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Elie Wiesel, La notte

Elie Wiesel, La notte (tit. originale La nuit), Giuntina, Firenze 1980. Traduzione di Daniel Vogelmann.

La storia di questo libro è travagliata, e potete leggerla su Wikipedia, dove peraltro l’ho scoperta anch’io, visto che non ne avevo mai sentito parlare. Per molti anni Elie Wiesel (premio Nobel per la Pace nel 1986), si è rifiutato di parlare della sua esperienza nei campi di concentramento di Auschwitz, Birkenau, Buna e Buchenwald, tra il 1944 e il 1945. Nel 1954, tuttavia, scrisse in yiddish un libro di oltre 800 pagine, Un di Velt Hot Geshvign (“E il mondo rimase in silenzio”), che fu pubblicato, sensibilmente ridotto e tagliato, a Buenos Aires senza successo. In seguito François Mauriac convinse Wiesel a pubblicare una nuova versione del libro, stavolta di poco più di 100 pagine, uscita in Francia nel 1958 con il titolo La nuit. Quello che mi sconvolge è che il libro faticò a essere pubblicato perché giudicato “troppo morboso”. Troppo morboso? Questo libro è una descrizione fedele di quanto avvenuto al giovanissimo Eliezer Wiesel nei campi di concentramento che ho menzionato prima, come potrebbe non essere crudo, duro, devastante, terribile? Comunque, per fortuna è stato pubblicato ed è oggi considerato un piccolo capolavoro, sebbene sia meno famoso di altri libri sulla Shoah… per motivi a me oscuri, dato che si tratta di un libro spaventosamente importante.

Wikipedia lo definisce un romanzo autobiografico, ma dubito che abbia davvero qualcosa del romanzo, credo invece che sia piuttosto la testimonianza di quanto davvero accaduto a Wiesel. Tuttavia, questa è una mia idea, una sensazione, se volete approfondire la voce di Wikipedia che ho linkato offre spunti interessanti, e sicuramente troverete altro materiale in rete. Del resto, se devo dire la verità, non credo sia davvero importante stabilire se questo sia un romanzo autobiografico o una testimonianza di fatti realmente accaduti: perché Wiesel ha vissuto davvero il campo di concentramento, perciò anche se alcune cose non fossero accadute esattamente così come le racconta in questo libro, sarebbero comunque potute accadere, e questa mi pare la cosa principale. Nel senso che Wiesel racconta una realtà, non un mondo di fantasia, racconta cose che ha visto o che potrebbe aver visto o che qualcun altro ha visto – cose, insomma, che sono accadute: che sia a lui o a un altro ha davvero importanza?

Eliezer Wiesel è un ragazzo di 15 anni nel 1944, quando nella sua città natale, Sighet, in Transilvania, ha inizio la persecuzione degli ebrei, culminata con la loro deportazione. Come dicevo, Wiesel viene portato in diversi campi di concentramento: arriva ad Auschwitz, passa a Birkenau, trascorre la maggior parte del tempo a Buna e, subito prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, viene trasferito con tutti gli altri a Buchenwald.

All’inizio gli ebrei di Sighet non riescono a credere che quella in atto sia una vera persecuzione, si fanno coraggio gli uni con gli altri, minimizzano («La stella gialla? Ebbene? Non se ne muore…», dice il padre di Wiesel), vanno avanti con la loro vita. I primi a essere deportati saranno gli ebrei stranieri: uno di essi riuscirà a tornare, per cercare di avvertire gli altri che il loro destino è la morte, ma nessuno gli crederà, lo prenderanno per un pazzo o uno che vuole farsi compatire. Arriverà infine il momento in cui tutti gli ebrei, ormai rinchiusi nel ghetto, saranno deportati. E andranno ad Auschwitz, per essere subito smistati: al forno crematorio, o ai vari campi vicini. Eliezer riuscirà a rimanere con il padre, mentre, come scoprirà in seguito, la madre e la sorellina saranno uccise immediatamente. Le altre due sorelle invece si salveranno, ma ovviamente Wiesel lo scoprirà solo a guerra finita.

L’autore racconta la vita quotidiana nel campo di concentramento, il tentativo di rimanere sempre accanto al padre, il lavoro forzato, la fame, le umiliazioni, il dolore fisico e mentale, la perdita della fede. Sì, perché prima di entrare in campo di concentramento Eliezer era un mistico, un ebreo ortodosso che si interessava di Talmud e Cabbalà, un ragazzo profondamente religioso. Ma nel campo di concentramento Dio gli viene a mancare: il campo di concentramento decreta la morte di Dio, una morte certa, su cui non si può avere dubbi.

Molte delle scene descritte dall’autore sono agghiaccianti, e forse quella che mi resterà per sempre impressa è quella in cui gli ebrei di Birkenau vengono trasferiti a Buchenwald nei carri bestiame, dopo aver marciato per decine di chilometri in mezzo alle campagne innevate. Nel vagone di Eliezer ci sono cento persone, arriveranno a Buchenwald in dodici. Ebbene, la scena di cui parlavo è questa: alcuni uomini lungo il percorso gettano nei vagoni dei tozzi di pane, e gli ebrei, ridotti ormai a bestie dalla fame, dal freddo, dalla stanchezza e dal dolore di tutto ciò che hanno visto e subito, si gettano su quei miseri pezzi di pane come animali, picchiandosi l’uno con l’altro, arrivando quasi a uccidersi l’un l’altro solo per poter avere un tozzo di pane. Un figlio ucciderà suo padre per un boccone di pane. Il padre cadrà nell’indifferenza generale. Una scena che non mi potrò mai cancellare dalla memoria.

Infine, ci tengo solo a dire che questo libro è importante tanto quanto Se questo è un uomo di Primo Levi o, come dice Mauriac nella prefazione, come il Diario di Anne Frank. Dovremmo essere molti di più a leggerlo e rileggerlo. Dovrebbe essere lettura obbligatoria a scuola. E ora concludo con le parole che scrive Wiesel nel libro:

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (Romania)

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (tit. originale Cartea șoaptelor), Keller, Rovereto 2011. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia. 470 pagine, 18,50 euro.

«Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere.
La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto.»

Con un incipit di una tale bellezza, questo libro si preannunciava un capolavoro. Ed è così che lo descrivono molte recensioni trovate in rete. Ma secondo me non lo è: è un libro bello, ma al capolavoro non si avvicina neanche. Non è molto bello, semplicemente bello.

Quando l’ho acquistato, per qualche motivo, pensavo che fosse un libro sul genocidio armeno, invece è un libro sulla famiglia dell’autore e sulla diaspora. Certo, si parla anche del genocidio, e quelle sono le pagine più belle e più terribili del libro. Ma Vosganian parla anche di tante altre cose, anche se forse tutte quante ruotano proprio intorno al genocidio del 1915, di cui tra l’altro proprio ieri si commemorava il 101esimo anniversario.

Ma andiamo con ordine. Prima vorrei presentarvi l’autore, Varujan Vosganian, romeno di origine armena, o se preferite armeno di Romania. Nato e vissuto in Romania, ne è stato anche il ministro dell’economia e delle finanze e ne è un importante esponente politico. Ma la sua famiglia è genuinamente armena, emigrata in Romania a seguito del genocidio del 1915.

Il libro, a metà fra fiction e non fiction, ovvero fra romanzo e realtà storica, è molto sconnesso, ma lo è volutamente. I salti temporali sono continui, anche all’interno di uno stesso paragrafo l’autore può passare dal 1915 al 1958 senza farsi problemi. Questo rende il libro di molto difficile lettura, almeno dal mio punto di vista. Questo continuo andare avanti e indietro nel tempo può forse piacere ad alcuni lettori, ma a me ha solo irritato e non mi ha permesso di seguire bene l’evoluzione delle vicende. Del resto, è Vosganian stesso, autore-narratore, a dirlo: questo non è un libro di storia, ma si avvicina piuttosto a un libro di salmi, in quanto racconta la storia dei vinti. E ha ragione, se cercate un libro che vi racconti i fatti del genocidio e della diaspora, dovrete rivolgervi altrove. Qui c’è sentimento e invenzione letteraria, accanto alla Storia.

Nel libro si intrecciano personaggi che hanno fatto parte della vita e della famiglia dell’autore e importanti personaggi storici come Komitas, religioso e compositore morto pazzo a Parigi dopo aver vissuto il genocidio, o come Armen Garo, organizzatore dell’occupazione della Banca Ottomana nel 1896 e la mente dietro l’operazione Nemesis, operazione di cui pure si parla moltissimo nel romanzo.

Il romanzo si chiama così perché gli armeni anziani protagonisti dell’infanzia di Vosganian non parlavano ad alta voce, ma molto spesso sussurravano, soprattutto quando si ritrovavano nella cripta di Seferian, nel cimitero armeno di Focșani, per parlare al riparo dalle orecchie lunghe della Securitate.

Il romanzo ripercorre, seppure come dicevo con notevoli salti temporali, la storia degli armeni, dall’inizio delle prime operazioni di pulizia etnica ad opera dei turchi nel 1895, passando per il genocidio del 1915 (nel quale, ricordiamolo, morì un milione e mezzo di armeni), all’emigrazione di molti armeni, ormai apolidi, in moltissime parti del mondo fra cui la Romania, alla vita in Romania sotto il regime comunista, fino ad arrivare a oggi, con l’omicidio di Hrant Dink da parte di un turco nel 2007. Il libro non va oltre questa data perché è stato scritto nel 2009, quindi ha ormai qualche anno sulle spalle, seppure non molti.

Come dicevo, la parte più bella, seppure più terrificante, dell’intero libro è quella sul genocidio del 1915, che Vosganian divide in sette cerchi della morte. Gli episodi qui narrati sono stati raccontati da molti altri storici e scrittori, ma non mi abituerò mai a leggere le atrocità compiute dai turchi – atrocità dalle quali, peraltro, come dice l’autore stesso e come è risaputo, Hitler prese l’ispirazione per lo sterminio sistematico degli ebrei.

Ma anche il resto del libro è molto interessante da un punto di vista storico, per esempio le molte parti in cui si parla dell’operazione Nemesis, ovvero quell’operazione in cui un gruppo di attivisti armeni decise di farsi giustizia da sé uccidendo gli uomini che furono a capo del genocidio. Uomini che, ricordiamolo, erano liberi come l’aria e facevano esattamente quello che volevano, pur con tutte le atrocità che avevano commesso.

Molto interessanti sono anche le parti in cui Vosganian parla del destino degli armeni sotto l’occupazione sovietica e il regime comunista, per cui molti armeni furono deportati in Siberia e molti altri rimpatriati a forza nella poverissima Armenia sovietica, per poi essere deportati in seguito. Non sapevo, ad esempio, che il disegno dell’Unione Sovietica fosse quello di ridurre la popolazione armena al di sotto del milione di anime, per poter far fare all’Armenia la fine del Nakhichevan azero e del Nagorno Karabakh armeno: ovvero, se l’Armenia fosse rimasta sotto il milione di abitanti avrebbe perso lo status di repubblica e sarebbe stato possibile spartirne i territori fra la Georgia e l’Azeirbagian.

È il calzolaio Anton Merzian a dire come stanno le cose per quanto riguarda gli armeni, apparentemente destinati alla dispora perenne, almeno fino a un certo punto nella Storia: «E poi partire sempre, senza capire dove stiamo andando, io sono stufo, non vedete che, ovunque andiamo, ci sono o gli spahi, o i curdi e i beduini, poi i bolscevichi, non vedete che c’è sempre qualcuno che ci dà la caccia, che non ci lascia vivere in pace?» (Gli spahi erano soldati scelti della cavalleria ottomana, come ci dicono le note in fondo al libro).

Il romanzo è strapieno di nomi di persone, così pieno che a volte è difficile star dietro a tutti i personaggi, un po’ come nei grandi romanzi russi dell’Ottocento. Ma credo che l’autore abbia voluto riempire così tanto il libro di nomi per dare un volto agli armeni, per dare loro un nome, un’identità. Perché come dice lui stesso nel corso del romanzo, non c’è molta differenza fra il genocidio degli armeni e quello degli ebrei, se non che questi ultimi sono stati contati di più (non ci sono cifre ufficiali che indichino la vera portata del genocidio armeno) e si è cercato di dare loro un volto, un nome, mentre gli armeni sono rimasti senza identità. Per questo, immagino, l’autore ha voluto riempire questo libro di quante più identità individuali possibili.

In fin dei conti, si tratta di un libro sulla memoria, più che sulla storia, seppure questa sia, per forza di cose, strettamente intrecciata al ricordo: «Più importante della morte, e dunque della vita, è la memoria.» E di questi libri io penso che ci sia sempre bisogno, seppure questo in particolare mi sia risultato molto confusionario. Ma è allo stesso tempo molto lirico, e leggiadro in un certo senso. Perciò mi sento di consigliarne la lettura, soprattutto se non vi fate distrarre facilmente dall’intreccio non lineare.

Libri dalla Romania

Gole di Turda

Emil Cioran, Squartamento, Adelphi: Metafisico solitario, Cioran ha il dono, oggi improbabile più che mai prima, di mimetizzare il suo pensiero in un tono di superiore conversazione. Rumeno, da decenni a Parigi, scrive il francese più bello che si possa leggere. Da anni nelle sue pagine rintoccano le cose terribili, non medicabili: ma la lettura dei suoi libri è, per paradosso, corroborante; dalle sue parole si sprigiona una specie singolare di serenità. Dopo che la coazione storicistica ci ha disgustato della storia, Cioran riesce ad avvicinarci al passato per una via opposta: quella dell’insaziata curiosità, dell’occhio che cerca ovunque strane piante umane, obbedienti a leggi occulte di crescita e di decadenza. Infine Cioran è l’ombra che ci accompagna nella realtà di ogni giorno e la folgora nella sua smorfia perenne.
Questo «filosofo squartatore» riesce ad essere al tempo stesso uno «squartatore misericordioso», come scrive Ceronetti nel presentare – da affine ad affine – questo libro. Cioran conosce la precaria eleganza dell’Occidente, la sua leggerezza autodistruttiva e gli dèi che ha dimenticato. Contempla l’interminabile fine della storia, l’angoscia cieca del mondo per l’esaurirsi delle sue «riserve sostanziali d’assoluto», le uniche – nelle loro molteplici metamorfosi – che permettano di continuare a vivere. Impaziente di ogni cornice sistematica, di ogni pretesa di rassettare il caos, Cioran ama presentarsi in due forme che in questo libro appaiono felicemente giustapposte: quella del breve saggio, itinerario da un ignoto a un ignoto, solcato da continui barbagli, che possono investire Saint-Simon o l’epistemologia buddhista o il moderno «delirio dell’atto», e ogni volta di una luce definitiva; e quella dell’aforisma, dove la sua prosa opera una delicata, magistrale torsione di una incombente tradizione francese. Dati questi caratteri, e in particolare il salutare disprezzo verso tutte le buone intenzioni che aprono la via all’oppressione e all’ottundimento, non può non essere incompatibile con Cioran lo «stuolo infinito degli intelligenti non illuminati», che riempiono il mondo. Ma ormai molti altri sono giunti a riconoscere in Cioran uno dei rari scrittori essenziali del nostro tempo. Nelle parole di Ceronetti: «Un metafisico. Ma non distante, non eterico, non enigmatico: un amico. Un antidoto contro le stregonerie, contro le intossicazioni del secolo. Leggerlo è avvertire la presenza di una mano tesa, afferrare una corda gettata senza timidezza, avere alla propria portata una medicina non sospetta».

Emil Cioran, Un apolide metafisico, Adelphi: «Tutto ciò che non è diretto è nullo» era una frase ricorrente di Cioran. Così, accanto all’acuminato pensatore e al magistrale prosatore, c’è sempre stato un Cioran orale, tagliente, trascinante, esilarante, di cui queste Conversazioni sono la preziosa testimonianza. Qui, senza reticenze e nel modo più immediato, fra ricordi personali e irresistibili aneddoti, non solo Cioran si rivela un formidabile conversatore, ma finisce per elargire ai suoi interlocutori e a noi lettori – in un gioco di specchi, echi e rimandi da un dialogo all’altro – una piccola, preziosa summa del suo pensiero asistematico.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2007/01/20/un-apolide-metafisico/

Tutti i libri di Emil Cioran: http://www.adelphi.it/catalogo/cerca/reply/smart/YTo0OntzOjQ6InR5cGUiO3M6NToic21hcnQiO3M6NzoiT3JkZXJCeSI7czo1OiJzY29yZSI7czoxOiJxIjtzOjExOiJlbWlsIGNpb3JhbiI7czo0OiJTb3J0IjtzOjc6ImRlZmF1bHQiO30=/p1

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri, Keller: Tutto ha inizio nella piccola città di Focşani, in una strada armena, tra i vapori del caffè, gli aromi della cantina di nonna Arshaluys, i libri antichi e le fotografie appartenute a nonno Garabet. Il piccolo Varujan guarda un mondo colorato dallo sguardo dell’infanzia e ascolta le conversazioni e le storie favolose di alcuni vecchi armeni che, per parlare liberamente, si nascondono in una cripta.
Prende vita così, in un’atmosfera già densa di presagi, uno straordinario romanzo, una vera e propria epopea nella quale partecipando ai destini dei personaggi, alle guerre, ai viaggi, alle fughe, alle avventure, agli amori, alle vite che si compiono nella fine, si segue passo dopo passo, con continui salti di tempo e di spazio, l’intera storia del Novecento, il destino umano e in particolare quello del popolo armeno, del suo genocidio e della sua diaspora.
Un romanzo fuori dal comune, dall’ampiezza di respiro inusuale, popolato da personaggi indimenticabili e che è allo stesso tempo narrazione personale, libro identitario per il popolo armeno e tributo a tutti coloro che hanno subìto la Storia.
Pubblicato nel 2009, Il libro dei sussurri ha ottenuto sin da subito uno straordinario successo di critica, tanto da essere considerato uno dei capolavori della letteratura romena post-comunista e da essere insignito del premio “Libro dell’anno”. Non da meno è stato poi l’apprezzamento dei lettori che l’hanno trasformato nel maggior successo editoriale degli ultimi dieci anni. Attualmente il romanzo è in fase di traduzione in numerose lingue.

Attila Bartis, Tranquillità, Atmosphere Libri: Budapest, prima metà degli anni Novanta: uno scrittore sui trent’anni sta organizzando il funerale di sua madre, ex attrice, un tempo bellissima star. Quindici anni prima le autorità le avevano proibito di salire sul palcoscenico perché la figlia musicista aveva scelto l’Occidente, e da allora la donna non era più uscita di casa. Nel frattempo la situazione politica era cambiata, ma la donna non voleva più contatti con il mondo e viveva in un microcosmo chiuso, con il figlio che provvedeva a tutto. Il rapporto fra madre e figlio è caratterizzato di reciproco amore e odio, perché la nascita dei due figli è stata di ostacolo nella carriera di lei che, pur occupandosi dei figli, non ha perso occasione per farglielo pesare. L’unica relazione umana funzionante è quella tra fratello e sorella, interrotta però, dall’espatrio della ragazza, che si conclude tragicamente con il suicidio di lei all’estero ad appena 25 anni. Qualche anno prima della morte della madre, nell’esistenza del giovane scrittore entra però una ragazza: si innamorano di una passione selvaggia, ma entrambi sono ormai definitivamente segnati dal proprio passato e la relazione termina con il ritorno di lei nel villaggio natio. L’amore è l’unico tentativo di liberazione del giovane dal giogo, dal cordone ombelicale della madre e con la morte di lei non ha altre prospettive che la solitudine.

Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire, Adelphi: Ultima figura emblematica di una ormai classica tradizione modernista, erede e testimone di quel fecondo ambiente romeno di cui facevano parte Brâncusi e Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, e come loro inevitabilmente esule, Nina Cassian ha percorso un tragitto artistico e umano singolare come la sua persona. Nel 1985, già titolare di una lunga carriera di successo (con qualche strappo al morso del regime), durante un soggiorno negli Stati Uniti finisce nel mirino della polizia, che ha scoperto certi suoi testi a dir poco caustici contro la politica e i politicanti del Paese: decide allora di non tornare in patria e chiede asilo politico. Qui, sostenuta e tradotta da vari poeti americani, rinasce a nuova vita. E la scelta, la riproposta, la traduzione, a volte la vera e propria ricreazione delle poesie romene precedenti l’esilio, nonché la stesura di nuovi componimenti – in romeno prima, e dopo qualche anno anche in inglese –, alimenteranno un corpus che non ha riscontri, né rivali, nell’odierno panorama poetico internazionale. Si avvertono, nella voce della Cassian, echi ravvicinati di tutta la più nobile stagione del Novecento: da Mandel’štam a Cvetaeva, da Apollinaire a Brecht a Celan, e si potrebbe risalire fino a Emily Dickinson, «sublime sorella», o anche più indietro, all’amoroso furor saf­fico. Il timbro è unico: diretto, spudorato, strenuamente lirico, a tratti disarmante, a tratti sornione, arguto e brutale al tempo stesso – e nudo, sempre, e sempre seducente. Si passa dalle punte epigrammatiche avvelenate ai voli pindarici sulle ali d’organo di un Bach – non per niente la Cassian compone musica: e dipinge, disegna, illustra libri anche per l’infanzia, spesso scritti da lei –, e ogni volta queste poesie, come ha scritto Vittorio Sermonti, ci riguardano da vicino, «sconvenientemente».

Adrian Chivu, Album da disegno, Aisara: Colori, matite e un album da disegno. È “quasi un uomo”, ormai, ma solo così riesce a dire quello che prova, quello che vede: i genitori che si separano, il padre che se ne va di casa e la nonna che accusa lui, il figlio ritardato, di essere la causa di tutto. Ma il vero problema è il legame torbido e morboso che unisce madre e figlio, nonna e nipote, madre e figlia.

Ioan Petru Culianu, Il rotolo diafano e gli ultimi racconti, Elliot: Che cos’è realmente il rotolo diafano, il cui mistero è a lungo inseguito dal protagonista senza nome del libro? Ci sono verità nascoste, o semplicemente dimenticate, che attraversano il tempo rimanendo celate alla coscienza dei più, ma vengono comunque tramandate per vie occulte. Una di queste riguarda l’origine del linguaggio umano e il linguaggio della stessa Creazione. Pubblicato originariamente da Jaca Book con il titolo La collezione di smeraldi e qui presentato in una nuova traduzione e con testi narrativi pressoché sconosciuti come il profetico e bellissimo “Sul linguaggio della creazione”, Il rotolo diafano è un libro che combina la forza coinvolgente propria della forma narrativa con le suggestioni dotte e arcane di un sapere iniziatico e magico che continua a vivere attraverso i secoli e arriva a noi suscitando interrogativi spiazzanti e mostrando vie di conoscenza segrete e inaspettate.

Tutti i libri di Ioan Petru Culianu: http://it.wikipedia.org/wiki/Ioan_Petru_Culianu#Pubblicazioni_in_italiano

Urmuz, Pagine bizarre, Salerno: È la prima raccolta integrale, in italiano, delle postume Pagine bizzarre vergate dal geniale narratore rumeno Urmuz (pseudonimo di Demetru Demetrescu Ionescu-Bazău, 1883-1923), considerato il “padre” virtuale delle avanguardie europee, dal Dadaismo al “teatro dell’assurdo”, ai poeti postmoderni e “testualisti”. Di lui Eugène Ionesco ha scritto: «Urmuz inventò (…) un vero e proprio linguaggio surrealista (…); è veramente uno dei precursori della rivolta letteraria universale».

Mircea Eliade, Un’altra giovinezza, Rizzoli: “Credo che non abbia la minima possibilità di farcela. Non ha un solo centimetro di pelle intatto.”
E invece Dominic Matei, colpito da un fulmine e ridotto a un tizzone ardente la notte di Pasqua del 1938, non solo riesce a sopravvivere, diventa un fenomeno. Il professore rumeno, arrivato a Bucarest per suicidarsi, si ritrova d’un tratto ringiovanito di trent’anni, e affetto da una sensazionale forma di ipermnesia: ricorda tutto, troppo, anzi sa addirittura ciò che ancora deve accadere. La polizia segreta comincia ben presto a diffidare di lui e la Gestapo vuole studiarne le straordinarie facoltà mentali. È solo l’inizio di una serie di paradossali, strabilianti avventure. In pagine visionarie e feroci, venate di grottesca ironia, Mircea Eliade, grande storico delle religioni, studioso di yoga e sciamanesimo, orchestra una formidabile metafora della vita moderna. Mette in scena se stesso: Dominic è un “mutante”, ma è prima di tutto un diverso, condannato alla solitudine e all’incomprensione dal peso della sua stessa sapienza. Una storia che ha stregato Francis Ford Coppola, tornato sul set per la prima volta dopo dieci anni per dirigerne la versione cinematografica.

Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Rizzoli: Il sacro e il profano, concepito come introduzione generale allo studio fenomenologico e storico delle religioni, cerca di mettere a fuoco quei valori dell’esperienza religiosa che possono riscontrarsi sia nell’ambito di una sacralità arcaica, sia all’interno di una concezione profana del mondo, quale si presenta oggi. Gli stretti rapporti che Eliade individua tra simbolismo e coscienza e tra gli stessi caratteri specifici del profano e del sacro non solo mostrano in che termini l’uomo laico moderno, all’interno di una società che ha fatto della morte di Dio una vera e propria teologia, rimanga l’erede della religiosità dei progenitori, ma sembrano avallare la tesi che la secolarizzazione di un valore religioso costituisca essa stessa un fenomeno religioso.

Tutti i libri di Mircea Eliade: http://it.wikipedia.org/wiki/Mircea_Eliade#Bibliografia_in_italiano

Mihai Eminescu, La mia ombra e altri racconti, BUR: La narrativa di Eminescu è attraversata da temi ricorrenti, per lo più di matrice romantica: l’occultismo, la poetica del doppio e il procedimento, anche questo tipicamente romantico, del rispecchiamento infinito di testi, che cancella talvolta le tracce e i contorni degli intrecci. L’elemento unificatore che attraversa tali testi è dato dalla prospettiva del narratore che racconta in prima persona storie in cui è simultaneamente testimone e protagonista, alla continua ricerca della propria identità.

Filip Florian, Dita mignole, Fazi: Romania anni Novanta. Il Muro di Berlino è caduto da poco e il regime di Ceausescu si è completamente dissolto. In una tranquilla cittadina di montagna, all’interno di un sito archeologico viene scoperta una fossa comune. A chi appartengono le ossa che affiorano dal terreno? Alle vittime di una pestilenza risalente a secoli prima o piuttosto di un’esecuzione di massa perpetrata durante gli anni bui del totalitarismo? E perché le falangi delle loro dita mignole sono sparite? Poliziotti, giornalisti, ex detenuti politici, comuni cittadini si riuniscono intorno al grande sacrario sfidandosi a colpi di ipotesi bizzarre, finché dall’Argentina una squadra di antropologi criminali, specialisti in “los desaparecidos”, è chiamata a esprimere il verdetto finale.
Sullo sfondo di queste indagini, dove una vicenda tragica finisce per assumere i toni della farsa, una ridda di personaggi strampalati è protagonista di storie che oscillano tra il fiabesco e il surreale. C’è Petrus, un giovane archeologo afflitto dall’ulcera; Eugenia Embury, l’eccentrica vedova di un petroliere inglese, che vive circondata dai gatti e legge il futuro nelle carte; sua nipote Josephina con la quale Petrus intreccia di nascosto una storia d’amore; Onufrie, un monaco eremita e umile servo della Madonna, che nasconde sotto il cappello un imbarazzante segreto; il fotografo Sasa e il suo stravagante dromedario Aladin; e poi l’ex detenuto politico Titu Maeriu, il procuratore militare Spiru… e tanti, tanti altri ancora.
Dita mignole, romanzo d’esordio di Filip Florian, è un racconto che assume le sfumature del giallo, una narrazione dai toni lievi e brillanti dove realtà e finzione s’intrecciano dando vita a un puzzle fantastico, pieno di humor, mistero, tragedia e poesia.

Panait Istrati, Kyra Kyralina, Feltrinelli: Salutato come il Gorkij dei Balcani, Panait Istrati è il poeta del mondo degli irregolari, descritti con toni favolistici e struggenti. Protagonista del romanzo è Stavro, il primo gay proletario della storia letteraria, alla ricerca itinerante della sorella Kyra Kyralina, ragazza di fulgida bellezza. Adrian, alter ego dell’autore, abbandona giovanissimo la madre e la città natale per seguire Stavro, venditore ambulante di limonate. Le turbinose avventure di Stavro danno vita a un racconto nel racconto, che moltiplica quasi all’infinito le strade dell’assiduo vagabondare – per scelta o per forza – lungo le vie del romanzo e del mondo. Pagina dopo pagina emerge la figura magica, sensuale, imperiosa della bellissima Kyra, sorella perduta e splendente miraggio di giovinezza e di piacere, che Stavro ricerca senza sosta, dalla Romania a Istanbul, dalla Turchia alla Siria e al Libano, in un susseguirsi di colpi di scena mirabolanti, alternati a struggenti squarci di poesia. Classico contemporaneo di stralunata e feroce bellezza, Kyra Kyralina è scavato come una pozza d’acqua trascolorante e limpida nella vita inquieta di Panait Istrati, insieme romeno e autentico cosmopolita. Una gemma nascosta, un vero capolavoro dimenticato.

Panait Istrati, Il bruto, e/o: L’incontro ambiguo tra la brutalità del mondo e l’innocenza dell’infanzia, l’amicizia pericolosa tra un bambino e un criminale, un rapporto di violenza che si trasforma in tenera complicità: sono i temi al centro di questo romanzo pubblicato nel 1926 dall’autore rumeno.

Tutti i libri di Panait Istrati: http://it.wikipedia.org/wiki/Panait_Istrati#Opere

[Incipit] Al culmine della disperazione

ESSERE LIRICI

Perché non possiamo restare chiusi in noi stessi? Perché perseguiamo l’espressione e la forma, cercando di svuotarci di ogni contenuto e di disciplinare un processo caotico e ribelle? Non sarebbe più fecondo abbandonarci alla nostra fluidità interiore, senza preoccuparci dell’oggettivazione, limitandoci a godere di tutti i nostri ribollimenti, di tutte le nostre agitazioni intime? Ecco che allora vivremmo con un’intensità infinitamente ricca questo accrescimento interiore che le esperienze spirituali dilatano fino alla pienezza. Vissuti molteplici e differenziati si fonderebbero, creando così un’effervescenza delle più feconde. Ne nascerebbe quindi una sensazione di attualità, di presenza complessa dei contenuti dell’anima, simile a un’ondata o a un parossismo musicale. Essere pieni di sé – non nel senso dell’orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore e da una estrema tensione significa vivere con una tale intensità da sentirsi morire di vita. È così raro questo sentimento, e così bizzarro, che bisognerebbe viverlo gridando. Sento che dovrei morire di vita, e mi chiedo se abbia un senso cercarne la spiegazione. Quando il passato dell’anima palpita in te una tensione infinita, quando una presenza totale rende attuali esperienze ormai esaurite, quando un ritmo perde equilibrio e uniformità, allora la morte ti strappa dalle vette della vita senza che tu provi davanti a essa il terrore che ne accompagna la tormentosa ossessione. È un sentimento analogo a quello degli amanti quando al colmo della felicità appare loro, fugace ma intensa, l’immagine della morte, o quando in un amore nascente, nei momenti di incertezza, balena il presentimento della fine o dell’abbandono.
Troppo pochi sono coloro che possono sopportare esperienze del genere sino in fondo. È sempre pericoloso conservare contenuti che chiedono di essere oggettivati, trattenere un’energia esplosiva, perché può venire il momento in cui non si sarà più in grado di padroneggiarla. Il crollo nascerà allora da un eccesso di pienezza. Esistono stati e ossessioni con cui è impossibile convivere. La salvezza non consiste quindi nell’ammetterli? Nel chiuso della coscienza, la terribile esperienza e la spaventosa ossessione della morte portano alla rovina. Parlando della morte si è invece salvato qualcosa di se stessi, anche se qualcosa nell’essere si è spento, giacché i contenuti, una volta oggettivati, perdono d’attualità nella coscienza. Il lirismo rappresenta un impulso a disperdere la soggettività, perché denota, nell’individuo, un’effervescenza insopprimibile che continuamente esige espressione. Essere lirici significa non poter restare chiusi in se stessi. Tale bisogno di esteriorizzazione è tanto più imperioso quanto più il lirismo è interiore, profondo e concentrato. Perché l’uomo diventa lirico nella sofferenza e nell’amore? Perché entrambi questi stati, sebbene diversi per natura e orientamento, sorgono dal fondo più remoto dell’essere, dal centro sostanziale della soggettività, che è una sorta di zona di proiezione e di irraggiamento. Diventiamo lirici quando la vita dentro di noi palpita a un ritmo essenziale, e quando ciò che stiamo vivendo è talmente forte da sintetizzare il senso stesso della nostra personalità. Ciò che abbiamo di unico, di specifico, si compie in una forma così espressiva che l’individuale si eleva al livello dell’universale. Le esperienze soggettive più profonde sono anche le più universali, perché in esse si tocca il fondo originario della vita. La vera interiorizzazione conduce a un’universalità inaccessibile a quanti restano alla superficie. L’interpretazione volgare dell’universalità vede in essa più una forma di complessità in estensione che la ricchezza di una comprensione qualitativa. Ecco perché il lirismo è considerato un fenomeno marginale e inferiore, frutto di un’inconsistenza spirituale, quando invece le risorse liriche della soggettività testimoniano una freschezza e una profondità interiori tra le più considerevoli.
Certuni diventano lirici solo nei momenti cruciali della loro vita; altri solo nell’agonia, quando tutto il loro passato si attualizza e si riversa su di loro come un torrente. Ma nella maggioranza dei casi questo sfogo lirico nasce in seguito a esperienze essenziali, quando l’agitazione del fondo intimo dell’essere attinge il parossismo. Così, uomini inclini all’oggettività e all’impersonalità, estranei a se stessi come alle realtà profonde, una volta prigionieri dell’amore provano un sentimento che mette in moto tutte le loro risorse personali. Il fatto che, quando sono innamorati, quasi tutti facciano della poesia mostra chiaramente che il pensiero concettuale non basta a esprimere l’infinità interiore, e che solo una materia fluida e irrazionale è in grado di offrire un’oggettivazione appropriata al lirismo. Non accade lo stesso con l’esperienza della sofferenza? Ignari di ciò che nascondiamo in noi stessi come di ciò che nasconde il mondo, siamo improvvisamente afferrati dall’esperienza della sofferenza – la più seria dopo quella della morte (intesa come presentimento di morire) – e trasportati in una regione infinitamente complessa, in cui la soggettività si agita come in preda a una vertigine. Il lirismo della sofferenza provoca un incendio, e attua una purificazione in cui le ferite non sono più semplici manifestazioni esterne, senza implicazioni profonde, ma partecipano della sostanza stessa dell’essere. È un canto del sangue, della carne e dei nervi. Quasi tutte le malattie, dunque, hanno virtù liriche. Soltanto coloro che vegetano in una scandalosa insensibilità restano anodini di fronte alla malattia, sempre fonte di un approfondimento personale.
Non si diventa lirici se non in seguito a un profondo turbamento organico. Il lirismo accidentale nasce da fattori esterni, e scompare con essi. Non c’è autentico lirismo senza un pizzico di follia interiore. È caratteristico il fatto che le psicosi siano contraddistinte, al loro insorgere, da una fase lirica in cui le barriere e gli ostacoli abituali crollano per far posto a un’ebbrezza interiore delle più feconde. Così si spiega la produttività poetica delle psicosi incipienti. La follia potrebbe ben essere l’esasperazione del lirismo. Contentiamoci dunque di scrivere l’elogio di quest’ultimo, per evitare di riscrivere quello della follia. Lo stato lirico è al di là delle forme e dei sistemi. Una fluidità, una scioltezza interiore mescolano in uno stesso slancio, come in una convergenza ideale, tutti gli elementi della vita dell’anima per creare un ritmo intenso e pieno. Rispetto alla raffinatezza di una cultura anchilosata che, costretta in forme e cornici, camuffa tutto, il lirismo è un’espressione barbara. Qui sta appunto il suo valore: nell’essere solo sangue, sincerità e fiamme.

E.M. Cioran, Al culmine della disperazione (tit. originale Pe culmile disperării), Adelphi, Milano 1998. Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Cristina Fantechi. 148 pagine, 15 euro.

* Una recensione.
* Cioran su Wikipedia.
* Un sito multilingue dedicato a Cioran.
* Un blog italiano dedicato interamente a Cioran.
* Alcuni aforismi di Cioran.

Scelta di aforismi da “L’inconveniente di essere nati”

«Che cosa fai dalla mattina alla sera?».
«Mi subisco».

Non la paura di intraprendere, ma la paura di riuscire spiega più di un fallimento.

Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo.

Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra.

La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, tutt’altro, rende solo inadatti alla vita.

Qualcuno di cui abbiamo la più alta stima ci diventa più vicino quando compie un atto indegno di lui. Così facendo, ci dispensa dal calvario della venerazione. E solo da quel momento proviamo nei suoi confronti un vero attaccamento.

Di un luogo che ho percorso conservo il ricordo solo se ho avuto la fortuna di sentirmici come annientato dalla malinconia.

E.M. Cioran, L’inconveniente di essere nati, Adelphi, 1991, traduzione di Luigia Zilli.