Douglas Murray, La pazzia delle folle

Douglas Murray, La pazzia delle folle (tit. originale The Madness of Crowds), Neri Pozza, 2020. Traduzione dall’inglese di Filippo Verzotto. Pubblicazione originale 2019.

È abbastanza difficile valutare questo libro, perché le idee che tratta sono estremamente controverse e lo fa in maniera non filtrata. Murray è dichiaratamente un conservatore e questo non può che rappresentare le lenti attraverso cui vede le tematiche da lui affrontate. C’è da dire che espone bene le proprie idee, scrive bene, è arguto e quello che dice è documentato. Come è stato scritto da alcuni recensori, è pure vero che molto spesso si basa sull’aneddotica e questo è pericoloso perché è altrettanto facile trovare un uguale numero di aneddoti che dimostrino esattamente il contrario di quello che vuole dimostrare l’autore di questo libro.

Murray divide il libro in quattro sezioni: gay, donne, razza e trans. Tutte tematiche scottanti. Dal suo punto di vista, non c’è oppressione e oggi (ovvero quando scrive, nel 2019) a queste categorie è garantita un’enorme quantità di diritti, come mai è stato prima e come non è in alcun altro stato contemporaneo (essendo inglese, Murray parla soprattutto di Regno Unito e Stati Uniti).

Inutile dire che non sono particolarmente d’accordo con questo assunto di base. Prendiamo l’esempio delle donne: negli USA, o almeno in molti Stati degli USA, avevano diritto all’aborto, ma ora pare che questo diritto, che secondo Murray fa parte dei diritti acquisiti, verrà loro negato. O almeno c’è il rischio concreto che questo avvenga. Oppure, senza andare tanto lontano e restando sullo stesso tema: nel nostro paese abbiamo una legge che sancisce il diritto all’aborto, ma l’enorme quantità di medici obiettori fa sì che in molti posti (tipo il Molise) le donne non godano davvero di questo diritto.

Eppure mi sono trovata a essere d’accordo con alcune idee dell’autore. Facciamo un esempio: io sono sempre stata contraria alle quote rosa (noi non abbiamo altre quote in Italia, ma in altri posti tipo gli USA, anche in luoghi come le università, ci sono delle quote da rispettare anche per quanto riguarda la “razza”, magari in molti casi implicite ma comunque ci sono). Secondo me alle donne o alle minoranze non dovrebbero essere riservate delle quote per legge, perché io auspico che le donne o le persone appartenenti a minoranze arrivino a ricoprire incarichi importanti o semplicemente siano assunte in un’azienda sulla base dei loro meriti e non solo perché c’è da riempire una quota. Naturalmente, la realtà spesso impedisce che questo avvenga, perché le donne vogliono diventare madri e quindi meglio non assumerle, ad esempio. È quindi una questione controversa.

Oppure, io sono sempre stata per la colour-blindness: ovvero, non mi interessa quale sia il colore della tua pelle, mi interessa solo che sei una persona esattamente come me. Puoi essere una persona buona o cattiva, ma questo non dipende affatto dal colore della tua pelle. Questo non significa che non creda all’esistenza e alla perniciosità dei suprematisti bianchi, ma non significa neanche che io debba essere d’accordo con chi vuole farmi credere che la vita di una persona di colore conti più di quella di un bianco. Certamente, io come tanti altri mi sono sentite rivoltata dalla campagna “White Lives Matter” in contrapposizione a Black Lives Matter, perché ci ho visto tanto suprematismo bianco, come in effetti era. Però resto della mia idea: la tua etnia non mi interessa.

Preferisco poi parlare di etnia perché noi italiani abbiamo una brutta storia con la parola “razza”, ma di questo Murray non parla perché in inglese è assodato parlare di razza. Per me non lo è, e non mi sentirete mai dire che una persona è di razza bianca o di razza nera, per me non esiste un discorso del genere.

Murray vuole farci credere che molti dei movimenti per i diritti dei gay, delle donne, ecc. vogliano far passare il messaggio per cui i gay, le donne, ecc. sono migliori degli altri. “Più uguali degli altri”, se ci ricordiamo i maiali di Orwell. Ebbene, questo secondo me delle volte è vero. Nel senso che delle volte mi è capitato di incontrare in rete o di sentire interviste ad attivisti che propugnano esattamente questo messaggio. Che, inutile dirlo, nuoce a tutta la categoria che essi si pregiano di difendere. Perché se, per esempio, le femministe cominciano ad essere viste come donne isteriche che pensano di essere migliori degli uomini, questo nuoce a tutta la categoria delle donne che realmente vogliono avere maggiori diritti. Che non significa “maggiori rispetto agli uomini”, significa semplicemente “maggiori di quelli che hanno ora”. Eppure, per alcune attiviste non è così.

Una cosa che mi dà fastidio, ad esempio, e di cui pure Murray parla, è accusare di mansplaining qualunque uomo tenti di instaurare un dibattito. Mi è capitato di leggere in alcune pagine femministe delle discussioni a cui partecipavano anche degli uomini che a me apparivano sinceramente desiderosi di comunicare, capire e parlare del proprio punto di vista: uomini subito tacciati di fare mansplaining dalla proprietaria della pagina. Così il dibattito si chiude, e poi non mi meraviglio se alcuni uomini pensano che le femministe siano chiuse e ostili.

Oppure, Damiano dei Maneskin si dice un alleato delle donne e in particolare della sua compagna che lotta quotidianamente contro la vulvodinia. E per alcune femministe (curiosamente, nella medesima pagina di cui sopra) questo è sbagliato perché non deve essere un semplice “alleato”, ma fare proprie quelle battaglie. Da un lato sì, ma dall’altro, come può un uomo fare sua una battaglia che è destinato a non combattere mai in prima persona? Ergo, per me fa bene a definirsi alleato, ma l’importante per alcune femministe è fossilizzarsi sulle parole e non guardare al succo della questione.

Per quanto invece riguarda la comunità LGBT, curiosamente Murray è omosessuale, quindi ritengo che il suo punto di vista sulla questione sia ancor più interessante. Il succo è che gli omosessuali e i bisessuali dovrebbero e spesso vorrebbero semplicemente essere considerati uguali agli altri: per esempio, in grado di mettere su famiglia e di avere una relazione monogama come la maggior parte degli etero. Murray è quindi contro gli eccessi di manifestazioni come il Pride, ma diciamo pure che è contro gli eccessi in generale.

Riguardo ai trans, Murray porta tantissimi esempi di persone trans famose (per esempio la scrittrice Jan Morris) per sottolineare che è una condizione del tutto reale e dolorosa. Però pecca comunque di transfobia in quanto porta avanti un punto sostanzialmente pari a quello delle TERF. Insomma, ci crede, ma non gli garba, potremmo dire. Del resto dice anche una cosa interessantissima, ovvero che secondo lui si dovrebbe dare assai più ampio spazio alla questione dell’interesessualità, perché nonostante quello che potremmo credere gli intersessuali non sono pochi e vivono un dramma di cui la comunità LGBT e gli attivisti in generale si dovrebbero fare alleati. Ne fa, usando una terminologia diffusa nel suo libro, una questione di hardware e non di software, ovvero del tutto esterna e tangibile e non interna e soggettiva o interpretabile.

In conclusione, è un libro che infastidisce, ma è anche un libro che fa riflettere e, per quanto io non sia d’accordo con l’assunto finale per cui i diritti ci sono e sono ormai inamovibili (non è vero che siano inamovibili), sono però d’accordo con l’idea che spesso si esagera e che per alcuni e alcune certe comunità o minoranze siano “più uguali delle altre”.

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post (tit. originale The Miseducation of Cameron Post), Rizzoli, 2018. Traduzione dall’inglese di Lia Celi. Pubblicazione originale 2012.

Il romanzo parte lentamente e continua ad essere lento per tutta la prima metà. È anche lungo, un po’ più di 500 pagine, quindi questo può essere un problema. La prima metà del libro racconta la storia di Cameron Post che a 12 anni perde i genitori in un incidente d’auto, subito dopo aver baciato per la prima volta una ragazza. Cameron si sente in colpa per la morte dei genitori, perché la sua prima reazione è di sollievo perché non potranno scoprire che è lesbica. Viene quindi cresciuta dalla nonna e dalla zia, quest’ultima una donna ultra-religiosa e fanatica. La zia la obbliga a frequentare la sua chiesa e resta sconvolta quando scopre che la ragazza è lesbica.

Inizia qui la seconda parte del libro, che risolleva le sorti dell’intero romanzo perché è davvero interessante, anche se straziante. Cameron viene inviata in un centro di recupero per ragazzi omosessuali, guidato da un pastore e da una psicologa. La terapia è incentrata sulla religione, quindi l’approccio non è psicoterapeutico o psichiatrico quanto spirituale. L’intento della scuola è avvicinare i ragazzi al Signore e cancellare le loro tendenze omosessuali. Certo, i ragazzi vengono seguiti dalla psicologa, che cerca di far capire loro quanto la loro tendenza sia sbagliata e cerca di correggerla. Ma è un centro religioso e le violenze restano psicologiche, non c’è coercizione fisica, violenza fisica o medicalizzazione. Naturalmente, le violenze psicologiche non sono inferiori per impatto traumatizzante rispetto a quelle fisiche, e questo è ben descritto nel romanzo.

La conclusione del libro mi ha lasciato perplessa, ma è un mio limite, probabilmente.

Mi è piaciuta la scrittura dell’autrice e anche la traduzione, mi è piaciuto il suo modo di raccontare, non veemente: è chiaramente contraria a questo tipo di “terapie”, ma non c’è aggressività nel denunciarle. La sua posizione è inequivocabile e chiara, ma riesce a trasmettere il suo messaggio senza bisogno di alzare la voce. Non che l’avrei biasimata, se lo avesse fatto, tanto sono orribili queste “terapie”.

La terapia di conversione, o terapia riparativa, sorprendentemente, non è illegale in molti paesi o, laddove lo è, spesso è illegale solo praticarla sui minorenni. Proprio quest’anno è stata messa al bando da Germania, Malta e Albania. In Italia non è illegale, ma l’Ordine degli psicologi la considera anti-scientifica e contraria al codice deontologico. Tuttavia, questo non la rende illegale, per cui le associazioni religiose sono libere di praticarla, anche se, come fa notare questo articolo, è comunque ascrivibile ai reati di truffa e di abuso della credulità popolare. Mi pare inutile dirlo, ma lo sottolineo comunque, che questi trattamenti non hanno alcuna evidenza scientifica e anzi sono contrari a ogni logica e altamente stigmatizzanti e traumatizzanti.

Qui c’è un report (il link apre un file pdf in inglese), dall’inequivocabile titolo «È tortura, non terapia», su questo tipo di “terapie” nel mondo, e potete vedere che gli approcci nel mondo sono di vario tipo, alcuni chiaramente configurabili come vera e propria tortura. Fermo restando che è tortura anche quando l’approccio è “solo” spirituale o psicologico, vedrete che in alcuni paesi si va ben oltre. Il report viene citato e riassunto in questo articolo in italiano.

Se volete informazioni sulla storia di queste “terapie”, potete leggere la pagina Wikipedia in italiano. È di ieri la notizia che 400 leader religiosi cristiani, ebrei e musulmani hanno chiesto la messa al bando delle terapie di conversione. Infatti, moltissimi religiosi sono contrari a questi trattamenti e sono anzi al fianco delle persone LGBT nella lotta per il riconoscimento dei loro diritti. Per esempio, il Progetto Gionata è un’associazione di volontari che si occupa di fede e omosessualità e sul suo sito ha un’interessante sezione dedicata alle cosiddette “cure” per l’omosessualità.

Da questo libro è stato tratto un film con lo stesso titolo, uscito nel 2018.

Andrew Sean Greer, Less

Andrew Sean Greer, Less, Abacus, 2017.

Arthur Less è uno scrittore americano gay prossimo ai 50 anni. Non particolarmente affermato come scrittore, tuttavia riceve inviti da più parti del mondo e i suoi libri sono tradotti in diverse lingue. Sembra un po’ sfigato, ma forse soffre solo di scarsa autostima. Ha avuto una miriade di relazioni sentimentali, ma le più importanti sono state due. La prima è quella con il poeta Robert Brownburn, vincitore del premio Pulitzer e molto più anziano di lui, con cui ha condiviso molti anni di vita, sebbene la loro storia sia poi inevitabilmente finita. Ma rimane tra i due un rapporto speciale, di grandissimo affetto e stima reciproca. L’altra relazione importante è stata quella con il giovane Freddy, figlio adottivo dell’acerrimo rivale Carlos, durata nove anni. In realtà, Less ci ha sempre tenuto a specificare che non era una vera e propria relazione e ha sempre raccomandato al giovane amante di non legarsi troppo a lui. I due vivevano di fatto come veri e propri fidanzati, ma con la consapevolezza da entrambe le parti che si trattava di una relazione “a termine”.

A un certo punto, ovviamente, Freddy lascia Less perché la sua nuova fiamma gli richiede di essere monogamo. Infine Freddy si sposerà con il suo nuovo amore, invitando Less al matrimonio.

Ora Less si trova davvero in difficoltà, perché certo non può partecipare al matrimonio del suo ex amante. Si inventa così una scappatoia che è una vera e propria fuga: decide di accettare tutti gli ultimi inviti ricevuti e parte per un viaggio intorno al mondo. Le tappe saranno New York, Messico, Germania, Italia, brevemente Francia, Marocco, India e infine Giappone. In ognuno di questi posti, Less partecipa a eventi letterari ed è protagonista di assurde avventure. Per esempio, a New York deve partecipare a un incontro per intervistare il grande scrittore di fantascienza H.H.H. Mandern, che però trova in albergo intento a vomitare anche l’anima a causa di un’intossicazione alimentare. Detto così non fa neanche troppo ridere, ma dovrete leggere tutto il capitolo per vedere l’assurdità della situazione.

Altrettanto assurde saranno tutte le altre esperienze di Less negli altri paesi, condite ovviamente di colpi di fulmine e micro-relazioni sentimentali. La parte più rocambolesca è quella che si svolge in Germania, per la precisione a Berlino, dove Less è stato invitato a tenere un corso all’università, forte del suo tedesco che lui crede eccellente e invece è disastrosamente buffo.

Questo romanzo è estremamente ironico, a volte fa proprio ridere, ma ciò non gli impedisce di essere anche una profonda riflessione sulla vita, l’amore e la felicità, oltre che una satira dell’ambiente letterario ed editoriale. (Per esempio, perché Less non ha mai vinto alcun premio letterario, neppure quelli dedicati alla letteratura LGBT? Semplice, perché è un “cattivo gay”, un “assimilazionista”, che non rivendica la propria omosessualità ma scrive di personaggi gay carichi di sofferenza).

Nel libro seguiamo Less nel suoi viaggio intorno al mondo e nelle sue assurde avventure, ridiamo di lui, ma ci fa anche un po’ compassione (non direi pena) finché finiamo per simpatizzare con lui e affezionarci. Perché capiamo che non è così sfigato come sembra, non è un cattivo scrittore né un cattivo gay, non è noioso e non è banale; è solo un uomo che, arrivato alla mezza età, ha paura di rimanere da solo e, vittima della sua scarsissima autostima, ha passato la vita a evitare qualsiasi tipo di decisione, arrivando perfino ad autosabotare qualunque promessa di felicità, rifutandosi addirittura di vederla.

Perché Less soffre così tanto di fronte al matrimonio del suo ex amante, se è sempre stato convinto che non si trattasse di una storia seria o duratura? Beh, ma perché forse questa non-importanza della suddetta relazione è solo quello di cui si è convinto, nel tentativo testardo di sottrarsi alla felicità e magari pure alla serenità.

Forse questo libro è una storia d’amore, forse è una storia di conoscenza di sé, di crescita personale seppure avvenuta “leggermente” più tardi di quanto comunemente dovrebbe essere (Less ha 50 anni!), o forse è tutte queste cose assieme e tantissimo altro ancora. Per cui, in definitiva, è un gran bel libro, che maschera con la leggerezza riflessioni ben più profonde. Un autore che non si prende sul serio nemmeno quando dice cose davvero serie, che non sembra stare in un’arrogante torre d’avorio ma invece si sporca le mani, e quindi risulta tanto più efficace.

Io questo libro lo consiglio davvero. Tra l’altro, nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa.

In italiano è stato pubblicato nel 2017 da La Nave di Teseo con la traduzione di Elena Dal Pra.

Se volete approfondire, vi consiglio tre belle recensioni, la prima in italiano e le altre due in inglese:

Simona Baldelli, La vita a rovescio

Simona Baldelli, La vita a rovescio, Giunti, 2016.

La storia narrata in questo romanzo prende le mosse dalla storia vera raccontata da Marzio Barbagli nel saggio Storia di Caterina, che per ott’anni vestì abiti da uomo.

Nella prima metà del Settecento, a Roma così come altrove, le donne non godono di nessuna considerazione e sono costrette a restare sullo sfondo, facendo notare la propria presenza il meno possibile. Figuriamoci poi le donne che amano altre donne. Ricordiamoci che siamo in pieno Stato Pontificio, ma la situazione non è diversa nel resto della penisola. Gli uomini sono i padroni del mondo e le donne non hanno alcun ruolo, né negli strati bassi della società, né in quelli alti.

Caterina Vizzani ha quattordici anni e sa da sempre di essere nata a rovescio. Un paio di anni prima viene colpita dal vaiolo, che le lascia in eredità un’enorme voglia rossa sul viso, sfigurandola. Brutta e per giunta strana: le piace passare il tempo nella bottega di falegname del padre, dove tiene i conti del negozio, e odia le attività prettamente femminili come la scuola di ricamo, che le viene imposta dal prete. Non sa ancora che le piacciono le donne, ma lo scoprirà prestissimo, grazie all’amica Margherita. La vita di Caterina cambia in un istante quando la madre di Margherita le scopre a letto assieme e, dopo una serie di vicissitudini e in modo del tutto casuale, decide di diventare un uomo e si farà chiamare Giovanni Bordoni.

Come avrà modo di precisare nel corso del romanzo, Caterina non avrebbe voluto nascere uomo, sarebbe perfettamente contenta di essere donna se non fosse per un particolare: il mondo è degli uomini. E lei non ci sta. Inoltre, certamente il mondo non è pronto ad accogliere quelle come lei, nate a rovescio, che amano le persone del loro stesso sesso.

La trasformazione di Caterina in Giovanni è radicale e completa, tanto che la ragazza finirà per pensare da uomo e comportarsi da uomo, soprattutto dopo che le sue amiche nella casa dove è a servizio come stalliere le regalano un “piuolo” che la rende uomo a tutti gli effetti. Giovanni diventa così maschile in tutto e per tutto, e con tutto ciò che questo comporta, comprese la brutalità e la volontà di essere padrone del mondo, sentendosi tale in quanto appartenente al sesso dominante.

La vita di Giovanni è tormentata, piena di pericoli, ma anche piena di gioia di vivere e di amare, non solo con la mente ma anche e soprattutto con il corpo.

Però, come dice il saggio da cui questo romanzo prende spunto, questo stato di cose non durerà che otto anni, finché alla sua morte il segreto di Giovanni viene svelato. Se nella realtà il suo essere donna viene scoperto solo dopo la sua morte, nella fantasia è Giovanni stesso a voler ridiventare Caterina in punto di morte, il che fornisce all’autrice il modo di fare un’amara riflessione sulla mancanza di solidarietà fra donne. A quanto pare, le donne lo adorano e sono disposte ad aiutarlo in tutti i modi finché è uomo ma, orripilate, la abbandonano al suo destino quando la scoprono essere donna, e quindi uno scherzo della natura.

Ci sono dei passaggi molto toccanti, come quando Giovanni insieme ai suoi nobili padroni si reca al circo a vedere le varie stranezze esposte: le gemelle siamesi, l’uomo più piccolo del mondo, l’ermafrodito. In queste scene, l’ingiustizia e la malvagità di un mondo che non accetta il “diverso” vengono esplicitate in tutta la loro potenza. Eppure, come la protagonista scopre ben presto, quando è ancora Caterina, tutto questo è natura.

Gli incontri con le altre donne sono molto interessanti perché vediamo come le donne “a rovescio” siano veramente molte, solo che vivono nella menzogna, nascoste. Ma non solo, anche le donne che a rovescio non sono, si dimostrano interessate nei confronti di Giovanni, che avrà modo di dispiegare le proprie arti amatorie anche con loro. Di fatto, nella breve vita di Giovanni sono molte le donne che gli vogliono bene, lo amano, lo desiderano, lo proteggono. E tutte si riuniranno intorno a lui in un carosello davvero toccante alla fine del libro.

Eppure, ci sono anche donne che non solo non lo capiscono, ma neanche vogliono provare a capirlo, come Giovanni avrà modo di sperimentare alla fine della sua vita.

E del resto Giovanni stesso, una volta sperimentate le gioie del potere, sembrerà dimenticare la sua volontà di sovvertire le convenzioni e creare un mondo che accetti normalmente anche le persone a rovescio.

Un libro molto consigliato, con l’avvertenza che ci sono descrizioni molto esplicite, per cui se non vi aggradano fareste meglio a leggere altro.

Di Simona Baldelli avevo letto anche il bel romanzo d’esordio, Evelina e le fate, che ho recensito qui.

Federico Novaro, Love song

Federico Novaro, Love song. Storia di un matrimonio, Isbn Edizioni, Milano 2014.

Il libro è uscito ieri e io non potevo proprio aspettare ad acquistarlo, vista la grande stima che nutro per Federico Novaro e l’interesse per l’argomento. Così l’ho preso su Kindle e l’ho letto nel corso di questa giornata ventosa.

Love song è una storia d’amore normale, che però ha due caratteristiche importanti: è una storia vera, la storia di Federico narrata da lui stesso, ed è una storia d’amore fra due uomini, Federico e suo marito Stefano, che sono insieme ormai da undici anni e si sono sposati l’anno scorso a New York, perché in Italia è proibito.

Probabilmente vi ricorderete questo video che ha fatto il giro del web e non solo, l’anno scorso, Legalize love. Forse vi ricorderete anche di aver visto una versione abbreviata di questo video, dal vivo al festival di Sanremo del 2013. Ebbene, quei due ragazzi così fotogenici sono Federico e Stefano.

Love song è la logica continuazione di quel video, è il libro in cui Federico ci racconta il matrimonio e, soprattutto, ciò che a quel matrimonio ha portato. Come ha chiesto la mano di Stefano, perché ha deciso di farlo, come hanno deciso di girare quel video, come ha conosciuto Stefano, come sono andati a vivere insieme. Insomma, come dicevo, una normale storia d’amore. E a me di solito non piacciono i libri che parlano di storie d’amore, ma questa è una storia vera e questo è un libro che tutti dovremmo leggere, per capire che le storie d’amore fra due uomini sono anch’esse storie normali. Come dice Federico, siamo tutti uguali, e anche i gay sono noiosamente normali.

Federico inoltre ci spiega che un giorno le cose dovranno per forza cambiare, se non altro per conformismo, per conformarsi a quella che è la realtà dei fatti, quando in Italia arriveranno sempre più coppie dello stesso sesso sposatesi all’estero e vorranno giustamente vedere riconosciuti i propri diritti. E ci dimostra come la questione del matrimonio fra persone dello stesso sesso sia uguale, tanto per dire, alla questione del voto alle donne. Oggi nessuno che sia sano di mente penserebbe più che le donne non abbiano diritto al voto, una persona che esprimesse un’opinione del genere verrebbe bollata come minimo come pazza. Eppure il diritto di voto alle donne è una conquista recente. E anche allora, prima che si arrivasse a questa conquista, si diceva che questo avrebbe sovvertito l’ordine costituito, che sarebbe stato contro natura, che non avrebbe avuto senso perché le donne non erano in grado di esprimere quel diritto. E così sarà in futuro per i matrimoni fra persone dello stesso sesso: ora si fa tanto rumore, ma un giorno saranno normalissimi, e sì, sovvertiranno l’ordine costituito, ma nel bene e non nel male.

Ci sarebbero, volendo, tante cose da dire su questo bel libro, ma io vi voglio lasciare il piacere di leggerlo, e davvero vi consiglio caldamente di farlo, perché è uno dei libri più belli e delicati che leggerete quest’anno.