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Salinas, ancora

Perdonami se ti cerco così
goffamente, dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta.
È che da te voglio estrarre
il tuo migliore tu.
Quello che non vedesti e che io vedo,
immerso nel tuo fondo, preziosissimo.
E afferrarlo
e tenerlo in alto come trattiene
l’albero l’ultima luce
che gli viene dal sole.
E allora tu
verresti a cercarlo, in alto.
Per raggiungerlo
alzata su di te, come ti voglio,
sfiorando appena il tuo passato
con le punte rosate dei tuoi piedi,
tutto il corpo in tensione d’ascesa
da te a te.

E allora al mio amore risponde
la creatura nuova che tu eri.

* * *

L’ho comprato, finalmente, qualche giorno fa. Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Einaudi.
Chissà se è stato scritto per una specifica donna, questo lungo poema d’amore. Io no, non vorrei esserne destinataria, io vorrei averlo scritto.
Parafrasando il solito Canetti, ho un poeta nella pancia, potessi almeno averlo sulla lingua. Che scrivo e scrivo e scrivo, ma non arrivo a una voce a te dovuta. Ma scrivo e scrivo e scrivo.
E in attimi sospesi mi chiedo se non sono un disco rotto, fermo saltante sulla stessa nota ma no, non lo credo. Solo un granello di polvere, basta prendere l’apposito panno pulire e riparte la musica, arpa o violino, strumento a corde, comunque.
No, non ci penso tutto il giorno, al te a cui la voce è dovuta. Mi destreggio fra Edward Weston, Diane Arbus, massa, potere e Spiegelkrankheit. Ed è sera ed è mattina, e dormo poco, perché troppo ho dormito, perché fuori dalla campana di vetro la giornata ha deve avere 20 ore di veglia. Poi dico che spersonalizzo, e invece tira vento e cambio idea, che di incrollabile c’è una cosa sola, e non c’è spazio per brecce. Non è colpa mia.
E compro Salinas e mi pessoizzo le serate.
Io canettianamente monomaniaca? Ma no.
Mi sfioro di poesia, non mia, mi sfioro pagine sul cuore.
È bello, Salinas.
Sto bene, fuori c’è un cielo stellato da tuffarcisi dentro. Sarà Liebeskrankheit, guarisce con un pezzo di cuore davanti al viso. Leggo troppo Canetti, canettizzo tutto.
Poi non dite, non so che appare, ma io sono felice. Perché sentire è vivere e non è scontato.

Solo riflessioni da Salinas di venerdì sera, non me le usare contro.

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La voce a te dovuta

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

-Pedro Salinas-

* * *

Confesso: non posseggo raccolte di questo poeta, né lo conosco molto. Lessi questa poesia anni fa in una rivista e mi rimase impressa. La voce a te dovuta. Poema fu pubblicato in Italia da Einaudi nel 1979… si tratta, però, di un testo parecchio più vecchio, del 1933. Qui trovate altre poesie da questa raccolta, un commento e una breve biografia di Salinas.

Confesso ancora: era da tanto che volevo postare questa poesia, ma che non fosse campata per aria (pare, ma non faccio niente a caso…). Ora sento ogni singola parola.

Amarezza

Amarezza.
                  Ma detto lentamente
e senza fine, con un’onda sempre
nuova, come d’un fiume
senza sorgente e senza margini.
                                               Amarezza…

Juan Ramon Jiménez
                                         

Unità in lei

    Corpo felice che mi fluisce tra le mani,
volto amato dove contemplo il mondo,
dove graziosi uccelli si specchiano fuggitivi,
in volo alla regione dove nulla si oblia.
    La tua forma esteriore, diamante o duro rubino,
lucentezza d’un sole che abbaglia tra le mie mani,
cratere che m’alletta con l’intima sua musica,
con quell’indecifrabile appello dei tuoi denti.
    Muoio perché m’avvento, perché voglio morire,
perché voglio vivere nel fuoco, perché quest’aria di fuori
non è mia, ma il caldo respiro
che se m’accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.
    Lascia, lascia che ti guardi, macchiato dall’amore,
arrossato il volto dalla tua vita purpurea,
lascia che guardi l’ultimo clamore delle tue viscere
dove muoio e rinunzio a vivere per sempre.
    Voglio amore o la morte, voglio intero morire,
voglio essere te, il tuo sangue, questa lava ruggente
che irrigando racchiusa le belle membra estreme
sente così i leggiadri limiti della vita.
    Questo bacio sulle tue labbra come indugio di spina,
come un mare che volò divenuto uno specchio,
come luccichio d’un’ala,
è ancora mani, un ritornare dei tuoi fruscianti capelli,
un crepitare della luce vendicatrice,
luce o spada mortale che sul mio collo minaccia,
ma che giammai distruggerà questa unità del mondo.

Vicente Aleixandre

* * *

Questa è forse la poesia più nota di Vicente Aleixandre, poeta pochissimo noto in Italia (devo ancora incontrare qualcuno che lo conosca) benché vincitore nel 1977 del premio Nobel per la letteratura.
Non desidero commentare oltre.