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Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche

Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche (tit. originale When Nietzsche Wept), Neri Pozza, Vicenza 2006. Traduzione di Mario Biondi.

Mi sono imbattuta in questo libro per caso: non lo conoscevo, ma un giorno era in offerta sul Kindle Store e, visto che la trama mi sembrava interessante, ho deciso di prenderlo. Ho fatto la scelta giusta, perché mi è piaciuto molto.

L’autore, Irvin D. Yalom, è un famoso psichiatra e psicoterapeuta americano, che tra l’altro è anche scrittore. Quindi conosce bene la materia di cui scrive, dato che infatti potremmo dire, con una semplificazione quasi inammissibile, che questo è un romanzo sulla psicoterapia.

I protagonisti del libro sono tutti personaggi realmente esistiti, ma si tratta tuttavia di un romanzo che non ha che deboli basi nella realtà storica. Alla fine del libro una nota dell’autore spiega quali fatti siano realmente accaduti e quali invece frutto della sua fantasia. Un appunto, questo dell’autore, molto interessante, per riuscire a capire meglio il senso della storia da lui raccontata.

Siamo nel 1882, inizialmente a Venezia. Joseph Breuer, che fu realmente un famoso medico viennese, si trova in città con la moglie per una vacanza. Riceve un biglietto da Lou Salomé, una giovane russa di 21 anni, che esige di vederlo perché il futuro della filosofia sarebbe in pericolo, in quanto un suo amico, Friedrich Nietzsche, soffrirebbe di disperazione con istinti suicidi; la donna implica che sia preciso compito di Breuer aiutarlo.

Lou Salomé fu una famosa scrittrice e psicanalista di origine russa, famosa per i suoi tanti legami con personaggi importanti dell’epoca, fra cui appunto Nietzsche, ma soprattutto Rilke. Friedrich Nietzsche invece non ha certo bisogno di presentazioni, ma va detto che all’epoca in cui lo incontriamo è un uomo di quasi 40 anni, un filosofo che ha lasciato la carriera accademica e che ha scritto due libri (Umano, troppo umano e La gaia scienza) che praticamente nessuno ha letto. Lui stesso dice che sarà probabilmente famoso soltanto negli anni Duemila.

Lou si rivolge a Breuer in quanto egli aveva sperimentato con una sua paziente, Bertha Pappenheim (nota ai suoi studenti con lo pseudonimo Anna O.), una nuova forma di terapia basata sulla parola: essa, attraverso l’ipnosi, consentiva alla paziente, che soffriva di isteria, di lasciarsi andare e “spazzare il camino”, ovvero buttare fuori tutte le situazioni brutte e spiacevoli che aveva vissuto, in tal modo riuscendo o tentando di rimuovere i suoi sintomi. Bertha Pappenheim, più nota come Anna O., fu realmente una paziente di Breuer, ed è nota al pubblico in quanto proprio su questo caso Sigmund Freud scrisse Studi sull’isteria. Breuer ebbe dunque grande importanza nella nascita della psicoterapia, o meglio della psicanalisi, sebbene si sia dedicato a tale attività soltanto per un breve periodo della propria carriera medica.

Lou vorrebbe dunque che Breuer applicasse questa terapia della parola al caso del suo amico Nietzsche, il quale soffre di gravi sintomi fisici ma anche di istinti suicidi. Il filosofo, però, non deve sapere dell’intervento della giovane, in quanto i due sono in rotta per questioni sentimentali (Nietzsche le aveva chiesto di sposarlo, ma lei rifiutò, proseguendo però l’amicizia con il terzo lato del triangolo, Paul Rée, il che fu vissuto da Nietzsche come un tradimento). Breuer, totalmente affascinato dalla giovane russa, accetta il compito, che si rivelerà più arduo del previsto in quanto Nietzsche rifiuta in tutti i modi di essere curato.

Breuer arriverà poi a comprendere che il filosofo soffre di una gravissima forma di emicrania, e metterà in atto uno strano patto terapeutico che non vi racconto perché è assolutamente essenziale alla storia ed è interessante che il lettore lo scopra da sé.

La storia scorre in maniera molto lineare, almeno fino a un certo punto, e piuttosto verosimile, sempre fino a un certo punto. Vengono citati molti brani e concetti della filosofia nietzschiana, e anche alcune lettere realmente scritte dal filosofo. Sicuramente questo romanzo mi ha fatto venire una grande curiosità di leggere almeno qualche libro di Nietzsche, la cui filosofia conosco solo per via indiretta, ma non per aver letto direttamente i suoi testi.

Come dicevo, si tratta sostanzialmente di un libro sulla psicoterapia, anche se ovviamente riveste enorme importanza la caratterizzazione più o meno fittizia dei grandi personaggi dell’epoca (personaggi di cui fa parte anche un giovane studente di medicina grande amico di Breuer, un certo Sigmund Freud). Ciò che viene tracciato è comunque la storia di come sia nata la terapia della parola, quella che è poi stata trasformata da Freud in psicanalisi e che è diverntata la psicoterapia moderna. Questa nascita è esemplificata da moltissimi racconti di quanto sia effettivamente avvenuto nello studio del dottor Breuer con Bertha Pappenheim/Anna O., e in seguito nel suo rapporto, del tutto fittizio, con Nietzsche (i due non si sono mai incontrati nella realtà). La storia della nascita della psicoterapia è tratteggiata in modo estremamente interessante, specie per chi, come me, abbia un certo interesse nella materia.

È sicuramente un libro che consiglio a chi sia interessato alla psicoterapia, ma anche agli psicoterapeuti stessi, che a mio parere potrebbero trarre godimento da questa storia, ammesso che tengano sempre a mente che si tratta di un romanzo e non di un saggio, né di una biografia. Inoltre è scritto in maniera molto semplice, narra una storia complessa con linguaggio comprensibile a qualunque lettore. Perciò penso che possa essere un romanzo interessante anche per chi non sia necessariamente interessato alla psicoterapia, ma semplicemente alle storie belle e ben scritte.

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Marie-France Hirigoyen, Molestie morali

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro (tit. originale Le harcèlement moral: la violence perverse au quotidien), Einaudi, Torino 2010. Traduzione di Monica Guerra.

Mi sono avvicinata a questo libro per motivi personali che non starò qui a spiegare, ma che possono essere facilmente intuibili, seppure a grandi linee.

La psichiatra e psicoterapeuta francese Marie-France Hirigoyen affronta in questo libro quello che lei chiama “harcèlement moral”, tradotto in italiano come “molestie morali”, in inglese detto “emotional abuse”, tradotto spesso come “abuso emotivo“. Affronta questo tema guardandolo da un triplice punto di vista: l’abuso in ambito relazionale, in ambito familiare e in ambito lavorativo, caso quest’ultimo in cui si parla più comunemente di mobbing.

Nella prima parte del libro affronta il tema dell’abuso emotivo in tutti e tre questi ambiti, anche se nel corso del libro appare chiaro che l’autrice dedica maggiore spazio e interesse all’abuso emotivo nell’ambito della coppia, secondariamente al mobbing, e solo in via incidentale all’abuso emotivo nella famiglia (famiglia intesa in questo caso non come coppia, ma come famiglia d’origine, quindi abuso emotivo madre-figlio, padre-figlio, ecc.).

Nella seconda parte l’autrice parla più in dettaglio dei ruoli psicologici dell’aggressore e della vittima, mettendo in chiaro che quest’ultima non è tale in quanto “masochista” o chissà che altro, ma perché di fatto vampirizzata da quello che lei chiama un “perverso”, ossia un narcisista patologico che si nutre della vitalità degli altri.

Nella terza parte infine dà dei consigli pratici su come comportarsi e parla della presa in carico della vittima da parte di uno psicoterapeuta. È in questa parte che si sente quanto il libro sia datato: è stato infatti originariamente pubblicato nel 1998, quasi vent’anni fa. Questo si sente nella parte dedicata all’approccio terapeutico, dove Hirigoyen parla di psicanalisi (che non raccomanda in questi casi), psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma anche ipnosi, pratica che credo non sia più utilizzatissima al giorno d’oggi. Oggi per la terapia dell’abuso si parlerebbe tra l’altro di EMDR, metodo di comprovata efficacia nei casi di abuso e trauma.

In appendice all’edizione italiana vi sono dei contributi di esperti di diritto, mobbing e molestie che portano una prospettiva sul panorama giuridico italiano, nonché sull’incidenza di questi e altri tipi di abuso nel nostro paese. Anche qui, si sente moltissimo l’anzianità di questi contributi, per esempio quando si parla del range di risarcimento economico nei casi di mobbing, usando ancora le vecchie lire.

Ma vorrei venire ora all’esame delle cosiddette molestie morali. Di cosa parliamo quando parliamo di abuso emotivo? A prima vista questo tipo di abuso non è facile da comprendere, in quanto è un abuso che non lascia tracce: niente lividi, niente ferite, niente lacerazioni. Non è evidente all’occhio esterno. Non è evidente affatto. E spesso resta non evidente perfino per la vittima stessa, che crede di stare esagerando, di prendersela per un nonnulla, di vedere qualcosa che in realtà non c’è.

La molestia morale, o abuso emotivo, «consiste nel togliere a qualcuno ogni qualità, nel dirgli e ripetergli che non vale niente, fino a indurlo a pensare che sia davvero così». Il perverso (come lo chiama Hirigoyen), o narcisista patologico, vuole annientare la sua vittima, allo scopo di distruggerne le qualità per guadagnare egli stesso in autostima. Il perverso è una persona priva di qualunque autostima, con grossi complessi di inferiorità, probabilmente a sua volta abusato da bambino, o comunque maltrattato in qualche modo, che sfoga questa sua frustrazione, rabbia e, in ultima analisi, enorme insicurezza sull’altro. Distruggendo l’altro, annientandolo, rendendolo zero, meno di zero. «Per tenere la testa fuori dall’acqua, il perverso ha bisogno di far affondare l’altro».

Così ad esempio, nel caso dell’abuso nella coppia, il partner, che inizia sempre seducendo la vittima (mostrandosi tenero, dolce, innamoratissimo), può piano piano arrivare ad annullarne l’identità dicendole frasi del tipo “non vali niente”, “fai schifo”, “se io ti lasciassi non troveresti mai un altro”, “perché non ti suicidi”. E qui ovviamente parliamo di molestie violentissime, seppure soltanto con le parole.

Ma la molestia può anche essere assai più subdola di così, e la continua ripetizione la rende altrettanto violenta. Per esempio, una donna che convive con un partner abusante dice «Io non sono né sua moglie, né la sua fidanzata, né la sua ragazza». Infatti, quando sono in mezzo alle altre persone, qualcuno chiede se siano marito e moglie, ma lui cambia discorso e non le dà alcuna considerazione, perché è un argomento quasi tabù, di cui non si può parlare. Dice Hirigoyen: «Il messaggio è: “Io non ti amo”». Allo stesso modo, il partner abusante può sminuire costantemente la sua vittima, dicendole che non è abbastanza bella, non abbastanza colta, non abbastanza socievole, ecc. «[Una vittima] si sente anche in colpa perché non è abbastanza seducente (un giorno, davanti ad amici, lui ha scherzato su un abito poco sexy di Annie) o abbastanza buona (lui ha alluso al fatto che lei non è generosa) per soddisfare Benjamin».

Il nocciolo della questione è questo: insultare l’altro in modo così (dapprima) sottile e (soprattutto) così costante e pervasivo da convincere l’altro di essere una nullità. Da qui il senso di colpa della vittima, che si colpevolizza per non essere abbastanza seducente, abbastanza generosa, abbastanza intelligente, abbastanza tutto. Il perverso, con le sue manovre di avvicinamento, finisce per schiacciare la vittima in una morsa dalla quale essa non sarà in grado di liberarsi, perché le è stato fatto il lavaggio del cervello in maniera tale da farle credere che sia l’aggressore ad avere ragione. Lei è la pazza, la psicopatica, la depressa, la cattiva, la violenta. Guai se prova a reagire, perché allora, così facendo, dà ragione all’aggressore, che ha le prove per affermare che lei (o lui) sia davvero la violenta della situazione.

«Un individuo narcisista impone il suo ascendente per trattenere l’altro, ma ha paura che gli si avvicini troppo, che arrivi a invaderlo. Si tratta allora di mantenerlo in una relazione di dipendenza o addirittura di proprietà, per verificare la propria onnipotenza». Il narcisista non può permettere alla vittima di sfuggirgli, sebbene egli la disprezzi, perché è solo con il suo annientamento continuo che egli può arrivare a sentirsi qualcosa, ad avere stima di sé, a sentirsi, come dice Hirigoyen, onnipotente. Certo, se questa vittima riuscirà a liberarsi, il perverso potrà sempre trovarsene un’altra, ma è comunque probabile che non la lasci andare, nemmeno dopo anni. Dopotutto, la vittima è, appunto, di “proprietà” del carnefice.

La vittima difficilmente riesce a sganciarsi da questo tipo di relazione, prima di tutto perché è stata manipolata al punto di credere che si stia inventando tutto, che sia lei la pazza; poi perché si sente in colpa, come se quello che sta avvenendo sia stato in qualche modo causato da lei; infine perché «se [l’aggressore] fosse in tutto e per tutto un mostro, sarebbe più facile, ma è stato un amante tenero. Se è così, vuol dire che sta male. Allora può cambiare».

L’autrice riporta un brano in cui Otto Kernberg descrive il narcisista: «Quando vengono abbandonati o li si delude, può darsi che si mostrino apparentemente depressi ma, a un esame attento, si tratta di collera o di risentimento con desideri di vendetta, piuttosto che di una vera tristezza per la perdita di una persona che apprezzano».

Il narcisista, dice Hirigoyen, «cerca di ingannare per mascherare il suo vuoto. Il suo destino è un tentativo di evitare la morte. È qualcuno che non è mai stato riconosciuto come un essere umano e che è stato obbligato a costruirsi un gioco di specchi per darsi l’illusione di esistere. Come un caleidoscopio, questo gioco di specchi ha un bel ripetersi e moltiplicarsi: quell’individuo resta costruito sul vuoto».

Qualche recensore ha scritto che l’autrice tratta il narcisista come egli tratta la sua vittima. Personalmente, non credo che sia questo il caso. Certo, è vero che Hirigoyen non mostra alcuna pietà per gli aggressori narcisisti, ma secondo me neppure dovrebbe mostrarne. Hirigoyen è una psichiatra e psicoterapeuta specializzata in vittimologia (disciplina che in Francia esiste), non in narcisismo, per cui è ovvio che sia empatica nei confronti delle vittime, e non degli aggressori.

In passato ho sentito persone dire che non ci si deve accanire contro i narcisisti, perché anche il narcisismo è una patologia: cosa senz’altro vera, il narcisismo è infatti un disturbo della personalità riconosciuto nel DSM, ma ciò non toglie che le persone affette da questa patologia siano tendenzialmente distruttrici dell’individualità altrui. Non mi sento in colpa se non provo la minima pietà per loro.

Come vedete anch’io, un po’ come fa l’autrice, ho parlato quasi esclusivamente di abuso emotivo all’interno della coppia. Come dicevo all’inizio, è vero che l’autrice dedica comunque ampio spazio al mobbing, e un po’ di spazio, non molto, alla molestia morale nell’ambito familiare. Ma come vedete questa recensione pesa tutta sul piatto della bilancia su cui sta l’abuso emotivo relazionale. Ad ogni modo, mi sento di consigliare questo libro anche alle persone vittime di abuso emotivo in altre sfere della vita, come appunto quella lavorativa o familiare ma, perché no, anche quella amicale. E lo consiglio anche, ovviamente, a chi stia vicino alle persone vittime di abuso emotivo. Penso che ci siano libri migliori di questo sull’argomento, ma questo è comunque un’ottima introduzione.

Margaret Atwood, Alias Grace

Margaret Atwood, Alias Grace, Virago, London 1997. 545 pagine.

Di certi libri, a volte, non si riesce a parlare senza svelare alcune/molte cose. O almeno io non ci riesco. Perciò non leggete questa recensione se volete leggere questo romanzo in maniera “innocente”, senza sapere molto di quello che accadrà.

Il mio interesse per questo romanzo nasce da due fattori: il primo è che ho letto altri tre libri di Margaret Atwood e mi sono tutti piaciuti molto, il secondo è che avevo letto da qualche parte che questo romanzo trattava di una donna che probabilmente soffriva di disturbo dissociativo dell’identità.

Partiamo però dall’inizio: questa è la storia romanzata di Grace Marks, una ragazza di appena sedici anni che nel 1843 ha ucciso (o forse no) un uomo e una donna con l’aiuto di James McDermott, un altro servo nella casa. O forse è successo il contrario? McDermott li ha uccisi con l’aiuto di Grace Marks? La storia rimane ad oggi avvolta nel mistero e, sebbene entrambi siano stati condannati alla pena di morte, soltanto McDermott fu impiccato, mentre a Grace fu concessa una riduzione di pena, commutando la pena di morte in ergastolo. In seguito, dopo quasi 30 anni di galera (di cui un anno e mezzo trascorso in manicomio), le verrà concessa la grazia.

Ma chi era Grace Marks? Una perfida assassina e femme fatale, un’ingenua vittima, o una donna gravemente malata di mente? Questo non è dato sapere, ma Atwood avanza delle ipotesi del tutto fittizie e narrative in proposito. Anche se l’autrice stessa lascia molto spazio all’interpretazione personale del lettore, che non sa mai se quella che gli viene raccontata è la realtà o qualcosa che la protagonista gli vuole far credere. Deve sospendere l’incredulità oppure no? Il narratore (anzi, la narratrice) è affidabile? Tutto questo rimane aperto all’interpretazione del lettore.

Per due terzi del libro ho messo fortemente in discussione la tesi, letta non ricordo più dove, che Grace soffrisse di disturbo dissociativo dell’identità, quello che una volta veniva chiamato disturbo di personalità multipla. A me sembrava più schizofrenica, con allucinazioni e, certamente, momenti di dissociazione. Poi ho cambiato idea, in un punto cruciale del romanzo, quello in cui la donna viene ipnotizzata da un sedicente medico, psichiatra e ipnotista. Sedicente perché in realtà si tratta di una vecchia conoscenza di Grace, il venditore ambulante Jeremiah. Eppure, con tutta la sua impostura, è proprio il sedicente medico ad arrivare più vicino alla realtà, quando dichiara che forse Grace ha in sé due personalità distinte, e non semplicemente due differenti stati di coscienza.

Cosa avviene durante la seduta d’ipnosi? Grace viene ipnotizzata e inizialmente è lei a parlare, ma in seguito comincia a parlare con una voce diversa e dichiara di essere Mary – che nella realtà è una vecchia amica di Grace morta giovanissima per le conseguenze di un aborto. Come dice uno dei presenti (non per niente un uomo di Chiesa…), qualche decennio addietro, o forse secolo, lo si sarebbe considerato un chiaro caso di possessione e si sarebbe chiamato l’esorcista.

In sostanza, Grace è afflitta per buona parte della sua vita da misteriosi svenimenti e mancamenti, da amnesie più o meno lunghe, e le persone che la circondano la accusano di comportarsi prima in un modo e poi nel suo opposto. Grace nega con veemenza questo suo doppiogiochismo, così come ha sempre negato con veemenza di aver partecipato al duplice omicidio, affermando di non ricordare niente di quella circostanza. E quando viene sottoposta a ipnosi parla con la voce di Mary e racconta una storia del tutto differente.

Sembrerebbe un caso da manuale di disturbo dissociativo dell’identità, considerando anche il fatto che a un certo punto sembra fare cenno a delle violenze subite da bambina ad opera di suo padre, essendo la violenza sessuale in età infantile la causa del 99% dei disturbi dissociativi dell’identità. Eppure non mi ha convinto fino in fondo, perché in seguito a questa ipnosi Grace non sembra più avere altri “sdoppiamenti della personalità”, ovvero il suo alter, Mary, sembra non venire più alla luce. Questo mi sembra strano, ma onestamente non sono affatto esperta di questo complicatissimo e controverso disturbo, perciò non so se questo sia possibile.

Da un punto di vista psicologico il romanzo è di estremo interesse, perché affronta una patologia gravissima e poco nota, che però rimane molto controversa nel mondo della psichiatria, tanto che alcuni specialisti ritengono che non esista affatto, ma che i supposti “malati” stiano semplicemente fingendo per le più svariate ragioni.

E, come qualcuno ricorda in questo romanzo, molti delinquenti fingono per evitare la pena capitale. Oppure, di nuovo, è semplicemente l’autrice che non vuole farci capire dove stia la verità? Di nuovo, tutto rimane aperto all’interpretazione, e ogni lettore può leggere il libro in maniera diversa.

Di fatto, la psicologia è solo un aspetto di questo romanzo, che è sicuramente quello che mi ha più interessato, ma che non è assolutamente l’unico né, forse, neppure il principale.

Molta importanza riveste anche il ruolo della donna nella società di metà Ottocento: sia la donna di servitù che quella di più alta classe sociale. Le serve sono viste come oggetti, che vengono pagate per i loro servizi, i quali molto spesso possono anche tranquillamente comprendere servizi sessuali ai quali la serva deve piegarsi. Molto spesso i “gentiluomini” dell’epoca promettevano alle ragazze di sposarle, ma è inutile dire che non lo facevano mai nemmeno per errore. Anche le donne di classe sociale più elevata sono comunque viste come oggetti, di cui un uomo può disporre come crede, perché all’uomo sono concesse molte licenze cui la donna non può di certo aspirare. Interessante a tal proposito è il rapporto fra Rachel e il dottor Jordan, dove non si capisce bene se la donna sia masochista e ami essere presa con la forza oppure se, più probabilmente, non venga di fatto violentata dal gentile dottore.

Come tutti i libri di Atwood, un romanzo molto sfaccettato. Tra l’altro trovo estremamente interessante che tutti i libri di questa autrice che ho letto siano molto diversi tra loro, rivelando un’autrice di grande inventiva e capacità.

Il romanzo è pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo L’altra Grace.

Janet Frame, Faces in the Water (Nuova Zelanda)

Janet Frame, Faces in the Water, Virago, London 2009. 223 pagine.

Janet Frame, una delle maggiori scrittrici neozelandesi, scomparsa nel 2004 a 80 anni, in giovinezza ebbe un esaurimento nervoso in seguito al quale le fu diagnosticata una schizofrenia e fu ricoverata per molti anni in vari ospedali psichiatrici, dove venne sottoposta a numerosi elettroshock (pare più di 200). In seguito, a Londra, fu visitata da uno psichiatra che le disse che non soffriva né aveva mai sofferto di schizofrenia. Durante i suoi ricoveri le fu ventilata l’ipotesi di sottoporla a lobotomia, ma questa soluzione così estrema venne poi ritirata quando si scoprì che Frame aveva appena vinto un prestigioso premio letterario nazionale.

Premessa necessaria per capire fino in fondo questo libro, che è un romanzo con protagonista Istina Mavet (Istina vuol dire verità in serbo-croato, Mavet significa morte in ebraico) e, come l’autrice stessa specifica, è un’opera di finzione i cui personaggi sono inventati. Ma di fatto è impossibile leggere questo libro senza pensare alla biografia di Frame (illustrata nel libro Un angelo alla mia tavola, che voglio leggere). Perché, seppure Faces in the Water è un’opera di finzione, l’autrice ha di certo tratto spunto e ispirazione da ciò che ha dovuto subire nella sua vita.

Siamo in Nuova Zelanda intorno alla metà del Novecento, e Istina passa nove anni della sua vita in vari ospedali psichiatrici, dai venti ai ventinove anni. Non ci viene detto di cosa soffra la protagonista-narratrice, ma nel corso del libro la vediamo avere delle allucinazioni e soprattutto soffrire di paranoia. Tuttavia la diagnosi di Istina non è importante, ciò che importa è il fatto che sia stata per nove anni rinchiusa in ospedale. Quello che Istina ci racconta è la storia di questi nove anni, con delle brevissime parentesi passate a casa. Perciò veniamo a sapere delle pazienti che condividono la sorte di Istina, delle attività ricreative organizzate dagli ospedali per tenere “allegri” i pazienti, delle terapie elettroconvulsivanti (elettroshock) subite dalla protagonista, dell’insulinoterapia, della sua promessa e poi scampata lobotomia.

La scena che più mi ha colpito è stata quella di Istina seduta tutto il giorno a un tavolo dal quale non le era permesso alzarsi, tanto che era costretta a fare i suoi bisogni per terra. Pazienti spesso trattati come animali, camicie di forza, lobotomie: questo era lo stato della psichiatria verso la metà del secolo scorso, e ricordiamoci che non parliamo di così tanti anni fa, e che era così in tutto il mondo, Italia compresa, non solo in Nuova Zelanda.

Un affresco della cosiddetta follia toccantissimo, anche perché scritto in prima persona, spesso utilizzando una sorta di flusso di coscienza che ci fa finire dentro i pensieri e le paure della protagonista. Forse non ai livelli di La campana di vetro di Sylvia Plath e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, né tantomano ai livelli dell’inarrivabile autobiografia di Kay Redfield Jamison, Una mente inquieta. Ma comunque bellissimo, toccante, straziante.

Mi ha fatto anche un po’ male leggerlo, tanto che a volte, sebbene tenda a tenere incollati alle pagine, ho dovuto smettere la lettura perché era troppo forte per me. Io sono giovane, ho 32 anni, non ho per fortuna vissuto quello che viene descritto in questo libro e in altri libri come questi, come quelli che ho citato sopra. Ma ho vissuto la follia e leggerla mi fa male, anche se lo trovo spesse volte necessario e imprescindibile. Perché questi lavori sono reportage più che romanzi – tanto che Faces in the Water è stato anche utilizzato come libro di testo in alcune facoltà di Medicina. Un modo per vedere come ci si comportava nei confronti dei “pazzi” fino a non tanti decenni fa. Perché non si ripeta mai più quello che queste persone hanno dovuto subire.

Ci sarebbe ancora tanto altro da dire su questo libro, ma non voglio farmi male e perciò decido di terminare qui questa recensione, ricordandovi che il libro è stato tradotto anche in italiano, e si trova con il titolo Volti nell’acqua o anche Dentro il muro.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

[Incipit] La casa delle bambine che non mangiano

METAFORE E MUTAZIONI

Una malattia della modernità

SIAMO FATTI DI PEZZI DI MONDO

Il rapporto con il cibo è strettamente connesso al nostro rapporto con il mondo ed ognuno, attraverso il gesto di nutrirsi, costruisce il proprio particolare pezzo di mondo.
Le parole del filosofo Robert Nozick ci aiutano a capire meglio questo concetto, che ci sarà utile per comprendere le ragioni per cui qualcosa che è fonte di nutrimento e vita possa trasformarsi in una ragione di sofferenza e malattia per milioni di giovani nell’emisfero ricco del mondo: “Il mangiare è un rapporto di intimità. Mettiamo dentro di noi pezzi della realtà esterna; ingoiandoli li mandiamo ancora più dentro, dove vengono incorporati nella nostra materia, nella nostra carne e nel nostro sangue. È straordinario come noi trasformiamo alcune parti della realtà esterna nella nostra stessa sostanza. Quando mangiamo la distanza tra noi e il mondo si riduce al minimo. Il mondo entra in noi; diventa noi. Noi siamo fatti di pezzi di mondo”.
Mangiare con qualcuno può essere un’importante forma di comunicazione, un modo di condividere il nutrimento e l’incorporazione del mondo dentro di noi, oltre che condividere sostanze, gusti, conversazioni e momenti.
I Romani erano offesi con gli Ebrei che non volevano consumare i pasti con loro e nel mondo antico ai viandanti veniva offerto un tetto e un giaciglio, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di condividere il pasto con degli sconosciuti, perché da sempre questo era avvertito come un legame eccessivamente intimo.
L’intesa e l’intimità crescono quando allentiamo le nostre normali barriere fisiche per ingerire qualcosa; non è un caso che quando vogliamo incontrare qualcuno, spesso proponiamo di andare a mangiare insieme. L’amorevole preparazione del cibo, la sua bellezza, la sensualità del mangiare, la tranquilla e piacevole condivisione quotidiana dei pasti. Tutto questo può essere un modo di stare affettuosamente insieme, per condividere un frammento di mondo.
Per molti esseri umani il cibo significa fondamentalmente una cosa: la difficoltà, tavolta l’impossibilità, di trovarne. La distruzione e la disperazione che questo comporta è una cosa di cui dovremmo ricordarci sempre, anche quando studiamo il significato sociale e simbolico del cibo laddove ce n’è in abbondanza.
Ma il mangiare ha, oltre la dimensione antropologica e sociale, quella individuale, profondamente ancorata al nostro essere nel mondo.
Mangiare con consapevolezza restituisce forti emozioni: del mondo come fonte di nutrimento; di noi stessi in quanto degni di ricevere tale nutrimento, eccitamento, contatto primigenio con la madre nutrice; sicurezza di essere a casa propria nel mondo, legame con altre forme di vita, e anche gratitudine – aggiungerà l’uomo di fede – per i frutti della creazione.

Laura Dalla Ragione, La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2005. 158 pagine, 16 euro.

* La mia recensione al libro.
* Un’altra recensione.
* Il libro sul sito dell’editore, dove è possibile leggere indice, presentazione, prefazione e introduzione.
* Lo speciale del TG1 sulla casa di Todi.
* La residenza Palazzo Francisci di Todi.
* La Federazione Italiana Disturbi Alimentari, il sito di riferimento per chi voglia capirci qualcosa.
* I disturbi del comportamento alimentare sul sito del Ministero della Salute.
* L‘anoressia.
* La bulimia.