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[Incipit] Imre Kertész, Essere senza destino

Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi familiari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.
Mi sono precipitato fuori, ma non diretto a casa, bensì alla nostra azienda. Mio padre aveva detto che mi avrebbe aspettato là. E aveva aggiunto di spicciarmi, perché forse ci sarebbe stato bisogno di me. A dire il vero mi ha fatto esonerare proprio per questo. O forse per “sapermi al suo fianco l’ultimo giorno”, prima di “venire strappato via da casa”: già, perché ha detto anche questo, seppure in un altro momento. Se ricordo bene, lo ha detto a mia madre il mattino quando le ha telefonato. Infatti è giovedì, e il giovedì e la domenica, a rigore, è a mia mdre che spetta avermi il pomeriggio. Mio padre, però, le ha comunicato: “Quest’oggi non posso mandarti Gyurka”, e lo ha poi motivato in quel modo. Ma forse mi sbaglio. Questa mattina ero piuttosto stanco a causa dell’allarme aereo nella notte e forse non ricordo bene. Ma sono certo che lo ha detto. Se non a mia madre, allora a qualcun altro.
Poi ho scambiato anch’io qualche parola con mia madre, a che proposito, non lo ricordo più. Credo anche che fosse un po’ arrabbiata con me, perché con mio padre presente non potevo che essere stringato: in fin dei conti oggi è lui che devo seguire. E mentre stavo già per uscire, persino la mia matrigna mi ha rivolto qualche parola confidenziale, in corridoio, a quattr’occhi. Ha detto che sperava, in questo giorno così triste per tutti noi, di poter contare “su un mio comportamento conforme alle circostanze”. Non sapevo cosa rispondere e così non ho detto niente. Ma forse lei ha interpretato male il mio silenzio, infatti ha subito aggiunto che non intendeva assolutamente offendermi con quel richiamo che – lo sapeva anche lei – tanto non era necessario. Non dubitava certo che io, da ragazzo ormai quasi quindicenne quale ero, sapessi valutare la gravità del tiro che ci giocava il destino, si è espressa proprio così. Io ho annuito. Non occorreva altro, come ho capito subito. Lei ha fatto ancora un gesto protendendo le mani verso di me, tanto che io già temevo che mi volesse abbracciare. Invece non l’ha fatto, ha solo sospirato a fondo, con un respiro lungo e fremente. Ho visto che le si sono anche inumiditi gli occhi. È stato spiacevole. Finalmente sono potuto uscire.

Imre Kertész, Essere senza destino (tit. originale Sorstalanság), Feltrinelli, Milano 2016 (prima edizione ungherese 1975). Traduzione dal tedesco di Barbara Griffini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Imre_Kert%C3%A9sz

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/essere-senza-destino-1-2/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/05/09/imre-kertesz-essere-senza-destino/

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Imre Kertész, Essere senza destino

Imre Kertész, Essere senza destino (tit. originale Sortalanság), Feltrinelli, Milano 1999. Traduzione di Barbara Griffini. 223 pagine, 9 euro.

Ho sempre desiderato leggere un libro di Imre Kertész, a causa del mio interesse per gli scrittori che hanno vinto il premio Nobel (Kertész lo ha vinto nel 2002). Del resto se hanno ricevuto il maggiore riconoscimento nel campo letterario, un motivo ci deve essere, perciò mi sembra logico voler provare. L’occasione si è presentata quando un amico mi ha proposto di leggerlo insieme, ovvero leggerlo in parallelo commentandolo man mano che la lettura proseguiva. Una modalità che non avevo mai sperimentato ma che si è rivelata molto buona, in quanto ho letto questo piccolo libro, che normalmente avrei letto in due giorni, in due settimane, gustandomi ogni parola e ogni passaggio, riflettendo su ogni frase, scambiando opinioni e punti di vista. Un’esperienza che sicuramente ripeterò.

Kertész, morto meno di due mesi fa, è stato un prolifico scrittore scampato dal campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato deportato all’età di 15 anni. I paralleli fra la sua vita e quella di György detto Gyurka, il protagonista di questo romanzo, sono moltissimi. Si può dunque parlare di un romanzo per così dire autobiografico.

György è un ragazzino di 15 anni, che nei primi capitoli, soprattutto nel primo, si presenta più come un bambino che come un adolescente. Il suo modo di fare, di ragionare, di parlare, appare estremamente infantile, forse perfino più di come potrebbe legittimamente essere per un ragazzo di quell’età. György è ebreo, e il romanzo comincia con il padre che viene spedito al campo di lavoro, e la loro separazione. György non sembra rendersi veramente conto di quello che sta succedendo, il che è forse normale per un ragazzo della sua età, e lo è ancor più se consideriamo l’infantilismo del protagonista.

I primi capitoli sono molto irritanti e mi hanno fatto pensare che non avrei troppo gradito questo romanzo. Un po’ per l’infantilismo di György, molto per un suo intercalare caratteristico, «è naturale». György considera naturale tutto quello che avviene, ad esempio l’odio per gli ebrei del panettiere, che imbroglia sul peso del pane. Secondo György questo è “naturale”, perché il panettiere in prima istanza vuole imbrogliare il cliente e, di conseguenza, per sentirsi a posto con la propria coscienza, odia gli ebrei, così non si sente a disagio nell’imbrogliarli.

In seguito György viene mandato al lavoro forzato, e successivamente al campo di concentramento. Partirà prima per Auschwitz, dove resterà solo tre giorni, e in seguito sarà deportato a Buchenwald, dove passerà la maggior parte del suo tempo da internato a Zeitz, uno dei molti sottocampi di Buchenwald. Durante il processo di cattura e deportazione György continua a ripetere che tutto quello che gli accade, tutto quello che fanno i saoldati tedeschi, è naturale. Questa rassegnazione del protagonista, che certo è parte della più generale rassegnazione degli ebrei di cui si è molto scritto, è estremamente fastidiosa per il lettore, perché egli sa che niente di quello che sta avvenendo è naturale.

Tuttavia, con questo intercalare del protagonista, l’intento dell’autore è certamente farci capire quanto il passaggio dalla normalità, all’odio per gli ebrei, alla loro deportazione e al loro sterminio, sia stato graduale, tanto da poter percepire i singoli piccoli passi come “naturali”. Il libro è in fondo, più che un romanzo sul campo di concentramento, un romanzo sulla gradualità con cui tutto è avvenuto. Ciò verrà espresso alla fine del romanzo anche dal protagonista, che cercherà di spiegare a un giornalista incontrato per caso sul tram che tutto è accaduto in maniera estremamente graduale, perché in caso contrario sarebbe stato impossibile per i deportati “adattarsi” alla situazione e dunque sopravvivere.

Quando György entra nel campo di concentramento la sua ingenuità cade come un velo, e di conseguenza anche il fastidio provato dal lettore nei suoi confronti. György e i suoi compagni si rendono conto subito di quanto sta succedendo nel campo di concentramento, si accorgono immediatamente dei crematori, ne capiscono lo scopo, vedono insomma tutto. Questo da un lato può apparire incredibile, ma credo che fosse la realtà di quanto avvenne, perché i deportati non potevano evitare di sapere cosa accadesse nel campo. Diverso è certo per quei deportati mandati subito alle camere a gas non appena arrivati al campo di concentramento.

Il romanzo, nel penultimo capitolo, tocca anche il tema della resistenza degli internati, soprattutto quelli deportati per motivi politici, nel campo di Buchenwald. Un argomento molto interessante che sembra quasi surreale visto dagli occhi del protagonista che, malato e ormai in fin di vita, era già stato caricato su un carro per essere portato alla morte. Viene invece salvato e portato in infermeria, dove i deportati politici lo curano e lo rimettono in sesto, almeno per quanto possibile.

Alla fine del libro, György parla con varie persone, fra cui persone incontrate per caso e vecchi amici di famiglia, e giunge alla conclusione che sia impossibile far capire agli altri la realtà del campo di concentramento: quel suo essere naturale, la quotidianità, l’essere senza destino, in ultima analisi persino la felicità. Gli altri non possono capire perché non hanno vissuto la stessa esperienza, e sono perciò come bambini, che fanno domande ma non capiscono le risposte. Credo che questo sia estremamente vero, perché noi, oggi, possiamo leggere tutti i libri che vogliamo ma, non essendoci passati, non comprenderemo mai davvero quello che è accaduto, l’esperienza dei deportati.

In ultima analisi un libro molto bello, che mi sento di consigliare a tutti. Non certo all’altezza di altri libri come ad esempio Se questo è un uomo di Primo Levi, ma di fatto un libro che parla di un aspetto diverso, cioè come detto sopra della gradualità. Davvero molto consigliato.

Libri dall’Ungheria

Budapest, il Parlamento

Sándor Márai, Le braci, Adelphi: Come un Roth o uno Schnitzler allo stato incandescente: così ci appare oggi, fin dalle prime pagine, questo superbo romanzo. Ma anche, si potrebbe aggiungere, come una sequenza di scene viste attraverso l’obiettivo di Max Ophüls. Quanto all’autore, Sándor Márai fu uno di quei grandi a cui accadde, per un certo tratto della loro vita, di essere famosi e che i cataclismi politici finirono poi per relegare ai margini. Questo libro riaffiora dunque dall’oblio – con il gesto imperioso di qualcosa che non si potrà più dimenticare.
Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili (una di quelle amicizie maschili non meno intense del rapporto fra due gemelli monozigoti), tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: «una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione». Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna. E il lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile, mentre scorre una prosa incalzante, nitida, senza scampo.
Le braci fu pubblicato per la prima volta nel 1942.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/08/03/le-braci/

Sándor Márai, L’eredità di Eszter, Adelphi: «Nella vita esiste una specie di regola invisibile per cui ciò che si è iniziato un giorno prima o poi lo si deve portare a termine». Per vent’anni Eszter ha vissuto un’esistenza piana e senza scosse, nella quasi inconsapevole attesa del ritorno di Lajos, il solo uomo che abbia mai amato e grazie al quale ha conosciuto, per un breve periodo, «quel senso di allarme continuo» che è stato «l’unico vero significato della sua vita». E un giorno Lajos torna: Lajos il bugiardo, l’imbonitore, il falsificatore di cambiali, il mascalzone, Lajos che esercita sugli altri un fascino il cui effetto è paragonabile solo a quello di un sortilegio o di un terribile veleno, Lajos che l’ha ingannata sempre, che mente «come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile» – che aveva detto di amare una sola donna, lei, e poi aveva sposato sua sorella. Ed Eszter sa che Lajos torna per prendersi l’unica cosa di valore che ancora non si è portato via, e che lei non farà niente per impedirglielo. Sa anche che la storia non è finita, perché «gli amori infelici non finiscono mai». Che Márai sia un maestro della tensione narrativa spinta quasi all’insostenibile è cosa ben nota ai lettori delle Braci. Solo Márai può gareggiare con se stesso – e qui, ancora una volta, ci racconta una storia che stringe la nostra mente in una morsa, fino allo scoccare dell’ultima parola.
L’eredità di Eszter fu pubblicato a Budapest nel 1939.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/10/20/sandor-marai-leredita-di-eszter/

Tutti i libri di Sándor Márai: http://www.adelphi.it/catalogo/autore/701/p1

Péter Esterházy, Harmonia coelestis, Feltrinelli: Gli Esterházy, una delle più importanti famiglie aristocratiche d’Europa, si sono radicati attraverso i secoli nella storia ungherese e asburgica. Si tratta, quindi, di una storia europea e, infatti, Harmonia Cælestis, questo monumentale ‟romanzo familiare”, è stato salutato alla sua apparizione come un’‟epopea nazionale”. La prima parte del romanzo è strutturata come un puzzle, una cornucopia di leggende, cronache, miti ed episodi, un mosaico di testi, risalenti al sedicesimo secolo, in cui campeggia sempre la figura di un unico ‟padre”. Una saga familiare diventa il perno di una storia dell’umanità o, più esattamente, di quella nobiltà, non solo mitteleuropea, che viaggiava, studiava, stabiliva innumerevoli relazioni e si sentiva ovunque a casa propria. Di volta in volta, il ‟padre” è don Giovanni e buono a nulla, magnate ed erudito, vescovo e costruttore edile, pazzo e tiranno, ambasciatore e primo ministro: un passepartout per il tutto, illimitato e inesauribile come il potere della famiglia nel corso della storia. La seconda parte racconta la vita di una famiglia aristocratica nel ventesimo secolo sotto la dittatura, dalla repubblica dei Soviet del 1919 fino ai tempi più recenti. È una storia di espropriazione, sradicamento, impoverimento: la storia di una famiglia di fronte al niente. Tra questi due poli, il tutto e il niente, si muove il destino degli Esterházy.

Péter Esterházy, Una donna, Feltrinelli: Una donna. O novantasette differenti creature? Il libro si direbbe un inno all’eterno femminino nella sua inarrestabile e travolgente ricchezza di caratterizzazioni, in un continuo ondeggiare fra il sublime, il divino, il comico, il grottesco, l’ovvio e il volgare del quotidiano. Ognuna di queste donne è un’anti-Barbie: ora dea arrogante e inavvicinabile, ora amante capricciosa e passionale, ora moglie e madre detestabile, sa di Chanel n. 5 o di cipolle, ma è sempre irresistibile in tutte le sue metamorfosi. Travolto dalla vitalità di lei, il maschio narratore e personaggio di queste storie si tormenta nel desiderio, languendo nella propria inabilità e soggezione di eterno bambino-adolescente.

Tutti i libri di Péter Esterházy: http://www.amazon.it/gp/search/ref=sr_nr_i_1?fst=as%3Aoff&rh=k%3Ap%C3%A9ter+esterhazy%2Ci%3Astripbooks&keywords=p%C3%A9ter+esterhazy&ie=UTF8&qid=1433583757

Imre Kertész, Essere senza destino, Feltrinelli: Dal Premio Nobel 2002, un libro sul mondo concentrazionario e sulla psicologia dei campi di concentramento secondo uno scampato, che vorrebbe paradossalmente farsi portavoce della “felicità” dei campi.

Imre Kertész, Dossier K., Feltrinelli: Dossier K. è un romanzo autobiografico sotto forma di dialogo il cui ritmo batte su domande capitali.
L’infanzia a Budapest; il divorzio dei genitori; il rapporto con i nonni e la matrigna; l’esperienza ad Auschwitz e Buchenwald; il ritorno in Ungheria; il periodo nel Partito comunista; l’era Kadar; la caduta del Muro di Berlino; i due matrimoni; il premio Nobel; Berlino; la depressione; il ritorno alla scrittura: Kertész mette in discussione se stesso, e insieme i più grandi eventi della storia del Novecento.

Tutti i libri di Imre Kertész: http://it.wikipedia.org/wiki/Imre_Kert%C3%A9sz#Opere

Ferenc Molnár, I ragazzi della via Pal, varie edizioni: Due bande di ragazzi di Budapest lottano tra loro per il possesso di uno spazio per giocare, il campo della via Pál. Il terreno è adiacente ad una vecchia segheria, pieno di cataste di legna, siepi, oscuri e labirintici viottoli e i ragazzi della via Pál, comandati da Boka, proteggono la loro proprietà dalla banda delle Camicie Rosse, che vorrebbe usurpargliela. L’autore dimostra una conoscenza della psicologia infantile e una sensibilità non comuni, presentando la realtà attraverso l’occhio acuto e ingenuo dei bambini. Gli adulti non sono mai protagonisti, compaiono soltanto raramente in sottofondo, dando ampio spazio ai veri protagonisti del romanzo: i ragazzi della via Pál.

Magda Szabó, La ballata di Iza, Einaudi: Alla morte del marito Vince, un vecchio magistrato, Etelka accetta la proposta della figlia di lasciare la cittadina di provincia dove ha trascorso gran parte della vita e di trasferirsi a Budapest. Iza, una dottoressa molto attiva e stimata da pazienti e colleghi, organizza la vita della madre in ogni dettaglio, eliminando qualsiasi traccia del passato. Poco alla volta l’anziana donna si ritrova come pietrificata in una sorta di non-esistenza, sino a quando non decide di tornare nella cittadina per assistere alla posa di una lapide sulla tomba del marito. Scritto nei primi anni Sessanta, La ballata di Iza ha alcuni punti di contatto con La porta, il romanzo piú noto di Magda Szabó, e conferma la straordinaria bravura della scrittrice, abile nel narrare il complesso rapporto fra due donne, la generale incapacità umana di comprendersi e di comunicare, attraverso una scrittura lieve ma allo stesso tempo precisa e implacabile alla quale è difficile sottrarsi.

Magda Szabó, La porta, Einaudi: È un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredás, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche. La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell’alone di mistero che ne circonda l’esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare. In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell’anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti più drammatici del Novecento. Pubblicato in Ungheria nel 1987, ma in qualche modo disperso negli anni della transizione politica, La porta è il romanzo che ha rivelato la più grande scrittrice ungherese contemporanea.

Tutti i libri di Mgada Szabó: http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=Magda+Szab%C3%B3

Ferenc Karinthy, Epèpè, Voland: Dov’è capitato il professor Budai? Impossibile dirlo. Perché mentre dorme, convinto di essere in volo verso Helsinki, l’aereo atterra misteriosamente in una megalopoli sconosciuta e non identificabile nonostante ogni suo sforzo. Qui gli abitanti parlano e scrivono in maniera inintelligibile.
Budai è un linguista di fama mondiale,padroneggia perfettamente una trentina di lingue, ma non riesce a capire una sola parola. Insegne, giornali, comportamenti e gesti diventano ostili perché indecifrabili.
Robinson Crusoe dei nostri giorni, Budai è solo in un luogo che vive di un ritmo contrario e dovrà lottare contro l’emarginazione, la povertà, l’assurdo. Il suo destino adesso è quello di un immigrato incolto e povero. E soltanto nella rivolta che scoppia inattesa troverà finalmente un suo posto tra la folla. Ma, come nell’Ungheria del ’56, ogni ribellione è impossibile.
Épépé
è la più feroce metafora del divenire estraneo di un mondo apparentemente familiare.

László Krasznahorkai, Melancolia della resistenza, Zandonai: L’arrivo in piena notte di un circo che esibisce il corpo di una gigantesca balena diffonde un’ondata di gelo e di timori tra gli abitanti di una cittadina ungherese scossa da una catena di funesti accadimenti. Una schiera di misteriose figure sta per mettere a ferro e fuoco la città terrorizzata che rischia di sottomettersi a un grottesco Movimento per la Pulizia e l’Ordine. Su questo scenario si staglia una galleria di personaggi indimenticabili: la crudele signora Eszter, che architetta la sua avida scalata al potere e Valuska, eroe sfortunato con la testa fra le nuvole, la sola anima pura che si aggiri tra queste pagine. A questa situazione di catastrofe incombente László Krasznahorkai contrappone una macchina narrativa di stupefacente bellezza e profondità, una rappresentazione dell’apocalisse fondata sulla sproporzione e sull’allegoria, una scrittura infallibile che trascina il lettore in un vortice ammaliante. Melancolia della resistenza – da cui Béla Tarr ha tratto il film cult Le armonie di Werckmeister, su sceneggiatura dello stesso Krasznahorkai – ha raccolto gli elogi di Imre Kertész, W.G. Sebald e Susan Sontag che ha definito il romanzo “un’anatomia della desolazione nella sua forma più spaventosa e un commovente manuale per resistere a quella desolazione”.

Sándor Márai, L’eredità di Eszter

Sándor Márai, L’eredità di Eszter (tit. originale Eszter hagyatéka), Adelphi, Milano 2004. Traduzione di Giacomo Bonetti. 137 pagine, 8 euro.

Le braci mi era piaciuto tantissimo, e ho deciso di leggere un altro Márai, colpita anche dalla descrizione del libro trovata sul sito di Adelphi. Questa volta però sono rimasta delusa, purtroppo.

Eszter è una donna di mezza età che, nel 1939, anno in cui è uscito il libro, viene considerata già vecchia. Da sempre è innamorata, ricambiata, di Lajos, ma il loro è un amore infelice, perché Lajos è un bugiardo patologico che, dopo essersi fidanzato con Eszter, ne ha sposato la sorella Vilma. E, come tutti gli amori infelici, non finisce mai, tesi esposta nel romanzo e con cui non sono assolutamente d’accordo.

Un giorno Lajos decide di tornare a trovare Eszter e chiama in raccolta anche il fratello di lei e gli amici comuni Tibor ed Endre, oltre naturalmente alla vecchia Nunu, che vive con Eszter. Nunu, profetica, dirà all’inizio del libro che, se viene Lajos, allora è il caso di nascondere l’argenteria. Perché Lajos non è soltanto un bugiardo patologico, ma è anche un uomo dalle mani bucate che chiede in prestito soldi a destra e a manca, e ha debiti con tutti.

Il romanzo, o meglio racconto breve, poco più di 100 pagine, è il racconto di Eszter che rammenta quella visita fatale, in cui è stata spogliata di tutti i suoi beni dall’uomo che un tempo l’aveva amata.

Perché questo è chiaro: Lajos non ama più Eszter, seppure l’ha mai amata. Lajos è un teatrante, un grandissimo attore, capace di piangere lacrime vere pur senza provare niente. Conosco anche io qualcuno così.

Eppure Eszter lo ama ancora, gli è anzi devota, e non esita a compiere un sacrificio supremo per lui. Una donna che si immola sulla pira di un amore mai esistito se non nella sua testa, per un uomo opportunista e così cinico da essere disumano.

Personaggi antipaticissimi che mi hanno costretta a faticare per leggere: un Lajos disumano e una Eszter irreale, salvo forse essere realissima per l’epoca in cui è stato scritto il romanzo. Insomma, non mi è piaciuto, ma lo salvo solo perché, come anche Le braci, è scritto veramente bene, con picchi di rara poesia.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Le braci

Sándor Márai, Le braci (tit. originale A gyertyák csonkig ékneg), Adelphi, Milano 1998. A cura di Marinella D’Alessandro. 181 pagine.

«Guardiamo in fondo ai nostri cuori: che cosa vi troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci.»

Un libro sulla memoria, un libro sull’illusione, è stato detto. Entrambe vere. Aggiungo: un libro sulla passione, piuttosto forse che sul tradimento.

Henrik e Konrad sono amici da quando avevano 10 anni, si sono conosciuti al collegio militare e non si sono mai più lasciati. La loro è un’amicizia totale, sono quasi due fratelli, sono quasi due amanti, sono più che amici nel senso comune del termine. Sono due, ma sono una persona sola, pur con le loro diffirenze. Henrik e Konrad non si vedono da quarantuno anni, tanti quanti ne sono passati da quando Konrad è scappato senza lasciare tracce. Ora Konrad è tornato a Vienna, e vuole vedere Henrik. Henrik lo aspettava, e in un lunghissimo monologo gli dirà cosa pensa di lui, dell’amicizia, dell’amore, del tradimento, della passione.

La storia di Henrik è quella di una passione, che ora brucia lenta come brace. Alla soglia della morte, Henrik vuole sapere la verità, ma è anche indifferente. È cortese col suo ospite, più che arrabbiato. Dice di volere vendetta per quel duplice tradimento (il tradimento dell’amico e della moglie), ma parla in maniera tutto sommato posata, e quando Konrad rifiuta di rispondere alla sua domanda dice solo «Va bene».

Alcuni passi del monologo di Henrik mi hanno colpito molto sul piano personale, perciò se non vi scoccia ve ne parlerò brevemente. Henrik dice: «Non mi rendo conto che se qualcuno si ostina a mettere a nudo la propria anima, con una franchezza persino eccessiva, è forse per non dover parlare di qualcosa che ha un’importanza essenziale». Dice: «Solo più tardi ho compreso che se qualcuno si rifugia con tanta veemenza nella sincerità significa che ha paura: paura di ritrovarsi un giorno con la vita carica di segreti inconfessabili». Questo mi ha colpito molto perché, e qualcuno se ne avrà a male, ho vissuto tanti anni con una persona dalla sincerità estrema. Ho sempre detto a questa persona che era sincer* fino ad essere brutale. Ebbene, niente di più vero, forse quella sincerità così veemente nascondeva qualcosa che aveva un’importanza essenziale. Ma ora questo non ha più alcuna importanza, mi ha solo colpito la coincidenza di trovare scritto esattamente quello che pensavo. Finisce qui la mia parentesi personale.

Come al solito, qualche spunto per approfondire:

* Sándor Márai su Wikipedia
* Il libro (con risvolto) sul sito di Adelphi
* Una recensione incentrata sulla memoria
* Una recensione incentrata sull’illusione

Questo libro partecipa alla sfida delle “letterature altre” e la recensione è pubblicata anche sul relativo blog.