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Myrto Azina Chronides, The Experiment (Cipro)

Myrto Azina Chronides, The Experiment (tit. originale To Peirama), Garnet Publishing, Reading 2013. Traduzione di Irena Joannides.

Il mio viaggio per il mondo continua, anche se a rilento, e questa volta mi porta a Cipro, con la scrittrice di lingua greca Myrto Azina Chronides.

Inizio subito dicendo che questo è un libro molto strano. È una raccolta di racconti? No. È una serie di storie collegate fra loro a formare una storia unica? Forse.

Il libro inizia con due personaggi, un uomo e una donna, che sono chiaramente amanti. I due decidono di scrivere un libro a due mani, e per fare questo rinunceranno a qualsiasi forma di rapporto amoroso, dai rapporti sessuali (soprattutto) alle manifestazioni di affetto meno strettamente sessuali. Tant’è vero che a un certo punto nel corso del libro lei rimprovererà a lui l’affetto dimostrato per il gatto, e lui a lei quello per il cane, come se ogni forma di affetto fosse, appunto, bandita per questo periodo. Questi due protagonisti li incontriamo soltanto nel prologo, nell’intermezzo e nell’epilogo (procede come una composizione musicale, questo libro).

Nei restanti capitoli incontriamo vari altri personaggi, soprattutto donne, e temi ricorrenti: dall’erotismo latente, passando per lo studio della psichiatria, fino agli esperimenti – come quello che dà il titolo al libro e che è poi l’esperimento di scrivere questo libro a due mani.

Ci sono molte citazioni e molti omaggi, soprattutto a Sylvia Plath e a Paulo Coelho (e mi chiedo come si faccia ad accostarli, ma tant’è), ma anche ad altri come Bertolt Brecht ecc. La scrittura è molto poetica e molto ondivaga, come se fosse una marea che sale e scende. Il libro è, senz’altro, postmoderno.

Ecco, tutto questo potrebbe far pensare che questo libro mi sia piaciuto, e invece proprio no. Non l’ho apprezzato per niente, anche se certo lo sforzo di scrivere un libro così particolare è notevole. Però mi sembra che questa scrittura fine a se stessa, questi virtuosismi letterari fini a se stessi abbiano un po’ stancato, o perlomeno hanno stancato me, a meno che non siano veramente originali. Questo libro sì, è particolare, ma non si fa ricordare, non è memorabile. E perciò per me fallisce in tutto, perché è esso stesso un esperimento, ma è un esperimento che non si fissa nella memoria e non colpisce.

Paul Auster, The New York Trilogy

Paul Auster, The New York Trilogy, Faber and Faber, London 2008. 378 pagine.

Avevo comprato questo libro in ebook un paio di anni fa, e ora mi sono magicamente ricordata di averlo nel mio Kindle. L’ho sempre detto io, che i libri sanno trovare il momento giusto per essere letti. Tra l’altro, nonostante la fama del libro in questione, l’ho preso in mano non ricordandomi di cosa parlasse, se non che era una raccolta di tre romanzi brevi ambientati a New York. Buio totale. Ed è probabilmente questa la condizione migliore per leggere questo libro.

La mia reazione, finito il primo episodio, è stata “Wow”. Ammetto, non molto professionale, ma io non sono un critico letterario, sono solo una persona che ama condividere le proprie letture sul suo blog.

Questo libro mi ha lasciato senza respiro, come se l’aria mi fosse stata tolta dai polmoni, da tanto ero impegnata a trattenere il fiato per la pura bellezza di quello che stavo leggendo. Questo mi accade molto raramente. Diceva Kafka che un vero libro, un vero buon libro, deve essere come un pugno sul cranio, e The New York Trilogy in un certo senso lo è.

Metaletteratura se mai ce n’è stata, un romanzo postmodernissimo. Ho detto un romanzo? Ma non dicevo che si trattava di una raccolta di tre romanzi brevi? Tutte e due le definizioni sono vere: la trilogia è sia una raccolta di tre romanzi sia un unico romanzo. Come è possibile questo? Beh, ma è presto detto: il postmodernismo lo rende possibile. Ma capirete di più leggendo il libro.

L’unica cosa che posso dire è che i tre romanzi brevi rimandano l’uno all’altro, come se in essi fossero presenti tanti fili che si intrecciano. I temi si intrecciano, così come i nomi, le situazioni, le idee. Sono detective stories? Ma no. O sì. Sì, se pensiamo al giallo à la Dürrenmatt. No, in tutti gli altri casi. Perché come Dürrenmatt, Auster sovverte i canoni della detective story, mischiandoli e frantumandoli in un’allegria metaletteraria (allegria, se vi piace il genere, altrimenti delirio).

Il tema di fondo è senz’altro la disintegrazione dell’io. Importantissimo è anche il tema della scrittura e del linguaggio. Ma vari temi si intrecciano e vanno a costituire quello che secondo me è un vero e proprio capolavoro.

È il primo Auster che leggo, e senza ombra di dubbio ne voglio leggere altri.