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Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio (Croazia)

Ödön von Horváth, Jugend ohne Gott, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1970.

Due parole prima di tutto sull’autore. Ödön von Horváth nasce nel 1901 a Fiume, che è il motivo per cui ho scelto di leggerlo per la Croazia, sebbene l’autore sia assolutamente austro-ungarico (scrive infatti in tedesco). Lo scrittore è da alcuni considerato il più grande drammaturgo di lingua tedesca dopo Brecht e in ogni caso è abbastanza unanimemente accolto come un importante autore di lingua tedesca. Ciononostante non è molto noto in Italia e io stessa lo conoscevo solo grazie ad alcuni professori universitari che mi hanno aiutata ad avvicinarmi alla letteratura austriaca e/o austro-ungarica. Horváth muore a Parigi nel 1938, a neppure 37 anni, colpito da un albero caduto sugli Champs Elysées. Ha dunque vissuto i primi anni del nazismo, ma per sua fortuna non la guerra.

Il libro, che io ho letto in tedesco, è stato pubblicato in Italia come Gioventù senza Dio prima da Bompiani e in seguito da Baldini & Castoldi Dalai.

Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista, un trentacinquenne insegnante di geografia e storia che lavora quotidianamente con ragazzi appena adolescenti. I protagonisti non hanno nomi ma soltanto iniziali, e anche il periodo in cui si svolge la vicenda non è menzionato, sebbene sia chiaro che ci troviamo agli albori del periodo nazista, fra le due guerre.

L’io narrante non è un insegnante amato dai suoi allievi, per nulla, perché contrasta, seppure debolmente, un certo tipo di pensiero che si va facendo imperante. Ad esempio, in un tema uno dei suoi alunni scrive che i “negri” sono esseri inferiori e l’insegnante lo riprende, spiegandogli che anche loro sono esseri umani. Per questo verrà abbondantemente redarguito dal padre dello scolaro e tutti gli alunni sottoscriveranno una lettera per chiederne la rimozione. I ragazzini non fanno che ripetere slogan e affermazioni sentiti alla radio e l’opposizione dell’insegnante, così come del resto del corpo docente e, per estensione, degli adulti, è flebile seppur presente.

Gli alunni partecipano a un’esercitazione militare della durata di alcuni giorni, durante la quale uno di loro scompare e viene poi trovato morto. Da qui si dipana una sorta di trama “gialla”, perché l’insegnante si mette alla ricerca del colpevole e le cose si fanno piuttosto intricate. Tuttavia questo libro non è per niente un giallo, non è affatto un libro “d’evasione”, ma un testo molto più profondo che sconfina nel filosofico.

Temi principali del romanzo sono la colpa, concreta e vicaria, l’assunzione di responsabilità, l’esistenza di Dio. E l’avvio di una nazione verso il baratro. La presenza di Dio è costante in questo romanzo: l’insegnante si dichiara ateo, ma sarà costretto a riconoscere la presenza di Dio, che è però una presenza “terribile”, un’entità tutt’altro che buona, perché permette il male e non ne fornisce giustificazione né attenuante. La generazione di adolescenti con cui l’insegnante lavora è una “gioventù senza Dio” perché, in linea con il pensiero che si va facendo dominante, non ha né riconosce principi morali. Il male è imperante, ma l’insegnante decide a un certo punto di opporvisi, sebbene ciò avvenga a un enorme costo personale.

Il libro è lungo appena 157 pagine nella mia edizione, ma presenta una profondità di temi impressionante per un romanzo tanto breve, e anche la scrittura è limpida e molto piacevole da leggere. Il romanzo si legge in poche ore ed è difficile lasciarlo perché, nonostante la profondità e, quindi, la complessità, coinvolge moltissimo. Il punto non è “arrivare alla fine” né “scoprire il colpevole”, sebbene siano comunque due sproni importanti alla lettura, ma piuttosto immergersi nel mondo che, come l’autore ci fa vedere, si va facendo marcio, soprattutto nelle giovani generazioni, che saranno gli adulti di domani. Ma anche gli adulti di oggi non sono messi molto meglio perché deboli, restii ad agire, ad assumersi le proprie responsabilità, a muoversi per evitare il male.

Per convincervi a leggerlo, vi consiglio infine un’ottima recensione, che potete trovare qui.

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[Incipit] Ödön von Horváth, Jugend ohne Gott

Die Neger

25. März.
Auf meinem Tische stehen Blumen. Lieblich. Ein Geschenk meiner braven Hausfrau, denn heute ist mein Geburtstag.
Aber ich brauche den Tisch und rücke die Blumen beiseite und auch den Brief meiner alten Eltern. Meine Mutter schrieb: »Zu deinem vierunddreißigsten Geburtstage wünsche ich Dir, mein liebes Kind, das Allerbeste. Gott, der Allmächtige, gebe Dir Gesundheit, Glück und Zufriedenheit!« Und mein Vater schrieb: »Zu deiner vierunddreißigsten Geburtstage, mein lieber Sohn, wünsche ich Dir alles Gute. Gott, der Allmächtige, gebe Dir Glück, Zufriedenheit und Gesundheit!«
Glück kann man immer brauchen, denke ich mir, und gesund bist du auch, gottlob! Ich klopfe auf Holz. Aber zufrieden? Nein, zufrieden bin ich eigentlich nicht. Doch das ist ja schließlich niemand.
Ich setze mich an den Tisch, entkorke eine rote Tinte, mach mir dabei die Finger tintig und ärgere mich darüber. Man sollt endlich mal eine Tinte erfinden, mit der man sich unmöglich tintig machen kann!
Nein, zufrieden bin ich wahrlich nicht.
Denk nicht so dumm, herrsch ich mich an. Du hast doch eine sichere Stellung mit Pensionsberechtigung, und das ist in der heutigen Zeit, wo niemand weiß, ob sich morgen die Erde noch drehen wird, allerhand! Wie viele würden sich sänftige Finger ablecken, wenn sie and deiner Stelle wären?! Wie gering ist doch der Prozentsatz der Lehramtskandidaten, die wirklich Lehrer werden können! Dank Gott, daß du zum Lehrkörper eines Städtischen Gymnasiums gehörst und daß du also ohne große wirtschaftliche Sorgen alt und blöd werden darfst! Du kannst doch auch hundert Jahre alt werden, vielleicht wirst du sogar mal der älteste Einwohner des Vaterlandes! Dann kommst du an deinem Geburtstag in die Illustrierte, und darunter wird stehen: »Er ist noch bei regem Geiste.« Und das alles mit Pension! Bedenk und versündig dich nicht!

Ödön von Horváth, Jugend ohne Gott, suhrkamp, Frankfurt am Main 1970. 157 pagine.

* Il libro su Projekt Gutenberg (in tedesco).
* Una recensione al libro in italiano (tradotto come Gioventù senza Dio).
* Un’altra recensione in italiano.
* L’autore su Wikipedia.

Fede speranza carità

Scena prima

Luogo dell’azione: davanti all’istituto di anatomia, con finestre dai vetri bianchi.
Elisabeth sta per entrarvi, si guarda ancora una volta attorno, incerta, ma non c’è un’anima in giro.
In lontananza un’orchestrina intona la ben nota Marcia funebre di Chopin, ed ora un giovane poliziotto – Alfons Klostermeyer – passa lentamente accanto ad Elisabeth, in apparenza quasi senza osservarla. È primavera.

Scena seconda

ELISABETH (si rivolge improvvisamente al poliziotto mentre la marcia funebre svanisce in lontananza). Mi scusi per favore… Sto cercando l’anatomia.
POLIZIOTTO. L’istituto di anatomia?
ELISABETH. Insomma, lì dove sezionano i cadaveri.
POLIZIOTTO. Quel posto lì? È questo qua.
ELISABETH. Ah bene, allora.
Silenzio.
POLIZIOTTO (sorride). Badi, però, signorina… lì dentro tengono le teste tagliate tutte messe in fila.
ELISABETH. Io non ho paura dei morti.
POLIZIOTTO. Neanch’io.
ELISABETH. Da tanto tempo ormai non ho più paura di niente.
POLIZIOTTO. Se è così… (Accenna un saluto, ed esce).

Scena terza

Elisabeth segue con un’occhiata ironica il poliziotto, poi si fa coraggio e preme il campanello dell’istituto di anatomia. Si sente squillare il campanello e subito si affaccia il preparatore in camice bianco. Sta sulla porta e fissa l’apparentemente irresoluta Elisabeth.

Scena quarta

PREPARATORE. Desidera?
ELISABETH. Vorrei parlare con qualcuno dei responsabili di qui…
PREPARATORE. Per quale motivo?
ELISABETH. Per un motivo urgente.
PREPARATORE. C’è qualche suo parente morto qui da noi?
ELISABETH. Non riguarda un parente morto, riguarda me personalmente.
PREPARATORE. E a che proposito?
ELISABETH. Lei qui è uno dei responsabili?
PREPARATORE. Sono il preparatore. Può rivolgersi tranquillamente a me.
Silenzio.
ELISABETH. Il fatto è che mi hanno assicurato che qui uno può vendere il proprio corpo… Cioè: una volta che sarò morta, allora i signori lì dentro potranno fare col mio cadavere tutto quello che vorranno nell’interesse della scienza… Ma che i soldi però me li darebbero prima. Subito.
PREPARATORE. Questa mi riesce nuova.
ELISABETH. Me lo hanno assurato formalmente.
PREPARATORE. Chi?
ELISABETH. Una collega.
PREPARATORE. Qual è la sua professione?
ELISABETH. Ora veramente non faccio niente. Ma potrebbe andar peggio. Io comunque non mi arrendo.
Silenzio.
PREPARATORE. Vendere il proprio cadavere… Cosa non va a mettersi in testa la gente…
ELISABETH. Certo che non si vorrebbe arrivare sempre a questo punto.
PREPARATORE. No no, lei si sbaglia di grosso… (Estrae di tasca un sacchetto di becchime e ne dà ai colombi che volano giù dal tetto dell’istituto di anatomia. I colombi conoscono bene il preparatore, si siedono sulla sua spalla e beccano il mangime dalla sua mano).

Da: Ödön von Horváth, Teatro popolare, Adelphi, Milano 1974. Traduzione di Umberto Gandini e Emilio Castellani.

Su Ödön von Horváth, in tedesco.
Sul teatro di Ödön von Horváth, in italiano.
I testi di Ödön von Horváth su Projekt Gutenbert-DE, in tedesco. Nello specifico, questo Glaube Liebe Hoffnung.
Il libro da cui ho tratto la citazione (contiene, oltre a Fede speranza carità, anche Notte all’italiana, Storie del bosco viennese e Kasimir e Karoline).