo chiaramente cosa sia il razzismo e le conseguenze che può avere. Come direbbe William Burroughs, ci fa vedere “il pasto nudo”, cioè precisamente quello che abbiamo nel piatto, ovvero in questo caso come diventiamo quando diamo libero sfogo ai nostri pregiudizi e alle nostre paure nei confronti dell'”altro”.

Questo di Conrad è un racconto che di questi tempi dovremmo tenere tutti sul comodino, forse dovrebbero farcelo leggere alla scuola elementare, così da farci crescere con la chiara idea delle conseguenze orribili che può avere la “paura dell’altro”, o per chiamarla col suo nome, il razzismo.

Jodi Picoult, Piccole grandi cose

Jodi Picoult, Small Great Things, Ballantine Books, New York 2016.

Questo libro è stato pubblicato in italiano da Corbaccio pochi mesi fa con il titolo Piccole grandi cose. Non lo avrei mai preso in considerazione se non avessi letto recensioni di amiche entusiaste su Goodreads. Qualche giornale, non ricordo quale, lo ha definito “Il buio oltre la siepe del XXI secolo”. A ragione.

Siamo nel Connecticut nel 2015-2016. Ruth è un’infermiera che lavora in sala parto e, incidentalmente, è afroamericana. Questo non è mai stato un problema in vent’anni di onorata carriera, ma lo diventerà nel momento in cui si troverà ad assistere una coppia di “suprematisti bianchi” che hanno appena avuto un bambino. Io li chiamerei nazisti più che suprematisti bianchi, e infatti loro chiamano se stessi “neo-nazisti”, perciò non vedo il bisogno di usare un’espressione politicamente corretta laddove di corretto non c’è niente. Dicevamo, questa coppia rifiuta categoricamente di permettere a un’infermiera afroamericana di prendersi cura del loro bambino, Davis. La capoinfermiera, perciò, senza preoccuparsi della discriminazione, attacca alla cartella del piccolo un post-it dove indica che nessun infermiere afroamericano può prendersi cura del paziente. Ruth ne è, ovviamente, sconvolta, ma il problema non finisce qui: Davis andrà in difficoltà respiratoria e arresto cardiaco in un momento in cui Ruth si trova sola con lui, e la donna è lacerata fra la necessità professionale di aiutarlo (ovvero di rianimarlo) e l’ordine ricevuto. Di fatto, il bambino morirà nonostante le cure prodigategli dall’equipe chiamata sul posto, e i coniugi Bauer finiranno per portare Ruth in tribunale con l’accusa di omicidio.

È un libro molto duro da leggere, di una durezza impressionante. Questo soprattutto perché l’autrice fa parlare tre dei suoi personaggi, i cui capitoli vengono alternati: Ruth, l’infermiera; Kennedy, il difensore d’ufficio; e Turk, il padre di Davis. Picoult è bravissima a farci entrare nella testa e nella vita di questi tre personaggi, e vi assicuro che una delle cose più brutte che vi possano capitare come lettori è entrare nella testa di un neonazista. Perché vediamo come pensa, e lui ce lo racconta in prima persona. Entriamo nella sua vita, nella sua testa, e non certo in punta di piedi, perché lui non fa niente in punta di piedi. Siamo con lui nelle sue spedizioni punitive, siamo con lui quando picchia due gay che hanno commesso il solo crimine di essere omosessuali, siamo con lui quando picchia un barbone che ha commesso il solo crimine di essere la prima persona che gli capita davanti dopo la morte del figlio, siamo con lui quando ha il primo appuntamento con Brittany, quella che sarà sua moglie, e scelgono di passare una serata assieme non a vedere un film o ad andare a cena fuori, ma a picchiare due gay, cosa che eccita così tanto la ragazza da concederglisi immediatamente dopo.

Ma siamo anche con Ruth quando subisce questa terribile ingiustizia senza che nessuno dei suoi colleghi o superiori muova un dito, siamo con lei quando subisce i tanti piccoli atti di razzismo quotidiano a cui i bianchi sembrano non fare neanche caso, come ad esempio quando viene perquisita all’uscita da un negozio: solo lei, non l’avvocato d’ufficio, una donna bianca, che è con lei. Ruth vuole disperatamente essere come tutti gli altri, assimilarsi, farsi notare solo per le sue capacità professionali, e disperatamente vuole la stessa cosa per suo figlio diciassettenne, Edison.

È un libro molto duro, davvero. Sia perché ci viene sbattuto in faccia dall’interno l’odio più cieco e bestiale, sia perché ci fa vedere quello che è ancora più subdolo: il razzismo strisciante che è dentro ognuno di noi. Perché inconsciamente se ci sono due posti liberi sull’autobus, uno vicino a un’anziana signora bianca e l’altro vicino a un ragazzo di colore, ci viene spontaneo sederci vicino alla signora, e altre, infinite cose di questo genere. Di cui non siamo neppure consapevoli, ma di cui “gli altri da noi”, i “neri” sono perfettamente consapevoli; cose che devono ingoiare ogni giorno e far finta che sia tutto a posto se vogliono mantenere il loro posto di lavoro, i loro amici, la loro vita da “integrati” o “assimilati”.

È, insieme, uno dei libri migliori e uno dei libri peggiori che io abbia letto negli ultimi tempi. Migliori, perché è bellissimo, scritto divinamente e necessario. Peggiori, perché fa male, e tanto. Ma forse è proprio perché fa male che andrebbe letto, da tutti: fa male anche perché ci mette davanti la nostra immagine allo specchio, quella che ci mostra chi siamo realmente, e non chi crediamo di essere.

Senz’altro si tratta di un libro che parla molto più da vicino agli americani, anche perché i riferimenti alla cultura americana possono a volte essere un po’ difficili da cogliere per un italiano che negli Stati Uniti non abbia mai vissuto. Tuttavia, credo che sia un libro importante non solo per gli americani, ma per tutti, perché tutti veniamo confrontati ogni giorno con storie di razzismo quotidiano, che a volte sono grandi, e altre volte sono così piccole che noi neanche ce ne accorgiamo, ma chi ne è vittima se ne accorge perfettamente. Per me, lo dovete leggere assolutamente.

Harper Lee, To Kill a Mockingbird

Harper Lee, To Kill a Mockingbird, HarperCollins, Sydney – Toronto – Auckland – London – New York 2006.

Questo libro, per chi non lo sapesse, è la versione originale del libro che in italiano è pubblicato come Il buio oltre la siepe.

Originariamente pubblicato nel 1960, è ambientato a Maycomb, Alabama, USA, nel 1935. I neri sono ancora considerati esseri inferiori, buoni solo a servire nelle case dei bianchi. Scout e Jem sono due bambini, figli di Atticus Finch, famoso perché è stato chiamato a difendere in tribunale Tom Robinson, un nero accusato dello stupro di una ragazza bianca. Molti disprezzano Atticus per questo suo impegno, perché Atticus vuole davvero difendere l’imputato, e non solo limitarsi a far finta per dovere. Atticus sa con assoluta certezza, come sanno tutti, che Tom Robinson è innocente, ma sa anche che sarà inevitabilmente condannato, perché contro due bianchi (la “vittima” e suo padre) la parola di un nero non vale niente, così come non vale niente l’evidenza. Tutto questo è visto con gli occhi di Scout, una bambina di circa otto anni. È con i suoi occhi che leggiamo il libro, poiché è lei che narra, perciò scopriamo anche tanti dettagli sulla vita a Maycomb e sulla vita di loro bambini.

Scout è un personaggio simpatico e oltretutto capace di crescere moltissimo nel corso del romanzo, in particolare alla fine, quando raggiungerà una sorta di epifania che le consentirà di vedere sotto un punto di vista diverso tante cose che prima le erano sembrate strane o invece scontate. Harper Lee è eccezionale nel dare voce a questa bambina, nemmeno per un momento mi sono fermata davanti alla narrazione pensando che ci fosse qualcosa di artificioso o che si sentisse la mano di una donna adulta dietro la voce della piccola Scout.

Il romanzo è principalmente incentrato sul difficile rapporto tra bianchi e neri in un paesino del profondo Sud degli Stati Uniti in un’epoca complicata come potevano essere gli anni Trenta. Tuttavia affronta anche altri temi, quali la vita nella società di questa piccola cittadina, il rapporto familiare tra i due bambini e il padre, la menzogna e il valore della verità, la giustizia.

Il buio oltre la siepe è un gioiellino, che stento a definire capolavoro perché non mi ha entusiasmato fino a quel punto, però mi ha emozionato, mi ha fatto riflettere e mi ha trasportato in un’epoca come pochi romanzi sanno fare. È un romanzo che secondo me tutti dovrebbero leggere perché ci sbatte in faccia i pregiudizi (che gli americani nutrivano all’epoca, e che noi nutriamo oggi) nei confronti delle persone che ci appaiono diverse da noi, che ci vengono candidamente mostrate quali realmente sono, e cioè del tutto uguali a noi. Ci sbatte in faccia la meschinità e miseria di chi nutre questi pregiudizi, cioè di un’intera società. Penso che sia un romanzo da leggere ora più che mai.

Tuttavia, non credo che leggerò il seguito, Va’, metti una sentinella, scritto da Harper Lee cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo libro e pubblicato appena un paio di anni fa. Il romanzo è perfettamente concluso così, e non voglio sapere altro. Certo, forse è inevitabile che in tutti i romanzi ci sia il desiderio di sapere che ne sarà dei protagonisti, cosa succederà dopo, ma il finale di Il buio oltre la siepe è perfetto così com’è, perfetto come pochi altri finali di pochi altri libri.