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Perché il blog è in stand-by

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Hör mich atmen

Era perfettamente aderente, come una seconda pelle. Come una prima pelle. Tanto che non me ne accorgevo. Non me ne ricordavo, forse, o forse addirittura non lo sapevo.
Poi ho avvertito una sensazione, un lembo che si sollevava.
Non credo che fosse solo un lembo.

Odio stare senza maschera.

[Qualcuno mi ha detto riccio. Era la parola giusta, sì].

*

Un’altra cosa, collegata ma decisamente diversa (almeno come soggetto pensato).

È stato un errore per molti motivi. Gli ho detto che era presuntuoso per cercare di frenare manie di grandezza che in quel momento non c’erano.

Però.

Fra amici, parenti, amanti e conoscenti, sei l’unico con cui io non sia emotivamente anoressica.

1-0 per te, R. (A 0 sono io, meglio puntualizzare).

*

Non ho fatto apposta. Ma come titolo mi è venuto questo, "ascoltami respirare".
Ma sono poco originale. L’idea che avevo in testa era, ovviamente, un brano degli Einstürzende Neubauten.
Giuro che non ho fatto apposta. Un’associazione di idee. Ma è quello che dice:

Hör mich nur atmen
doch das beweist nichts

inmitten meiner Kreise
doch deren Mitte bin ich nicht

regungslos
wartend
wartend

Wenn du kommst, kommst du mit Licht
du kommst strahlend
zehrst meinen Schatten auf
zählst meine Kerben
und schlägst mich auf
öffnest mein Versteck
und liest mich laut
damit auch ich
mich
hören kann

wenn du gehst, fragst du:
wer von uns beiden glaubst du
ist der Geliebte? Wer von uns
ist der Geliebte?

È Fiat Lux, da Haus der Lüge. Qui c’è la traduzione in italiano, ho ritrovato il sito.

Una domanda (apparentemente) frivola

Ogni tanto fa bene interrogarsi sul perché, di cosa ci si innamora. Capita, a volte, che l’amato/a ce lo chieda e non si sappia rispondere perché non si sa dare voce a una cosa troppo evidente. Capita di chiederselo quando si sta insieme e quando le cose finiscono. Capita quando una ragazza di 23 anni ci confessa che si è innamorata di un conto in banca e di una Mercedes. Capita quando si legge questo libro che (per il momento?) ho accantonato per mancanza di tempo e per un motivo che prima o poi vorrei spiegarvi.

Di che cosa vi innamorate, voi? Di che cosa vi siete innamorati, questa volta, l’ultima volta che vi siete innamorati?

Io: della sensibilità, di una cultura di altissimo livello, di un timbro di voce. In seguito ho amato, oltre a questo, l’ironia (compresa l’autoironia), la capacità di farmi ridere (e intendo non sorridere ma proprio ridere a crepapelle – e, a tutt’oggi, resta l’unica persona che ne è capace), la comunanza di interessi, l’arricchimento, una certa attitudine da nerd ma solo un po’ (che mi si attaglia alla perfezione), una corrispondenza praticamente perfetta, la sensualità (intesa in senso lato come la capacità di amare e godere la vita con tutti e cinque o sei o sette i sensi), la passionalità. Ancora in seguito, ho amato l’imperfezione, che dell’oggetto di adorazione ha fatto un oggetto d’amore.

Poi mi sono fermata, ci ho riflettuto, e mi sono accorta che quasi tutto quello che ho amato è quello che ho strenuamente rifiutato per tutta la vita.

Autostima (cose che si imparano a teatro)

  • Non sempre le donne vestite da superfighe sono effettivamente superfighe.
  • A volte una donna bellissima è un uomo.

Son cose.

Provare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio.

Da questo si riconosce colui che ha disposizione
per la ricerca interiore: dal fatto che porrà al di sopra di
qualunque riuscita il fallimento, lo cercherà perfino,
inconsciamente s’intende. Perché il fallimento, sempre

essenziale, ci svela a noi stessi, ci permette di vederci
come ci vede Dio, mentre il successo ci allontana da
quanto di più intimo c’è in noi e in tutto.

E.M. Cioran, L’inconveniente di essere nati

Il problema è questo avvoltoio – senso di fallimento sulla spalla, eppure i miei nuovi compagni di università mi ammirano come una che ha fatto tante cose nella vita.

Ho 26 anni, ho vissuto in quattro città diverse compreso il mio paesino, quattro regioni; ho cambiato tre atenei; ho scritto un libercolo al computer, l’ho stampato e l’ho fotocopiato; ho scritto una tesi su un argomento sul quale in Italia avevano scritto poche pagine solo Luciano Zagari e Claudio Magris; ho trovato la mia anima gemella e l’ho amata così tanto da farla scappare; ho pubblicato tre brevi traduzioni; faccio parte della giuria di un concorso letterario; ho lavorato a tempo pieno; ho conosciuto tante persone, alcune delle quali mi hanno voluto bene; sono sopravvissuta a due depressioni, una delle quali così brutta che il mio psichiatra di sempre gettò la spugna; ho imparato a correggere le bozze, a progettare copertine plaquette e volumi, a stampare col torchio; ho studiato l’inglese e il tedesco, ma anche il francese, ma anche il russo, ma anche lo spagnolo.

Non è abbastanza perché avrebbe dovuto essere tutto più grandioso, io più geniale.

Eppure, se ho fallito, l’ho fatto con stile. E ora provo di nuovo, prima in ginocchio, poi di nuovo in piedi, e fallirò di nuovo ma fallirò meglio.

Io mi rialzo sempre in piedi – prima in ginocchio – , non fosse che per sfida, alla faccia di chi mi vuole fallita, di chi mi crede fallita, non fosse che per guardarli dall’alto in basso.
Mi rialzo per rabbia, perché mi acceca: che siamo sempre soli – prima è un coltello dentro la piaga già profonda, poi mi adira, e l’ira mi acceca ma poi mi risveglia.

Riprendo le trasmissioni. Il mood è cinico, ma solo per un po’. (Mi sto facendo compagnia – ottima compagnia – con Cioran e Caraco, ma anche con Margaret Atwood).

Glorious scenes. Glorious scenes! Nobody made
scenes like hers. Vulgar as all-get-out. Of course,
she would always apologize afterwards. She
needn’t have done. Not to me.

Margaret Atwood, Death Scenes, in Good Bones