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Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco (tit. originale The Crimson Petal and the White), Einaudi, Torino 2003. Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi.

Siamo a Londra nel 1875, una Londra equamente divisa fra gente del gran mondo, con ricevimenti, feste eccetera, e gente del popolino, quella che si deve attaccare alla lotta per la sopravvivenza con le unghie e con i denti. Sugar fa parte di quest’ultimo ambiente: è infatti una prostituta, per giunta molto ricercata perché fa tutto quello che le viene chiesto. William Rackham invece fa parte del primo mondo, e ovviamente è uno che le prostitute le frequenta in lungo e in largo, perciò è inevitabile che prima o poi le sue voglie perverse lo conducano fino a Sugar.

Del resto è forse inutile riassumere questa storia perché penso che ormai, dopo 15 anni dall’uscita del libro in lingua originale, la conosciamo un po’ tutti.

Possiamo dire che questo è un libro su tante tematiche: sulla vita di Sugar, che soffre e si riscatta, sulla vita dell’annoiato Rackham, sulla vita di Agnes, la moglie di Rackham, sulla prostituzione, sulla Londra vittoriana, sulla sopraffazione delle donne da parte degli uomini e anche di alcune donne. Del resto in un libro di 985 pagine non possono che essere affrontate tante tematiche, diverse ma collegate tra loro.

Il libro, nonostante la mole, si lascia leggere molto bene, dopo un po’ mi ritrovavo ad aver letto un centinaio di pagine senza neanche essermi accorta del passare del tempo. La scrittura è bella, e all’inizio piuttosto particolare, perché l’autore si rivolge direttamente al lettore, cosa che continua a fare anche in seguito, sebbene in maniera estremamente più ridotta. Questo tipo di approccio alla narrazione mi è piaciuto. Faber guida per mano il lettore, siamo ovviamente di fronte a un narratore onnisciente, ma è qualcosa di più: come, appunto, una guida, che porta me, lettrice, me personalmente, nelle vie di Londra, da quelle squallide alle zone più signorili, e mi accompagna nelle vicende e nella mente dei personaggi.

Quella che più mi è piaciuta, devo dire, è stata la storia di Agnes Rackham, una donna che è una vittima totale e alla quale, probabilmente, viene negato anche il riscatto conquistato invece da Sugar. Agnes è vittima della società, delle convenzioni, del marito, del padre adottivo che le vieta la fede cattolica, del dottor Curlew, della propria follia, della propria malattia di cui non conoscerà mai la vera origine. Certo, non è simpatico questo personaggio, ma non ho potuto che solidarizzare con lei e soffrire insieme a lei per la violenza inaudita di cui è fatta vittima, sotto il manto del perbenismo borghese che vorrebbe far sembrare tutto normale.

Anche Sugar mi è piaciuta molto, o meglio non lei, quanto la sua storia. All’inizio sembra una prostituta come tante, e in effetti lo è, ma la sua storia è tremenda e anch’essa intrisa di violenza. Come probabilmente era la storia di tante altre prostitute, ma noi siamo messi di fronte a quella di questa prostituta in particolare, e non possiamo che soffrire con lei, e gioire con lei quando le cose sembrano andare meglio.

Tuttavia niente è come appare, siamo pur sempre nell’Inghilterra vittoriana e, mentre William Rackham sembra piuttosto progressista per certi versi, e potrebbe apparire innamorato a un occhio poco attento, è pur sempre un uomo benestante di fine Ottocento, e questo si rivela in tutta la sua potenza nel corso del romanzo. William è, a mio parere, un essere del tutto spregevole per vari motivi, primo fra tutti il modo di trattare la moglie e l’amante, che per lui non sono che degli oggettini carini o fastidiosi a seconda delle circostanze. Anche l’atteggiamento nei confronti della figlia e delle persone appartenenti alle classi inferiori è riprovevole, e devo dire che ho trovato questo personaggio il più spiacevole di tutto il libro.

Il romanzo, dato l’argomento, è intriso di sesso e non potrebbe essere altrimenti, perciò se non vi piacciono questo tipo di libri espliciti fareste meglio a starne alla larga. Non si tratta, ovviamente, di un romanzo erotico né niente del genere, ma la sessualità è importante per tutti i personaggi del libro o quasi.

La nota stonata è il finale, che rimane aperto, e mi è sembrato buttato lì come se Faber si fosse stufato di scrivere a un certo punto e avesse semplicemente detto: “Ora basta con questo libro, dopo 985 pagine mi sono stancato, ora la chiudo qui e chi si è visto si è visto”. Probabilmente è andata proprio così, perché la repentinità del finale, lasciato completamente irrisolto, è tale da far pensare che ci si trovi a un certo punto sull’orlo di un precipizio, e che si debba semplicemente tornare indietro perché basta, non c’è altro da fare, la corsa finisce qui. Non è neanche tagliato con l’accetta, è segato di netto e l’autore ha pure la faccia tosta di dire che i romanzi devono pur finire a un certo punto. Mi ha lasciato proprio l’amaro in bocca.

Under the Skin

Michel Faber, Under the Skin, Canongate, Edinburgh 2000. 296 pagine.

Ho letto questo libro in completa innocenza e ignoranza. Sapevo solo che ce l’avevo da un po’ nella lista dei desideri, ma non ricordavo perché né di cosa parlasse. L’ho trovato in e-book a pochi euro e l’ho preso. È il primo libro che leggo di Faber. Tutto qua.

Inizio a leggere e trovo una specie di pin-up che va in giro con la sua macchina a raccogliere autostoppisti, ma solo quelli ben piazzati, belli muscolosi ma non grassi, degli altri non sa che farsene. Il primo capitolo sembra parlare di sesso. Mi annoio subito e penso di smettere, ma qualcosa mi fa andare avanti, qualcosa mi dice che non può essere così semplice. E infatti non lo è.

Se leggete in giro troverete l’intera trama del libro, state lontanissimi per esempio da Wikipedia che svela proprio tutto. Io non voglio dirvi l’intera trama del libro, vorrei che voi ci arrivaste vergini e ignoranti come ci sono arrivata io, per quanto potete.

L’unica cosa che posso dire è che è un libro che non accetta categorizzazioni. È un horror? Lo sembra. È un libro di fantascienza? Probabilmente lo è. È un’allegoria? Senz’altro. È solo grande letteratura? Chissà, solo la storia saprà dirlo. Ci ho messo un po’ di tempo per elaborarlo, una volta finito. Per capire se mi era piaciuto o no. Ero oscillante fra “fa schifo” ed “è bellissimo”. Forse solo la grande letteratura permette di oscillare così fra due giudizi estremi. Sotto la pelle (il titolo italiano, tradotto da Einaudi) è un libro che non lascia indifferenti. O lo ami o lo odi. Alla fine ho deciso che lo amo, ma potrei odiarlo fra pochi giorni.

Forse non è un libro tanto smart, non sono un’esperta di fantascienza (tutt’altro), ma non mi sembra particolarmente originale, oltre a lasciar intravedere molto spesso cosa verrà dopo. Butta indizi qua e là, ma sono indizi così facilmente decifrabili da sembrare messi lì apposta per essere decifrati subito. Però ha il pregio di essere scritto benissimo. E penso che vada letto in lingua originale, quando possibile, perché è una lingua ricca e corposa, veramente inventiva. L’autore, peraltro, è di origine olandese, cresciuto in Australia e ora vive in Scozia.

Non so se mi sento di consigliarlo. Però sappiate che non tornerete indietro, se lo leggerete. E fatemi sapere che ne pensate, se lo leggete, ché sono curiosa.

Qualche link:

* Alcuni estratti su TecaLibri.
* Il primo capitolo, in inglese.
* Una recensione.
* Una recensione, in inglese, che svela parecchio ma è molto bella.
* Michel Faber su Wikipedia.
* Il film tratto dal libro.

[Questa recensione partecipa alla sfida delle letterature altre ed è pubblicata anche sul relativo blog.]