Sándor Márai, L’eredità di Eszter

Sándor Márai, L’eredità di Eszter (tit. originale Eszter hagyatéka), Adelphi, Milano 2004. Traduzione di Giacomo Bonetti. 137 pagine, 8 euro.

Le braci mi era piaciuto tantissimo, e ho deciso di leggere un altro Márai, colpita anche dalla descrizione del libro trovata sul sito di Adelphi. Questa volta però sono rimasta delusa, purtroppo.

Eszter è una donna di mezza età che, nel 1939, anno in cui è uscito il libro, viene considerata già vecchia. Da sempre è innamorata, ricambiata, di Lajos, ma il loro è un amore infelice, perché Lajos è un bugiardo patologico che, dopo essersi fidanzato con Eszter, ne ha sposato la sorella Vilma. E, come tutti gli amori infelici, non finisce mai, tesi esposta nel romanzo e con cui non sono assolutamente d’accordo.

Un giorno Lajos decide di tornare a trovare Eszter e chiama in raccolta anche il fratello di lei e gli amici comuni Tibor ed Endre, oltre naturalmente alla vecchia Nunu, che vive con Eszter. Nunu, profetica, dirà all’inizio del libro che, se viene Lajos, allora è il caso di nascondere l’argenteria. Perché Lajos non è soltanto un bugiardo patologico, ma è anche un uomo dalle mani bucate che chiede in prestito soldi a destra e a manca, e ha debiti con tutti.

Il romanzo, o meglio racconto breve, poco più di 100 pagine, è il racconto di Eszter che rammenta quella visita fatale, in cui è stata spogliata di tutti i suoi beni dall’uomo che un tempo l’aveva amata.

Perché questo è chiaro: Lajos non ama più Eszter, seppure l’ha mai amata. Lajos è un teatrante, un grandissimo attore, capace di piangere lacrime vere pur senza provare niente. Conosco anche io qualcuno così.

Eppure Eszter lo ama ancora, gli è anzi devota, e non esita a compiere un sacrificio supremo per lui. Una donna che si immola sulla pira di un amore mai esistito se non nella sua testa, per un uomo opportunista e così cinico da essere disumano.

Personaggi antipaticissimi che mi hanno costretta a faticare per leggere: un Lajos disumano e una Eszter irreale, salvo forse essere realissima per l’epoca in cui è stato scritto il romanzo. Insomma, non mi è piaciuto, ma lo salvo solo perché, come anche Le braci, è scritto veramente bene, con picchi di rara poesia.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Le braci

Sándor Márai, Le braci (tit. originale A gyertyák csonkig ékneg), Adelphi, Milano 1998. A cura di Marinella D’Alessandro. 181 pagine.

«Guardiamo in fondo ai nostri cuori: che cosa vi troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci.»

Un libro sulla memoria, un libro sull’illusione, è stato detto. Entrambe vere. Aggiungo: un libro sulla passione, piuttosto forse che sul tradimento.

Henrik e Konrad sono amici da quando avevano 10 anni, si sono conosciuti al collegio militare e non si sono mai più lasciati. La loro è un’amicizia totale, sono quasi due fratelli, sono quasi due amanti, sono più che amici nel senso comune del termine. Sono due, ma sono una persona sola, pur con le loro diffirenze. Henrik e Konrad non si vedono da quarantuno anni, tanti quanti ne sono passati da quando Konrad è scappato senza lasciare tracce. Ora Konrad è tornato a Vienna, e vuole vedere Henrik. Henrik lo aspettava, e in un lunghissimo monologo gli dirà cosa pensa di lui, dell’amicizia, dell’amore, del tradimento, della passione.

La storia di Henrik è quella di una passione, che ora brucia lenta come brace. Alla soglia della morte, Henrik vuole sapere la verità, ma è anche indifferente. È cortese col suo ospite, più che arrabbiato. Dice di volere vendetta per quel duplice tradimento (il tradimento dell’amico e della moglie), ma parla in maniera tutto sommato posata, e quando Konrad rifiuta di rispondere alla sua domanda dice solo «Va bene».

Alcuni passi del monologo di Henrik mi hanno colpito molto sul piano personale, perciò se non vi scoccia ve ne parlerò brevemente. Henrik dice: «Non mi rendo conto che se qualcuno si ostina a mettere a nudo la propria anima, con una franchezza persino eccessiva, è forse per non dover parlare di qualcosa che ha un’importanza essenziale». Dice: «Solo più tardi ho compreso che se qualcuno si rifugia con tanta veemenza nella sincerità significa che ha paura: paura di ritrovarsi un giorno con la vita carica di segreti inconfessabili». Questo mi ha colpito molto perché, e qualcuno se ne avrà a male, ho vissuto tanti anni con una persona dalla sincerità estrema. Ho sempre detto a questa persona che era sincer* fino ad essere brutale. Ebbene, niente di più vero, forse quella sincerità così veemente nascondeva qualcosa che aveva un’importanza essenziale. Ma ora questo non ha più alcuna importanza, mi ha solo colpito la coincidenza di trovare scritto esattamente quello che pensavo. Finisce qui la mia parentesi personale.

Come al solito, qualche spunto per approfondire:

* Sándor Márai su Wikipedia
* Il libro (con risvolto) sul sito di Adelphi
* Una recensione incentrata sulla memoria
* Una recensione incentrata sull’illusione

Questo libro partecipa alla sfida delle “letterature altre” e la recensione è pubblicata anche sul relativo blog.