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Leo Perutz, Zwischen neun und neun – 1918

Leo Perutz, Zwischen neun und neun, Library of Alexandria, 2012.

Questo libro è stato tradotto in italiano da Adelphi e pubblicato con il titolo Dalle nove alle nove. La data di pubblicazione originale è il 1918.

Leo Perutz, nato a Praga nel 1882, è un importante esponenente della letteratura in lingua tedesca, di cui però io non avevo mai letto niente. Incuriosita da recensioni molto positive dei suoi libri, qualche mese fa ho comprato questo ebook, che fra i tanti era quello che forse mi interessava di più. Non fatevi ingannare dalla copertina, non c’entra niente con il contenuto del libro.

Vi avviso subito che non mi sarà possibile parlare di questo libro senza svelarvi particolari fondamentali della trama, quindi se volete leggerlo senza rovinarvi la sorpresa (cosa che francamente vi consiglio) non leggete oltre. Purtroppo potrei dire ben poco su questo romanzo se non svelassi la trama. O almeno, per me è così.

All’inizio del libro ci troviamo in una bottega di alimentari e ben presto ci viene presentato un personaggio molto bizzarro, tale Stanislaus Demba, che si rivelerà essere il protagonista del romanzo. Demba è bizzarro perché fa cose strane: ordina un panino, ma esita a prenderlo in mano, vuole che gli venga affettato, non sa come dare i soldi alla bottegaia, dice cose strane, e infine se ne va senza una parola, dopo aver mandato via la bottegaia con uno stratagemma. Demba sarà poi il protagonista di altre molteplici avventure altrettanto bislacche, e solo verso la metà del libro verremo a scoprire il perché di questo suo comportamento.

Demba, di fatto, non usa le mani per tutto il libro, ma come mai questa peculiarità? A una ragazza incontrata al parco dice di essere mutilato, ma scopriamo ben presto che non è che una delle tantissime bugie che escono dalla bocca dello strampalato personaggio. Demba, in realtà, è ammanettato. Ebbene sì, ammanettato. Ed è per questo motivo che non può utilizzare le mani. Perché non deve far scoprire agli altri questa sua condizione, perciò non può far vedere le mani né, di conseguenza, utilizzarle.

Demba, infatti, è scappato da un rocambolesco arresto, avvenuto peraltro per motivi oscuri. Un anno addietro lo studente aveva rubato tre libri, mai presi in prestito prima d’allora, dalla biblioteca della facoltà: due li aveva rivenduti subito, un altro si accingeva a rivenderlo al momento dell’arresto. Di fatto non viene arrestato perché il libro è stato rubato, ma probabilmente perché l’antiquario a cui lo propone si rende conto del valore del volume e vuole guadagnarci ancora più soldi, perciò architetta il trucco di chiamare la polizia. In ogni caso, Demba è difficilmente colpevole di un furto che non ha arrecato danno a nessuno, perché questo libro era così “di nicchia” e sconosciuto che nessuno per decenni lo aveva chiesto in prestito e nessuno per un anno si era accorto della sua assenza. Demba, quindi, viene arrestato per un motivo del tutto futile.

Il libro è di fatto una riflessione sulla libertà, sul carcere, ma soprattutto sulla libertà. Questo sembra strano mentre si legge, perché le avventure di Stanislaus Dembra sono tragicomiche: in cerca di soldi per tutto il corso del romanzo, perché vuole portare in vacanza, riconquistandola, la sua “ragazza”, Sonja, che vorrebbe partire con un altro uomo. In cerca di questi soldi, dunque, si mette nelle situazioni più assurde, che talvolta fanno francamente ridere, e il romanzo sembra quasi comico a tratti, e di certo non filosofico.

Di fatto però fin da quando veniamo a scoprire del mancato arresto, a metà del libro, Demba inizia a “buttare lì” delle riflessioni filosofiche sul senso della libertà, sull’assurdità del carcere, sulla necessità di essere liberi per essere vivi. Tant’è vero che Demba, appunto, scappa dai poliziotti che vogliono arrestarlo, in un modo che dovrebbe renderlo libero e invece lo rende – più che mai schiavo, o più che mai libero? Probabilmente la seconda ipotesi, ma sta al lettore giudicare.

Ma fino alla fine, fino alle ultimissime frasi, alle ultimissime parole, non ci rendiamo conto del significato profondamente filosofico e direi libertario di questo libro. Un libro che fa riflettere senza mai far apparire di avere questo scopo, ma che anzi fa riflettere divertendo e intrattenendo, è a mio parere un libro riuscitissimo. Perché non annoia mai, non sembra mai un libro per persone più impegnate o più portate alla riflessione, arriva anzi a far riflettere anche chi sperava in un libro quasi di “evasione” (in tutti i sensi, del resto).

Le ultime frasi sono quelle che danno senso a tutto il libro, e io neanche per un secondo mi sarei aspettata una conclusione del genere. Ma tutto torna al suo posto leggendo queste ultime righe, e il romanzo come dicevo assume un significato che non sembrava avere.

Il carcere è qualcosa che ha senso? Cos’è la libertà? Come si ottiene la libertà? A un certo punto, nel finale, Demba dice più o meno così (la traduzione è mia, non ho sotto mano il testo italiano): «Ho desiderato la libertà. Con ogni fibra del mio corpo. Ma mi sono solo stancato e ora voglio solo una cosa: riposare.» Cos’è, dunque, la libertà? Ottiene Demba la libertà? Ma a che prezzo, ed è un prezzo giusto da pagare per questo bene supremo? Un finale altamente simbolico, che personalmente mi ha lasciato a bocca aperta.

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