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Boris Pahor, Qui è proibito parlare

Boris Pahor, Qui è proibito parlare (tit. originale Parnik trobi nji), Fazi, Roma 2009. Traduzione dallo sloveno di Martina Clerici.

Boris Pahor è uno scrittore triestino di lingua slovena, nato nel 1913 e tuttora vivente, che ho avuto il piacere di vedere a una conferenza a Roma due o forse tre anni fa. Un uomo di una lucidità immensa anche ora che ha più di 100 anni.

Questo libro, scritto nel 1963 e pubblicato solo nel 2009 da Fazi, è ambientato a Trieste durante l’era fascista. Trieste, così come tutta la Venezia Giulia, è un crocevia di popoli e vanta una nutrita presenza di sloveni. Il fascismo non vedeva di buon’occhio tutto ciò che non fosse italiano, perciò proibì agli sloveni di esprimersi nella propria lingua madre e perpetrò degli atti orrendi come ad esempio l’incendio del Narodni Dom, durante il quale alla gente presente all’interno fu proibito uscire.

In questo romanzo Pahor narra sostanzialmente una storia d’amore, sullo sfondo però ben presente della repressione fascista degli sloveni e della resistenza opposta da alcune cellule. Qui è proibito parlare, perché agli sloveni, come dicevo, non era consentito esprimersi nella propria lingua.

Ema, slovena di Trieste, si trova un giorno a riflettere sul Molo Audace (allora Molo San Carlo, che poi è quello raffigurato sulla copertina del libro). A un certo punto le si avvicina una barca, guidata da un uomo incuriosito da quella figura femminile solitaria. L’uomo è Danilo, anch’egli sloveno, ma questo Ema lo scoprirà soltanto dopo. Da quell’incontro fortuito nasce una storia d’amore: inizialmente Ema lo respinge, ma in seguito andrà a trovarlo al circolo nautico e fra loro sboccerà l’amore.

Danilo è un uomo della resistenza slovena, ed Ema stessa è attratta da quella resistenza attiva, perché giudica che non sia possibile proibire a un intero popolo di esprimersi nella propria lingua, né tantomeno reprimere coloro che si ostinano a farlo. Seguono piccoli e grandi atti di ribellione, come ad esempio riunirsi in segreto per studiare la lingua slovena.

Quando Danilo parte per il servizio militare, Ema si unisce alla resistenza e sembra divenire un’altra persona, tanto questa lotta le si addice.

Il romanzo è estremamente interessante, soprattutto se consideriamo che tutt’oggi sappiamo ancora poco di questa pagina orribile della dittatura fascista. Quel poco che sappiamo lo dobbiamo anche a Boris Pahor. È interessante l’intrecciarsi della storia della resistenza con la storia d’amore fra Ema e Danilo. Tuttavia, la scrittura mi ha lasciato seriamente perplessa, soprattutto per il continuo alternarsi di passato e presente nella narrazione, persino all’interno della stessa frase. Essendo un’alternanza continua, mi viene da pensare che abbia un qualche senso, perché è davvero una caratteristica troppo pronunciata per poter essere fortuita e attribuibile magari alla traduzione. Tuttavia, se ha un senso, io non l’ho capito, e il passaggio fra tempi verbali è servito solo a irritarmi nella lettura di un libro pur bello. Altra caratteristica che rende il libro artificioso sono i dialoghi tra i personaggi, che sembrano quasi fatti apposta per trarne fuori delle citazioni, tanto sono altisonanti e, appunto, artificiosi nella loro letterarietà.

La mia impressione è che Pahor abbia detto le stesse cose in maniera di gran lunga migliore nel suo libro di racconti Il rogo nel porto, che purtroppo non ho recensito. Avevo trovato quel libro meraviglioso, questo invece è appena discreto, e diciamoci pure la dura verità: si “salva” solo per il contenuto, mentre purtroppo lo stile lo penalizza moltissimo. Ciò non toglie che leggerò con piacere altri libri di Pahor.

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Libri dalla Slovenia

Maribor

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena, Zandonai: All’apice della sua carriera artistica, la cantante lirica Lea Kralj concorre al titolo di “Slovena dell’anno”, indetto da una rivista glamour: chiamato a pronunciarsi sulla sua candidatura è un giovane giornalista francese, omosessuale, che negli ultimi anni ha accompagnato la primadonna nelle sue tournée europee, fra teatri, anonime stanze d’albergo, e luoghi d’infanzia. La vita di Lea – che si consuma in amori ambigui o volutamente ancillari e si accende nella sublime arte con cui la primadonna sa rappresentare, come nessun’altra, la morte sulla scena – sembra sempre sul punto di incrinarsi e ci viene restituita dal narratore-accompagnatore attraverso dettagli minimi, in un resoconto frantumato ed ellittico, quasi a scandire un’omelia impossibile. Quel che grava su Lea – via via mutilandola, nonostante il suo talento – è l’ombra della madre, la signora Ingrid, all’apparenza innocua, in realtà emanazione di un archetipo: la madre divoratrice. Madre e figlia celebrano insieme un vero e proprio rituale, le cui tappe iniziatiche sono la distanza, la privazione e il silenzio, nel quale una delle due è destinata a soccombere. La scrittura di Brina Svit, sobria e al tempo stesso avvolgente, tratteggia questo crudele esercizio di annientamento e regressione fin nelle sue più riposte pieghe: sembra nutrirsi di sguardi gettati da dietro le quinte che, in un istante, illuminano sparsi frammenti d’esistenza, prima che essi vengano inghiottiti dal buio.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/06/18/brina-svit-morte-di-una-primadonna-slovena-slovenia/

Vladimir Bartol, Alamut, Castelvecchi: «Nulla è vero, tutto è permesso» è la sconcertante legge di Hasan Ibn Sabbah, Capo Supremo della setta ismailita degli Assassini, una legge che annulla tutte le altre, nel nome della fede cieca e delle armi.
Alla fine dell’Undicesimo secolo, la fortezza di Alamut è la base e il rifugio degli Assassini, impegnati nella guerra totale contro la dinastia sunnita dei Selgiuchidi, padroni dell’Iran. Qui vengono portati i giovani Halima e Tahir e qui avviene la loro formazione: la sapienza erotica per Halima, la guerra per Tahir, la filosofia e la religione per entrambi. Ma sopra ogni cosa l’obbedienza assoluta al signore della setta, l’annullamento della propria volontà individuale, il sacrificio di sé in vista del premio finale, un Paradiso di cui solo Hasan, un dio terrestre, detiene le chiavi.
Il suo controllo sulle anime dei credenti è totale, perché Hasan Ibn Sabbah ha un progetto che soltanto alla fine, sotto la minaccia dell’esercito sunnita e della battaglia finale, sarà rivelato. Alamut è un libro maestoso e inquieto, un’opera visionaria che cela la propria densità nelle vesti di perfetto romanzo storico.
Nella sua trama s’intrecciano avventura e filosofia, respiro epico e indagine psicologica, specchio della vastità degli interessi del suo autore e delle angosce del suo tempo – la fine degli anni Trenta – con la chiara coscienza della catastrofe che stava per abbattersi sull’Europa. Per Vladimir Bartol, intellettuale e futuro partigiano, la narrazione storica era certamente anche un veicolo per un’analisi spietata delle pratiche attraverso cui i dittatori drogano e manipolano le coscienze, una denuncia, etica e politica, dei regimi che aveva visto crescere. Ma Alamut è anche un’enciclopedia della sapienza e della follia umane, un luogo denso di metafore e profezie – dai fascismi di ieri all’Islamismo radicale di oggi – e infine la storia di due giovani che si confrontano con un mondo minaccioso e subdolo, che ne userà le paure e i desideri profondi.

Drago Jančar, Aurora boreale, Bompiani: Josef Erdman, un uomo di mezza età, arriva nella piccola città di Maribor, fra Austria e Slovenia, all’alba del 1° gennaio 1938, per incontrare il suo collega Jaroslav. La permanenza in città, però, si rivela subito una discesa agl’inferi, anzitutto per l’attesa (Jaroslav non arriverà mai), poi per le strane persone con cui Erdman si trova ad avere rapporti (aspiranti nobili, misteriosi proprietari di un’azienda di carta moschicida, alcolisti non meglio identificati, medici che vivono in obitorio, sedicenti artisti, la zoppa dell’ufficio postale in cui aspetta invano un telegramma da Jaroslav), infine per il clima di sospetto (pre-nazista) che vige, per cui lui stesso (con la sua immotivata permanenza in città) viene interrogato dalla polizia, e poi pedinato e controllato. Unica consolazione in tutto ciò: Margherita, moglie di uno degli aspiranti nobili che frequenta, con cui inizia una relazione clandestina, poi scoperta dal marito e dunque interrotta. Poco a poco, la solitudine incalza Josef e la nostalgia della donna lo rende ancora più triste. Non resta che continuare ad attendere: che qualcosa succeda, mentre un’aurora boreale, inaspettata e misteriosa, distende la sua luce opaca su tutta la città.

Drago Jančar, L’allievo di Joyce, Ibiskos Editrice Risolo: Narratore, drammaturgo, saggista, pubblicista e redattore, Drago Jančar (Maribor 1948) è uno dei massimi scrittori sloveni contemporanei. Direttore in passato del periodico Katedra , giornalista presso il quotidiano Večer , sceneggiatore della casa cinematografica Viba film, attualmente redattore e segretario della casa editrice Slovenska matica di Ljubljana.
Per i suoi scritti e le sue idee democratiche è stato accusato dal regime jugoslavo di propaganda ostile e incarcerato nel 1974 per tre mesi. L’esperienza ha segnato profondamente anche la sua prosa, incentrata da allora perlopiù sui temi della libertà di pensiero e di espressione, del ruolo dell’intellettuale nella società moderna, della dissidenza politica e della ribellione individuale a qualsiasi forma di potere totalitario.
L’esordio narrativo di Jančar risale alla raccolta novellistica Romanje gospoda Hou vičke (Il pellegrinaggio del signor Hou vička) del 1971, cui ha fatto seguito una nutritissima produzione di romanzi, sillogi prosastiche, drammi, saggi, pièces radiofoniche e sceneggiature televisive.
Narratore pregnante, stilista finissimo e polemista acuto, Jančar è stato tradotto in molte lingue affermandosi come uno degli scrittori sloveni contemporanei più noti e apprezzati in campo internazionale. Per il suo vasto opus narrativo, drammaturgico e saggistico ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari, tra i quali i premi: Fondazione Pre eren (1979), Sterijino pozorje (1982), Badjura (1982), Grum (1982, 1985, 1989), Pre eren (1993), Premio europeo per il racconto (1994), Ro anc (1992, 1994), Kresnik (1998, 2000), Herder (2003) ecc.

Drago Jančar, Il ronzio, Forum: Prigioniero di se stesso e del suo ‘ronzio’, prima ancora che delle mura di un carcere, Keber racconta della feroce rivolta nel penitenziario della Livada, di cui fu uno dei maggiori protagonisti. In una memorabile sequenza di episodi la narrazione passa in rassegna l’esplosione di rabbia dei detenuti, il sapore acre dell’anarchia, l’altalena di cruda violenza e gioia infantile, quando tutte le regole sono improvvisamente sospese, per concludersi con il terribile ritorno di un ordine spietato e crudele. Ma costantemente i ricordi di Keber scivolano dalla realtà alla fantasia, si inoltrano nelle lande di amori al tempo stesso candidi e sensuali, sovrappongono agli eventi vissuti le gesta antiche della grande storia. È così che la rivolta in un carcere jugoslavo si confonde con la guerra giudaica narrata da Flavio Giuseppe, e la Livada diviene una nuova Masada, la fortezza da cui partì l’insurrezione degli ebrei contro il potente esercito di Roma. Allegoria di ogni rivolta dell’esistenza contro l’oppressione della realtà, Il ronzio è un libro che trascende la geografia e la cronaca e si interroga sulla condizione dell’uomo, nel solco della più alta tradizione del Novecento. Corredano il volume alcune fotografie di Klavdij Sluban.

Feri Lainšček, La ragazza della Mura, Beit: Slovenia, Murska Sobota, 1941: alla vigilia dell’invasione tedesca, un giovane ingegnere sloveno rimasto senza i genitori in circostanze tragiche, incontra Zinaida, una ragazza ungherese che vive al di là di quel fiume che ha segnato tutta la sua vita. Per sfuggire alle contrapposizioni, i due progettano di scappare insieme. Ma una rivelazione inattesa scombinerà i loro piani profilando un’inconsapevole colpa, e consegnandoli in balìa del destino della guerra… Premio Kresnik Vana Grada 2007.

Boris Pahor, Necropoli, Fazi: Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sui Vosgi. L’uomo che vi arriva, un pomeriggio d’estate insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni torna nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di commozione. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l’umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l’hanno fatta. E come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell’anima, si snodano le infinite vicende che ci parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare, unite però alla solidarietà tra prigionieri, a un’umanità mai del tutto sconfitta, a un desiderio di vivere che neanche in circostanze così drammatiche si è mai perso completamente. Scritto con un linguaggio crudo che non cede all’autocommiserazione, Necropoli è un libro autobiografico intenso e sconvolgente. E se Boris Pahor ci racconta la sua esperienza del mondo crematorio perché la memoria non si perda e la storia non sia passata invano, quella che ci dà non è però solo la fedele testimonianza delle atrocità dei lager nazisti, è anche un emozionante documento sulla capacità di resistere e sulla generosità dell’individuo.

Boris Pahor, Qui è proibito parlare, Fazi: Principale porto dell’impero austro-ungarico, Trieste aveva visto coabitare per secoli culture diverse. Integrata nel Regno d’Italia alla fine della Grande Guerra, fu qui che, per la prima volta e anticipando scenari futuri di quello che sarebbe stato il fascismo non solo sul suolo italiano ma anche in Europa, fu messa in atto una campagna di pulizia etnica: tutto quello che era sloveno, lingua, cultura, gli stessi edifici, doveva sparire. È in questo clima, così cupo e oppressivo, che Ema, giovane slovena originaria del Carso, si aggira piena di rabbia in una luminosa estate degli anni Trenta. Alle spalle ha una storia familiare dolorosa, e ora, a Trieste, cerca un lavoro che le permetta di vivere in modo indipendente, ma le difficoltà che trova e il rancore per un mondo che sente ostile non fanno che accrescere in lei un senso di dolorosa esclusione. Sarà l’incontro con Danilo sul molo del porto a segnare la svolta della sua vita. Maturo e determinato, l’uomo guiderà i passi della ragazza nel difficile e pericoloso cammino della resistenza al fascismo e della difesa della cultura slovena, e su quello non meno tortuoso dell’amore. Abbandonandosi a una passione che si fa sempre più viva e legandosi a Danilo in un’intesa profondissima, Ema riuscirà finalmente a trovare la forza di prendere in mano la propria vita, di darsi senza remore alla lotta per il riscatto del popolo sloveno e di affrontarne con coraggio tutte le conseguenze.

Tutti i libri di Boris Pahor: http://it.wikipedia.org/wiki/Boris_Pahor#Opere_tradotte_o_scritte_in_italiano

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (Slovenia)

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (tit. originale Smrt slovenske primadone), Zandonai, Rovereto 2007. Traduzione di Sabina Tržan e Simonetta Calaon. 197 pagine, 14,50 euro.

Da molto tempo volevo leggere questo libro della slovena Brina Svit, e tra i motivi per cui volevo leggerlo c’è il fatto che secondo me un libro uscito per Zandonai è garanzia di ottima letteratura. Anche questa volta, infatti, ho avuto la conferma che la piccola casa editrice trentina è una delle più raffinate sul mercato e che ci consente di leggere testi raffinatissimi ed eleganti.

Il romanzo è la storia di Lea Kralj, cantante lirica slovena: una rivista sta valutando se eleggerla Slovena dell’anno 2000, con lei ci sono altre candidate al titolo e il compito del narratore, un giornalista francese omosessuale, è quello di convincere la giuria che è proprio Lea la più adatta al titolo. Per fare questo, il giornalista risponde a delle domande che non conosciamo, poste dalla giuria, e lo fa attraverso un memoir che intitola Morte di una primadonna slovena.

Lea Kralj arriva tardi alla fama, ma quando vi arriva il suo sarà un successo grandioso. Conosce quasi per caso il giornalista-narratore, in occasione di un’intervista per la sua rivista Petronius Arbiter, e per caso lo reincontra successivamente, ubriaco fradicio in mezzo alla strada, e lo porta in albergo con sé. Nasce così un’amicizia sincera, che avrebbe tutti i connotati dell’amore se il giornalista non fosse omosessuale. Ma il narratore ci tiene a precisare di non essere un folle lyrique, cioè uno di quegli «omosessuali che vanno pazzi per l’opera e in particolare per le primedonne, che amano appassionatamente e soprattutto castamente». Egli afferma di non essersi mai interessato in modo particolare all’opera, e che la storia con Lea sarebbe stata la stessa se la donna fosse stata una farmacista o una corista.

La storia di Lea Kralj è una storia tragica, segnata dalla passione per la musica e per gli uomini, ma soprattutto per quella donna che non l’ha mai saputa amare se non da bambina, Ingrid, la madre. Una madre divoratrice, come dice bene la quarta di copertina, che finirà per fagocitare Lea e condurla alla morte. Lea Kralj ha fame d’amore, e di fame d’amore muore.

Il romanzo è scritto con una prosa poetica ed elegantissima, la lettura è un vero piacere dei sensi che mi ha portato a soffermarmi su ogni parola, su ogni frase, rigirandola nella mia mente di lettrice per gustarne appieno il suono, la musica, la raffinatezza. I miei complimenti dunque anche alle traduttrici, che ci hanno saputo rendere questa prosa magnifica con estrema eleganza.

Non leggetelo se non vi piace la letteratura di altissimo livello, non leggetelo se non vi piace la prosa musicale. Se invece questo è ciò che amate in un libro, ne resterete sicuramente soddisfatti.

* L’incipit.
* Una bella recensione su Bombacarta.
* Il libro sul sito di Zandonai Editore, dove è possibile anche sfogliare l’anteprima.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

 

[Incipit] Brina Svit, Morte di una primadonna slovena

Per finire, vorrei aggiungere ancora qualcosa, che voi leggerete per primo.
Come vedete, ho risposto al questionario sulla primadonna slovena. Fino all’ultimo momento, non lo nascondo, ho tentennato. E se mi sono infine deciso, lo si deve al modo in cui erano formulate alcune domande, per esempio: Era attaccata alla casa e alla famiglia, e specialmente alla madre?… Desiderava tornare a casa, anche all’apice della carriera?… Oppure: Lubiana aveva un posto speciale nel suo cuore?… Ma lo si deve altresì al’osservazione del tenente colonnello Andreas Haas, secondo cui scrivere ha sempre alcuni benefici effetti secondari: ci distacca dalle esperienze con le quali non vogliamo più convivere e ci libera dai sensi di colpa.
Se ho ben capito, la vostra rivista vuol nominare, come di consueto, la “Slovena dell’anno”. Ma il 2000 è un anno speciale e pertanto anche la vostra iniziativa questa volta dev’essere speciale (anche a “Petronius” volevamo fare qualcosa del genere: il profumo del secolo, il vestito del secolo, il vino del secolo…). La nostra scelta dovrà essere all’altezza dell’evento, avete scritto, tanto che per l’occasione la cerchia dei nostri collaboratori sarà più ampia del solito: la Slovena dell’anno non avrà segreti. Vogliamo sapere tutto di lei: successi e insuccessi, amori, grandi e piccoli, aneddoti, ricordi… ci racconti tutto ciò che le viene in mente… anche i dettagli più insignificanti, quelli in cui ognuno potrà riconoscersi e che ci aiuteranno a scegliere tra le cinque finaliste. La nostra primadonna è arrivata in finale con una poetessa, una mezzofondista, un’assistente sociale e una conduttrice televisiva, avete scritto. E aggiunto: è solo a un passo dall’essere la Slovena del 2000; le Sue risposte le permetteranno o meno di compierlo.
Se dovessi tornare indietro, probabilmente non lo rifarei. Ma ormai è andata. Ho davanti a me un plico di fogli che ho intitolato Morte di una primadonna slovena. La notte sta lentamente schiarendo. Tra un’ora o due svanirà.
Vi accorgerete che, pur avendo risposto pressoché a tutte le domande, non ho seguito l’ordine da voi suggerito. L’ho rispettato solo all’inizio (Il ricordo più bello che ha di lei? La prima intervista, ovvero che cosa è successo con le rose?) e alla fine (È tornato ancora in Slovenia? Ha forse dimenticato qualcosa che ci può definitivamente convincere che è proprio lei la Slovena del 2000?). Nel mezzo ho disposto le domande in modo che vi sia facile seguire la nostra storia e la sua fine. Perché posso davvero chiamare storia tutto quello che è successo a lei e a noi due, e posso farlo proprio perché ha avuto anche una fine.
Non ho risposto ad alcune domande sull’opera, come Puccini o Janáček? Questo spetta al regista catalano Lluis Toronto, per non citare che lui, il quale sta per pubblicare i diari delle sue ultime regie, di cui la primadonna slovena è stata protagonista.
Molte altre domande me le sono poste da me, come vedrete, soprattutto su Pablo Ortez e Julijan Remek, e anche sulla signora Ingrid. Le vere domande ce le poniamo sempre da soli, anche se ciò non significa che conosciamo le risposte.

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (tit. originale Smrt slovenske primadone), Zandonai, Rovereto 2007. Traduzione di Sabrina Tržan e Simonetta Calaon. 197 pagine, 14,50 euro.

* Il libro sul sito dell’editore, dove è anche possibile sfogliarne un’anteprima.

 

[Incipit] Il rogo nel porto

Le fauci del leone di pietra

Casette a tre piani che uno spiazzo erboso – una “campagnetta” della stazione Campo Marzio, per metà verde e per metà spelacchiata – separa dai binari. Corde da un palo all’altro, e sulle corde biancheria stesa ad asciugare. D’inverno, quando soffia la bora, la biancheria è un pavese di bandierine infuriate, d’estate è bianca impotenza nella calura. Altrettanto impotente e assonnato è, d’estate, pure l’alveo di pietra sottostante la campagnetta, e le sue rotaie, sulle quali brillano oblunghi occhi di metallo.
Il muro sotto la campagnetta è alto, perciò dalle case alla strada s’inarca un cavalcavia con gradini su entrambi i lati; al di là del cavalcavia c’è una strada bianca e un secondo muro. Sotto, fino al mare, luccica un labirinto di rotaie.
Le piccole locomotive che trasportano i vagoni merci da un binario all’altro avanzano ansimando. È un miracolo che, nel meandro di binari e scambi, trovino sempre quello giusto. Ma qualche volta, per timore di aver sbagliato, il vapore sbuffa per l’imbarazzo e fischia, e il suo sibilo acuto echeggia dai muretti e dal cavalcavia. Allora fischia pure il ferroviere e sventola la bandierina rossa, facendo tornare indietro il convoglio; uno solo se la dà a gambe su un altro binario, come un vitellino scavezzacollo. Ancora più lontano ci sono i bacini di carenaggio con le fiancate d’acciaio delle navi protette tutt’intorno da travi. La nave si libra nell’aria come fosse imprigionata nello scheletro di mastodontici pesci. I martelli picchiano sulle lastre d’acciaio, la locomotiva fischia, mentre al di sopra dei magazzini del Porto Nuovo svetta il collo delle gru.

Boris Pahor, Il rogo nel porto (tit. originale Kres v pristanu), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Mirella Urdih Merkù, Diomira Fabjan Bajc e Mara Debeljuh. 224 pagine, 18 euro.

* Boris Pahor su Wikipedia.
* Il libro sul sito dell’editore, dove è anche possibile sfogliare l’anteprima.
* Una recensione su Lankelot.
* Un altro brano.