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[Incipit] Henning Mankell, I cani di Riga

La neve iniziò a cadere poco dopo le dieci del mattino.
L’uomo al timone nella cabina del battello da pesca imprecò ad alta voce. Sapeva dal bollettino meteo di un’ora prima che era prevista neve, ma aveva sperato di avvistare la costa svedese prima che la tempesta avesse inizio. Maledizione, se ieri sera non avessi perso tempo a Hiddensee, pensò, a quest’ora avrei già avvistato Ystad e avrei potuto fare rotta a est, adesso invece siamo ad almeno sette miglia dalla costa e se la neve aumenta d’intensità, sarò costretto ad alare e aspettare una visibilità migliore.
L’uomo imprecò nuovamente. L’avarizia gioca sempre brutti scherzi, pensò. Perché non ho fatto quello che in pratica avevo già deciso di fare a settembre? Perché non ho comprato l’impianto radar nuovo… Il vecchio Decca ha visto giorni migliori. Avrei dovuto comprare uno di quei nuovi modelli americani. Ma sono stato tirchio. E poi non mi fidavo dei tedeschi dell’Est. Ero certo che mi avrebbero rifilato una fregatura.
Continuava ad avere difficoltà ad accettare che la Repubblica Democratica Tedesca non esistesse più e che un intero popolo, che i tedeschi dell’Est non esistessero più. In una sola notte, la storia aveva cancellato una frontiera fittizia che aveva diviso una nazione per più di trent’anni. Ora c’era un unico stato che si chiamava Germania e due popoli che erano tornati a essere uno solo. E tutti cercavano di immaginare, senza però riuscirci, cosa potessero veramente provare incontrandosi liberamente nella vita di tutti i giorni. All’inizio, quando il Muro era caduto da un giorno all’altro, l’uomo al timone del battello aveva provato un senso di angoscia. Era possibile che quell’improvviso e inaspettato cambiamento potesse avere conseguenze negative sulla sua attività? Ma i suoi partner di quella che tutti ormai chiamavano l’ex Germania Est lo avevano rassicurato. Non sarebbe cambiato niente. Al contrario, avevano detto, molto probabilmente il nuovo stato di cose avrebbe persino potuto significare nuove e più proficue opportunità di fare affari.

Henning Mankell, I cani di Riga (tit. originale Hundarna I Riga), Marsilio, Venezia 2002 (prima edizione svedese 1992). Traduzione di Giorgio Puleo.

Il sito dell’autore: http://henningmankell.com/

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/scheda-libro/3170640/i-cani-di-riga?Itemid=165

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/03/17/i-cani-di-riga/

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Libri dalla Svezia

Catharina Ingelman-Sundberg, La banda degli insoliti ottantenni, Newton Compton:  Märtha e la sua banda di cinque simpatici vecchietti vivono in una casa di riposo.
I loro giorni trascorrono all’insegna della noia e dell’avvilimento, specie da quando il nuovo proprietario dell’istituto ha tagliato tutte le spese: cibo, divertimenti e persino le decorazioni natalizie! Tanto che arrivano a pensare che starebbero meglio in prigione, dove almeno la mensa funziona. Perché allora non evadere e commettere una rapina, per venire incarcerati? Il primo colpo della scombinata gang non va però come avevano previsto, così decidono di rimediare pianificando il furto del secolo. Ma essere arrestati non è semplice come si immagina e quando finalmente finiscono al fresco si accorgono di aver sopravvalutato la vita e gli agi di quel “ricovero”. Anzi, tra rigide gerarchie, mafiosi slavi e criminali senza scrupoli che farebbero di tutto per impossessarsi del loro bottino devono far ricorso a ogni possibile stratagemma per uscirne incolumi. Dove porterà la rocambolesca avventura di questa banda di intrepidi Lupin dai capelli grigi? Chiunque li incontri farebbe meglio a mettersi al riparo…
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/03/24/catharina-ingelman-sundberg-la-banda-degli-insoliti-ottantenni-svezia/

Karin Boye, Kallocaina, Iperborea: Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri e di se stesso? Quale giudice non lo vorrebbe, quale potere non lo riterrebbe l’ideale strumento di controllo? Kallocaina è appunto il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall ha inventato per garantire allo Stato sicurezza e stabilità. Ma la verità sfugge alla strumentalizzazione, i suoi effetti sono sconvolgenti, rivelando la complessità dei rapporti umani e portando il germe della disgregazione nel sistema. Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi speranze nell’avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l’allucinata visione di una società spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà. Benché le distopie appaiano spesso ingenue e superate dalle atrocità del reale, le questioni sollevate dal romanzo suonano di allarmante attualità. La continua violazione dei diritti umani, l’uso strumentale della giustizia, la disinvolta interpretazione delle leggi, la delazione eretta ad atto civico, l’acquiescente conformismo fanno parte del nostro panorama quotidiano. Ma l’originalità di Kallocaina, rara voce di donna in questo genere letterario, sta altrove: nella progressiva presa di coscienza del protagonista che verità e ragione, verità e controllo, verità e potere restano inconciliabili, nel suo lento processo di liberazione dal proprio super-io, fino all’accettazione delle esigenze più profonde che aveva negato e soffocato dentro di sé: quel bisogno di amore, di libertà e di fiducia, senza i quali l’esistenza e la persona umana perdono di valore e di significato.

Stig Dagerman, I giochi della notte, Iperborea: Troppo assoluto per accettare compromessi, troppo intransigente per accontentarsi di consolazioni, troppo impregnato di solidarietà per cercare giustificazioni nella scrittura, Dagerman appartiene alla categoria di quelli che non sanno perdonare a se stessi la sofferenza e l’umiliazione degli altri, che non possono non opporsi con tutto il loro essere all’ingiustizia del vivere. Ed è proprio quella sua compassione che gli dà la capacità di cogliere nei giochi solitari di un bambino, nell’ostinato silenzio di un vecchio, nei gesti meccanici di una don­na, l’indicibile disperazione di piccole vite, di piccole tragedie cui si passa accanto senza neppure accorgersene, con l’arroganza degli “implacabili”, o semplicemen­te l’indifferenza di chi non si è mai trovato dalla parte dei perdenti, degli anonimi e silenziosi che diventano visibili solo quando arrivano a compiere quell’atto estremo che è la loro definitiva autocondanna. È con la lucidità di chi non ha paura di farsi del male che Dagerman affronta in questi racconti i suoi costanti temi: la solitudine in un mondo di adulti in cui si lasciano crescere i silenzi fino a farne muri invalicabili d’incomprensione, l’amarezza di sentirsi traditi, estra­nei a se stessi, superflui agli altri, la desolazione del crollo dell’autoinganno, quando si chiude ogni via d’u­scita e resta solo la consapevolezza che “l’uomo per riuscire a sopportarsi deve avere i nervi molto saldi”. Ma è soprattutto nello sguardo dei bambini che i rac­conti toccano la loro più struggente intensità, quei bambini che vedono sempre troppo e capiscono sem­pre troppo, già rassegnati a non poter reggere la realtà senza la fuga nel sogno e nella fantasia.
L’incipit: http://iperborea.com/media/files_intranet/libri/librocatalogo/estrattiPDFPerSito/000059/20120528154406_59_I_giochi_della_notte.pdf

Stig Dagerman, Il viaggiatore, Iperborea: Anarchico viscerale incapace di accontentarsi di verità ricevute, vulnerabile e malato di “simpatia”, Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, dei ribelli alla condizione umana. “Sua colpa fu l’innocenza”, lascia scritto come epitaffio nel Viaggiatore, la colpa di chi ha scelto di non venire a patti con la vita, non riuscendo a perdonare a se stesso neppure di aver fatto della sua disperazione un’opera d’arte. “Le grandi tragedie”, dice un suo personaggio, “sono già tutte accadute nel passato”, quelle che restano oggi sono soltanto “tragedie minori”. E “tragedie minori”, appunto, sono quelle che esplora in questi racconti, momenti di epifania in cui i protagonisti, quasi tutti adolescenti e bambini, sono costretti a riconoscere che la “grande tragedia” dell’ingiustizia del mondo si incarna nella loro piccola quotidianità, e li ha marchiati per sempre, relegandoli nel lato ombra della vita. Un giorno, come spiragli di fuga, compaiono nella loro esistenza i simboli di un destino diverso: un’auto da Stoccolma, una scacchiera da viaggio, un berretto da liceale, un lord che cerca l’acqua verde. Ma l’illusione del riscatto rende ancora più amara e ineluttabile la sconfitta: per Dagerman, come per i suoi personaggi, è “troppo tardi” per la felicità. La libertà, l’amicizia, il calore appartengono a un mondo in cui saranno sempre degli estranei: come i fuochi della notte di San Giovanni brillano lontano, dall’altra parte della baia, dove loro semplicemente “non esistono”.

Tutti i libri di Stig Dagerman: http://it.wikipedia.org/wiki/Stig_Dagerman#Opere_tradotte_in_italiano

Per Olov Enquist, La partenza dei musicanti, Iperborea: Inizio secolo, nell’estremo Nord della Svezia, una terra di foreste e ghiacci isolata dal resto del mondo: è qui, dove è nato e cresciuto, che Enquist ambienta il suo romanzo-verità, uno dei tanti interrogativi che continua a rivolgere alla storia, un tentativo di rimeditare e capire quella realtà che ha spinto uno svedese su sette, in quei decenni, a emigrare oltre oceano. È “l’altra faccia del Western”: una storia di ieri che, in altre parti della terra, rimane ancora tragicamente storia di oggi. Ricostituite sulla base di documenti reali, testimonianze e aneddoti familiari, le vicende rievocano gli anni dal 1903 al 1910: il nascere e il morire delle prime associazioni operaie, la timida adesione ai primi scioperi, il lento e faticoso farsi strada di una coscienza politica nei contadini e negli operai delle segherie di quella “terra delle tenebre”, dove giunge per la prima volta la “buona novella” del socialismo, scuotendo con il doloroso travaglio delle idee nuove l’equilibrio di secoli di immobilismo, di oppressione, di miserie e ingiustizie accettate con religioso fatalismo. Ma non si tratta di un romanzo a tesi: è nella disarmante umanità del vissuto quotidiano che impercettibilmente avvengono i grandi cambiamenti della storia. Enquist non vuole far altro che “registrare meticolosamente, come un contabile privo di immaginazione, tutti quegli esseri pii, devoti, imperfetti, impotenti e perdenti, che si rimettevano fiduciosi alla volontà dei loro oppressori, negando ostinatamente di essere delle vittime”.

Per Olov Enquist, Il medico di corte, Iperborea: “Tu sei un sentimentale, amico mio, un San Francesco tra i poveri di Altona. Ma ricordati che sei un illuminista. Devi guardare lontano. Oggi, tu vedi solo gli esseri umani davanti a te, ma guarda oltre. Sei una delle menti più brillanti che conosca, e una grande missione ti attende… Potresti applicare le tue teorie nella realtà. Nella realtà.” È così che Johann Friedrich Struensee, giovane medico tedesco, idealista, impregnato di idee illuministe, taciturno e schivo, viene convinto ad accettare l’incarico di medico personale, e poi Primo Ministro, del re di Danimarca Cristiano VII, quel re diciottenne intelligente e sensibile, che scambia lettere con Voltaire, e che una mostruosa educazione  conduce volutamente sull’orlo della follia, perché si perpetui il vuoto di potere di cui la Corte ha bisogno per mantenere il proprio. È il 1768: per quattro anni la Danimarca conosce una rivoluzione che anticipa, senza sangue, senza terrore, le conquiste della Rivoluzione francese di vent’anni dopo. Dalla libertà di pensiero, di stampa, di culto, alle più avanzate riforme sociali fino al progetto di eliminazione della servitù della gleba: in seicentotrentadue decreti Struensee, intellettuale ignaro dei giochi della politica, firma la propria rovina, aprendo la strada a quella reazione che Guldberg, pietista assillato dalla missione di salvare la Danimarca dal peccato, non farà che pilotare. Ma è innamorandosi della regina che Struensee decreta la propria condanna. Quella Caroline Mathilde, giunta smarrita quindicenne dalla corte inglese a Copenaghen come sposa del re, che diventa in poco tempo, con la scoperta della passione e dell’eros, una donna libera, viva, conscia del proprio potere e capace di usarlo con lucidità. Una rivoluzione che ha il suo momento magico nella breve felicità di una passione. I meccanismi del potere, il dilemma dell’intellettuale davanti all’azione, il “guardare lontano” senza più riuscire a “vedere vicino”, laicismo e fondamentalismo, la forza liberatoria dell’eros e l’ossessione della purezza, la luce della ragione e il suo lato oscuro, la follia e il desiderio: gli ingranaggi della storia riportano sempre in scena lo stesso dramma, ma nella danza della morte in cui sono trascinati i personaggi, resta sospeso nell’aria il suono di un flauto, la musica della libertà e dell’amore, l’ostinato sopravvivere delle idee che non si lasciano decapitare.
L’incipit: http://iperborea.com/media/files_intranet/libri/librocatalogo/estrattiPDFPerSito/000100/20100923123030_100_Medico.pdf

Tutti i libri di Per Olov Enquist: http://it.wikipedia.org/wiki/Per_Olov_Enquist#Opere

Jonas Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Bompiani: Allan Karlsson compie cento anni e per l’occasione la casa di riposo dove vive intende festeggiare la ricorrenza in pompa magna, con tutte le autorità.
Allan, però, è di un’altra idea. Così decide, di punto in bianco, di darsela a gambe.
Con le pantofole ai piedi scavalca la finestra e si dirige nell’unico luogo dove la megera direttrice dell’istituto non può riacciuffarlo, alla stazione degli autobus, per allontanarsi anche se non sa bene verso dove. Anzi, senza avere alcuna destinazione in mente. Nell’attesa del primo pullman in partenza, Allan si imbatte in un ceffo strano, giovane, biondo e troppo fiducioso che l’attempato Allan non sia capace di colpi di testa. Non potendo entrare nella piccola cabina della toilet pubblica insieme all’ingombrante valigia cui si accompagna, il giovane chiede ad Allan, con una certa scortesia, di vigilare bene che nessuno se ne appropri mentre disbriga le sue necessità. Mai avrebbe pensato, il biondo, quanto gli sarebbe costata questa fiducia malriposta e quella necessità fisiologica.
La corriera per-non-si-sa-dove sta partendo, infatti.
Allan non può perderla se vuole seminare la megera che ha già dato l’allarme, e così vi sale, naturalmente portando con sé quella grossa, misteriosa valigia.
E non sa ancora che quel biondino scialbo è un feroce criminale pronto a tutto per riprendersi la sua valigia e fare fuori l’arzillo vecchietto.
Una girandola di equivoci. Una esilarante avventura.
Una vitalità esuberante. Una galleria di personaggi senza paragoni. Un centenario capace di incarnare i sogni di ognuno, pronto a tutto per non lasciarsi scappare questo improvviso e pericoloso dono del destino.

Jonas Jonasson, L’analfabeta che sapeva contare, Bompiani: Il 10 giugno 2007, il re e il primo ministro della Svezia scompaiono durante un ricevimento ufficiale al castello reale. Si diffonde la voce che entrambi non si sentissero bene, ma la verità è diversa, e la storia molto più complicata. Tutto ha inizio a Soweto, dove vive Nombeko, una ragazzina particolare che non sa né leggere né scrivere, ma che è molto curiosa e non sta mai ferma. E, soprattutto, ha una confidenza sorprendente e innata abilità con i numeri e le equazioni più complesse. Un piccolo genio che, grazie all’algebra, si trova catapultata dai sobborghi di Johannesburg, nel cuore di un intrigo mondiale, nel centro del mondo, a stretto e pericolosissimo contatto con il re di Svezia e il suo primo ministro. Eccentrici personaggi accompagnano questa piccola analfabeta che sa contare: un disertore americano leggermente matto, due fratelli gemelli che però all’anagrafe sono una sola persona, tre ragazzine cinesi negligenti, una baronessa coltivatrice di patate e, come detto, il re svedese e il primo ministro. Dopo Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson ci racconta una nuova, straordinaria e scoppiettante avventura, colma di colpi di scena, traboccante di divertito e intelligente umorismo. E ci fa dono di un nuovo, indimenticabile personaggio, che dai margini del mondo arriva al cuore dei lettori.

Camilla Läckberg, La principessa di ghiaccio, Marsilio: Erica Falck è tornata nella casa dei genitori a Fjällbacka, incantevole località turistica sulla costa occidentale della Svezia che, come sempre d’inverno, sembra immersa nella quiete più assoluta.
Ma il ritrovamento del corpo di Alexandra, l’amica d’infanzia, in una vasca di ghiaccio riapre una misteriosa vicenda che aveva profondamente turbato il piccolo paese dell’arcipelago molti anni prima.
Erica è convinta che non si tratti di suicidio, e in coppia con il poliziotto Patrik Hedström cerca di scoprire cosa si nasconde dietro la morte di una persona che credeva di conoscere.
A trentacinque anni, con la sensazione di non sapere bene cosa volere nella vita ma stimolata da un nuovo amore, approfitta del suo status di scrittrice per smascherare menzogne e segreti di una comunità dove l’apparenza conta più di ogni cosa.
Tra gli ultimi clamorosi fenomeni del poliziesco svedese, Camilla Läckberg è stata in patria l’autrice più venduta per tre anni consecutivi; grazie ai suoi personaggi così ricchi di sfumature e alle trame attente agli aspetti più oscuri della psicologia umana è stata definita dalla critica la nuova Agatha Christie del Nord.

Camilla Läckberg, Il predicatore, Marsilio: Da più di vent’anni una dolorosa faida lacera la famiglia Hult: Ephraim, il predicatore che infiammava le folle promettendo guarigione e salvezza, ha lasciato ai suoi discendenti un’eredità molto controversa. Il peso del sospetto continua a gravare su un ramo del clan, coinvolto suo malgrado nella sparizione di due ragazze risalente a molti anni prima. Una vicenda che nel delizioso paesino di Fjallbäcka, sulla costa occidentale della Svezia invasa dai turisti per la bella stagione, torna a essere sulla bocca di tutti dopo l’omicidio di una giovane donna, quando in una splendida gola naturale, sotto quel corpo martoriato, la polizia scopre anche i resti di due scheletri. La calda estate di Erica Falck e Patrik Hedström, che presto avranno un bambino, viene così sconvolta da un’indagine che, in un’angosciosa lotta contro il tempo, cerca di sviscerare i meccanismi della seduzione del potere, sfidando la malevolenza di una piccola comunità di provincia carica di segreti. In questo secondo episodio della serie di Erica Falck, Camilla Läckberg si conferma maestra nel tessere gli intrighi di una società chiusa, dove l’apparenza conta sopra ogni cosa e scoprire cosa accade realmente nella vita degli altri si rivela un’impresa alquanto complessa.

Tutti i libri di Camilla Läckberg: http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/scheda-autore/2960-camilla-laeckberg

Selma Lagerlöf, La saga di Gösta Berling, Iperborea: Caro lettore, per il Natale del 1891 fu pubblicato a Stoccolma il romanzo di una sconosciuta di trentatré anni: si chiamava La saga di Gösta Berling e la sconosciuta Selma Lagerlöf. Il giorno dopo era famosa. Nel 1909 riceverà il premio Nobel e, tra i numerosi estimatori, Marguerite Yourcenar la definirà “la più grande scrittrice dell’Ottocento”. Il libro è tuttora annoverato tra i capolavori della letteratura europea. Ma per me non è “solo” questo: La saga di Gösta Berling è il romanzo che per primo mi ha fatto conoscere la magia e il fascino del Nord, il più emblematico dell’arte del raccontare e di tutto quello che amo nella narrativa scandinava, che mi ha spinto a diventare editore. Poema epico, raccolta di leggende, saga, racconta le vicende di una stravagante compagnia di bohémien, musicisti, giocatori e bevitori “allegri, spensierati, eternamente giovani” su cui domina la figura di Gösta Berling, il seducente prete spretato, bello come un dio greco, che irradia spirito di avventura e gioia di vivere, ma destinato a suscitare amori fatali e sventure. Una storia di perdizione e redenzione che accetta il male come il bene, le più alte aspirazioni e gli impulsi autodistruttivi come le “passioni dolorose di cuori smarriti”, un mondo illuminato dall’amore e immerso in una natura incantata. È un libro che “brucia”, dice ancora la Yourcenar, di un’immaginazione ardente, uno dei romanzi su cui costruiamo i “castelli imperituri del sogno e della fantasia”.
L’incipit: http://iperborea.com/media/files_intranet/libri/librocatalogo/estrattiPDFPerSito/000159/20100923131142_159_Gosta_Berling.pdf

Selma Lagerlöf, L’imperatore di Portugallia, Iperborea: L’Imperatore di Portugallia è un romanzo sull’amore, la sua nostalgia, le sue proiezioni, la sua vera o apparente follia. Dal momento in cui la piccola Klara Gulla viene al mondo, il cuore del padre Jan comincia a battere e il miracolo di quel battito, di quella tardiva scoperta di un’emozione mai provata, della felicità e della sofferenza che ne sono le immancabili compagne, trasformerà tutta la sua vita, dandole valore e significato. L’amore diventa la lente attraverso la quale vede la realtà e, quando questa è troppo squallida e amara, la trasfigura. Se la sua Klara Gulla , partita a cercar fortuna, non scrive e non torna, non è, come dicono voci maligne, perché è andata a finir male: il mistero che la circonda non può che nascondere un destino troppo straordinario per essere rivelato. Lontano, in una mitica Portugallia, dove non esistono il male e la miseria, la figlia è diventata imperatrice. E Jan, il contadino di Skrolycka, nelle sperdute valli delle Askedalar, comincerà a vivere da imperatore, con la follia di chi, cieco all’apparenza delle cose, si fa veggente e, misurando con il metro dell’assoluto, varca i confini dell’umano per entrare nel meraviglioso.
L’incipit: http://iperborea.com/media/files_intranet/libri/librocatalogo/estrattiPDFPerSito/000019/20120529104452_19_L%27imperatore_di_portugallia.pdf
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2006/03/11/limperatore-di-portugallia-2/

Tutti i libri di Selma Lagerlöf: http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=Selma%20Lagerl%C3%B6f

Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio: «Ti racconterò la storia della famiglia Vanger. È una storia lunga e cupa, di odio, liti familiari e smodata avarizia che farà apparire Shakespeare come un gaio intrattenimento per tutta la famiglia. Il motivo che mi spinge è il più semplice: la vendetta. E ciò che desidero è che ascolti la mia storia fino in fondo»
Da molti anni, la nipote prediletta del potente industriale Henrik Vanger è scomparsa senza lasciare traccia. Il cadavere non è mai stato ritrovato.
Quando, ormai vecchio, Vanger riceve un dono che riapre la vicenda, incarica Mikael Blomkvist, noto giornalista investigativo, di ricostruire gli avvenimenti e cercare la verità.
Aiutato da un’abilissima giovane hacker, Blomkvist indaga a fondo la storia della famiglia Vanger, ma più scava, più le scoperte sono spaventose.

Stieg Larsson, La ragazza che giocava con il fuoco, Marsilio: Mikael Blomkvist è tornato vittorioso alla guida di Millennium, pronto a lanciare un numero speciale su un vasto traffico di prostituzione dai paesi dell’Est. L’inchiesta si preannuncia esplosiva: la denuncia riguarda un intero sistema di violenze e soprusi, e non risparmia poliziotti, giudici e politici, perfino esponenti dei servizi segreti.
Ma poco prima di andare in stampa, un triplice omicidio fa sospendere la pubblicazione, mentre si scatena una vera e propria caccia all’uomo: l’attenzione di polizia e media nazionali si concentra su Lisbeth Salander, la giovane hacker, «così impeccabilmente competente e al tempo stesso così socialmente irrecuperabile», ora principale sospettata.
Blomkvist, incurante di quanto tutti sembrano credere, dà il via a un’indagine per accertare le responsabilità di Lisbeth, «la donna che odia gli uomini che odiano le donne».
È lei la vera protagonista di questo nuovo episodio della Millennium Trilogy, un thriller serrato che all’intrigo diabolico unisce un’acuta descrizione della società moderna, con le sue contraddizioni e deviazioni, consegnandoci con Lisbeth Salander un personaggio femminile unico, commovente, assolutamente indimenticabile.

Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta, Marsilio: Lisbeth Salander è sopravvissuta al fuoco, ma è ancora lontana dall’avere risolto i suoi problemi. Persone potenti cercano di ridurla al silenzio per sempre. Intanto, Mikael Blomkvist è riuscito ad avvicinarsi alla verità sul suo terribile passato ed è deciso a pubblicare un articolo di denuncia che farà tremare il governo, i servizi di sicurezza e l’intero paese.

August Strindberg, Teatro da camera, Adelphi: Nei primi mesi del 1907, dopo una già lunga e accidentata carriera di autore drammatico, Strindberg si trovò a disporre di un teatro dove mettere in scena sue opere vecchie e nuove: il Teatro Intimo di Stoccolma, creato sul modello del Kammerspielhaus di Max Reinhardt. Per questo teatro egli scrisse, in soli sei mesi, un gruppo di opere che rappresentano, in ogni senso, la punta estrema della sua produzione drammatica: articolate come una serie di composizioni musicali (Opus 1, 2, 3, 4), Maltempo, Casa bruciata, Sonata di fantasmi, Il pellicano (a cui fece seguito, a distanza di un anno e mezzo, Il guanto nero, Opus 5) rielaborano e condensano al massimo grado alcune grandi ossessioni che hanno accompagnato la vita di Strindberg. Come dimostra Luciano Codignola nel saggio pubblicato in appendice, la casa, il fuoco, la resa dei conti, motivi simbolici che erano già costantemente presenti in tutta l’opera precedente, vengono portati nei Drammi da camera a un confronto ultimativo, che si impone con la lucidità dell’allucinazione. In questi testi, come in molte parti dei romanzi autobiografici, la visione parossistica, surriscaldata di Strindberg sembra non sopportare la distanza dell’immagine, brucia la metafora per trasformarla in lettera, e viene così irretita nella fatalità della lettera, in una partita inesorabile di dare e avere, dove ogni segno, anche il più incongruo e irrelato, sposta la bilancia di una macchinosa contabilità cosmica. In opere come queste, tese fino all’insostenibile, non meraviglia che Strindberg abbia rinvenuto e applicato princìpi formali che sono a tutt’oggi di una sorprendente novità. Ancor più che anticipare il teatro del secolo, questi Drammi da camera sembrano sottintenderlo. Arrivato all’ultima fase della sua vita, Strindberg accentua sempre di più la sua caratteristica capacità di passare fulmineamente attraverso forme nuove, senza soffermarsi, portato da una passione che guarda oltre il risultato letterario, preoccupato di sgombrare lo spazio per una sola scena, impossibile e sempre latente: il terribile risveglio di un universo di sonnambuli.

August Strindberg, Il sogno, Adelphi: Composto nel 1901, questo dramma si pone sulla soglia del secolo come prefigurazione di tutte le audacie del teatro moderno. «Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni»: così scriveva Strindberg presentando Il sogno, nel quale avrebbe poi riconosciuto «il mio dramma prediletto, la creatura del mio maggior dolore». Descrizione efficace e veritiera. In effetti anche il lettore di oggi rimane stupefatto davanti alla naturalezza con cui Strindberg scavalca tutte le convenzioni del tempo per addentrarsi in una nuova regione, in una nuova forma – definibile teatro psichico – che avrebbe dato origine a messe in scena ormai leggendarie, come quelle di Max Reinhardt (1921) e di Antonin Artaud (1928). E proprio nel programma pubblicato in quell’occasione Artaud faceva del Sogno di Strindberg lo stendardo del teatro che si proponeva di sperimentare: «Tra la vita reale e la vita del sogno è un gioco di combinazioni mentali, sono rapporti di gesti, di avvenimenti traducibili in atti: ciò costituisce quella realtà teatrale che il Teatro Jarry si propone di far rivivere. Il senso della realtà vera del teatro è andato smarrito. Dai cervelli umani è scomparsa la nozione del teatro. Essa esiste, invece: a metà strada tra realtà e sogno».

Tutti i libri di August Strindberg: http://it.wikipedia.org/wiki/August_Strindberg#Opere_di_August_Strindberg

Camilla Läckberg, Schneesturm und Mandelduft

Camilla Läckberg, Schneesturm und Mandelduft (tit. originale Snöstorm och Mandeldoft), List, Berlin 2012. Traduzione di Max Stadler.

Questo libro, che non è tradotto in italiano, è il primo che leggo di Camilla Läckberg, e probabilmente sarà anche l’ultimo. L’ho comprato in tedesco quando stavo in Lussemburgo un giorno che c’era un’offerta sul Kindle Store, e comunque non è stato strano leggerlo in tedesco anche se l’originale è in svedese.

Dico che probabilmente sarà anche l’ultimo libro che leggo di Läckberg perché, sebbene sia stato una lettura piacevole per qualche ora (è brevissimo, poco più di 100 pagine), non mi ha davvero convinta.

Siamo a Fjällbacka, dove sono ambientati tutti i romanzi di Läckberg. È Natale, c’è una tempesta di neve in corso e i protagonisti si trovano su un’isola per festeggiare il Natale in famiglia. Siamo nella più classica delle situazioni da giallo, perché dall’isola non si può più né andare né tornare a causa della tempesta di neve, e quindi l’assassino deve essere per forza uno degli ospiti della casa. Sì, perché il vecchio Ruben Liljecrona, ricchissimo magnate svedese, viene assassinato proprio durante la cena di Natale con del cianuro (da qui l’odore di mandorle del titolo). Per fortuna insieme alla famiglia c’è il poliziotto Martin Molin, fidanzato di Lisette, il quale si troverà suo malgrado a investigare sul caso.

Bella la caratterizzazione della ricca famiglia svedese, con le piccole e grandi manie di ogni componente, ma a parte questo tutto il resto mi ha lasciato tiepida. Il colpo di scena finale è debolissimo e comunque è troppo à la Conan Doyle, anche se lo è esplicitamente. Ha senso se prendiamo il romanzo come un omaggio esplicito al grande autore di Sherlock Holmes, ma comunque non mi è piaciuto. Inoltre manca completamente la caratterizzazione del personaggio del poliziotto, che forse (non so se sia così o meno) è presente negli altri romanzi dell’autrice dove magari è caratterizzato meglio, ma qui è davvero evanescente.

Insomma, una delusione, anche se mi ha fatto piacevolmente compagnia perciò non me la sento di massacrarlo, però come dicevo non mi fa venire molta voglia di leggere altro della stessa autrice.

* Una recensione (in tedesco).
* Il sito di Camilla Läckberg (in inglese).

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Catharina Ingelman-Sundberg, La banda degli insoliti ottantenni (Svezia)

Catharina Ingelman-Sundberg, La banda degli insoliti ottantenni (tit. originale Kaffe med rån), Newton Compton, Roma 2013. Traduzione di Mattias Cocco.

Ho preso questo ebook a un prezzo bassissimo con l’offerta del giorno sul Kindle Store, perché mi sembrava divertente, e adesso avevo bisogno di leggere qualcosa di divertente. Invece non lo è molto, anche se vorrebbe esserlo. Ma a me non ha fatto ridere.

Comunque, la storia è questa: Märtha, Stina, Anna-Greta, Krattan e Snillet sono cinque pensionati sugli ottant’anni che vivono in una casa di riposo. Si trovano malissimo perché l’infermiera Barbro ha deciso di tagliare su tutto, dal caffè ai dolcetti, e non permette loro di uscire quando vogliono. Perciò Märtha deciderà, dopo aver visto un servizio alla TV, che si sta meglio in prigione, e convincerà gli altri a diventare dei criminali per poter finire, appunto, in carcere. Inizialmente si trasferiscono al Grand Hotel di Stoccolma, dove portano a termine un piccolo furto, ma in seguito ruberanno addirittura un Monet e un Renoir dal Museo Nazionale e chiederanno un riscatto. Seguono mille peripezie che dovrebbero essere divertenti ma che secondo me sono solo immensamente tristi, perché questi vecchietti che vogliono vivere una nuova giovinezza mi fanno un po’ pena. Per carità, a tratti fa anche sorridere, ma dire che è divertente, be’, mi sembra un’esagerazione. Inoltre ha il difetto di essere molto lungo (l’edizione a stampa ha 364 pagine), mentre avrebbe tranquillamente potuto essere ridotto della metà.

Infine, non capisco la necessità di lasciare certe citazioni in svedese, lingua che il 99% della popolazione italiana non comprende. Ci sono poi degli strafalcioni d’italiano terribili, come congiuntivi sbagliati o inesistenti. Il che mi dà l’impressione che la traduzione non sia molto buona, nonostante le lodi che ho letto in giro.

Insomma, se volete passare qualche ora di relax potete anche leggerlo, ma ci sono tanti altri libri che sortiscono lo stesso effetto in modo migliore. Deludente.

* Il sito dell’autrice, in svedese ma con alcune pagine in inglese e tedesco.
* Il libro sul sito dell’editore italiano, con booktrailer e possibilità di scaricare un estratto.

La morte moderna

Carl-Henning Wijkmark, La morte moderna (tit. originale Den moderna döden), Iperborea, Milano 2008. 119 pagine. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

È difficile per me parlare di questo libro. Perché all’inizio mi è piaciuto, e poi andando avanti non sono più riuscita a sopportarlo. È agghiacciante, crudele fino all’inverosimile, più horror di un horror (non lo è, è “solo” una distopia).

La storia è questa: siamo a un simposio in Svezia, dove elementi del governo, della Chiesa eccetera si sono riuniti per parlare della morte. Siamo nel 1978, c’è la crisi economica, i vecchi e i malati pesano sulle casse dello Stato. Allora, quale soluzione più ovvia che eliminare la fonte di tanti problemi? Ma questi cittadini svedesi ligi alla legge non sono nuovi nazisti, tutt’altro, loro aborrono Hitler, sebbene non neghino che qualcosa di buono l’ha pur fatto. La loro idea non è certo – Dio ce ne scampi! siamo in una democrazia – quella di sterminare vecchi e malati, ma piuttosto di convincere gli anziani che la loro morte sarebbe positiva per la società, il sacrificio di pochi (si fa per dire) per il bene di molti. Quindi i vecchi dovrebbero consegnarsi spontaneamente alle autorità, che porrebbero dunque fine alla loro vita a un’età predeterminata in partenza. Per quanto riguarda i malati, per esempio i bambini down, basterebbe non fornire loro i vaccini, consegnandoli a una morte certa. Ma l’idea del governo non si ferma qui; intanto bisognerebbe impedire ai vecchi e ai malati di lasciare il paese con tutti i mezzi possibili, poi non avrebbe senso sprecare risorse preziose: i vecchi possono comunque fornire ancora un servizio alla società, una volta morti, se dai loro cadaveri si ricavano materie prime utilizzabili nell’industria.

Mi sembra di aver detto tutto, capirete dunque perché il libro è agghiacciante e finanche ripugnante. Tanto più che (non conosco la storia dell’autore, ma) sembra scaturire da un’idea del tutto distorta dei valori della laicità, mi sembra insomma un libro scaturito dai peggiori incubi di un fondamentalista pro life – non per niente parla anche dell’aborto come un primo e già accettato mezzo di controllo della vita (controllo delle nascite, come la “morte moderna” dovrebbe essere il controllo delle morti), utilizzato perché le madri possano continuare ad andare al lavoro e quindi a produrre.

Insomma, per quanto mi riguarda non ci siamo proprio, avevo grosse aspettative, ma non mi aspettavo un libro così cruento, grondante ipocrisia e sangue da tutti i pori. Mi stavo quasi sentendo male nel leggerlo.

Se tuttavia volete approfondire, ecco qualche link:

* la pagina dedicata a Carl-Henning Wijkmark su Wikipedia
* la pagina dedicata al libro sul sito dell’autore
* una recensione su WUZ

Questa recensione è pubblicata anche sul sito Letterature altre, in quanto partecipa alla sfida anobiiana omonima.