Archivi tag: psicologia

[Incipit] Ultra-Solutions

Security Is Mortals’ Chiefest Enemy

Once upon a time there was a man who lived happily and in peace with himself and the world, until one day – perhaps out of senseless curiosity, perhaps out of sheer levity – he asked himself if life has its own rules. He was not referring to the obvious fact that every country in the world has its own customs and legal codes, – for instance, belching after a meal may be considered rude in one society and a compliment to the hostess in another or people should not scribble graffiti on walls if they cannot spell. No, these were not the issues; such rules invented for humans by humans were of little interest to him. What he suddenly wanted, needed, to know was whether life has its own regularities, quite independently of us.
If only he had never asked himself this accursed question, for it spelled the end of his happiness and contentment. It threw him into the same predicament as they experienced by the centipede when the cockroach innocently wanted to know how he managed to move his hundred legs with such elegance and ease. The centipede started thinking – and from that moment on he was unable to walk.
To put it less trivially: What happened to our man was similar to what Saint Peter experienced  when he leaped from the boat and ran towards Christ – until it occurred to him that walking on water, as Jesus was doing, was utterly impossible. Whereupon Peter promptly sank into Lake Genesareth and almost drowned. (As is well known, sailors and fishermen usually cannot swim.)

Paul Watzlawick, Ultra-Solutions. How To Fail Most Successfully (tit. originale Vom Schlechten des Guten), W.W. Norton & Company, New York – London 1988. 110 pagine.

* Paul Watzlawick su Wikipedia.
* Il libro in pdf in italiano (Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico).

Annunci

An Unquiet Mind

So why would I want anything to do with this illness? Because I honestly believe that as a result of it I have felt more things, more deeply; had more experiences, more intensely; loved more, and been more loved; laughed more often for having cried more often; appreciated more the springs, for all the winters; worn death “as close as dungarees,” appreciated it – and life – more; seen the finest and the most terrible in people, and slowly learned the values of caring, loyalty, and seeing things through. I have seen the breadth and depth and width of my mind and heart and seen how frail they both are, and how ultimately unknowable they both are. Depressed, I have crawled on my hands and knees in order to get across a room and have done it for month after month. But, normal or manic, I have run faster, thought faster, and loved faster than most I know. And I think much of this is related to my illness – the intensity it gives to things  and the perspective it forces on me. I think it has made me test the limits of my mind (which, while wanting, is holding) and the limits of my upbringing, family, education, and friends.

Da: Kay Redfield Jamison, An Unquiet Mind. A Memoir of Moods and Madness, Picador, London 1996. 224 pagine.

La casa delle bambine che non mangiano

«Le bambine e le ragazze che apparentemente negano la centralità del corpo, ma che lo dimagriscono o lo riempiono di cibo fino all’inverosimile, soffrono in realtà di un’ipermentalizzazione di quel corpo, oggetto e contenuto di ogni loro pensiero. Nel tentativo di domarlo e farlo scomparire si ritrovano schiave di un corpo irreale, al cui controllo, peso e conformazione dedicano ogni minuto della giornata. Nel falso pretesto di rivendicare l’esclusivo valore della dimensione psichica, esse diventano solo corpo, agganciando il sentimento di identità al peso e al giudizio della bilancia.»

La settimana scorsa, come accennavo, sono stata alla  presentazione di La casa delle bambine che non mangiano della psichiatra e psicoterapeuta Laura Dalla Ragione, pubblicato nel 2005 da Il Pensiero Scientifico Editore. L’autrice è responsabile del Centro Disturbi del Comportamento Alimentare Palazzo Francisci di Todi,  uno dei pochi in Italia a trattare specificamente questi diffusissimi disturbi.
La presentazione non è stata esaltante, nel senso che molto è stato detto di già noto, ma ritengo comunque che parlare di questi problemi sia importantissimo. Mi è dispiaciuta la scarsa presenza di giovani; peraltro ho notato che è stato (credo) l’unico incontro di Leggere per non dimenticare per nulla pubblicizzato nella mia sede universitaria. Tabù? Sarebbe stupido, ma non lo escluderei.
Dopo la presentazione ho preso il libro e l’ho letto in poche sere: al contrario della conferenza, offre molti spunti interessanti.

Innanzi tutto un dato che fa accapponare la pelle: negli ultimi dieci anni i disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono aumentati del 300%. Inoltre sono in aumento anche fra i maschi.
Penso che più di qualcuno se ne sia accorto: se vi guardate intorno, se entrate in discorso con le vostre amiche (parlerò al femminile, essendo ad ora le donne di gran lunga le più colpite) scoprirete che anche le insospettabili fra loro hanno avuto o hanno problemi di questo genere.

Secondo la dottoressa Dalla Ragione (e ovviamente non solo lei) i disturbi “tradizionali”, ovvero l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa, non sono i più diffusi, anzi sono relativamente rari; prevalgono invece forme nuove, ibride, “mutanti”, come le chiama l’autrice. Forme che non soddisfano tutti i criteri diagnostici del DSM-IV ma possono esere tuttavia pericolosissime.
Gli esempi più diffusi sono il binge eating disorder e la bulimia multicompulsiva, ma ci sono anche forme diverse, e pare che i più diffusi in assoluto siano i disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati, che sono quelli che non soddisfano tutti i criteri diagnostici.
Il binge eating disorder a volte viene anche chiamato sindrome da abbuffata compulsiva, e consiste nell’abbuffarsi di grandissime quantità di cibo senza attuare alcuna condotta compensatoria: né vomito, né lassativi, né esercizio fisico. È l’unico DCA ad essere più diffuso fra gli adulti che fra i giovani.
La bulimia multicompulsiva è la bulimia moderna, quella che si esplica su più fronti: il comportamento impulsivo-abbuffatorio non si volge solo verso il cibo ma anche verso il sesso, l’alcool, la droga e così via.

Nel libro si afferma finalmente qualcosa di estremamente importante: si dice cioè che «l’attenzione estrema all’immagine corporea, il culto della magrezza non sono “la causa” dei disturbi alimentari. La loro funzione sembra soprattutto quella di suggerire la strada attraverso la quale un malessere più profondo, grave, strutturale si esprime e cerca una sua risoluzione.»
Era ora che qualcuno lo dicesse, ma dispiace veramente tanto che durante la conferenza questo sia stato accuratamente evitato, puntando solo sulla ricerca della magrezza, il culto della quale ci viene inculcato dalla televisione e dalla moda. Tutto vero, come dimostrato anche da uno studio condotto da un’antropologa sulla popolazione feminile delle Filippine, e citato durante la presentazione, secondo il quale le filippine hanno cominciato a sviluppare disturbi del comportamento alimentare, fino ad allora sconosciuti, già un anno dopo l’introduzione di programmi occidentali nella loro televisione.
Penso però che sia di importanza estrema sottolineare, come questo libro tenta di fare, che le cause non sono queste.
La dottoressa Dalla Ragione insieme ad altri colleghi ha sottoposto diversi questionari ai giovani, riscontrando un’eccessiva attenzione al corpo e propensione alla magrezza soprattutto fra le donne, il che ovviamente è cosa ben nota. Il punto, tuttavia, è che questo è il problema-facciata: le ragazze non diventano anoressiche per diventare magre, ma perché avvertono un senso di vuoto e di assenza d’identità che è difficile da spiegare a chi lo vede dall’esterno. Le ragazze che hanno sempre prestato attenzione alla magrezza tenderanno a sviluppare un DCA, altre ragazze svilupperanno altri disturbi.
Prima stai male dentro. Dopo ti metti in testa che vuoi diventare magra. Ma non vuoi diventare magra, vuoi scomparire. Finché gli psicologi non capiranno il senso di vuoto incolmabile, di assenza di amore, di incapacità di comprendersi in un’identità che sta alla base dei DCA, non credo che riusciranno veramente a curare queste persone. Che ricadono precisamente per questo, a parer mio.

Strettamente connesso a questi problemi è l’autolesionismo. Pare che molte ragazze affette da DCA siano anche autolesioniste, alcune addirittura alternano i due disturbi come se fossero interscambiabili. Perché in fondo servono a contrastare la stessa angoscia di fondo. Un’angoscia che spesso si traduce in depersonalizzazione, un’esperienza devastante in cui chi ne è vittima non si sente esistere. Personalmente posso dire che non credo esista al mondo una sensazione altrettanto angosciante.
Il desiderio di sentirsi nuovamente vivi, esistenti, reali diventa così forte che si cerca ogni mezzo per uscire da questo non-stato. Il più ovvio è l’autolesionismo, come può esserlo l’abbuffata che, in fin dei conti, pertiene alla medesima categoria. Esso, infatti, permette «di ristabilire un contatto con il proprio corpo ed ottenere un senso di controllo su di esso.» Inoltre «il dolore fisico indotto dalla produzione ormonale cortico-surrenale ed endorfinica interrompe rapidamente lo stato di obnubilamento e provoca un repentino cambiamento di umore.»

Un intero capitolo è dedicato alla residenza Palazzo Francisci, situata in una villa nella cittadina umbra, dove le pazienti vengono ricoverate per alcuni mesi al di fuori le soffocanti strutture dei reparti psichiatrici ospedalieri. Colpisce soprattutto la precisa scelta di non utilizzare psicofarmaci che, anzi, sono proibiti. Nel centro le ragazze vengono sottoposte a psicoterapia, visite mediche in collaborazione con l’ospedale di Todi, controllate durante i pasti e per il resto del tempo si organizzano per loro attività cultural-ricreative che hanno lo scopo di distoglierle dal pensiero ossessivo del cibo. Colpisce anche la rigidità con cui si afferma che, dopo un primo colloquio, solo le ragazze che verosimilmente riusciranno a guarire vengono ammesse. Sembra piuttosto ghettizzante, nel senso che priva molte di una possibilità, ma ragionandoci potrebbe avere una sua logica, che però non credo sia quella che qui viene affermata (ovvero che un eventuale drop-out farebbe stare ancora peggio le pazienti in questione) – io credo che la realtà sia piuttosto che le ragazze che non riescono ad uscire dai loro disturbi influenzerebbero negativamente le altre.

L’ultimo capitolo indaga la comparsa sempre più precoce dei DCA, perfino in età pediatrica, anche 10-11 anni o prima. Disturbi insidiosissimi, perché molto spesso le famiglie non li collegano a questo tipo di problematica.
Una parte interessante è anche quella dedicata alle intolleranze alimentari, che sarebbero assai mal diagnosticate essendo la maggior parte dei test privi di validità scientifica. Inoltre, secondo l’autrice, se diagnosticate in età pediatrica con conseguente esclusione di molte categorie alimentari potrebbero favorire l’insorgenza di DCA in soggetti predisposti.

Per finire vorrei riportare una lettera contenuta nel libro. Nella residenza di Todi le ragazze sono invitate a rivolgere lettere immaginarie alla propria malattia e al proprio corpo. Questa è la risposta del corpo a una di loro:

«Cara X,
tu dici che vuoi farti perdonare da me, che vorresti che ci ricongiungessimo e poi spari a zero, ancora e ancora sulle mie caratteristiche che non riesci ad accettare? Ma allora cosa farai quando avrai preso peso, quello necessario per un’esistenza serena, quando vedrai qualche centimetro in più soprattutto sul seno e sulla pancia? Ricomincerai ad ingiuriarmi di nuovo, a farmi patire la fame, ad uccidermi di fatica per poi continuare a non essere mai contenta del mio lavoro e desiderare distruggermi?
Ma la vuoi finire?
Tuo corpo offeso e annoiato.»