[Turchia]

Dopo essermi occupata del Vietnam e aver fatto un’incursione nella letteratura serba con due romanzi di David Albahari, oggi voglio introdurvi brevemente alla letteratura turca.

La Turchia è una nazione che è sempre stata in bilico fra Oriente e Occidente, non per niente è, insieme alla Russia, l’unico Stato che si trovi diviso fra due continenti, l’Asia e l’Europa. Basti pensare all’enorme estensione raggiunta dall’Impero Ottomano, di cui la Turchia è l’erede, che nel 1683 giunse addirittura alle soglie di Vienna. Un impero così vasto era unito soprattutto dal fattore religioso: l’Islam era infatti la religione comune a tutti i popoli ottomani.

Nell’Ottocento la classe dirigente guarda con interesse ai modelli europei, fino alle Tanzimat, le riforme imposte dal sultano dal 1839 al 1876. Nel frattempo inizia però il declino dell’impero, con vari tentativi di tenerlo in piedi rendendolo coeso.

L’impero ha fine nel 1922 e l’anno successivo viene proclamata la Repubblica di Turchia. A questo punto la nazione è divisa in varie zone di occupazione straniera in seguito al trattato di Sèvres, stipulato dopo la disfatta subita nella prima guerra mondiale. A guidare il movimento di indipendenza è Mustafa Kemal, noto poi come Atatürk, padre dei Turchi.

Atatürk decide di modernizzare il Paese e a tal fine mette in atto una massiccia opera di laicizzazione, a tratti brutale, in quanto abitudini fino ad allora quotidiane e radicate vengono proibite, ad esempio viene vietato l’uso del fez, tipico copricapo musulmano, che deve essere sostituito dal cappello occidentale. Le riforme di Atatürk investono anche il piano linguistico, ma qui bisogna fare un passo indietro.

Il turco ottomano era una lingua profondamente influenzata dall’arabo (di cui utilizzava l’alfabeto) e dal persiano, che nel mondo islamico antico erano le due lingue della cultura. La letteratura turca era fortemente influenzata da quella persiana, di cui riprendeva gli stilemi. L’interesse era rivolto quasi esclusivamente alla poesia, la conoscenza della quale era un mezzo per mettersi in mostra nell’ambiente di corte. All’interno della poesia ottomana rivestiva grande importanza la poesia mistica, che adottava un linguaggio amoroso prettamente omosessuale (l’omosessualità era ufficialmente malvista dall’Islam, ma era forte il mito del bell’efebo, caro anche alla classicità greca), a tratti anche esplicito e passionale, il cui scopo era però alludere all’unione mistica con Dio. Importanti erano anche il linguaggio fiorito e l’artificio retorico, con il ricorso a citazioni, doppi sensi, giochi di parole… Della poesia persiana, infine, la poesia turco-ottomana riprendeva il carattere frammentario. Il problema era però linguistico: la prosodia arabo-persiana, infatti, si basava sulla quantità delle vocali, senso questo che mancava alla lingua ottomana. La soluzione era un gran numero di prestiti arabi e persiani, entrati a far parte del vocabolario ottomano, non solo del linguaggio petico ma anche di quello quotidiano.

Atatürk intende la modernizzazione come occidentalizzazione, di conseguenza vara una riforma linguistica che intende restituire al turco il proprio carattere nazionale. Per far questo viene adottato l’alfabeto latino al posto di quello arabo e vengono proibite tutte le parole di derivazione araba e persiana, anche quelle di uso comune, sostituite con parole considerate “pure”  e prese per lo più dai dialetti in uso in Anatolia, dove si suppone che la lingua abbia un maggiore grado di purezza. La “rivoluzione linguistica” viene attuata con tale velocità e con tale estremismo che, se oggi interrogate un turco di mezza età, vi dirà che non riesce a capire le lettere che si scrivevano i suoi genitori prima della riforma di Atatürk. L’ottomano e il tuco imposto dall’alto sono, infatti, due lingue completamente diverse. Ne consegue che la letteratura turca nasce in pratica negli anni ’20-’30 del Novecento; per comprendere quella precedente sono necessari gli studiosi di ottomanistica.

Il tentativo di occidentalizzarsi porta naturalmente ad abbandonare la poesia per il romanzo che, bisognerebbe ricordarlo, è un genere prettamente europeo, almeno agli inizi. I primi tentativi di romanzo in Turchia si hanno nella seconda metà dell’Ottocento, quando gli scrittori prendono a imitare il modello naturalista francese, ma non ci sono ancora opere di spessore.

Intorno alla metà del Novecento inizia a svilupparsi in Turchia un interesse per i villaggi, che finora erano stati trascurati, ma che costituiscono la maggior parte del territorio turco. Nasce così una “letteratura del villaggio”, che si propone di raffigurare in maniera realistica (il modello è sempre francese) la realtà povera dei villaggi e dei contadini che spesso sono costretti a emigrare nelle città, affrontando tutte le difficotà del caso.

In epoca più recente, al tema dell’emigrazione interna dal’Anatolia a Istanbul ha dedicato una trilogia Latife Tekin, della quale sono stati pubblicati in Italia (da Giunti) i primi due libri, Fiabe dalle colline dei rifiuti e Cara spudorata morte, che però sono fuori catalogo.

Uno degli scrittori più significativi è Yashar Kemal, i cui libri sono tradotti in Italia da Tranchida: lo scrittore è un curdo appartenente a una tribù nomade e ha scritto della Çukurova, nella parte meridionale della Turchia, dove sono presenti coltivazioni di cotone.

Fra i nomi a noi più noti, Nazim Hikmet, poeta e drammaturgo, di cui, oltre alle solite raccolte di poesie d’amore, esistono due volumi di Editori Riuniti, credo fuori catalogo, che raccolgono la produzione sia poetica che drammaturgica (se cercate nel catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale li trovate). Notissimo Orhan Pamuk dopo l’assegnazione del Nobel nel 2006: di suo ho letto qulche mese fa Il mio nome è rosso. Nota anche Elif Shafak per il suo La bastarda di Istanbul. Inoltre c’è un gran numero di scrittori turco-tedeschi, dei quali molti scrivono in tedesco (come Feridun Zaimoglu) e alcuni in turco.

Per approfonodire:

* la lingua turca su Wikipedia (segnalo anche la pagina in inglese, contrassegnata come “featured article”)
* la letteratura turca su Wikipedia (in inglese)
* un sito dedicato alla letteratura turca contemporanea (in inglese, con moltissime traduzioni di poesie, racconti, ecc)
* un sito dedicato alla poesia turca (in inglese)
* un altro sito con traduzioni di poesie turche (in inglese)
* le molte pagine dedicate alla lingua e alla letteratura turca sul portale dedicato alla cultura turca (in inglese)
* “Türkische Literatur auf dem Weg nach Europa”: alcuni articoli sugli autori turco-tedeschi e non solo (in tedesco)
* la letteratura turco-tedesca su Wikipedia (in tedesco)
* una lista di autori turco-tedeschi (in tedesco)
* una lista di autori turchi (in inglese)
* una pagina su Nazim Hikmet
* il sito di Orhan Pamuk (in inglese)
* Latife Tekin su Wikipedia (in tedesco)
* Yashar Kemal su Zam
* Elif Shafak su Wikipedia (in inglese)
* Feridun Zaimoglu su Wikipedia (in inglese)

La valigia di mio padre

Come sapete, la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento in me il bisogno di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio che si scrivano libri come quelli che scrivo io, e leggerli. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace molto stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola. Scrivo perché tutto il mondo conosca il genere di vita che abbiamo vissuto, che viviamo, io, gli altri, tutti noi a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna, dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell’arte del romanzo, più di quanto non creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l’interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l’ho così tanto con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio concluderli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella stabile posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché la vita, il mondo, ogni cosa è incrdibilmente bella e sorprendente. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutta questa bellezza e ricchezza della vita. Scrivo non per raccontare una storia, ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non posso raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice.

Da: Orhan Pamuk, Altri colori. Vita, arte, libri e città (tit. originale Öteki Renkler: Seçme Yazιlar ve Bir Hikâye), Einaudi, Torino 2008. Traduzione di Giampiero Bellingeri e Şemsa Gezgin.

Il libro contiene saggi, articoli, racconti e discorsi di Pamuk precedentemente pubblicati in vari giornali e riviste. Essendo una raccolta molto composita, non tutti i pezzi sono allo stesso livello, ma mi sento di consigliarlo: i racconti sono carini, ma è soprattutto quando scrive di libri e di letteratura che Pamuk diventa irresistibile. Di piacevole lettura anche gli articoli sulla società, l’attualità, la politica e l’arte.

Il brano che ho citato è tratto da La valigia di mio padre, il famoso discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel nel 2006. Va letto tutto, a mio parere, specialmente se il lettore è a sua volta scrittore, ma non solo. Il discorso è presente anche nel libro omonimo, sempre pubblicato da Einaudi, che contiene anche altre due conferenze tenute da Pamuk. Per chi invece preferisse leggerlo in rete (ma non in italiano), il discorso si può leggere o scaricare in formato pdf dal sito del Premio Nobel, in inglese, svedese, francese, tedesco o turco. C’è anche il video.

Il mio nome è rosso

copertina Il mio nome è rossoOrhan Pamuk, Il mio nome è rosso, Einaudi, 2001 e 2005. Traduzione dal turco di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin.

«Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo». Inizia così Il mio nome è rosso, romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk, pubblicato in Turchia nel 1998 e in traduzione italiana nel 2001, vincitore del prestigioso IMPAC Dublin Literary Award nel 2003.

Ci troviamo perciò immediatamente di fronte alla scena di un omicidio, sebbene narrato in maniera molto particolare: il titolo del primo capitolo è “Io sono il morto” – strano che sia un morto a parlare della sua stessa uccisione, no?

Ed eccoci subito alla prima particolarità di questo romanzo: i 59 capitoli si dividono fra 20 voci narranti, ognuna delle quali spiega ciò che accade (e, in definitiva, il mondo) dal proprio punto di vista.

E non sono solo i protagonisti del romanzo a parlare, persone in carne e ossa, ma anche, appunto, un morto, e poi vari disegni (un cane, un albero, perfino Satana) a cui il cantastorie della tradizione ottomana presta la propria voce.

Ci troviamo di fronte a un romanzo che si può leggere su diversi piani, perciò può accontentare i più diversi tipi di lettori, anche se il lettore ideale sarebbe ovviamente quello che sa vedere tutti i piani contemporaneamente, che sa godere di tutti questi piani.

Uno dei piani è senz’altro il giallo, il romanzo “poliziesco” sullo stile del Nome della rosa.

C’è un miniaturista assassinato (o meglio, un doratore), un assassino che parla senza mai far capire chi sia, un uomo che deve investigare sul delitto, altrimenti non potrà essere veramente il marito della sua amata Şeküre.

Ed eccoci al secondo piano della narrazione: una storia d’amore.

Nero è stato in esilio volontario da Istanbul per dodici anni, dopo che suo Zio Effendi, padre della bellissima Şeküre nonché capo miniaturista, rifiutò di concedergli la mano dell’amata. In tutti questi anni Nero ha pensato alla donna che continuava ad amare ma, non avendo un ritratto, ha finito per dimenticarne il volto.

Dopo dodici lunghi anni Nero torna a Istanbul e inizia una corrispondenza segreta con Şeküre, grazie all’intermediazione della venditrice di corredi ebrea, Esther.

Il terzo piano, infine, è quello principale: un romanzo sull’arte.

Il sultano Murat III (siamo nell’Impero Ottomano del 1591) ha commissionato a Zio Effendi (e non al miniaturista ufficiale del palazzo, Maestro Osman) un libro per celebrare il millesimo anniversario dell’Egira. Questo libro viene tenuto segreto, tanto che i maestri miniaturisti che vi prendono parte vanno a casa di Zio Effendi di notte per miniare piccole parti di libro separatamente.

Come mai tutta questa segretezza? È presto detto: il Sultano ha deciso di provocare l’invidia dei veneziani, e proprio per questo ha incaricato Zio Effendi dell’esecuzione del libro, dato che questi è stato a Venezia ed è entrato a contatto con l’arte rinascimentale.

Ed ecco il problema: il libro dovrà essere realizzato su imitazione dei metodi europei.

Ecco così che il tema di fondo del libro, accanto e strettamente connesso alla rappresentazione della vita dei miniaturisti ottomani, si rivela essere la contrapposizione fra Oriente e Occidente.

La miniatura ottomana, infatti, nata e sviluppatasi da quella persiana, si rifà alla tradizione degli antichi maestri; visione, questa, incarnata dal maestro miniaturista di corte, Maestro Osman, che aiuterà Nero a smascherare l’assassino.

Si tratta di una miniatura idealizzata, disegnata a memoria dopo aver imitato centinaia di volte i disegni degli antichi maestri. Solo così si potrà disegnare veramente il mondo come lo vede Allah, ed è per questo che i miniaturisti non temono la cecità a cui il loro lavoro inevitabilmente li condanna, ma anzi spesso, da vecchi, la cercano, perché solo così potranno disegnare veramente ciò che Allah vede, liberi da condizionamenti esterni.

La pittura rinascimentale europea, al contrario, ricerca il realismo del disegno, raffigura il mondo così come lo vede l’uomo, e quindi nasce l’arte del ritratto, la prospettiva, l’uso di luci e ombre.

Tutto questo per il predicatore di Erzurum, che in quel periodo va predicando per Istanbul con i suoi seguaci, è blasfemo e peccaminoso, perché non si può pretendere di stravolgere l’ordine gerarchico del mondo disegnando, ad esempio, un cane più grande del Sultano, o abbassando il punto di vista a quello del cane anziché raffigurare tutto dall’alto come lo vede Allah. Si rischia inoltre l’idolatria, perché i ritratti sono così somiglianti alla realtà che l’uomo è portato ad adorare se stesso.

In effetti, per evitare quest’ultimo peccato, l’Islam vieta la possibilità della rappresentazione umana, abilmente aggirata però dalla miniatura persiana e ottomana, commissionata da sultani e pascià e vista come semplice corollario del testo, e non rappresentazione pittorica a sé stante.

È questo, invece, che il libro di Zio Effendi rischia di diventare, ed è per questo che il doratore Raffinato Effendi, spaventato da tutte queste implicazioni, cercherà di mettere paura a uno dei tre maestri miniaturisti e verrà ucciso.

Del libro, peraltro, si potrebbe parlare ancora per ore, perché le diramazioni sono tante, ma non voglio tediarvi.

Voglio solo dire che il libro stesso si pone a metà in questa contrapposizione fra Oriente e Occidente, grazie ai mille rimandi culturali che contiene: da quello già citato a Eco, alle prospettive multiple di Calvino per quanto riguarda l’Occidente; dalla poesia persiana agli stilemi della prosa ottomana ottocentesca per quanto riguarda l’Oriente.

Tutto questo, ovviamente, non può non rimandare all’attualità della Turchia, dove un forte anelito all’occidentalizzazione si contrappone a un altrettanto forte ancoraggio al passato, fino al suo estremo di una pericolosa caduta nel fondamentalismo. Proprio come avviene nel romanzo.

Molti lettori si lamentano del fatto che il romanzo e la scrittura di Pamuk siano prolissi e pedanti. È tutto vero, ma l’effetto è probabilmente voluto, per due ragioni.

La prima è che dovremmo ricordarci che stiamo leggendo l’opera di uno scrittore turco, per quanto occidentalmente postmoderno. Quindi la tradizione è altra.

La seconda, e più importante, è che la scrittura è miniaturistica, nel senso che riflette l’oggetto del romanzo, e questa secondo me è una vera finezza.

Non dico che a tratti non sia pesante, ma dico per contro che questo libro mi è diventato amico, che mi ha tirato su quando ero triste, e che – cosa che non mi succedeva da tempo – non vedevo l’ora di tornare a casa per poter continuare a leggere.

E quindi lo consiglio, se sapete armarvi di pazienza.

*

Per chi fosse interessato, sto scrivendo un saggio su questo romanzo, ma dovrebbe avere la pazienza (di nuovo!) di aspettare un mesetto.

*

Due belle recensioni: una di Gabriella Alù e l’altra, in inglese, di Dick Davis.

L’incipit del libro su Wuz.

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A proposito di letterature “altre”, se qualcuno di voi è interessato a conoscere la letteratura turca e se lacava bene con l’inglese, questo sito offre la possibilità di leggere brani di romanzi, racconti e poesie di molti autori turchi contemporanei in traduzione inglese.

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Nazim Hikmet

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Per il talassomane, come da promessa. E, siccome mi piace, per tutti.

Sei la mia schiavitù…

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
     sei la mia carne che brucia
     come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
     tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
     tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

Nazim Hikmet