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David Albahari, Ludwig

David Albahari, Ludwig (tit. originale Ludvig), Zandonai, Rovereto 2010. Traduzione dal serbo di Alice Parmeggiani.

Di Albahari avevo già letto con grandissimo piacere gli altri tre libri pubblicati dalla fu Zandonai: L’escaZink Sanguisughe. È perciò con molto interesse e molte aspettative che mi sono avvicinata a Ludwig. Aspettative che, ovviamente, non sono state deluse.

Albahari a mio parere si rivela uno dei migliori scrittori contemporanei, e leggendolo penso sempre a un Saramago più estremo. Perché come Saramago usa periodi lunghissimi e non utilizza le virgolette per il discorso diretto, che peraltro non è molto usato. Tuttavia, a differenza di Saramago, Albahari non utilizza neanche i paragrafi, ragion per cui un suo romanzo è un unico paragrafo che andrebbe letto in un unico respiro. Se questo potrebbe risultare più facile con questo libro, che ha appena 125 pagine, ciò presentava qualche difficoltà con un libro lungo il triplo quale poteva essere Sanguisughe. Ad ogni modo questa caratteristica di Albahari non è mai stata per me un freno alla lettura, ma resta da dire che se non amate lo stile di Saramago, Albahari non lo dovreste neppure toccare con un dito, perché lo odiereste.

Il romanzo segue due noti scrittori belgradesi: Ludwig appunto, e il narratore, che da Ludwig era chiamato semplicemente S, sebbene questa lettera non comparisse nel suo nome né nel suo cognome (non sapremo mai, tuttavia, il suo vero nome). I due erano amici inseparabili e, nel corso del romanzo, per allusioni abbastanza esplicite, scopriremo che erano anche probabilmente amanti, e che perlomeno S era pazzo di Ludwig, anche se quasi sicuramente non ricambiato. S non perde occasione per sottolineare che fra loro due non c’era mai stato niente, ma il lettore non può che inferire il contrario.

Nonostante fossero entrambi scrittori, il narratore non aveva l’impressione che ci fosse competizione tra loro, dal momento che Ludwig era più interessato alla prosa realistica e di stampo sociale, mentre S tendeva al postmoderno. Inoltre, Ludwig era molto più noto di S. Tuttavia, Ludwig finirà per impadronirsi del “libro” di S. Scrivo “libro” tra virgolette perché il narratore non aveva ancora scritto questo libro, ma ne aveva idee ben precise che aveva esposto con estremo entusiasmo al suo amico. Sarà dunque una specie di plagio “immaginario”, o meglio il plagio di un libro immaginario. Ad ogni modo, Ludwig non si preoccuperà mai di ringraziare il suo amico per l’idea che gli aveva dato, e S si sente derubato, perciò l’amicizia tra i due inevitabilmente si sfilaccia fino a finire del tutto.

C’è da dire che Ludwig diventa enormemente famoso con questo libro, che è un libro eminentemente postmoderno e dunque lontano da tutto ciò che Ludwig aveva scritto finora. Famoso non solo in Serbia, ma in tutta Europa e addirittura in tutto il mondo. Viene intervistato alla radio, in televisione, riceve premi, tiene conferenze, e così via; in un modo che a me ha fatto pensare ad autori mainstream del calibro di J.K. Rowling. Voglio dire, non penso che un postmoderno possa crearsi questa schiera di milioni di fan affezionati. Ma fa parte della finzione narrativa, ovviamente, per rendere ancor meglio l’idea del torto fatto al narratore.

Il romanzo ruota interamente attorno a questo nucleo. Troveremo frasi e concetti che si ripetono e che immagino potrebbero infastidire il lettore più tradizionalista, il quale tuttavia come accennavo dovrebbe tenersi ben lontano da questo libro e da questo autore. La struttura è dunque labirintica, si sa dove si inizia ma non si sa dove si finisce (e infatti il finale non me lo aspettavo), e soprattutto non si sa quanti giri su se stessi si potrebbero fare.

Un autore non per tutti, perciò un libro non per tutti. Fra i quattro che ho letto di Albahari non è il mio preferito, ma mi è comunque piaciuto moltissimo.

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David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

Libri dalla Serbia

Fortezza di Golubac

David Albahari, L’esca, Zandonai: Da un vecchio e cigolante magnetofono torna a risuonare, a distanza di alcuni anni dalla sua morte, la voce di una donna. È l’io narrante ad aver inciso su nastro questa singolare intervista alla propria madre e quando ne riascolta le parole è ormai emigrato in Canada, dopo essere fuggito dal proprio Paese, la Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile.
Albahari tesse con straordinario talento narrativo una fitta trama di corrispondenze simboliche in cui il turbinoso destino di una famiglia ebraica e la testimonianza intensa e sofferta di una coraggiosa figura femminile – più che un angelo del focolare, quasi un angelo del dolore – vanno a comporre la biografia di un’intera nazione, fino al suo tragico disfacimento. E quando il narratore vorrà fare della propria madre la protagonista di un romanzo, ecco che il delicato rapporto fra realtà e finzione lo prende all’amo: la madre è anche la lingua madre da lui rimossa, le pagine rischiano di non essere mai scritte, e fra vita reale e vita immaginata si apre un implacabile confronto, lo stesso che oppone l’aspirante autore a un vero scrittore canadese, suo mentore e amico. Due “poetiche” differenti, due antitetiche visioni del mondo quella europea ostaggio della storia e quella nordamericana orgogliosamente priva di radici e di legami con il passato – rimandano entrambe alla possibilità di una lingua comune, che galleggi «in superficie, al limite dei mondi, al confine tra parola e silenzio».
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/l_esca/1?e=0
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/07/15/lesca-zink/

David Albahari, Zink, Zandonai: La biografia simbolica di Albahari si arricchisce di un secondo capitolo: se ne L’esca, rende omaggio alla madre, e parla attraverso di lei di un’Europa ferita ma capace di fronteggiare il peso della storia, in Zink il percorso identitario che ruota intorno alla figura paterna è più tormentato, irregolare, quasi in frantumi. Incalzato dai ricordi della lenta e straziante agonia del padre, il protagonista attraversa gli sterminati territori del Nordamerica che, con la loro vastità e solitudine, offrono la perfetta scenografia del disorientamento e della perdita di un centro, nella vita come nella scrittura. Il rapporto con il padre, segnato da atti d’amore mancati o respinti, sembra quasi impedire il racconto minandolo dall’interno: se scrivere significa rivolgersi innanzitutto al padre, alla sua assenza, giunge il momento in cui le parole non soccorrono più e si consegnano all’irriducibile distanza che le separa dalle cose.
Commovente, ironica, dotata di una chiaroveggenza dolorosa, la prosa di Albahari procede intessendo una fitta rete di paradossi e giocando al sovrapporsi dei piani narrativi. Anche l’espediente del romanzo nel romanzo, pressoché una costante nella sua opera, finisce con il mettere a nudo l’impossibilità di raccontare la morte. Resta indicibile e inafferrabile, la morte; al massimo possiamo coglierne il risuonare: un misterioso rumore metallico, che vibra per un istante nell’aria, raggelante e dolce al contempo.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu__zink/1?e=0
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/07/15/lesca-zink/

Tutti i libri di David Albahari: http://it.wikipedia.org/wiki/David_Albahari

Filip David, Il principe del fuoco, Zandonai: I dieci racconti dell’occulto che compongono questo straordinario libro – in cui la tradizione mistica ebraico-orientale si fonde con la migliore letteratura del fantastico – giocano a manipolare il tempo: lo deformano, lo sdoppiano, lo ritardano. Solo così, sembrano dirci, tempo e destino possono incontrarsi, solo così scaturiscono narrazioni abissali sull’esistenza terrena. I personaggi di David – sempre in fuga dalla realtà – finiscono infatti per sprofondare in labirinti in cui i confini fra veglia e sogno, vita e morte, presente e passato quasi scompaiono. Come nelle Botteghe color cannella di Bruno Schulz anche la prosa di David prolifera di prodigi, metamorfosi, esercizi d’illusionismo ed è abitata da figure stravaganti – taumaturghi, cantori, cabalisti, ebrei erranti e lunatici – colte nel momento in cui si trovano a fronteggiare terrori e angosce. La porta del mondo dove avevano vissuto fino a quel momento si apre e davanti a loro, dentro di loro, può comparire il monte degli uomini perduti oppure la terra primordiale madre di tutti i sogni angosciosi, o ancora un inquietante alfabeto composto da “lettere-occhi”, o infine l’arcangelo Gabriele che marchia le fronti con segni di sangue.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu__il_principe_del_fuoco/1?e=0

Ivo Andrić, Romanzi e racconti, Mondadori: Un volume dei Meridiani dedicato alle opere di Ivo Andric. Attraverso nuove traduzioni – condotte con estrema fedeltà alla lingua dell’originale – il volume offre un’ampia e significativa scelta della produzione narrativa dell’autore. Accanto a una sezione di racconti (tra cui diversi testi mai pubblicati in Italia) vengono presentati i due romanzi maggiori. Nella Cronaca di Travnik il periodo narrato è quello che va dal 1807 al 1814, e la vicenda si apre con l’arrivo nella città bosniaca sottomessa all’impero ottomano di francesi e austriaci, incaricati di aprirvi rappresentanze consolari: un evento che provoca l’inevitabile scontro di mentalità tanto differenti. Nel Ponte sulla Drina l’orizzonte cronologico si allarga fino ad abbracciare quattro secoli, dal 1516 alla Prima guerra mondiale, dalla dominazione turca a quella austriaca. Una successione di eventi spesso drammatici e spesso avventurosi, come la storia del ragazzino che nel XVI secolo, deportato dai dominatori turchi, finisce col diventare Gran Vizir. Il saggio introduttivo è firmato da Predrag Matvejevic (Mostar 1932), noto romanista, studioso e brillante saggista, una delle maggiori figure intellettuali dell’Europa contemporanea.

Miloš Crnjanski, Migrazioni, Adelphi: Migrazioni, epos possente dove si mescolano i destini di alcuni singoli e quelli di un intero popolo – i serbi che nel Settecento abitano la terra della Vojvodina, al confine tra l’Impero austroungarico e quello ottomano –, è dominato da un senso di smarrimento e di sradicamento, dalla nostalgia di ogni patria perduta e dal sogno di ogni terra promessa, nonché dalla percezione di un fluire perenne, cieco e rabbioso, di correnti sotterranee che bagnano le radici della Storia.

Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi: Il calcio pone questioni assai ardue, che forse per la loro intrinseca difficoltà vengono spesso evitate – o mal risolte – nei libri. Per esempio: qual è il limite che accomuna calciatori come Pelé e Platini? Perché Beckenbauer è qualcosa di simile a un epigono di Paul Valéry? Perché questi tre esimi calciatori non reggono il confronto con Diego Armando Maradona? Perché alla finale Brasile-Italia di USA ’94 è mancata l’aura che in genere caratterizza tali cerimonie planetarie? Qual è la colpa esasperante di Helenio Herrera? Quali sono i danni del «calcisticamente corretto»? Per quale maledizione i giocatori brasiliani non sono più capaci di segnare goal «accarezzando la palla»? A cosa si deve la «sclerosi democratica» che annichilisce le partite nella paura e nella noia? E infine: è in grado il calcio, «il re dei giochi», di sopravvivere all’epoca della sua riproducibilità televisiva? Soltanto un uomo temerario e inclassificabile come Vladimir Dimitrijević poteva affrontare questi temi senza batter ciglio. Tanto più che fu grazie al calcio (era un promettente centrocampista) se, dopo un’avventurosa fuga dalla invivibile Iugoslavia degli anni Cinquanta, Dimitrijevic riuscì a ottenere un permesso di lavoro in Svizzera. Un permesso che gli consentì in seguito di fondare la casa editrice L’Âge d’Homme e di pubblicare molte meraviglie della cultura slava moderna, nonché autori improbabili ed essenziali come Albert Caraco.

Danilo Kiš, Giardino, cenere, Adelphi: Profumo di vaniglia e semi di papavero, un vassoio nichelato con sottili mezzelune lasciate dal fondo dei bicchieri, piccoli tram azzurri, gialli e verdi che si rincorrono tintinnando, il cancello di un parco dietro il quale spuntano cervi e cerve, «come ragazzini di buona famiglia di ritorno dalla lezione di piano». All’inizio di questo romanzo c’è un pullulare di sensazioni, una nube tattile, olfattiva, onirica, che si sposta in una cauta esplorazione del mondo, come l’occhio del bambino Andreas, il narratore. La parola «morte» trafigge questa nube, è un numero fatale stampato sul buio. E il bambino gioca con il sonno, gli tende agguati, in preparazione alla grande lotta con la morte. Aveva deciso di «assistere un giorno consapevolmente alla venuta della morte e così vincerla», e nell’attesa voleva sorprendere l’angelo del sonno.
Intorno ad Andreas, vediamo la sorella Anna, che piange la sera perché il giorno è finito e non torna più; e la madre Marija, seduta davanti a una imponente macchina da cucire Singer di ghisa nera. E soprattutto vediamo, seppure soltanto in apparizioni imprevedibili e balzane, il padre Eduard Sam, ispettore delle ferrovie a riposo, ma in realtà trickster decaduto, che non dispone più di molti poteri, eppure è ancora aureolato di eventi prodigiosi e irrisori. Autore di un Orario delle comunicazioni tranviarie, navali, ferroviarie e aeree che, arricchendosi di edizione in edizione, si trasforma in opera interminabile, come una mappa che volesse coincidere con il territorio rappresentato, Eduard usa mostrarsi con bombetta e redingote imbrattata, e sfida l’iniquità del mondo dietro occhiali con montatura metallica, stringendo in pugno un bastone. Compreso della sua vocazione di mistificatore, non è mai se stesso, ma il nebbioso ricordo di qualcos’altro, e il giovane Andreas, fantasticatore selvaggio, percepisce in lui la compresenza di molte vite: «Ed eccolo, mio padre, seduto nel carro accanto a una giovane zingara dalle poppe rigonfie, maestoso come il principe di Galles o, se volete, come un croupier o come un maître d’hôtel (come un illusionista, come un impresario di circo, come un domatore di leoni, come una spia, come un antropologo, come un maggiordomo, come un contrabbandiere, come un missionario quacchero, come un sovrano che viaggi in incognito, come un ispettore scolastico, come un medico di campagna e, infine, come un commesso viaggiatore, rappresentante di una compagnia occidentale per la vendita dei rasoi di sicurezza)». Un giorno, in un raro momento di sobrietà, Eduard accenna al figlio il suo segreto: «Non è possibile, giovanotto mio, e questo ricordatelo per sempre, non è possibile recitare la parte della vittima per tutta la vita senza diventarlo alla fine davvero». La storia si incaricherà presto di avverare la profezia.
In una continua osmosi di sensazione e visione, questo romanzo raggiunge una precisione evocativa che penetra nelle fibre della mente, in un modo che ricorda Bruno Schulz. Qui, come una splendida carovana di stracci e paccottiglia, ci sfila davanti il mondo saturo di esperienze dell’Europa centrale mentre sta per abbandonarsi alla morte, visto con gli occhi del bambino sognatore e ribelle che alla morte voleva dare scacco.
Giardino, cenere è apparso per la prima volta nel 1975.

Danilo Kiš, Enciclopedia dei morti, Adelphi: L’Enciclopedia dei morti di cui si parla nel racconto che dà il titolo a questo libro è un’opera in migliaia di volumi dove sono ammesse soltanto le voci riguardanti persone che non compaiono in alcun’altra enciclopedia. Vale a dire la massa sterminata degli ignoti, che qui si ritrovano raccontati in un «incredibile amalgama di concisione enciclopedica e di eloquenza biblica». Opera fantastica, ma che ha un sinistro corrispettivo nella realtà: vicino a Salt Lake City, in gallerie scavate dentro la roccia, sono conservate dai mormoni le schede di più di diciotto miliardi di persone. Questo rapporto trasversale, e quasi di esaltazione reciproca, tra il fantastico e la cronaca si ritrova anche in altri racconti di questo libro – e può riguardare, all’occasione, la storia dei funerali di una prostituta o quella dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende dello gnostico Simone o quella dei Sette Dormienti di Efeso, o le vicissitudini dell’infelice Kurt Gerstein, infiltrato fra gli sterminatori nazisti, come se Kiš fosse perennemente ispirato da «quel bisogno barocco dell’intelligenza che la spinge a colmare i vuoti» (Cortazar). Secondo le parole dell’autore, «tutti i racconti di questo libro nascono, in misura maggiore o minore, sotto il segno di un tema che chiamerei metafisico; a partire dall’epoca di Gilgamesh, la questione della morte è uno dei temi ossessivi della letteratura. Se la parola divano non richiedesse colori più luminosi e toni più sereni, questa raccolta potrebbe avere il sottotitolo di Divano occidentale-orientale, con un chiaro riferimento ironico e parodistico».

Tutti i libri di Danilo Kiš: http://www.adelphi.it/catalogo/cerca/reply/smart/YTo0OntzOjQ6InR5cGUiO3M6NToic21hcnQiO3M6NzoiT3JkZXJCeSI7czo1OiJzY29yZSI7czoxOiJxIjtzOjEwOiJLaXMgRGFuaWxvIjtzOjQ6IlNvcnQiO3M6NzoiZGVmYXVsdCI7fQ==/p1

Jasmina Tešanović, La mia vita senza di me, Infinito: Da Tito a oggi, passando per i bombardamenti della Nato su Belgrado durante la guerra del Kosovo, uno spaccato imperdibile della società, degli usi, della cultura, dei tic sociali, della politica serba. Ma non solo. Un padre spia jugoslava, una mamma medico, una vita vissuta partendo dalla Jugoslavia e tornando in Serbia, attraverso l’Egitto, gli Stati Uniti, l’Italia. Paese, quest’ultimo, in cui ha conosciuto Montale, Moravia, Pasolini… Questo libro, scritto in prima persona da una delle più grandi protagoniste del mondo culturale della Serbia degli ultimi trent’anni, è una cavalcata lunga mezzo secolo intrisa di nero humour balcanico che vi farà capire, riflettere, ridere, a tratti impressionare.

AA. VV., Casablanca serba, Feltrinelli: “Perché io, io so con certezza dove sono stato quel mattino; nella Città madre di tutte le città, nella città in cui, in fondo, viviamo tutti, quando dalle sue strade scompaiono le illusioni, quando l’alba mostra chiaramente solo ciò che esiste davvero.”
Che sia la città deserta di Petković, quella schiacciata dalla Storia di Tešanović o quella incantata di Tišma, la Belgrado postbellica è l’incontrastata protagonista di quest’antologia. Se è ancora abitata, è popolata da singolari esseri paranoici, surreali, nostalgici, sarcastici, iperreali, comunque paradossali e ancora innamorati di una Belgrado, un tempo utopico crocevia balcanico di Oriente e Occidente, ora città fantastica, parallela, ombra di quella antecedente la scomparsa delle illusioni. Belgrado-Casablanca è un’antologia che permette di dare una chiara percezione al lettore italiano dell’attuale paesaggio letterario serbo, un paesaggio che ha preso forma nel corso degli anni ottanta in opposizione al regime di Milošević e che ha continuato a evolversi nelle direzioni più disparate. I suoi differenti sviluppi letterari, dal racconto storico a quello psicologico, da quello surreale a quello sentimentale, trovano nella città di Belgrado un epicentro di straordinaria vivacità nel quale confluiscono le più diverse influenze storiche, geografiche e culturali. Da “classici” come Danilo Kiš ad autori più giovani come Aleksandar Gatalica e Nina Ivančević, il meglio della letteratura serba a confronto con l’immagine di una città-capitale, fondamentale per capire il drammatico e stimolante rapporto Occidente-Oriente.

Dusan Veličković, Serbia hardcore, Zandonai: Brillanti e beffarde, colte e irriverenti, queste short stories, veri e propri “racconti dal vivo”, vanno quasi a comporre un romanzo in frantumi e narrano di un luogo chiamato Belgrado, di un Paese chiamato Serbia in una travagliata fase di transizione. Veličković presta la propria voce a una comunità lacerata, che vive in biblico tra un «passato che non è mai passato» e dal quale si ereditano conflitti, tragedie e triviali derive nazionalistiche, e un futuro appeso a un filo di incertezza e scetticismo che dovrà sciogliere il dilemma di una colpa collettiva. Acuto interprete degli umori, delle sensazioni e dei sogni nascosti di una città intera, così come del proprio singolare spaesamento, l’autore è un intellettuale che ancora pratica il “conosci te stesso” pur se con laconico disincanto. La medesima disillusione con cui denuncia un regime liberticida che soffoca critica e dissenso, e un Occidente libero e democratico che getta bombe “intelligenti” nel cortile di casa sua. Una confessione che è insieme testimonianza civile e autoterapia, sguardo amaro e irresistibilmente ironico gettato sul presente da un luogo che in realtà è un vizio irrinunciabile. Questo vizio si chiama Belgrado.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/_issuu_serbia_hardcore/1?e=0

Dusan Veličković, Balkan pin-up, Zandonai: C’era una volta la Jugoslavia di Tito che offriva al mondo, tra innumerevoli contraddizioni e storture, l’immagine di una società alternativa. Ma Dušan Veličković diffida della retorica ufficiale e decide di risalire il corso accidentato della storia dei Balcani inseguendo una collezione di esperienze personali. Le piccole catastrofi dell’infanzia, lo slancio rivoluzionario della giovinezza, il sarcasmo disincantato della maturità si ricompongono in un vivido mosaico i cui dettagli svelano la fragilità di ogni ideologia e la casualità degli incontri che si riveleranno decisivi per la vita intera.
L’anteprima: http://issuu.com/zandonaieditore/docs/balkan_pin-up_issuu/1?e=3093473/6646148

Zoran Živković, L’ultimo libro, TEA: Che cosa terribile! Purtroppo alla libreria Il Papiro si è verificato un triste incidente. Il signor Todorović, uno dei clienti più affezionati, è morto improvvisamente, mentre stava leggendo un libro seduto su una poltrona. Vera Gavrilović, una delle due libraie, è costernata, e quando arriva l’ispettore Dejan Lukić, per un semplice controllo, gli comunica a cuore aperto tutto il suo sconcerto e la sua preoccupazione. Non è che l’inizio, ahimè, perché al primo si sussegue un altro decesso, e poi un altro. Le morti sono inspiegabili, l’unica traccia è che tutte le vittime stavano leggendo un libro. Per Dejan, poliziotto amante dei libri, e Vera, libraia appassionata, comincia una strana indagine, sempre più incalzante, che si allargherà e si complicherà fino a coinvolgere addirittura la polizia segreta. Finché non s’imbatteranno nell’ultimo libro.
Mentre la storia si dipana, svolta dopo svolta, le pagine di questo romanzo, nitide e scorrevoli, inducono con disinvolta maestria a riflettere sulle questioni che più appassionano chi ama i libri: che rapporto c’è tra un autore e i suoi personaggi? Qual è la relazione tra sogno e letteratura? Cosa succede quando si apre un libro? Alla sua prima traduzione in Italia, Zoran Živković si presenta con un romanzo che racchiude l’essenza del suo inconfondibile mondo narrativo: raffinato, immaginifico, surreale.

Zoran Živković, Sei biblioteche, TEA: Dopo il giallo atipico L’ultimo libro, Živković continua la sua inimitabile esplorazione narrativa del mondo dei libri con una serie di storie collegate tra loro che esplorano il tema della biblioteca, da quella personale a quella pubblica. Un appassionato lettore si trova ad affrontare una biblioteca di casa che cresce a dismisura sino a occupare ogni centimetro quadrato del proprio appartamento; nella biblioteca virtuale uno scrittore scopre i libri che non ha ancora scritto; nella biblioteca notturna un lettore ritardatario si trova a consultare, per una sola notte, le vite di tutti gli esseri umani come se fossero altrettanti libri; nella biblioteca infernale si scopre quale sarà la pena dei peccatori, mentre la biblioteca più piccola può essere acquistata soltanto su una bancarella. Nella biblioteca più raffinata infine? Sempre surreale, spiazzante e intrigante, Živković è capace di sorprendere nel giro di una pagina e ha il dono unico di trasformare la nostra passione di lettori in narrazioni avvincenti e curiose.

Tutti i libri di Zoran Živković: http://www.tealibri.it/author/zivkovic_zoran/

[Serbia] L’esca; Zink

David Albahari, L’esca (tit. originale Mamac), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Alice Parmeggiani. 126 pp.

«Uno che non sa scrivere, come me, è al pari di un ciarlatano che afferma di saper sistemare un osso fratturato o un’articolazione slogata, ma non fa altro che aggravare il malanno e renderlo inguaribile. Uno che sa scrivere, come Donald, si sarebbe tranquillamente seduto e avrebbe scritto un racconto, percorrendo la strada più breve possibile dall’inizio alla fine. Nulla in quel racconto avrebbe indicato l’esistenza di qualsiasi altra cosa tranne il racconto, e non come nel mio caso, nel mio racconto, se solo l’avessi scritto, nel quale c’è di tutto tranne il racconto, che continua a dissolversi sotto gli scossoni causati dalle incursioni delle realtà parallele.»

In questo brano c’è qualcosa di vero e qualcosa di non vero. Iniziamo col non vero: non è affatto vero che Albahari non sappia scrivere – se vogliamo identificare il narratore con l’autore, come viene spontaneo fare anche se forse è sbagliato – anche se questa sua lotta con e contro la scrittura torna continuamente nel testo, anzi ne è un motivo portante. Vero è, invece, che il racconto si dissolve sotto le incursioni di realtà parallele, e a volte l’impressione è appunto che tutto ci sia tranne il racconto. Questo, naturalmente, se abbiamo in mente il senso per così dire canonico del termine “racconto”, secondo il quale ci deve essere una trama ben riconoscibile, uno sviluppo, un intreccio. Al contrario, questo breve romanzo di Albahari non ha queste nette caratteristiche, e chi ha care le definizioni lo potrebbe definire post-moderno, se non addirittura post-post-moderno. Io non mi arrischio, lascio ad altri l’incombenza di etichettare.

Questo breve romanzo, il cui titolo in serbo-croato significa sia “esca” sia “mamma”, è un flusso continuo, e tale appare fin da subito, anche graficamente: basta sfogliare il libro, e si noterà subito che non ci sono paragrafi. La sintassi e la punteggiatura non sono utilizzate in modo anomalo, ma la scrittura è un blocco continuo, che tende a non concedere pause di respiro per il semplice fatto che non va mai a capo: sembra banale, a raccontarlo così, invece l’effetto è molto particolare, a me ha dato proprio la sensazione di un fiume che scorre senza fermarsi mai se non quando arriva a destinazione.

In una interessante intervista all’autore, Sergej Roic parla di un modo di scrivere che «assomiglia di più a un vortice, a un gorgo, piuttosto che a un lento fiume tranquillo», e che darebbe al lettore la sensazione di «annegare»: questione di immagini personali; non è certo un fluire tranquillo, in ogni caso, quello della scrittura di Albahari, perciò l’immagine del vortice mi pare comunque pertinente ed efficace, a seconda della simbologia personale di ciascuno. Roic paragona il modo di scrivere di Albahari a quello di Thomas Bernhard, e per quel pochissimo che ho letto io di Bernhard mi pare che sia un paragone calzante. Albahari, per conto suo, dice di essere stato influenzato anche da Beckett e da Saramago; ma è inutile che vi riporti altro, vi consiglio di leggere da voi l’intervista, che tra l’altro è anche molto breve.

Ma di cosa parla, poi, questo romanzo? Già, è difficile scappare dalle “vecchie” categorie di fabula e intreccio, anche se leggendo L’esca finiscono per sembrare davvero obsolete. In breve, il narratore si trova a riascoltare su un vecchio magnetofono i nastri su cui, anni addietro, aveva registrato la storia della vita di sua madre, ormai morta. Un’intervista a cui questa donna di una saggezza semplice e bellissima si era prestata all’inizio con riluttanza, a breve distanza dalla morte del suo secondo marito, padre del narratore, ma che poi aveva preso a narrare più volentieri. La “trama” non è che questa,  fin dei conti, se proprio di trama vogliamo parlare.

Ma la verità è che la trama non c’è, o se c’è si sgretola fin dall’inizio: già nella prima pagina sentiamo la voce della madre, «Da dove devo cominciare», dice: sembra un inizio, ma subito il narratore passa a parlare di come abbia cercato a lungo un magnetofono per ascoltare quei vecchi nastri, di come abbia protetto quei nastri nella valigia, e così veniamo a sapere che il narratore è partito per trasferirsi da un’altra parte. Il posto da cui è partito è la Serbia disgregata dalla guerra che ha smembrato la Jugoslavia, e il luogo in cui è andato è il Canada. Proprio come l’autore, e così diventa facile confondere i piani e identificare autore e narratore: se questa identificazione corrisponda alla realtà, io non lo so, e non è dato sapere, come è giusto che sia.

Al racconto della madre, che noi lettori ascoltiamo dalla sua voce insieme al narratore, si intrecciano vari momenti della vita di quest’ultimo, in Serbia e in Canada; a questi si intrecciano particolari su Donald, l’amico che ricorre costantemente nel romanzo, specialmente ricordi di una cena in un ristorante su un’isola fluviale, dove i due hanno parlato del racconto che il narratore vuole scrivere; ed ecco che di nuovo si intreccia a tutto il resto una riflessione soffertissima sulla scrittura, che è poi l’altro ramo principale del romanzo. Il narratore vuole scrivere un racconto, e si vedrà con quanta sofferenza; ci sono scambi molto interessanti con Donald, che per l’appunto è scrittore, e ci sono riflessioni del narratore, che sembra soffrire di una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dell’amico scrittore, per il quale tutto sicuramemte sarebbe più facile, eppure risulta evidente che il narratore stesso è un grande scrittore, forse più grande ancora, a sua insaputa, dell’amico Donald.

Detto tutto questo, mi sembra di non aver detto niente di questo libro, ma forse non avrei potuto dire niente di più. Non vorrei aver dato l’impressione che il romanzo sia confuso: non lo è affatto, lo si può sentire come un vortice che risucchia, e a questo punto tutto dipende dai gusti personali. Per me questo è un pregio, perché significa che questo tipo di scrittura mi rende impossibile staccarmi dalla pagina, sebbene allo stesso tempo la percepisca chiaramente come una scrittura (e un romanzo) che ha bisogno di essere assaporata in ogni dettaglio – e allora forse avrebbe senso farsi risucchiare, prima, senza opporre resistenza, e poi rileggere e gustare piano piano il tutto.

David Albahari, Zink (tit. originale Cink), Zandonai, Rovereto (TN) 2009. Traduzione di Alice Parmeggiani. 89 pp.

Come L’esca prendeva a pretesto la figura della madre, così Zink ruota intorno alla figura del padre. Il procedimento è lo stesso: «Non c’era altro modo: il racconto su di lui doveva essere un racconto che non lo riguardava.» Difatti anche qui le categorie narratologiche non sono sufficienti, perché di nuovo il racconto si sfalda e quello di “trama” è un concetto inappropriato: l’agonia del padre, malato in Terra Santa (Albahari è di famiglia ebrea), e trasportato in aereo a morire in Serbia; poi, la partenza del figlio-narratore.

La narrazione, però, si dissolve qui in maniera diversa, addirittura opposta rispetto a L’esca: mentre lì si trattava di un blocco unico composto di più “realtà parallele”, qui le divagazioni ci sono ma disfano la struttura del racconto, nel vero senso della parola. Tutto ruota intorno al dubbio e alla parola: necessaria, sufficiente, inadatta? Pian piano la fiducia nella parola viene meno: «… le parole non erano più indispensabili. Le parole sono grucce; il corpo è discorso.» (p. 61); «Ci sono sempre meno parole capaci di dire qualcosa di lui.» (p. 76). Così la scrittura diventa sempre più frammentaria, quasi aforistica potremmo dire, con un termine certo non appropriato ma utile a rendere l’idea della frammentazione del discorso: discorso che inizia con molta luce («In questa stanza c’è troppa luce») e, man mano che va avanti, si fa sempre più lampi di immagini, come se fossero flash di una macchina che fotografa ricordi – singoli, apparentemente scollegati, banali e insignificanti, eppure omaggio altissimo al padre morto.

La riflessione sulla scrittura è presente con forza anche in questo breve romanzo, dove addirittura un racconto diverso e metafora del primo si intreccia al racconto principale, per poi spegnersi anch’esso in frammenti, dichiarato impossibile, riconosciuto artificio.

Una scrittura per flash che richiede altrettanta concentrazione della scrittura-flusso de L’esca, ma forse maggiore disponibilità del lettore a costruire i propri collegamenti all’interno degli spazi bianchi. Sicuramente, nessuno dei due libri è di facile e rilassata lettura, né possono piacere a tutti.

Per quanto mi riguarda, David Albahari è forse la scoperta più interessante di questo 2009, e soprattutto L’esca è uno dei libri più belli letti quest’anno, almeno finora. Se quanto ho detto vi ha incuriosito, anziché farvi venire mal di testa, mi sento di consigliarvene assolutamente la lettura.

Per chi volesse approfondire:

* il sito di Zandonai, una casa editrice che pubblica libri molto interessanti e che vi consiglio di tenere d’occhio
* la pagina dedicata a David Albahari sul sito di Zandonai
* il sito di David Albahari, dove si possono leggere alcuni racconti e interviste (in inglese e in serbo)
* un elenco di scrittori serbi su Wikipedia
* una guida veloce alla letteratura serba (in inglese e in serbo)
* quattro saggi sulla letteratura serba, dal medioevo al XX secolo (in inglese)
* la lingua serba e l’ormai defunta lingua serbo-croata su Wikipedia
* la storia della Serbia in breve (in inglese; non è stato facile trovare un articolo che adottasse una prospettiva neutrale sull’argomento)