Saggio sulla lucidità

Saggio sulla lucidità, José Saramago

A Ensaio sobre a cegueira, Saggio sulla cecità, tradotto dall’editore italiano col titolo abbreviato di Cecità, fa seguito nove anni dopo, nel 2004, questo Ensaio sobre a lucidez, Saggio sulla lucidità.
Gli 82 anni di Saramago non si sentono affatto, anzi.

Se il Saggio sulla cecità indagava gli abissi putridi dell’animo umano, il Saggio sulla lucidità indaga le altrettanto purulente profondità della politica, o meglio della classe al potere o, meglio ancora, di quella meravigliosa conquista che è la democrazia. Nuovamente un romanzo ferocissimo, a mio parere non meno del più famoso precedente.

In una imprecisata capitale di un non meglio precisato paese democratico (che si scoprirà in seguito essere la stessa città protagonista di Cecità, la città in cui accadono cose mai verificatesi altrove), hanno luogo delle normali elezioni amministrative. Le piogge torrenziali fanno pronosticare un’affluenza alle urne scarsissima ma, contrariamente alle aspettative, all’improvviso la gente decide di uscire di casa e di recarsi comunque a votare. L’affluenza sarà, invece, estremamente elevata. Il problema è che, nella capitale, si ha un 70% di schede bianche. Il governo, sconcertato, decide di far ripetere le elezioni: astensione nulla, 83% di schede bianche.

Il potere grida all’attentato alla democrazia, all’improprio utilizzo di strumenti sì democratici, ma che vanno ben dosati. Votare scheda bianca è sì un diritto sancito dalla costituzione, ma i diritti bisogna meritarseli, così dicono i potenti di turno.
E di seguito vari tentativi, spietati come solo un regime (ancorché a nome "democrazia") può esserlo, ciechi come solo la brama di potere sa essere, di far rientrare l’assurda situazione che si è venuta a creare.

Un romanzo dichiaratamente politico, questo, che non può non far riflettere. Che inevitabilmente richiama situazioni attuali, ora, vicine a noi italiani ma non solo. Un romanzo sulla democrazia e sul suo valore, sulla sua essenza più vera.

Votare è un diritto fondamentale di ogni cittadino, come diritto fondamentale di ognuno è esercitare il voto come meglio si crede. Quello che vorrebbe far credere questo governo è che un diritto resta tale finché sia esercitato con parsimonia, per cui un esercizio "smodato" del diritto al voto in bianco diventa improvvisamente sovversivo.
E lo è, perché è il modo più efficace, più genuinamente democratico e responsabile di affermare, gridando, che quello che c’è in tavola non ci piace, che reclamiamo altro. Quelle centinaia di migliaia di schede bianche sono un gigantesco urlo silenzioso che esce muto dalla bocca spalancata di altrettanti elettori, cittadini ormai stufi dei soliti balletti triti e ritriti del potere, che scelgono l’unica via di protesta possibile, l’unica che sarà effettivamente ascoltata – e con terrore – dagli organi di governo.
Non un’astensione di massa come si temeva e come a volte, spesso, capita nelle nostre correttissime democrazie; non un disinteresse rassegnato nei confronti di una politica che si sa (si crede di sapere) immutabile; non il menefreghismo del "tanto non possiamo fare niente"; ma un atto di protesta concreto, serio, lucido come dice il titolo.

Il potere ci proverà, a far passare questa anomalia elettorale come una nuova ondata di cecità bianca simile a quella che anni prima aveva colpito la città, ma all’interno di quello stesso governo qualcuno finirà per sollevare l’obiezione che forse questo sia un atto di lucidità, piuttosto.
E infatti i ciechi si rivelano proprio i potenti uomini di governo, che vedono benissimo cosa sta accadendo, ma per comodità si tappano gli occhi, per comodità e fame di potere si turano il naso (o se lo turerebbero, se ce ne fosse bisogno, se avessero un naso da turarsi) e non esitano a commettere le peggiori nefandezze nel tentativo – vano – di ristabilire la propria egemonia sulla città ribelle. Forse, dicevo, non hanno naso da turarsi, questi potenti, così volgarmente bestiali da sembrare inumani, per quanto, disgraziatamente, ci tocchi riconoscere che questo governo non ha proprio niente di diverso dai governi a cui siamo abituati.
È un regime democratico, e questo non è un ossimoro.

Peraltro, accanto a questa pseudo-distopia (pseudo, perché l’impressione è che non sia che il pasto nudo, rivelato, l’attimo congelato in cui vediamo esattamente cosa abbiamo sulla punta della forchetta) c’è l’utopia realizzata della città lasciata in stato d’assedio dai suoi governanti, senza polizia né autorità di alcun tipo, nel tentativo (di nuovo, vano) di redimerla facendole annusare il suo stesso abbrutimento. Utopia perché quanto auspicato dal governo non si verifica affatto, anzi gli abitanti della città dimostrano di sapersi gestire benissimo anche da soli – se non fosse nota la militanza comunista di Saramago, sembrerebbe un’autentica apologia dell’anarchismo.

Dice l’autore (leggo dal retro di copertina): «Se il Saggio sulla lucidità non causerà polemiche è perché la società dorme».

Un libro che dovete leggere se avete amato Cecità (a cui, secondo me, non è affatto inferiore), ma che dovete leggere anche se voi, come parte della società, non dormite, se non siete ciechi, se volete disfarvi della political correctness e siete pronti a guardare in faccia la meravigliosa dea democrazia.

Le poesie di Ricardo Reis

È da un mese e mezzo che cerco di scrivere qualcosa su questo libro.
Credo di non saper scrivere di poesia, ma non penso che vi interessino le giustificazioni a questa affermazione. Preferisco, comunque, lasciar parlare la poesia piuttosto che parlarne.
Inoltre, fatico a scrivere di questo libro, perché è fortemente oggetto, per me.
Allora sarò breve.

Tematiche portanti sono il paganesimo, il Fato, la morte. Ma no, non la morte; piuttosto il barcaiolo che sempre viene a riscuotere il suo obolo.
E l’atteggiamento di Reis / Pessoa nei confronti del barcaiolo e del dio tempo è conflittuale: di pacatezza, di equilibrio, di serena accettazione del Fato e quindi, conseguentemente, di rinuncia ad ogni tipo di passione forte, distruttiva. E, per contro, un desiderio invece di vivere fino all’ultima scintilla, bere fino all’ultima goccia, godere fin dell’ultima rosa.
Oltre a questo, il portoghese, scopro, pare – almeno a leggerlo senza conoscerne la pronuncia – lingua assai musicale, e i testi originali sembrano fluidi, sembrano quell’acqua che scorre cheta, quell’acqua di quel fiume solcato dal barcaiolo implacabile. Comunque, naturalmente, non conosco il portoghese, quindi magari dico sciocchezze, però il mio occhio era ed è attratto da quel testo a fronte, allitterativo e anaforico, come non è nella traduzione italiana.

Più di questo non so dire, perché di poesia non so parlare, e perché poi parlerei dell’oggetto. E perché a scriverne troppo temo di annacquare quel profumo che il libro-oggetto emana.

Vi propongo un paio di testi per me programmatici.

* * *

Soltanto avere fiori innanzi agli occhi
Negli ampi viali dei giardini esatti
    Basta a considerare
    Che questa vita è lieve.

Ad ogni costo teniamoci forte
Ché mentre noi giochiamo non ci afferri
    Il polso e ci trascini.
    E viviamo così,

Al minimo protesi di gioia e di dolore,
Bevendo i freschi istanti a sorsi lunghi,
    Come acqua trasparenti
    Nei calici intarsiati,

Di questa vita pallida accogliendo
Solo le rose brevi, i sorrisi vaghi,
    Le rapide carezze
    Dei volubili istanti.

Peserà poco allora sulle braccia
Con cui, esiliati dalle superne luci,
    Del passato eleggeremo
    Il meglio per ricordo

Quando, finiti dalle parche, solenni
Figure andremo, d’un tratto antiche,
    Via via sempre più ombre,
    All’incontro fatale –

L’orrido battello nel livido fiume,
E i nove abbracci della freddezza stigia
    E il ventre insaziabile
    Del regno di Plutone.

* * *

Passa così presto tutto ciò che passa!
Giovane innanzi agli dèi muore quanto
    Muore! È così poco tutto!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circòndati di rose, ama, bevi
    E taci. Il resto è niente.

Le poesie di Ricardo Reis

Vuota le mani e svuota
L’anima dai ricordi,

Ché se ti metteranno
L’offerta estrema in mano,

Aprendoti le mani
Non te ne cadrà nulla.

Che trono ti daranno
Che Atropo non ti tolga?

Che alloro che non muoia
Per stizza di Minosse?

Che ore non ti faranno
Dell’altezza dell’ombra

Che sarai, giunto a notte
Dove la via finisce?

Cògli fiori e lasciali
Appena li hai guardati.

Siedi al sole. Abdica
E sii re di te stesso.

Fernando Pessoa, Le poesie di Ricardo Reis

* * * *

 

Son doni di stelle.
Leggo, eccome. E spesse volte m’incanto. E allora torno indietro, e lascio scorrere.
Grazie.

 

Cecità

Da anni volevo leggere questo libro. Uno di quelli che io divoro in tre giorni, e che quando li chiudi resti quasi frastornato.
Capolavoro.
Non avrò a pentirmi di questa parola.
A mio avviso si avvicina alla letteratura distopica. Una società anti-utopica non per volere di pochi esseri umani desiderosi di potere, ma a causa di una strana malattia che colpisce all’improvviso.
Una malattia che acceca tutti, ma più il romanzo va avanti più il lettore accorto si chiede quanto questa cecità sia fisica e quanto, invece, spirituale. Il sonno della ragione genera mostri. E acceca. «Ciechi che, pur vedendo, non vedono» dirà la moglie del medico.
Lo stile, cosa si può dire: è Saramago. O lo ami o lo odi, almeno per quanto riguarda lo stile. Io lo amo. Periodi lunghi intere pagine, strano uso della punteggiatura, nullo utilizzo delle virgolette per far capire chi stia parlando. Io lo trovo stupendo. In qualche modo, riesce a rendere l’angoscia meglio di quanto lo scrivere "normale" riesca a fare.
I personaggi non hanno nome. Saranno per tutto il libro il medico, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, e così via. Perché? Perché i ciechi non hanno nome, perché nella loro condizione il nome non importa più, perché in questo abbrutimento, in questo sonno della ragione non ha davvero importanza come ti chiami, ma chi sei.
E chi sono questi ciechi ridotti a escrementi che la società rifiuta, finché ancora società c’è, trattati peggio delle bestie, ridotti ad animali che possono solo sfogare i propri bassi istinti… quanto è difficile ricordare che sono ancora persone, sì, ma persona cos’è.
E pure nelle condizioni disperate in cui si trovano non manca chi approfitta della propria forza per rubare (a che scopo poi, rubare in un posto da cui verosimilmente non si uscirà, e in cui il denaro non serve), per violentare, per degradare e degradarsi. Ci vuole stomaco, e un certo cinismo di fondo, perché Saramago ha scelto di farci vedere fino a che punto possano arrivare la bestialità e l’abbrutimento.
Di scene toccanti (che toccano nel bene o nel male) ce ne sono molte, a mio parere la migliore è quella in cui il gruppetto beve per la prima volta acqua potabile. È una scena quasi sacrale, sospesa nel tempo e nello spazio.
Dal punto di vista formale, sono numerosi i riferimenti pittorici, troppi per elencarli, ma anche quelli letterari. Io ho trovato riferimenti a Kafka, può darsi che ci sia altro che non ho colto.
Uno dei romanzi più belli che io abbia letto. Da leggere assolutamente, lo aggiungerò ai miei preferiti qui a fianco.