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[Incipit] Evgenij Zamjatin, Noi

APPUNTO 1

Sommario: UN ANNUNCIO. LA PIÙ SAGGIA DELLE LINEE. UN POEMA

Mi limito a trascrivere – parola per parola – quanto pubblicato oggi sul “Giornale di Stato”:

Di qui a 120 giorni verrà ultimata la costruzione dell’Integrale. Si approssima il grande, storico momento in cui il primo Integrale si librerà nello spazio dell’universo. Mille anni fa i vostri eroici avi assoggettarono al potere dello Stato Unico l’intero globo terrestre. Vi apprestate a un’impresa ancor più gloriosa: grazie all’Integrale di vetro, elettrico e ignivomo, integrerete l’infinita equazione dell’universo. Vi apprestate ad assoggettare al nobile giogo della ragione esseri ignoti che dimorano su altri pianeti e, forse, ancora si trovano allo stato brado di libertà. Se costoro non comprenderanno che rechiamo loro la felicità matematicamente infallibile, nostro dovere è: costringerli a essere felici. Ma, prima delle armi, sperimenteremo la parola.

A nome del Benefattore, viene annunciato a tutte le unità dello Stato Unico:

Chiunque se ne senta in grado, è tenuto a redigere trattati, poemi, arie, manifesti, odi o altre opere sulla bellezza e la maestosità dello Stato Unico. Questo sarà il primo carico portato dall’Integrale.
Evviva lo Stato Unico, evviva le unità, evviva il Benefattore!

Sento le guance ardermi mentre scrivo. Sì: integrare la grandiosa equazione dell’universo! Sì: rettificare la curva selvaggia, raddrizzarla lungo la tangente – l’asintoto – la retta! Giacché la linea dello Stato Unico è una retta. Una retta grande, divina, precisa e saggia: la più saggia delle linee.
Io, D-503, Costruttore dell’Integrale, sono soltanto uno dei matematici dello Stato Unico. Avvezza alle cifre, la mia penna non è in grado di creare la musica delle assonanze e delle rime. Mi limito a cercare di appuntarmi ciò che vedo e penso; o meglio: ciò che noi pensiamo (noi, appunto: e sia proprio questo ‘NOI’ a intitolare le mie note). Ma ciò non potrà essere che una deriva della nostra vita, la vita matematicamente perfetta dello Stato Unico; e se le cose stanno così, non ne sortirà, di per sé, al di là del mio stesso volere, un poema? Sortirà: ci credo e lo so.
Sento le guance ardermi mentre scrivo. Una cosa simile, probabilmente, prova una donna allorché avverte per la prima volta dentro di sé le pulsazioni di un nuovo, piccolo essere umano – ancora minuto, cieco. Sono io e, a un tempo, non sono io. E per lunghi mesi dovrò nutrire quell’essere con la mia linfa, il mio sangue, per poi strapparlo a me stesso e deporlo ai piedi dello Stato Unico.
Ma io sono pronto, così come ognuno – o quasi ognuno – di noi. Sono pronto!

Evgenij Zamjatin, Noi (tit. originale My), Voland, Roma 2013 (prima edizione russa 1924). Traduzione di Alessandro Niero.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Evgenij_Ivanovi%C4%8D_Zamjatin

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.voland.it/voland/scheda.aspx?titolo=469

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/01/04/evgenij-zamjatin-noi-russia/

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[Incipit] Fëdor Dostoevskij, L’eterno marito

Era arrivata l’estate e Vel’čaninov, al di là di ogni aspettativa, era rimasto a Pietroburgo. Il suo viaggio nel Sud della Russia era andato a monte e della causa non si vedeva la fine. Quella causa, una lite per una proprietà, stava prendendo una brutta piega. Solo tre mesi prima si presentava come una questione assolutamente semplice, quasi incontestabile, ma poi tutto era cambiato improvvisamente. “Sì, e in generale era cambiato tutto in peggio!”, Vel’čaninov aveva cominciato a ripetere a se stesso questa frase spesso e con acredine. Si serviva di un avvocato abile, caro, famoso e non si preoccupava per i soldi ma, a causa della sua impazienza e diffidenza, aveva cominciato a interessarsi personalmente della faccenda: leggeva e scriveva lettere che l’avvocato bocciava continuamente, correva per gli uffici giudiziari, assumeva informazioni e, verosimilmente finiva per essere d’impiccio; l’avvocato per lo meno se ne lamentava e lo spingeva ad andare in vacanza. Lui però non si decideva a partire. La polvere, l’afa, le notti bianche di Pietroburgo che irritavano i nervi: ecco ciò che gli piaceva della città. Il suo appartamento, che aveva preso in affitto da non molto, si trovava vicino al Gran Teatro e non gli andava bene: “Niente andava bene!”. La sua ipocondria cresceva ogni giorno, e comunque lui era incline all’ipocondria già da tempo.
Era un uomo che aveva vissuto intensamente e alla grande; già da molto tempo non più giovanotto, aveva trentotto o trentanove anni e tutta questa “vecchiaia”, come diceva lui stesso, gli era arrivata addosso “del tutto inaspettatamente”; lo capiva anche lui che era invecchiato in fretta, non per la quantità ma, per così dire, per la qualità degli anni vissuti e se gli acciacchi erano già cominciati, erano dovuti più a cause interiori che esterne. Aveva ancora un aspetto giovanile. Era un uomo alto e robusto, capelli biondi e folti, senza un solo pelo bianco in testa o tra la barba biondiccia che arrivava quasi a metà petto; a un primo sguardo lo si sarebbe definito un po’ goffo e trasandato ma, osservandolo meglio, ci si sarebbe accorti che aveva un comportamento corretto e che un tempo aveva ricevuto un’educazione signorile. I modi di Vel’čaninov erano ancora spigliati, fieri e perfino aggraziati, nonostante l’umore brontolone e l’atteggiamento sgarbato acquisito con il tempo. Era perfino pieno della più incontrollabile e mondanamente sfrontata sicurezza di sé, della cui misura, forse, non si rendeva conto nemmeno lui stesso nonostante fosse una persona non solo intelligente ma, a volte, anche acuta, quasi colta e con indubbie doti. Il suo volto, aperto e colorito, un tempo caratterizzato da una dolcezza femminea, aveva richiamato l’attenzione delle donne e anche ora, osservandolo, si diceva: «Che tipo vigoroso, tutto sangue e latte!». Comunque questo “tipo vigoroso” era terribilmente affetto da ipocondria. I suoi occhi, grandi e azzurri, dieci anni prima erano stati occhi da vincitore; occhi così luminosi, allegri e spensierati che involontariamente avevano affascinato chiunque avessero incontrato. Ora, vicino alla quarantina, la luminosità e la bontà si erano quasi spente in quegli occhi che si circondavano già di piccole rughe; in loro cominciavano ad apparire, anzi, il cinismo di un uomo stanco e non molto morale, la scaltrezza, più spesso lo scherno, e una nuova sfumatura che prima non c’era: una sfumatura di tristezza e dolore, una tristezza vaga, quasi senza oggetto, eppure intensa. Questa tristezza affiorava soprattutto quando rimaneva solo. Stranamente quest’uomo, che appena due anni prima era rumoroso, allegro e spensierato, che raccontava così bene barzellette, ora amava soltanto rimanere solo. Aveva volutamente abbandonato la maggior parte delle conoscenze, che avrebbe potuto non abbandonare anche ora, nonostante il definitivo dissesto della sua situazione finanziaria. A dire il vero a ciò aveva contribuito la vanità: con la sua diffidenza e vanità era impossibile mantenere le vecchie conoscenze. Nell’isolamento, però, la vanità poco alla volta si era trasformata. Non era diminuita, anzi, al contrario, aveva cominciato a trasformarsi in una vanità di tipo particolare, diversa dalla precedente: aveva cominciato a soffrire per motivi diversi da quelli usuali, motivi inaspettati e che un tempo erano assolutamente irrilevanti, motivi “superiori” ai precedenti, “sempre che ci si possa esprimere così, che vi siano effettivamente motivi superiori e inferiori…”. E questo lo aggiungeva lui, meditando fra sé.

Fëdor Dostoevskij, L’eterno marito (tit. originale Večnyi Muž), Giunti, Firenze – Milano 2010 (prima edizione russa 1870). Traduzione di Anna Maria Capponi Glouchtchenko.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%ABdor_Dostoevskij

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.giunti.it/libri/narrativa/l-eterno-marito2/

[Incipit] Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che non c’era senso nella loro convivenza, e che della gente incontratasi per caso in una qualsiasi locanda sarebbe stata più legata fra di sé che non loro, membri della famiglia e domestici degli Oblonskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era già il terzo giorno che non rincasava. I bambini correvano per la casa abbandonati a loro stessi; la governante inglese si era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto ad un’amica chiedendo che le cercasse un posto; il cuoco se n’era già andato via il giorno prima durante il pranzo; sguattera e cocchiere avevano chiesto di essere liquidati.
Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad’ic Oblonskij – Stiva, com’era chiamato in società – all’ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. Rigirò il corpo pienotto e ben curato sulle molle del divano, come se volesse riaddormentarsi di nuovo a lungo, rivoltò il cuscino, lo abbracciò forte e vi appoggiò la guancia; ma a un tratto fece un balzo, sedette sul divano e aprì gli occhi.

Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina (tit. originale Anna Karenina), Liber Liber, Roma 2006 (prima edizione russa 1877). Traduzione di Maria Bianca Luporini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj

Il libro su Liber Liber: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-t/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/

Libri dalla Russia

Cattedrale di San Basilio, Mosca

Evgenij Zamjatin, Noi, Voland: «…osserverei come, in tempi di internet, l’invasività dei mezzi di controllo preconizzata dallo scrittore nel 1919-20 rimanga — o torni — prepotentemente attuale, specie se coniugata con la lobotomia — non dirò ‘televisiva’, ma più genericamente ‘da schermo’ — a cui tutti, chi più o chi meno, siamo sottoposti o ci sottoponiamo. (…) rimarcherei che Noi — battezzato e ribattezzato più volte: antiutopia, utopia negativa, distopia o, addirittura, anti-antiutopia — conserva intatto il suo fascino di ‘ritratto futuribile’ anche qualora lo si svincoli dal contesto che gli era più cronologicamente prossimo — quello della neonata società comunista — e lo si riallacci, per esempio, a istanze di carattere fantascientifico, a noi relativamente vicine…»
Alessandro Niero
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/01/04/evgenij-zamjatin-noi-russia/

Evgenij Zamjatin, Racconti inglesi, Voland: Due romanzi brevi ad ambientazione inglese del più ‘eretico’ degli scrittore russi: l’ipocrisia e le regole sono il fondamento di una società geometricamente descritta, e solo l’amore può funzionare da possibile detonatore.
Il vicario Dewly di Isolani e Mister Craggs del Pescatore di uomini sono due gretti embrioni del Grande Fratello orwelliano, di cui Zamjatin è precursore. Incombono su Londra e sul supino circondario di una fantomatica e provincialissima Jesmond, improvvisandosi fustigatori di costumi o compilando asfissianti orari e “Precetti di Salvezza Forzata” che mortificano ogni slancio vitale. Il tutto in uno stile condensato fino all’inverosimile.

Tutti i libri di Evgenij Zamjatin: http://it.wikipedia.org/wiki/Evgenij_Ivanovi%C4%8D_Zamjatin#Traduzioni_in_italiano

Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, Garzanti: Delitto e castigo è stato celebrato come il primo grande romanzo polifonico, dove tutte le voci dei personaggi hanno spazio e, nell’interazione con le altre coscienze, rivelano i molteplici strati della propria. Nelle sue pagine ogni pensiero e ogni moto dell’animo suscita il proprio opposto: ansia di sublime e fascino dell’abiezione, orgoglio e umiltà, volontà di ferire e desiderio di ferirsi appaiono strettamente connessi. Riprendendolo dai romantici, Dostoevskij approfondisce ed esaspera il motivo della “doppiezza” psicologica, della spaccatura insanabile tra l’essere e l’apparire dell’io. La tensione di questi laceranti conflitti trova infine pace grazie non a un intervento della ragione, ma al suo ammutolire, al palesarsi improvviso di una rivelazione.

Fëdor Dostoevskij, L’idiota, Garzanti: L’idiota non è solo un libro straordinario, ma una sfida al mondo che conosce soltanto valori materiali. Tutto il romanzo ruota intorno alla figura del protagonista, il principe Myškin, uno spirito puro, incapace di adeguarsi al cinismo, alla meschinità che dominano intorno a lui: con la sua disarmante bontà, la sua innocenza assoluta, egli aspira all’armonia totale. Myškin s’innamora della bellissima Nastas’ja, contendendola al passionale Rogozin. Nessuno si salverà dal male presente ovunque. Resta la vibrante lezione morale che, attraverso il suo personaggio, Dostoevskij ci ha dato.

Tutti i libri di Fëdor Dostoevskij: http://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%ABdor_Dostoevskij#Opere

Lev Tolstoj, Guerra e pace, Garzanti: Sette anni occorsero a Tolstoj (dal 1863 al 1869) per comporre uno dei capolavori della letteratura ottocentesca. L’ossatura del romanzo, sullo sfondo delle guerre napoleoniche – dal 1805 alla travolgente insurrezione di tutto il popolo russo nel 1812 – è data dalle vicende di due grandi famiglie dell’alta nobiltà, i Rostov e i Bolkonskij, depositari dei valori autentici e genuini, intrecciate a quelle dei corrotti e dissoluti Kuragin. Spiccano, nella moltitudine di personaggi, le figure di Nataša, fanciulla e poi donna di straordinaria purezza e d’indole forte e impetuosa; del principe Andrei, che porta il suo orgoglio nella guerra, nella prigionia e nell’infelice amore per Nataša; dell’enigmatico e complesso Pierre Bezuchov, capace di autentica adesione al «dolore del mondo».
Grandiosa epopea, toccante esplorazione dei lati oscuri e luminosi dell’animo umano, Guerra e pace si ripropone, di generazione in generazione, con immutata immediatezza e rara capacità di avvincere nel profondo.

Lev Tolstoj, Anna Karenina, Garzanti: Anna Karenina è un romanzo sulla progressiva e irrimediabile perdita di nessi tra i frammenti d’una sfera non più organica e unitaria: la sfera sociale dell’aristocrazia russa della seconda metà dell’Ottocento, macrocosmo ormai scisso, in frantumi, di cui la famiglia è il microcosmo omologo. La scrittura di Tolstoj scopre le più intime e arcane connessioni del reale; con grande sensibilità essa assume, inghiotte e rispecchia la contraddittoria molteplicità del reale in una visione mai univoca, attenta agli infiniti e impercettibili sfasamenti tra apparire e essere, pensiero e comportamento, volontà e azione.

Tutti i libri di Lev Tolstoj: http://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj#Opere

Michail Bulgakov, Romanzi e racconti, Newton Compton: «…Una volta, nel 1919, viaggiavo di notte su un treno sgangherato e alla luce di una candela infilata nel collo di una bottiglia scrissi il mio primo racconto». Così Bulgakov disse di aver compiuto il suo esordio in letteratura. Aveva 28 anni ed era medico. Molti episodi della sua vita di allora forniranno lo spunto per I racconti di un giovane medico, qui presentati insieme a romanzi e racconti tra i più celebri dell’autore de Il maestro e Margherita. In alcuni, come in Diavoleide, Le uova fatali, Cuore di cane o Romanzo teatrale, ritroviamo la scrittura graffiante e l’ironica fantasia del Bulgakov più noto; in altri, come appunto ne I racconti di un giovane medico, il grande scrittore rivela, attraverso spunti autobiografici, la profonda umanità e la carica empatica dei suoi incontri con la gente del popolo nella campagna e nelle città russe del primo Novecento.

Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita, Newton Compton: Satana in persona, giunto a Mosca sotto le spoglie di un mago insieme con un bizzarro corteo di diavoli aiutanti, sconvolge la pigra routine della capitale sovietica. Alle tragicomiche sventure di piccoli funzionari e mediocri burocrati della vita e dell’arte, fa da contrappunto la magica storia d’amore tra uno scrittore, il maestro appunto, e Margherita, la sua inquieta e tenera amante. Pubblicato per la prima volta sulla rivista «Moskva» nel 1967, questo romanzo eccezionale, ironico, poetico, originalissimo ebbe subito un grande successo, conquistandosi a pieno diritto un posto tra i classici della letteratura del Novecento.

Anton Cechov, Teatro, Einaudi: Cechov tratteggia il suo teatro come un diagramma di incontri, di separazioni, di addii. L’arrivo della Ranevskaja riempie di gaio frastuono il giardino assonnato; l’apparizione di Versinin riaccende nelle tre sorelle il miraggio di Mosca. E, al contrario, quanta mestizia avviluppa le partenze finali. In Tre sorelle l’autunnale sconforto delle scene in cui si accomiatano gli ufficiali della brigata sembra riassumersi nelle parole di Rode “Addio, eco!”. Come se i personaggi si fossero assottigliati a larve vocali, a diaframmi impalpabili. Nel Giardino dei ciliegi, dopo aver orchestrato la progressione confusa dell’abbandono, l’affaccendarsi e il tramestio dei congedi, Cechov spegne di colpo ogni rumore, portando sul palcoscenico vuoto il vecchio Firs, il maggiordomo, dimenticato come un oggetto inutile, come l’armadio di cui Gaev ha tessuto le lodi: Firs, annoso guardiano d’una casa deserta, simile al decrepito custode della cripta nel dialogo di Kafka. La vanità degli effimeri sconvolgimenti conferma che il ritmo dell’esistenza è immutabile. Dopo un po’ di fragore, ogni cosa riprende il suo ordine pigro, la vita torna sempre ad un punto come un disco sgraffiato (…)Il dileguare della bellezza, l’automatismo dei gesti, il torpore ritmato dal battere dei guardiani, gli abbandoni lirici, il fitto intersecarsi di cadenze discordi, le pause: tutto questo concorre ad esprimere l’inesorabile, immenso fluire del tempo. Poiché ciascuna figura si inserisce nel dialogo con un suo motivo autonomo e dissonante, con un suo soliloquio, ogni commedia (e in specie Tre sorelle) è un alveare di temi, un formicolio di motivi, che si susseguono e scalzano senza nesso apparente. Un tema, appena accennato, dissolve in un altro, che sfuma subito anch’esso, lasciando un amaro residuo, un alone di malinconia.

Anton Cechov, Racconti, BUR: “Voi mi rimproverate l’obiettività, chiamandola indifferenza verso il bene e il male, mancanza di ideali. Vorreste che quando dipingo i ladri di cavalli dicessi: è male rubare i cavalli! Ma questo è affare dei giudici, il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono… ” Maestro del racconto breve, amato e imitato da moltissima letteratura del Novecento, Cechov ha affascinato generazioni di lettori e scrittori per la concretezza della narrazione, ma anche per il senso tragico di cui sono intrise le sue storie più minute e per quella sorta di ovattata drammaticità in cui affondano le vite dei personaggi. Un solo gesto banale o un episodio senza importanza sono talvolta sufficienti a svelare un uomo nella sua nudità, a costringerlo a uno sguardo diverso sulle cose del mondo e su se stesso. Nei suoi racconti è presente un’amplissima gamma di sfumature e tonalità narrative: dalla grottesca comicità delle prime raccolte giovanili alla feroce e malinconica descrizione di una borghesia russa sull’orlo del baratro. Il curatore, tra i massimi slavisti italiani, ci restituisce la scrittura del grande maestro russo in tutta la sua complessità.

Nikolaj Gogol’, Tutti i racconti, Newton Compton: Dalle immagini romantiche del folclore popolare ucraino de Le veglie ad una fattoria presso Dikan’ka agli eventi spesso minuti e insignificanti di Mirgorod, spunto per orchestrazioni narrative in cui si esplorano attentamente tutte le dinamiche della rappresentazione; dai magici Arabeschi, in cui l’arte gogoliana raggiunge vertici altissimi, spostandosi disinvoltamente dalla creazione fantastica agli spaccati di vita pietroburghese, al grottesco che caratterizza storie come Il cappotto e Il naso, i racconti di Gogol’ rappresentano i molteplici aspetti e livelli della sua straordinaria ispirazione. E ci offrono tutte le infinite possibilità della sua immaginazione comica, gli esiti imprevedibili di una smisurata fantasia figurativa, il senso profondo della sua visione surrealista del mondo, i suoi complessi e articolati percorsi psicologici, un universo vario e multiforme di personaggi gretti e meschini protagonisti di vicende al limite del nonsenso, narrate con uno stile straordinariamente originale.

Ivan Turgenev, Padri e figli, Garzanti: Erroneamente interpretato come romanzo di taglio soprattutto sociale, e fatto oggetto di violente polemiche e dure critiche, Padri e figli è l’analisi sottile del conflitto generazionale che dominò gli anni Sessanta in Russia: ai padri, aristocratici idealisti, immobili nella loro privilegiata sclerosi, si oppongono i figli, antidealisti, democratici, materialisti, nichilisti. In una scrittura tra le più limpide e perfette Turgenev registra la complessità dello scenario ideologico-sociale del suo tempo, dando vita a personaggi vivi, esempi ancor oggi suggestivi di tormentata ambiguità, di sotterranea crescita spirituale.

Ivan Turgenev, Memorie di un cacciatore, Garzanti: Pubblicati quando la servitù della gleba era in Russia ancora una realtà, i racconti che compongono Memorie di un cacciatore suscitarono grande impressione nel pubblico per la loro insita carica di denuncia e di condanna sociale, messa in risalto da uno stile esente da sfumature propagandistiche o idealizzatrici, fondato su un realismo non retorico e su un linguaggio scevro da coinvolgimenti emotivi. Da questa “asciuttezza” narrativa prende vita l’anima di una terra in cui il popolo vive la tragedia della propria servitù, fatta di rassegnazione e di miseria ma non di disperazione, che è respinta da una fede autentica e radicata nell’uomo e nella giustizia.

Tutti i libri di Ivan Turgenev: http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_5_6?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=ivan+turgenev&rh=n%3A411663031%2Ck%3Aivan+turgenev

Aleksandr Puškin, La figlia del capitano, Einaudi: Un padre severo, un figlio ribelle spedito a prestare il servizio militare all’avamposto di Belogorsk, un bandito, una giovane donna contesa. Sullo sfondo di una Russia attraversata dalla rivolta cosacca di Pugacëv, tra duelli, scontri e prigionie, Aleksandr Puškin narra il contrastato amore tra due giovani, il nobile Grinëv e la dolce Masa, che per coronare il loro sogno dovranno superare innumerevoli traversie.
Ultima prova letteraria di Puškin, La figlia del capitano fonde magistralmente le vicende dei protagonisti con la Storia, in un romanzo che si legge come un’«antica fiaba russa».

Aleksandr Puškin, Evgenij Onegin, Marsilio: In una nuova edizione, la traduzione in versi liberi di una giovane e brillante scrittrice con testo a fronte della più bella opera letteraria russa.
Una grande storia d’amore mancata da leggere e un testo di riferimento per l’università.

Evgenij Zamjatin, Noi (Russia)

Evgenij Zamjatin, Noi (tit. originale My), Voland, Roma 2013. Traduzione di Alessandro Niero. 

Come sanno i lettori appassionati di questo blog, io sono appassionata di romanzi distopici. Era da tanto che volevo leggere questo romanzo di Zamjatin, ma fino a poco tempo fa risultava introvabile. Poi, nel 2013, Voland ha deciso di ripubblicarlo in una nuova traduzione, e che a loro sia reso merito per questo.

Inizio subito dicendo che il libro non è bellissimo, ma soltanto bello, ed è reso un po’ pesante da un certo stile pseudo-futurista tipico di Zamjatin. Però è una pietra miliare che tutti gli appassionati del genere devono per forza leggere, perché è stato scritto nel 1920 ed è quindi il precursore di tutte le distopie venute dopo, a cominciare da 1984: Orwell aveva infatti letto Noi in traduzione francese.

Il libro è stato pubblicato in inglese nel 1924 ed è uscito nella madrepatria soltanto nel 1988, in precedenza era stato osteggiato perché veniva visto come una feroce satira dell’Unione Sovietica, e non si fatica certo a capire come mai.

Lo stile è frammentario, in quanto il romanzo è composto dagli appunti di D-503, il protagonista, e la trama un po’ ne risente. Comunque, ci troviamo in una città immaginaria del futuro, dove, dopo la guerra dei duecento anni, è stata trovata la chiave della felicità, ossia azzerare la libertà per rendere l’uomo felice.

«Perché la danza è bella? Risposta: perché si tratta di un movimento in cui la libertà è assente, perché tutto il senso profondo della danza consiste appunto in un assoluto assoggettamento estetico, in un’ideale assenza di libertà. E se è vero che i nostri avi si abbandonavano alla danza nei momenti più ispirati della loro vita (misteri religiosi, parate militari), ciò può significare soltanto una cosa: l’istinto per l’assenza di libertà è organicamente connaturato all’uomo fin dai tempi più remoti e noi, nella nostra vita attuale, ci limitiamo consapevolmente a…»

Nella città di Noi tutto è regolato dall’alto in modo estremamente rigido: dal sonno, al sesso, al mangiare (un boccone va obbligatoriamente masticato cinquanta volte). Le case sono fatte completamente di vetro, di modo che ciascuno sia sempre visibile a tutti gli altri. Ogni unità (cioè ogni persona) è caratterizzata non da un nome ma da un codice alfanumerico, che prevede consonanti e numeri dispari per gli uomini, vocali e numeri pari per le donne. Nessuno aspira a qualcosa di diverso, perché qualcosa di diverso non esiste. Nella società di Noi non esiste l’io, ma soltanto il noi: tutti sono parte di un organismo supremo, l’individualità è completamente azzerata. Il resto del mondo è separato dalla società eletta da un muro di vetro verde opaco, che non è possibile oltrepassare. Perfino il sole è diviso equamente fra i vari membri della comunità attraverso un gioco di specchi che ne permette una rifrazione precisamente equa.

In questo mondo, D-503 ha un rapporto quasi esclusivo con O-90, ma un giorno conosce I-330, che lo porterà su terreni del tutto inesplorati… E a un certo punto in ambiente medico si comincia a parlare di rimozione chirurgica della fantasia, per curare malattie come quella di D-503, a cui è venuta un’anima. Una rimozione chirurgica della fantasia che assomiglia in modo allarmante alla lobotomia…

Come ho detto, il testo non si legge in modo proprio scorrevole, perché gli appunti di D-503 sono in quanto tali frammentari, ma vale la pena di leggerlo anche solo per vedere da dove grandi scrittori come Orwell e Huxley abbiano tratto l’ispirazione. Consigliato dunque agli appassionati del genere.

* Alcuni brani su TecaLibri.
* La pagina Wikipedia dedicata al romanzo.
* Alcune belle recensioni: 1 (che però svela il finale), 2, 3.
* Zamjatin su Wikipedia.