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David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

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Paul Auster, Oracle Night

Paul Auster, Oracle Night, Faber and Faber, London 2005.

Questo romanzo, pubblicato in italiano con il titolo La notte dell’oracolo, è il terzo che leggo di Paul Auster, e l’autore continua a non deludermi. Anzi, mi piace tantissimo.

La storia è quella di Sidney Orr, uno scrittore di 34 anni che vive a New York con la moglie Grace, e che si sta solo ora riprendendo da un problema di salute a causa del quale i medici lo avevano dato per spacciato. Un giorno Sidney entra in una cartoleria e compra un taccuino portoghese dalla copertina blu, e tutto ha inizio quel giorno. Ma la storia non è solo una, e non potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo in un romanzo postmoderno. Le storie sono almeno tre, una dentro l’altra come una matrioshka. Perché Sidney, dopo tanto tempo in cui non ha scritto niente, su quel taccuino blu ricomincia a scrivere. Scrive la storia dell’editor Nick Bowen, il quale a sua volta legge un manoscritto inedito della famosa scrittrice Sylvia Maxwell, che, guarda caso, si intitola La notte dell’oracolo. Poi ci sono altre storie, che scoprirete da soli: piccole storie, ma a loro modo importanti, anzi molto importanti.

Poi ci sono le note, e molti di voi sanno che io odio le note nei romanzi (ragion per cui non sopporto David Foster Wallace). E tuttavia, se mi leggete, saprete anche che mi è piaciuto molto Casa di foglie, che è il libro più pieno di note nella storia dei libri pieni di note, anche se forse non più di Infinite Jest. Ad ogni modo, in questo libro di Auster non mi hanno disturbato, anche perché, sebbene molto lunghe, non sono tante. Non ho citato a caso questi due autori, David Foster Wallace e Mark Z. Danielewski: leggendo questo libro ho spesso pensato a loro, che sicuramente devono tantissimo a Paul Auster.

La scrittura è ovviamente superba, non si può dire altro. Auster è un Maestro con la “M” maiuscola. Pochi scrittori scrivono bene quanto lui (ce ne sono, certo, ma non sono molti). Leggere questo libro è un piacere estetico, forse prima ancora del piacere della bella storia. Ma bisogna anche essere consapevoli che leggere questo libro è molto difficile, e infatti ci ho messo quattro giorni nonostante siano appena 200 pagine. Richiede concentrazione e una certa predisposizione mentale che a volte, magari dopo una giornata di lavoro, si potrebbe non avere.

State lontani come la peste da questo romanzo se non vi piace la letteratura postmoderna. Se invece il postmodernismo vi piace, dovreste aver già letto questo libro, ma se non lo avete fatto, fatelo subito!

Mark Z. Danielewski, House of Leaves

337907Mark Z. Danielewski, House of Leaves, Pantheon Books, New York 2000. 709 pagine.

L’anno scorso a dicembre ho letto S. di J.J. Abrams e Doug Dorst. Un libro meraviglioso. Poi, sulla base di quella lettura, Goodreads mi ha suggerito di leggere questo libro, che in italiano è stato pubblicato da Mondadori come Casa di foglie ma sembra ormai introvabile. L’ho ordinato e ho aspettato qualche mese prima di leggerlo.

Lo dico subito, anche se è un’eresia: non è ai livelli di S., a mio parere, anche se ne è in certo modo il precursore. Sono stata a lungo indecisa se questo libro di Danielewski mi fosse piaciuto o meno. Alla fine ho deciso che mi è piaciuto, anche se non nella sua interezza.

Il libro si colloca su diversi piani: in primo luogo c’è The Navidson Record, un video girato dal fotogiornalista Will Navidson all’interno della sua casa spettrale; poi c’è il racconto che di questo video fa Zampanò, un uomo completamente cieco che ci parla però con gran dovizia di particolari di questo video del tutto visuale; infine c’è la storia di Johnny Truant, che trova gli appunti di Zampanò e ne fa un libro con tanto di introduzione e lunghissimi commenti. E ovviamente, poi, c’è Mark Z. Danielewski, l’autore del libro Casa di foglie. Ma è davvero l’autore? O l’autore è Johnny Truant? Zampanò? Chi scrive e chi viene scritto?

Naturalmente Mark Z. Danielewski esiste e ha anche scritto diversi altri libri, anche se non credo che vorrò approfondire la conoscenza di questo autore dopo questa esperienza. Non perché il libro non mi sia piaciuto, forse proprio per il motivo contrario, perché vorrei che quest’opera così originale restasse un unicum.

Inutile, forse, sottolineare che questo romanzo fa parte delle correnti della letteratura sperimentale, del postmodernismo e della metanarrativa. Anzi è forse la “madre” di tutti questi generi, non perché ne sia il fondatore (tutt’altro), ma perché ne è in qualche modo l’archetipo.

Proverò ora a spiegare perché il libro mi è piaciuto ma anche, insieme, non mi è piaciuto tantissimo.

Il video, The Navidson Record, è quasi geniale. Quasi. È questa la parte che fa spesso definire il romanzo come un horror, sebbene a mio parere (e lo dico da grande fifona) non sia particolarmente “orrorifico”. Insomma, a me tutta questa paura non l’ha fatta, mentre leggo tantissimi recensori che dicono di non essere riusciti a leggerlo di sera, di dover stare con tutte le luci accese e con qualcuno in casa mentre lo leggono, ecc. Mi sembrano tutte esagerazioni. A meno che, come dice il libro stesso, l’effetto di questa narrazione non si possa far sentire anche a distanza di tempo.

Comunque, dicevo, il video. I Navidson comprano una casa in Ash Tree Lane, in Virginia, che dovrebbe aiutarli a rimettere insieme i pezzi del loro rapporto sentimentale. Al ritorno da una breve vacanza si accorgono che la casa è diventata più grande all’interno che all’esterno. Piano piano la casa si espanderà sempre di più fino a diventare così enorme da superare qualsiasi senso logico, tanto che a un certo punto il tutto diventa anche un po’ ridicolo più che pieno d’orrore. Secondo me. In ogni caso, Navidson, insieme a suo fratello gemello Tom, all’amico Reston e ad altri tre personaggi vanno all’esplorazione della casa, e Navidson racconta nel suo video cosa vedono e cosa succede in queste esplorazioni. Molto bello.

Zampanò scrive un libro su questo video, un testo molto accademico, che è poi quello che leggiamo noi (corredato dalle note di Johnny Truant): pieno di note a piè di pagina, rimandi a libri inesistenti, presunti pareri sul video dati da personaggi illustrissimi. Tuttavia, nell’introduzione Johnny Truant ci avvisa che questo video non è mai esistito e che, interpellati in proposito, alcuni dei personaggi menzionati hanno categoricamente negato di conoscere o aver mai conosciuto Navidson o Zampanò. Quindi il tutto è una magnifica invenzione di Zampanò. Che, ricordiamolo, era cieco.

Johnny Truant, alla morte di Zampanò, trova i fogli volanti che costituiscono il testo di Zampanò stesso e ne fa un libro, con tanto di introduzione e lunghissime note a piè di pagina. Ecco, le note. Ehm, le note. Sono moltissime e si intrecciano in una struttura che a volte si fa labirintica tanto quanto quello che avviene nella casa, a sua volta un labirinto da cui non sembra esservi uscita. Insomma, ci sono le note, e poi ci sono le note alle note, e ancora le note alle note alle note. Inutile dire che Danielewski deve moltissimo a David Foster Wallace. Autore che, come si sa, io non apprezzo proprio per via di questa struttura labirintica delle note e per la complessità quasi random della narrazione. Infatti all’inizio mi sono detta: ma davvero io posso leggere e leggerò questo libro che a David Foster Wallace deve tanto? E invece poi l’ho letto e non me ne sono neanche pentita, sebbene mi abbia fatto venire notevoli mal di testa. Comunque, tornando alle note di Johnny Truant: vi si trovano non solo commenti al testo di Zampanò e al video di Navidson, ma anche e soprattutto commenti sulla sua vita personale che, francamente, non sono stati affatto di mio interesse. In buona sostanza è stato questo che non mi ha fatto apprezzare fino in fondo il libro.

Le cose da dire su questo libro sarebbero tantissime, ho tre pagine A4 di appunti, ma onestamente non vorrei farla tanto lunga, dopotutto questo è un blog amatoriale, mica una rivista di critica letteraria. Tuttavia se qualcuno vuole ne possiamo parlare. Sarò felice di discutere questo libro con voi, se vorrete.

Per finire voglio solo dire che a me la sperimentazione piace molto, che sia essa in letteratura o a teatro o nella danza, e così via. Non sempre, ovviamente, vedi David Foster Wallace e altri esempi che potrei portare anche in altri ambiti. Sicuramente nel caso di Danielewski la sperimentazione è portata all’estremo, infatti non è solo la struttura narrativa del libro a essere sperimentale, ma anche la struttura grafica, con delle grandi circonvoluzioni visive: caratteri tipografici diversi per personaggi diversi, testo scritto al rovescio, a testa in giù, poche parole per pagina, e così via. La struttura grafica molto spesso ricalca ciò che avviene nella casa e ciò che si vede in The Navidson Record. Lo fa anche in maniera perfetta, bisogna dire. Diciamo che il motivo principale per cui questo libro mi è piaciuto è proprio la sua sperimentalità estrema. Bisogna dare atto a Danielewski di aver scritto un libro di grandissima originalità e bizzarria.

Avrete notato che non lo chiamo mai “romanzo”. Perché mi sembra un termine troppo riduttivo per Casa di foglie. Questo libro è piuttosto un’opera d’arte totale, non nel senso che sia un capolavoro (non lo è, secondo me), ma nel senso che è un oggetto artistico che abbraccia più generi, li ingloba, li incorpora e li fa suoi, fino a diventare quell’unicum che mi auguro sia, o che vorrei che fosse.

Sicuramente non ve lo consiglio se non amate le sperimentazioni, se volete una storia semplice e lineare, se volete un libro rilassante che non vi faccia venire il mal di testa e che possiate leggere sotto l’ombrellone.

Myrto Azina Chronides, The Experiment (Cipro)

Myrto Azina Chronides, The Experiment (tit. originale To Peirama), Garnet Publishing, Reading 2013. Traduzione di Irena Joannides.

Il mio viaggio per il mondo continua, anche se a rilento, e questa volta mi porta a Cipro, con la scrittrice di lingua greca Myrto Azina Chronides.

Inizio subito dicendo che questo è un libro molto strano. È una raccolta di racconti? No. È una serie di storie collegate fra loro a formare una storia unica? Forse.

Il libro inizia con due personaggi, un uomo e una donna, che sono chiaramente amanti. I due decidono di scrivere un libro a due mani, e per fare questo rinunceranno a qualsiasi forma di rapporto amoroso, dai rapporti sessuali (soprattutto) alle manifestazioni di affetto meno strettamente sessuali. Tant’è vero che a un certo punto nel corso del libro lei rimprovererà a lui l’affetto dimostrato per il gatto, e lui a lei quello per il cane, come se ogni forma di affetto fosse, appunto, bandita per questo periodo. Questi due protagonisti li incontriamo soltanto nel prologo, nell’intermezzo e nell’epilogo (procede come una composizione musicale, questo libro).

Nei restanti capitoli incontriamo vari altri personaggi, soprattutto donne, e temi ricorrenti: dall’erotismo latente, passando per lo studio della psichiatria, fino agli esperimenti – come quello che dà il titolo al libro e che è poi l’esperimento di scrivere questo libro a due mani.

Ci sono molte citazioni e molti omaggi, soprattutto a Sylvia Plath e a Paulo Coelho (e mi chiedo come si faccia ad accostarli, ma tant’è), ma anche ad altri come Bertolt Brecht ecc. La scrittura è molto poetica e molto ondivaga, come se fosse una marea che sale e scende. Il libro è, senz’altro, postmoderno.

Ecco, tutto questo potrebbe far pensare che questo libro mi sia piaciuto, e invece proprio no. Non l’ho apprezzato per niente, anche se certo lo sforzo di scrivere un libro così particolare è notevole. Però mi sembra che questa scrittura fine a se stessa, questi virtuosismi letterari fini a se stessi abbiano un po’ stancato, o perlomeno hanno stancato me, a meno che non siano veramente originali. Questo libro sì, è particolare, ma non si fa ricordare, non è memorabile. E perciò per me fallisce in tutto, perché è esso stesso un esperimento, ma è un esperimento che non si fissa nella memoria e non colpisce.

Paul Auster, The New York Trilogy

Paul Auster, The New York Trilogy, Faber and Faber, London 2008. 378 pagine.

Avevo comprato questo libro in ebook un paio di anni fa, e ora mi sono magicamente ricordata di averlo nel mio Kindle. L’ho sempre detto io, che i libri sanno trovare il momento giusto per essere letti. Tra l’altro, nonostante la fama del libro in questione, l’ho preso in mano non ricordandomi di cosa parlasse, se non che era una raccolta di tre romanzi brevi ambientati a New York. Buio totale. Ed è probabilmente questa la condizione migliore per leggere questo libro.

La mia reazione, finito il primo episodio, è stata “Wow”. Ammetto, non molto professionale, ma io non sono un critico letterario, sono solo una persona che ama condividere le proprie letture sul suo blog.

Questo libro mi ha lasciato senza respiro, come se l’aria mi fosse stata tolta dai polmoni, da tanto ero impegnata a trattenere il fiato per la pura bellezza di quello che stavo leggendo. Questo mi accade molto raramente. Diceva Kafka che un vero libro, un vero buon libro, deve essere come un pugno sul cranio, e The New York Trilogy in un certo senso lo è.

Metaletteratura se mai ce n’è stata, un romanzo postmodernissimo. Ho detto un romanzo? Ma non dicevo che si trattava di una raccolta di tre romanzi brevi? Tutte e due le definizioni sono vere: la trilogia è sia una raccolta di tre romanzi sia un unico romanzo. Come è possibile questo? Beh, ma è presto detto: il postmodernismo lo rende possibile. Ma capirete di più leggendo il libro.

L’unica cosa che posso dire è che i tre romanzi brevi rimandano l’uno all’altro, come se in essi fossero presenti tanti fili che si intrecciano. I temi si intrecciano, così come i nomi, le situazioni, le idee. Sono detective stories? Ma no. O sì. Sì, se pensiamo al giallo à la Dürrenmatt. No, in tutti gli altri casi. Perché come Dürrenmatt, Auster sovverte i canoni della detective story, mischiandoli e frantumandoli in un’allegria metaletteraria (allegria, se vi piace il genere, altrimenti delirio).

Il tema di fondo è senz’altro la disintegrazione dell’io. Importantissimo è anche il tema della scrittura e del linguaggio. Ma vari temi si intrecciano e vanno a costituire quello che secondo me è un vero e proprio capolavoro.

È il primo Auster che leggo, e senza ombra di dubbio ne voglio leggere altri.