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[Incipit] Sélim Nassib, L’amante palestinese

Kibbutz. 1923

Regina ha indosso il vestito bianco nuovo che ha portato con sé per ogni evenienza. Volteggia nella camera umida dai colori scialbi, scoprendo le gambe nude. Bionda, abbronzata, rotonda, è quasi bella con i suoi occhi vivaci e quel sorriso buffo che le freme agli angoli della bocca. È il primo giorno soleggiato di aprile dopo una settimana di diluvi. È la vigilia dello shabbat, il tempo è troppo bello per tornare a Gerusalemme. Nazareth le è estranea, lì non conosce nessuno. Si ritrova sperduta assieme al suo bagaglio in una strada in cui si incontrano solo arabi – passano e sembra che non la vedano. Si siede sulla valigia e aspetta. Si comporta sempre così quando non sa più cosa fare. La terra umida la intorpidisce, Regina quasi si addormenta. Un contadino incuriosito, ce n’è sempre uno, scende dal suo carretto e le si avvicina.
«Kibbutz?»
Sembra che voglia aiutarla. Regina si alza.
Dietro le ultime curve compaiono le forme del monte Tabor, rotondeggianti, femminili, erose dai secoli. Sopra l’orizzonte il sole al tramonto illumina le nuvole dall’interno. Sembrano montagne proiettate nel cielo, striate di colori. Il kibbutz pare minuscolo sotto quel peso, come schiacciato tra cielo e terra. Per Regina è una visione quasi soprannaturale. A Milwaukee ha conosciuto solo l’animata vita del quartiere ebreo di Walnut Street in cui è cresciuta. Sarebbe ancora lì, se a otto anni Golda non fosse piombata nella sua città, nella sua classe, nella sua strada. Quella bambina russa, Regina l’ha così tanto amata da essere pronta a seguirla fino in capo al mondo.
Il fetore della palude la sorprende ogni volta. Poi diventa parte dell’aria che respira. La vecchia mula arranca con grande lentezza sui ciottoli, ma avanza. Da vicino il kibbutz appare raccolto in sé, circondato da un brutto muro di cemento trafitto da feritoie. Il carretto si ferma proprio davanti. Sopra il portone di legno vigila un uomo armato. In controluce il corpo e il fucile formano un’unica sagoma.
Chino su sé stesso, il contadino arabo aspetta in un altro mondo. La valle che gli ebrei chiamano il Grande Spazio di Dio, per lui è solo la Palude Morta. L’uomo che si avvicina con passo disinvolto sembra essersi dimenticato di avere un fucile. Indossa una camicia kaki che spunta fuori da un paio di pantaloni troppo larghi. Fa il giro del carretto. Nel viso scurissimo gli occhi verdi disegnano una striscia di colore. Non parla né inglese, né yiddish, né ebraico, né arabo, ma un miscuglio tanto più informe in quanto la giovane donna bionda con il vestito bianco lo turba. Regina salta a terra. L’uomo tira fuori il passaporto e glielo mostra: è iraniano, ebreo iraniano. Dice “First day”, e lei capisce che è il suo primo giorno al kibbutz. Il contadino armeggia per fare inversione. Ha il cappotto dello stesso colore del legno del carretto. Somiglia alle montagne, alla terra intorno. Regina gli corre dietro tendendogli una banconota. Lui rifiuta di essere pagato.

Sélim Nassib, L’amante palestinese (tit. originale Un amant en Palestine), e/o, Roma 2005 (prima edizione francese 2004). Traduzione dal francese di Gaia Panfili.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9lim_Nassib

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.edizionieo.it/book/9788876418297/l-amante-palestinese

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/11/25/selim-nassib-lamante-palestinese-libano/

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Sélim Nassib, L’amante palestinese (Libano)

Sélim Nassib, L’amante palestinese (tit. originale Un amant en Palestine), e/o, Roma 2006. 184 pagine, 8,50 €.

Ho scoperto questo libro quasi per caso e me n’è piaciuta molto la trama, quindi ho deciso di comprarlo, complice il fatto che era a metà prezzo su Amazon. Una volta arrivato l’ho letto subito, anche se avevo letto, nel frattempo, delle recensioni che dire non entusiastiche è dir poco.

Invece il libro a me è piaciuto, molto. Non sarà un capolavoro della letteratura, ma non è quello che chiedo a ogni libro che leggo, non sarebbe possibile. A me basta che i libri siano belli, incontrare i capolavori è cosa rara.

La storia è quella di Albert Pharaon, palestinese del Libano, e del suo amore clandestino con Golda Meir (sì, avete letto bene, Golda Meir, ex premier di Israele). Si tratta chiaramente di un romanzo, ma poco importa se la figura della Meir è stata presa in prestito per farne l’eroina di un romanzo sentimentale, perché questo non è solo un romanzo sentimentale. C’è una storia d’amore quasi impossibile, senz’altro, ma c’è anche la Storia dentro, quella con la S maiuscola.

Il romanzo si svolge negli anni che vanno dal 1923 al 1948 e ci fa dunque vedere la storia della nascita dello stato di Israele. È la storia d’amore che è sullo sfondo, o la storia della nazione? Credo che questo dipenda dall’interpretazione personale che si sceglie di dare al romanzo, perché sono entrambe tematiche molto importanti ed è difficile volerne privilegiare una a discapito dell’altra.

Golda Meir arriva in Palestina nel 1923 insieme al marito, Morris Myerson, per andare a vivere in un kibbutz. Golda e suo marito non sono religiosi, ma sono sionisti, o meglio è lei ad esserlo, lui l’ha seguita più che altro per amore. Ed è una sionista davvero convinta, estremamente impegnata in politica. La vita nel kibbutz per lei è idilliaca, è quello che ha sempre voluto, ma sono costretti ad abbandonarla a causa della malattia del marito, che contrae la malaria. Si trasferiscono dunque a Herzlia, dove Golda lavora per la federazione sindacale ebraica Histadrut. In seguito Golda si sentirà troppo stretta in quel matrimonio e deciderà di andarsene a Tel Aviv per vivere più attivamente la politica.

Albert Pharaon è un palestinese che vive a Beirut, ma è originario di Haifa. È proprietario della banca Pharaon. È molto legato a sua nipote Nina e a un certo punto, dopo che questa viene data in sposa in un matrimonio combinato, lascia la famiglia e torna nella sua casa di Haifa.

Nel 1929, alla festa per il compleanno del re d’Inghilterra (ricordiamo che la Palestina è a quell’epoca sotto mandato britannico), Golda e Albert si conoscono e, si può dire, si riconoscono. La scintilla scocca immediatamente tra loro, nasce subito un amore dirompente, travolgente, che però è destinato ad essere sempre clandestino, perché Golda Meir non può farsi vedere in compagnia di un palestinese dai suoi compagni sionisti.

Il romanzo ci racconta come questo amore evolve nel corso degli anni, ma anche come evolve la storia della Palestina, che sarà sempre meno Palestina e sempre più Eretz Yisroel, fino a diventare Israele nel 1948. Le due storie, la storia di Golda e Albert e quella di israele, come ho detto, sono strettamente intrecciate tra loro e sembra quasi che l’una non possa esistere senza l’altra, senz’altro perché Golda Meir è così legata alla storia di Israele che niente che la riguardi può essere scollegato dalla storia dello stato.

Un bel romanzo, consigliato.

* Il libro sul sito dell’editore italiano.
* Una recensione e le prime righe su Wuz.
* L’autore.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]