Thomas Mann, I Buddenbrook

Thomas Mann, I Buddenbrook (tit. originale Buddenbrooks. Verfall einer Familie), Mondolibri, Milano 1992. Traduzione di Anita Rho.

Il romanzo è diviso in undici parti, ma la storia della famiglia Buddenbrook si può secondo me dividere in due sole parti: la prima, quella della prosperità della famiglia e della ditta con il vecchio Johann prima e suo figlio Johann/Jean poi; la seconda quella della decadenza, che ha inizio con Thomas, figlio di Jean. Più o meno la prima parte occupa un po’ più della metà del libro, e il resto è dedicato alla seconda.

Mi sono approcciata a questo romanzo, che volevo leggere da tempo, con la (quasi) certezza che lo avrei amato. Invece per la prima metà è stato estremamente difficile amarlo. Non concordo con chi dice che le prime pagine (chi dice 30, chi dice 100 – consideriamo che tutte sono 689) siano difficili/pesanti/noiose e che perseverando la situazione migliora. Non ho trovato pesante nemmeno una pagina di questo lungo romanzo. Al contrario, è un libro di una scorrevolezza invidiabile, che si legge con piacere estremo, soprattutto grazie alla bellezza della prosa. Certo, questa bellezza si va necessariamente a perdere in traduzione, eppure dietro la trasposizione in un’altra lingua si riesce ancora a vedere che la prosa è eccelsa. Non che potesse essere diversamente, con un premio Nobel del calibro di Thomas Mann. Eppure non era così scontato, se si pensa che questo romanzo è stato pubblicato quando l’autore aveva appena 26 anni.

Ma torniamo a quello che stavo dicendo. Dicevo che la prima parte, quella in cui la famiglia Buddenbrook prospera, l’ho trovata difficile da amare. Naturalmente è scritta benissimo così come tutto il libro, naturalmente la storia di questa famiglia è resa molto interessante da Mann, naturalmente il romanzo mi è piaciuto fin dall’inizio. Semplicemente non l’ho amato, e ho sentito tanto più questa “delusione” in quanto mi ero approcciata ad esso con la ferma convinzione che me ne sarei perdutamente innamorata. Le aspettative troppo alte sono sempre una fregatura, lasciatemelo dire.

Le cose sono cambiate drasticamente quando ho cominciato a intravedere le prime tracce della decadenza di cui si parla nel sottotitolo, che recita “Decadenza di una famiglia”. Forse amo le storie più cupe rispetto a quelle di abbondanza e prosperità? Possibile. Certo è che Mann eccelle nella narrazione sia dell’uno che dell’altro aspetto, sia della prosperità che del disfacimento. Eppure la lunga agonia della famiglia Buddenbrook l’ho trovata superba. Non così la parte più “felice” della lunga vita della famiglia Buddenbrook.

*Non leggete oltre se non volete spoiler!*

Ci sono alcune parti nel romanzo che sono semplicemente meravigliose nella loro cupezza e verosimiglianza. Le pagine in cui la vecchia consolessa Elisabeth Buddenbrook, moglie del console Jean e madre di Thomas, muore di polmonite, sono fra le più toccanti che io abbia mai letto. La descrizione dell’agonia della donna, prolungata a dismisura dall’accanimento bestiale dei due medici che, anziché lasciarla morire in pace, le somministrano farmaci per rinforzare il cuore al fine di donare qualche minuto in più ai familiari e senza minimamente curarsi delle atroci sofferenze della consolessa, questa descrizione è minutamente dettagliata e realistica. Mi sono arrabbiata terribilmente con i due medici, pensando con appena un pochettino di sollievo che un accanimento simile oggi, sebbene assistiamo spessissimo a casi di brutale accanimento terapeutico, non sarebbe comunque possibile a quei livelli. Non lo concepiremmo nemmeno, o almeno è quello che voglio sperare.

Subito dopo la morte della consolessa, bellissima è la scena in cui viene descritta la riunione dei figli in cui essi devono decidere come spartirsi gli oggetti lasciati dalla madre: biancheria, argenteria, mobili e così via. Le liti che si vengono a creare, con la donna appena deceduta nell’altra stanza, sono qualcosa di incredibile. Non incredibile nel senso che non si può credere che cose del genere avvengano, anzi proprio il contrario: la verosimiglianza e la cattiveria di questa scena fanno rimanere di stucco.

Il lento (ma non poi così lento!) decadere della famiglia viene descritto da Mann in modo inesorabile, impietoso. La seconda metà del libro non ha a mio parere una sbavatura, un di più, uno scivolone grande o piccolo che sia. È semplicemente perfetta.

Quanto ai personaggi, è stato detto e ridetto che Mann si identifica soprattutto con i fratelli Thomas e Antonie detta Tony e con il figlio di Thomas, Hanno. È stato anche detto e ridetto che l’autore per i personaggi di questo romanzo si è ispirato alla propria famiglia, se vi interessa potete leggere la pagina molto ben fatta di Wikipedia, sempre che non vi spaventino gli spoiler. Di mio posso solo dire che ho trovato quasi tutti i personaggi odiosi e pieni di boria, ma proprio per questo li ho trovati ben caratterizzati e tratteggiati. Dopotutto stiamo parlando di una famiglia dell’alta borghesia nella Germania dell’Ottocento, per cui è ovvio che ci troviamo di fronte a persone boriose e arroganti. E non è strano che siano antipatiche.

Ad ogni modo, il personaggio che mi è piaciuto di più, pur non trovandola simpatica, è Tony, che compare fin dalla prima pagina, bambinetta di otto anni, per poi chiudere il libro all’età di cinquant’anni. Non è lei la protagonista del romanzo, perché protagonista è l’intera famiglia Buddenbrook, ma comunque è chiaro che è un personaggio caro all’autore. Tony è una donna sconfitta dalla vita che però, salvo che nelle due ultimissime pagine, non si butta giù sebbene ne dia l’impressione (quel continuo lamentarsi di Grünlich!…). È un personaggio a tutto tondo (come anche gli altri, in effetti) che risulta forse la più forte componente della famiglia, sebbene sia quella che è stata continuamente presa a schiaffi dalla vita. È descritta perfettamente, e questo la rende non solo credibile ma anche piacevole da seguire nelle sue vicende e nei suoi pensieri.

Molti dicono di aver amato il piccolo Hanno, l’ultimo erede maschio della famiglia Buddenbrook, che porta definitivamente alla rovina la sua famiglia morendo di tifo e facendo così del tutto seccare l’albero dei Buddenbrook. Io non l’ho apprezzato particolarmente, sebbene sia, come gli altri, ben caratterizzato, e sia protagonista di un paio delle mie scene preferite dopo quella della morte della nonna. Parlo delle scene a scuola, quando alla fine del libro Mann descrive in modo iperrealistico una giornata tipica del piccolo Hanno (ormai non tanto più piccolo, è un adolescente, ma viene sempre chiamato “il piccolo Hanno”). Ma parlo anche, e soprattutto, della scena in cui il piccolo Hanno (qui sì, bambino), quasi sovrappensiero, traccia una riga sotto il suo nome nell’albero genealogico nell’importantissimo quaderno di famiglia… giustificandosi davanti al padre adirato dicendo che pensava che poi non sarebbe più venuto nulla. Mai ci fu frase più profetica! Se Hanno avesse potuto sapere quanta verità ci sarebbe stata in questo suo pensiero…

In conclusione, è un romanzo che raccomando, tuttavia vi consiglio di non fare come me e avvicinarvi al libro senza aspettative, così potrete godervelo meglio.

Nobel per la letteratura 2009

Quest’anno per qualche motivo a me sconosciuto avevo seguito i pronostici, su siti italiani. Davano per certo Amos Oz, al limite Abraham Yehoshua, forse Assia Djebar. E invece, ha vinto Herta Müller. E come l’anno scorso, ci hanno sorpreso e siamo caduti dalle nuvole. Pare che invece i bookmakers americani la dessero per favorita già ieri. Sia come sia, i pronostici si rivelano come sempre del tutto aleatori.

Herta Müller è una bella signora di 56 anni, nata in Romania nel 1953 e appartenente alla minoranza tedesca degli Schwaben, si è trasferita in Germania, dove vive, nel 1987, per sfuggire alla dittatura di Ceausescu.

Noi italiani non la conosciamo, perché di suo sono state tradotte pochissime cose, anni fa, e ora in commercio c’è soltanto, per il momento, il romanzo Il paese delle prugne verdi, pubblicato dalla piccola Keller di Rovereto l’anno scorso. Il romanzo, per inciso, nell’originale tedesco si intitola Herztier, che è una parola inventata molto particolare, che potrebbe essere tradotta come “bestia del cuore”. Herta Müller, però, non è una sconosciuta, infatti in Germania gode di ampio seguito ed è pubblicata da Rowohlt e da Hanser, che non sono proprio due piccoli editori, e ha vinto diversi premi internazionali, fra cui l’IMPAC Dublin Literary Award nel 1998, che è forse il più prestigioso premio letterario dopo il Nobel. Perciò proviamo a ricordarcelo, quando domani leggeremo i commenti dei soliti giornalisti che abbaiano contro l’illustre sconosciuta (ne ho già letto uno online).

Un curiosità: grazie all’attento R., che ho stressato tutto il pomeriggio per farmi comunicare il nome del vincitore (e difatti me l’ha detto lui), ho ascoltato un pezzo di intervista fatta da Radio 2 all’editore Keller, il quale pare abbia pagato meno di mille euro i diritti per la traduzione del romanzo.

Qui c’è la pagina Wikipedia in tedesco, se volete.
Qui c’è la pagina dedicata al libro sul sito dell’editore italiano, con una raccolta di recensioni e un estratto da scaricare.
Infine, se volete, potete ascoltare la voce di Herta Müller che legge le sue poesie su Lyrikline.