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Irène Némirovsky, David Golder – 1929

Irène Némirovsky, David Golder (tit. originale David Golder), Newton Compton 2012. Traduzione di Alessandra Maestrini. Edizione originale 1929.

David Golder ha l’oro già nel nome. Un libro sulla passione selvaggia per il denaro, che contagia tutti, nessuno escluso.

David Golder è un uomo d’affari che, all’inizio del libro, a seguito di una speculazione finanziaria, praticamente spinge al suicidio il suo amico e socio Simon Marcus. Ma David Golder non sarà particolarmente toccato da questo avvenimento, anzi. L’importante è fare soldi, soldi, soldi, senza guardare in faccia nessuno. E questo è il motto di tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali a quelli meno importanti, compresi quelli che vediamo appena di sfuggita, come può essere ad esempio la moglie di Marcus, che cerca di risparmiare il più possibile sulla bara per il marito.

Ma le più ferocemente avide sono senza dubbio la moglie e la figlia di David Golder, Gloria e Joyce, che non fanno altro che chiedere soldi al marito/padre, benché siano già ricoperte di gioielli dalla testa ai piedi e abbiano già tutto quello che vogliono. Ma, come dice Joyce, lei vuole tutto: amore, soldi, felicità, tutto; altrimenti sarebbe meglio morire. Donne che non indietreggiano davanti a niente pur di avere i loro soldi, che danno per scontati come qualcosa che gli è dovuto.

Nemmeno la grave malattia di David Golder le fa desistere dal loro scopo, ed è così che David Golder ha iniziato a farmi un po’ pena, perché sebbene sia vero che anche lui è avido e spietato, ci sono delle scene in cui non ho potuto evitare di, quasi, soffrire per lui, schiacciato dal peso di queste due donne orribili. Ci sono pagine di un’intensità tremenda, dove viene fuori tutto il veleno di Gloria, tutta la frivolezza malvagia di Joyce.

Per questo non ho capito fino all’ultimo se questo libro mi fosse piaciuto o meno, perché sicuramente è un libro estremamente disturbante nel suo ruotare incondizionatamente intorno al dio denaro, ma proprio per questo possiede una forza rara. La forza di mettere il lettore di fronte all’orrore dell’avidità più estrema, di farlo riflettere, di farlo indignare, di farlo addirittura schifare di fronte a questi personaggi. E allora il libro è bellissimo, se si riesce ad andare oltre allo schifo che questi personaggi e queste situazioni suscitano.

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski (tit. originale Di mishpohe Karnovski), Newton Compton, Roma 2015. Traduzione dallo yiddish di Martina Rinaldi e David Sacerdoti.

Dopo aver letto I fratelli Ashkenazi l’anno scorso mi sono sentita orfana e ho comprato alcuni ebook di Israel J. Singer, fra cui questo che è un altro dei suoi romanzi più famosi. Ed è successo di nuovo, mi sono sentita orfana di nuovo, e di più: ho l’impressione che dopo aver letto Israel J. Singer niente più sarà lo stesso, e che tutti i libri da ora in poi non potranno che sembrare scialbi al confronto, tutti gli autori mediocri. Israel J. Singer fa questo effetto.

Di nuovo, così come ne I fratelli Ashkenazi, ci troviamo di fronte a una saga familiare che è tanto più di questo. La famiglia questa volta è Karnowski, una famiglia ebrea di Melnitz, in Polonia, il cui capostipite David decide di trasferirsi a Berlino a seguito di una disputa religiosa. Il romanzo segue la storia di David, di suo figlio Georg e del figlio di questi, Joachim Georg detto Jegor. La maggior parte del romanzo si svolge a Berlino, ma la terza parte si svolge in America.

David, andando a Berlino, decide di vivere “come un ebreo in casa, e come un tedesco fuori casa”, il che significa che in casa sarà un ebreo devoto, ma fuori il suo obiettivo è conformarsi in tutto e per tutto ai tedeschi: nella lingua, nello stile di vita, nel modo di esprimersi, insomma in tutto. A suo figlio Georg trasmette questo concetto fondamentale, ma Georg è un ribelle. Jegor sarà ancor più ribelle, anche se il termine giusto che potremmo usare per descriverlo è disperato, plagiato da suo zio, il fratello ariano di sua madre (Georg sposa infatti una gentile). Jegor è infatti bambino e adolescente nella Germania nazista subito prima della seconda guerra mondiale (il romanzo è stato scritto nel 1943 e Singer è morto nel 1944).

La descrizione di questa famiglia è semplicemente meravigliosa, i personaggi sono caratterizzati in maniera superba, anche i comprimari; ad esempio non credo di aver mai trovato in letteratura una figura tanto sfaccettata e ben rappresentata come Elsa Landau, che non ho potuto fare a meno di amare. Anche Jegor è caratterizzato in maniera eccellente, l’evoluzione o meglio l’involuzione del personaggio è estremamente verosimile in quelle circostanze e in quel contesto. Jegor è un personaggio odiosissimo, ma molto sofferente, e tutto questo è ben rappresentato e si evolve alla perfezione nel corso del romanzo.

Oltre alla storia della famiglia Karnowski, l’autore ci racconta il clima che si respirava in Germania fra le due guerre: gli eroi tornati in patria subito dopo la prima guerra mondiale e che si sentivano orfani senza la guerra, il risentimento contro i “nemici della patria”, il nascente odio nei confronti degli ebrei che sfocia in persecuzioni, pestaggi, uccisioni, discriminazioni di ogni tipo. In questo, La famiglia Karnowski è quasi meglio di un libro di storia, perché immerge il lettore in un’atmosfera asfissiante di odio, di disperazione, di caccia al più debole; il tutto visto attraverso le vicende di una famiglia di ebrei illustri anche se immigrati, e attraverso le vicende di un ragazzo figlio di una coppia mista e perciò lacerato. Jegor viene plagiato dal fratello di sua madre, che gli infarcisce la testa di teorie razziali e sogni di gloria in guerra, e questo sarà la rovina del ragazzo.

Ma in fondo al libro c’è uno spiraglio di luce, seppure piccolissimo, e tuttavia non ci è dato sapere il prosieguo della vita di questa famiglia. Cosa che mi è dispiaciuta molto, perché avrei potuto leggere altre 400 pagine senza alcun problema e anzi con grande interesse. Questo fanno i libri di Israel J. Singer: sembrano sempre troppo corti anche quando corti non sono affatto.

Ora passo a leggere altro, ma come dicevo, con la consapevolezza di aver “perso” degli amici, con la consapevolezza di vette inarrivabili, con la consapevolezza che tutto non potrà che essere in scala di grigi per un po’.

Franz Kafka, America – 1927

Franz Kafka, America (tit. originale Amerika), Newton Compton, Roma 1991. Traduzione dal tedesco di Mirella Ulivieri.

Questo romanzo è stato scritto da Kafka tra il 1911 e il 1914 e mai più ripreso in mano prima della sua morte. Rimasto dunque incompiuto, è stato pubblicato nel 1927, dopo la morte dell’autore. Il meno famoso tra i romanzi di Kafka, è infatti l’ultimo che mi mancava da leggere per completare la lettura di tutte le opere del grande praghese.

Noto in tedesco anche come Der Verschollene, “lo scomparso”, racconta la storia di Karl Rossmann, un ragazzo di neppure sedici anni che è stato sedotto (violentato, diremmo meglio) da una donna di servizio della sua famiglia e quindi esiliato in America dai genitori. La donna, che avrebbe potuto essere sua madre in quanto a età, è infatti rimasta incinta, onta delle onte per una rispettabile famiglia borghese.

Il romanzo inizia al porto di New York, dove la nave con cui Karl ha fatto la traversata oceanica è appena arrivata. Per meglio dire, il romanzo inizia ancora a bordo della nave, dove Karl, già pronto a scendere con la sua valigia, si mette alla ricerca dell’ombrello dimenticato in cabina. Inizia qui la sua avventura americana e le sue disavventure, che lo porteranno dalla casa del ricco zio alle strade di New York dove è costretto a cercare lavoro.

Kafka stesso disse che voleva scrivere un «romanzo dickensiano», i critici citano Charlie Chaplin: tutto vero, ma soprattutto questo è un autentico romanzo kafkiano. Qualcuno dice che sia un romanzo più vivace rispetto agli altri scritti di Kafka, forse perfino più leggero, ma alla fine della lettura mi chiedo come qualcuno possa pensare una cosa del genere. Il romanzo è sì rocambolesco, in un certo senso, perché segue le vicende (dis)avventurose di Karl, ma è profondamente angosciante in quanto Karl vede distruggersi tutto davanti a sé. Così come profondamente angoscianti sono le descrizioni a cui Kafka ci ha abituato. Le situazioni “kafkiane” sono molte: penso all’avventura di Karl nelle cucine dell’Hotel Occidental, al suo lavoro nello stesso hotel, alla descrizione di alcuni lati della vita come servo di Brunelda.

Inoltre, angosciante è la rappresentazione che Kafka dà dei rapporti di Karl con gli altri, in particolar modo con le donne. Violentato inizialmente dalla donna di servizio (perché dalla descrizione data non si può proprio dire che sia stato “sedotto”), viene poi trattato con grande violenza e malizia da Klara, per poi finire nelle grinfie di Brunelda e Delamarche. L’aspetto sessuale è costantemente insinuato, mai esplicitamente eccetto che nel caso della violenza subita, ma in ogni caso la tensione sessuale è presente in quasi tutto il romanzo. Ed è sempre intrecciata alla violenza.

Alla fine del libro sono inseriti alcuni frammenti che Kafka ha lasciato ma che tuttavia non servono a completare il romanzo. Tuttavia nel leggere Kafka siamo abituati all’incompiutezza e ce ne dobbiamo fare una ragione.

A parer mio si tratta di un grande romanzo di un autore immenso; un romanzo non meno grande di tante altre sue opere più conosciute. Meriterebbe senz’altro di avere più lettori.

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi (tit. originale Di brider Ashkenazi), Newton Compton, Roma 2015. Traduzione dallo yiddish di Bianca Francese e David Sacerdoti.

Se ci si approcciasse a questo libro senza saperne niente e leggendo solo il titolo si potrebbe pensare che sia la storia di due fratelli, tutt’al più una saga familiare. Naturalmente il romanzo è anche questo, ma è anche incredibilmente di più: la storia di una famiglia, sì, ma anche la storia degli ebrei di Polonia, la storia della città di Łódź, la storia dell’industria tessile polacca e di Łódź in particolare, la storia delle rivolte operaie… Questo libro è un’epopea, non un semplice romanzo. 615 pagine, ma se fossero state il doppio le avrei lette con altrettanto piacere. Mi è dispiaciuto molto separarmi da questi personaggi e da tutte queste storie, e non è una cosa che mi succede spesso.

Facciamo però un passo indietro per una piccola premessa che spieghi, a chi non lo conosce, chi è l’autore. Israel Joshua Singer è il fratello del più famoso Isaac Bashevis Singer: quest’ultimo è noto per aver ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 1978. Premesso che non ho ancora letto niente del più famoso Isaac, e che questo è il primo romanzo che leggo di Israel, devo dire che fatico a credere alla minore importanza letteraria del fratello Israel. Naturalmente è rischiosissimo fare un’affermazione del genere senza conoscere bene i due autori (o addirittura non conoscendoli affatto, come nel mio caso), ed è anche e soprattutto molto avventato. Tuttavia quello che voglio dire è che I fratelli Ashkenazi è un’opera di grande importanza e magnitudine. Naturalmente cercherò di approfondire entrambi questi autori, e poi ne riparleremo, per ora complimenti a Newton Compton per aver ripubblicato i romanzi di Israel J. Singer (in catalogo ha anche Yoshe KalbLa famiglia Karnowski, che sicuramente entrano di diritto nella mia lista dei desideri).

Torniamo però al romanzo. È molto difficile per me parlarne in maniera ordinata, primo perché mi ha entusiasmato così tanto che fatico a organizzare i pensieri in maniera coerente, secondo perché c’è talmente tanto dentro questo romanzo che ci vorrebbe una tesi di 200 pagine per parlarne degnamente. Quindi perdonatemi, sarò breve e un po’ sconsclusionata.

Łódź è una piccola cittadina nel prologo, poco più che un villaggio. Ma vedremo che con gli anni crescerà tanto da diventare una delle più importanti città della Polonia, grazie alla sua fiorente industria tessile. Reb Abraham Hirsh è un uomo molto devoto ma poco attento alla moglie, perché più preso dalla devozione che interessato agli affetti familiari. Finalmente la moglie mette al mondo non uno ma due maschi, i gemelli Jacob Bunim e Simcha Meyer, ovvero i famosi fratelli Ashkenazi del titolo. Simcha Meyer, nonostante sia quello che nasce prima (cinque minuti appena), è il più piccolo dei due, e tale resterà per tutta la vita, mentre Jacob Bunim sarà il bello, l’affascinante dei due. Il rabbino aveva profetizzato a Reb Abraham Hirsh che i suoi figli sarebbero stati ricchi, ma non devoti, e questo fa soffrire molto il religiosissimo padre. Tuttavia Simcha Meyer mostra una propensione per gli studi del Talmud e spicca per la sua devozione ed erudizione, almeno da bambino e ragazzo. Jacob Bunim sembra più un sempliciotto, dotato di minore intelligenza, sebbene avvenente. Ma la profezia del rabbino si rivelerà veritiera.

Inutile che io vi stia a dire cosa succede nel romanzo, anche perché la cosa più bella sarebbe  che voi lo scopriste da soli leggendolo. Sappiate soltanto che entrambi i fratelli si inseriranno prepotentemente nell’industria tessile di Łódź e avranno grande successo, seppure in modo molto diverso. Non potrebbero infatti esistere due persone più diverse dei due gemelli.

Tuttavia, come dicevo, Singer segue anche moltissimi altri personaggi tratteggiando altre storie che prese tutte assieme fanno la Storia, quella con la S maiuscola. Quindi ci sono i primi sommovimenti operai sfocianti poi nella rivoluzione, c’è la storia degli innumerevoli pogrom subiti dagli ebrei di Polonia (verso la fine c’è il racconto del pogrom di Leopoli, e sono fra le pagine più belle e agghiaccianti dell’intero libro), c’è il racconto della prima guerra mondiale.

Altri due personaggi importanti sono Tevyeh “il mondo non sta mica finendo” e Nissan, figlio di Reb Noske “l’insegnante”. Operai (il secondo dopo essere stato cacciato di casa dal pio Reb Noske), i due sono fra i principali capi della rivolta operaia e hanno un ruolo di spicco all’interno del romanzo.

Poi si parla di tante altre cose, sebbene non siano fra i temi assolutamente principali: c’è pure violenza, non solo quella della guerra e dei pogrom ma anche quella domestica, c’è prostituzione per fame, ci sono tutti i mille orrori che purtroppo esistono ma di fronte a cui altri autori avrebbero chiuso gli occhi. In questo l’ho trovato un romanzo molto moderno, che non arretra di fronte a nessun piccolo o grande orrore, che non si tira indietro, che fa vedere la realtà così com’è.

Inoltre, se pensiamo che è stato pubblicato nel 1936, dunque prima della seconda guerra mondiale, è un libro tanto più agghiacciante perché ci fa vedere chiaramente che la sorte degli ebrei d’Europa era già scritta, dato che più volte vari personaggi (polacchi) parlano della “sorte che attende gli ebrei”, ovvero la morte e la distruzione totale. Fa venire i brividi tanto è storicamente accurato.

L’anno è cominciato da poco più di un mese, ma finora è il libro più bello di quest’anno, e lo consiglio caldamente a tutti. Non vi accorgerete neppure che siano 615 pagine. Stupendo, e grazie all’amica Nazzarena per avermelo consigliato.

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Gustave Flaubert, Madame Bovary (tit. originale Madame Bovary), Newton Compton, Roma 1993. Traduzione di Ottavio Cecchi.

Sì, ma non era felice, non lo era mai stata. Di dove veniva quella insufficienza della vita, quell’istantaneo imputridirsi delle cose alle quali si appoggiava? Se in qualche parte del mondo c’era un essere forte e bello, un’anima coraggiosa, piena, a un tempo, d’esaltazione e di raffinatezza, un cuore di poeta sotto forma d’angelo, lira dalle corde di bronzo che mandasse verso il cielo epitalami elegiaci, perché, dunque, non dovrebbe incontrarlo? Oh, era impossibile! E niente valeva la pena di una ricerca. Tutto era menzogna! Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia celava una maledizione, ogni piacere il suo disgusto, e i migliori baci lasciavano sulle labbra soltanto l’irrealizzabile desiderio di una voluttà più alta.

Ho letto questo libri pochi mesi dopo aver letto Anna Karenina. Quello mi è piaciuto di più, ma in questo mi sono identificata meglio. Intendiamoci, io non faccio né ho mai fatto né mai mi sognerei di fare nessuna delle cose fatte da Madame Bovary, ma quel senso di vuoto esistenziale, di infinita di noia, di mancanza di piacere, mancanza di interesse, nulla cosmico, è qualcosa che mi è molto noto. Che io non metta in pratica degli agiti allo stesso modo di Emma Bovary è del tutto indifferente, di fatto conosco quella sensazione.

Perciò no, non credo che Emma Bovary sia una donna vana, anche se certo fa di tutto per sembrarlo. Né è una donna annoiata nel senso comune del termine. È, piuttosto, una donna che conosce e soffre la Noia, con la N maiuscola, nel senso cioraniano del termine. Quel vuoto di tutto, vuoto di senso, vuoto assoluto, che ti divora da dentro. E che può avere le conseguenze più svariate: può diventare voglia di scomparire, di non fare niente, può diventare fame di cibo, fame d’amore, come in Emma: fame d’amore e fame di lusso. Emma Bovary ha fame, fame di riempire quel vuoto, che non riuscirà mai a colmare perché non è ad essa esterno, ma interno. Un vuoto interno, niente potrà mai colmarlo, per quanto ci si possa provare, e per forza, se non lo si sa affrontare, porta a conseguenze nefaste. A meno che non si abbia la calma e feroce rassegnazione di un Cioran, che vive la vita divorato dal vuoto della Noia, eppure la vive sempre, fino alla fine. Ma Emma Bovary non è certo Cioran.

Emma Bovary è a tratti insopportabile, a tratti fa pena (nel senso di compassione), ma sempre le sono stata vicina, proprio per tutti questi motivi. Anna Karenina, che a questo romanzo di Flaubert è molto vicino, è scritto in modo più magistrale, se così posso osare di dire, è privo di difetti, perfetto, compiuto, più di Madame Bovary. Ma Madame Bovary è un personaggio a tutto tondo, perfetto a sua volta, più umano di Anna Karenina. A mio modesto parere. Perciò, due romanzi grandissimi, in certo modo simili, eppure diversi.