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[Incipit] José Saramago, Oggetto quasi

Sedia

La sedia cominciò a cadere, ad andare giù, a cascare, ma non a rigor di termine, a crollare o, come si dice in portoghese, a desabar. In senso stretto, desabar significa “abbassare le falde”. Ebbene, di una sedia non si dirà certo che abbia le falde, e se le avesse, per esempio dei sostegni laterali per le braccia, si direbbe che stanno cadendo i braccioli della sedia e non che si abbassano le falde. Ma è pur vero che desabar si usa per desabar bátegas, come a dire “piovere a rovesci”, dico io, anzi, mi viene in mente ora, perché non mi accade di cadere nelle mie stesse trappole: quindi, se “piove a catinelle”, che è solo un altro modo per dire la stessa cosa, non potrebbero alla fin fine anche le sedie abbassare le falde, pur non avendole? Almeno per libertà poetica? Almeno per singolare artificio di un modo di parlare che si proclama stile? Si accetti allora che le sedie crollino, anche se sarebbe preferibile che si limitassero a cadere, a cascare, ad andar giù. E crolli pure, allora, colui che si è seduto sulla sedia, o che non è più seduto, ma sta cadendo, come in questo caso, e lo stile si avvantaggerà della varietà delle parole, le quali in fin dei conti non dicono mai la stessa cosa, per quanto lo si voglia. Se dicessero la stessa cosa, se si riunissero a gruppi per omologia, allora la vita potrebbe essere molto più semplice, per via di una riduzione successiva, addirittura fino all’onomatopea, anch’essa non tanto semplice, e così via di seguito, probabilmente fino al silenzio che definiremmo il sinonimo generale oppure onnivalente. Ma non si tratta neppure di onomatopea, o non la si può formare partendo da questo suono inarticolato (perché la voce umana non possiede suoni puri e quindi inarticolati, tranne forse nel canto, e comunque bisognerebbe ascoltarlo da molto vicino), che si forma nella gola del cascante o del cadente, anche se non è una stella, parole di risonanza araldica che adesso stanno a designare colui che crolla, perché non si è ritenuto corretto aggiungere a questo verbo al desinenza parallela (ante) che concluderebbe la scelta e completerebbe il cerchio. Ecco dunque provato che il mondo non è perfetto.

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014 (prima edizione portoghese 1978). Traduzione di Rita Desti.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/oggetto-quasi/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/08/09/jose-saramago-oggetto-quasi-portogallo/

José Saramago, Oggetto quasi (Portogallo)

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014. Traduzione di Rita Desti.

Questo breve libro di Saramago, circa 150 pagine, è composto da sei racconti. Tutti saprete, credo, che io adoro Saramago, anche se non tutti i suoi libri che ho letto (non ho ancora letto tutti quelli che ha scritto) mi sono piaciuti allo stesso modo. Ma alcuni sono fra i miei libri preferiti in assoluto. Così è stato con grande curiosità che mi sono avvicinata a questo ebook di racconti. Non avevo mai letto Saramago scrittore di racconti, e mi incuriosiva. Credo di averlo preso qualche tempo fa in offerta lampo sul Kindle Store.

I racconti, com’è normale che sia in questi casi, non sono tutti riusciti allo stesso modo. Ma anche quelli meno riusciti non sono affatto male. Altri, invece, sono veramente belli.

Il filo conduttore di questi racconti, da cui soltanto gli ultimi due sembrano discostarsi, sono le cose. Proprio gli oggetti, avete capito bene. Gli oggetti sono i veri protagonisti di queste storie brevi. Oggetti che prendono il sopravvento, quasi a vendicarsi dell’uomo. Tema, questo della vendetta sull’uomo, che risulta particolarmente evidente in uno dei racconti più belli della raccolta, intitolato semplicemente Cose. Qui gli oggetti si ribellano alla supremazia dell’uomo e arrivano fino al punto di sopraffarlo, dotati di una propria vita indipendente da coloro che li hanno creati.

Altro racconto molto riuscito è Embargo, nel quale Saramago rappresenta l’embargo sui prodotti petroliferi, nello specifico la benzina, deciso dai Paesi arabi. In questa occasione, un’automobile rivendica la propria indipendenza e diventa lei stessa padrona dell’uomo che si suppone la possegga. L’uomo, schiavo nelle mani della macchina, non è più niente e non può fare più niente, tanto che si libererà dalla sua schiavitù soltanto con la morte.

Anche Riflusso è un ottimo racconto, sebbene non all’altezza degli altri due che ho citato. Qui un re-dittatore decide di eliminare tutti i cimiteri del Paese, per riunire tutti i morti in un unico cimitero gigantesco, dell’estensione di cento chilometri quadrati. Ma in questo grande cimitero vuole seppellire proprio tutti i morti, passati, presenti e futuri, tanto che sarà necessario mettere a soqquadro l’intero territorio nazionale per disseppellire i morti nei vecchi cimiteri, ma anche quelli caduti nelle varie guerre e che non è stato possibile seppellire in precedenza, ma anche, ad esempio, le persone morte annegate nei fiumi. Un’operazione colossale e colossalmente folle.

Gli altri tre racconti sono a mio parere meno riusciti. Il primo della raccolta, Sedia, è un’evidente metafora della vera morte di Salazar, dittatore del Portogallo fino al 1968. Si dice che Salazar sia morto battendo la testa a seguito di una caduta dalla sedia, anche se non è certo che sia davvero caduto dalla sedia, sebbene ci siano molti testimoni pronti a giurarlo. Il racconto, in effetti, narra con esasperante minuzia la caduta di un uomo da una sedia. È un bel racconto, ma è esasperante, come dicevo, nel suo essere minuzioso, nella mania dell’autore per il dettaglio. Anche un po’ noioso, oserei dire, sebbene il peculiare stile di Saramago salvi comunque la storia, perché secondo me è un piacere anche solo leggere come scriveva questo grandissimo scrittore.

Infine ci sono Centauro e Rivincita, quest’ultimo brevissimo. In entrambi i racconti non sono le cose ad avere un ruolo di primo piano ma, nel primo, una creatura al limite fra l’uomo e l’animale, il centauro appunto, nell’ultimo invece un animale, un maiale per la precisione, e un ragazzo. Molto duri, soprattutto il secondo, ma a mio parere privi di significanza particolare. Superflui, nell’ambito di questa raccolta.

Per concludere, non è certamente un libro all’altezza dei romanzi di Saramago, ma è comunque interessante e piacerà senz’altro agli appassionati di questo scrittore. Un po’ meno, forse, ai non particolarmente appassionati.

Libri dal Portogallo

Torre di Belém, Lisbona

José Saramago, Cecità, Feltrinelli: In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione perde la vista per un’inspiegabile epidemia. Chi viene colpito dal male è come avvolto in una nube lattiginosa. Le reazioni psicologiche sono devastanti, l’esplosione di terrore e di gratuita violenza inarrestabile, gli effetti della patologia sulla convivenza sociale drammatici. La cecità cancella ogni pietà e fa precipitare nella barbarie, scatenando un brutale istinto di sopravvivenza. Nella forma di un racconto fantastico, Saramago disegna con maestria, essenzialità e nettezza la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose razionalmente, artefice di abbrutimento, crudeltà, degradazione. Ne risulta un avvincente romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, il potere e la sopraffazione, la guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con uno spiraglio di luce e salvezza che non ne annulla il pessimismo di fondo.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2006/03/05/cecita-2/

José Saramago, Saggio sulla lucidità, Feltrinelli: Cosa succede a un paese se alle elezioni i cittadini decidono in massa di votare scheda bianca? Quali ingranaggi vengono sollecitati fino alla rottura, quali contromisure andranno messe in atto? Se lo chiede José Saramago con questo straordinario romanzo, avvincente come un giallo e penetrante come un’analisi (fanta)politica. L’ipotesi più accreditata è che ci sia un legame fra questa “rivolta bianca” e l’epidemia di cecità che, solo quattro anni prima, si era diffusa come la peste. Gli indimenticabili protagonisti di Cecità fanno quindi ritorno, per condurci in un viaggio alla scoperta delle radici oscure del potere. Un viaggio che ci fa gettare uno sguardo nuovo e spietato sui meccanismi del mondo nel quale esercitiamo (o crediamo di esercitare) ogni giorno la nostra libertà.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2006/10/30/saggio-sulla-lucidita/

Tutti i libri di José Saramago: http://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago#Opere

Fernando Pessoa, Poesie di Fernando Pessoa, Adelphi: Come ormai sappiamo, i testi poetici fir­mati da Fernando Pessoa col proprio nome sono così numerosi e di tale qualità che non è azzardato additare nel «commediografo» diventato celebre soprattutto per le poesie dei suoi «attori» – cioè gli eteronimi come Alberto Caeiro, Álvaro de Campos, Ricardo Reis – il principale poeta di tutta la compagnia: «Come Shakespeare seppe essere Amleto e King Lear essendo prima di tutto Shakespeare, come Balzac seppe essere il Père Goriot e Eugénie Grandet, essendo prima di tutto Balzac,» scrive Tabucchi «così Fernando Pessoa è in primo luogo quel Fernando Pessoa che firma le sue poesie con il proprio nome, ammesso che tale “io” coincida con il reale Fernando Pessoa anagraficamente inteso». Di «Fernando Pessoa-lui stesso», o del­l’Ortonimo, questo volume intende offrire un compiuto, ampio ritratto, cogliendo alcune delle sue molteplici sfaccettature: dal poeta avanguardista al mistico ed esoterico, dal poeta elegiaco ma sempre concettuale al satirico che irride il tiranno Salazar, fino al poeta civile e ‘indignato’ che guarda alla patria prostituita con rabbia e dolore. E di nuovo, come di fronte alla galassia eteronimica – la letteratura, per Pessoa, è la dimostrazione che una vita non basta –, non potremo che rimanere stupiti per la sua vertiginosa, spiazzante novità: «Ah, canta, canta senza motivo! / Ciò che in me sente sta pensando» si legge nella Mietitrice, del 1924, dove l’interazione tra l’emozione e la ratio sembra echeggiare Empedocle («Il sangue che bagna il cuore è pensiero») e Spinoza. Del resto, come scrive ancora Tabucchi, «Nel “cuore di tenebra” che è l’umano sentire, misterioso, profondo, che appartiene ai precordi, Pessoa, come tutti i grandi poeti, fonda la sua poesia».

Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, Adelphi: Fra tutti i poeti che Pessoa ha disegnato – come persone e come autori – Álvaro de Campos spicca e si impone, forse anche perché la sua figura sfuggì totalmente al suo creatore, guadagnandosi così un’esistenza superiore a quella degli altri eteronimi. Nato come blague, diventò un compagno ossessivo, allucinatorio. Elegante, i capelli lisci e neri spartiti da una riga, tediato, ozioso, meditativo, Álvaro de Campos parte da un’estrema esperienza decadente per diventare poi a un tratto un esacerbato, geniale sperimentatore, maestro di ogni avanguardia. Ma la sua poesia, che segue passo passo le vicende biografiche, conosce, dopo le fiammate avanguardiste, un curioso percorso: un’autoriflessività che lo lega alle esperienze contemporanee, un rovello fenomenologico che precede di molti anni la filosofia europea degli anni ’40-’50, una depressività che lo accomuna a un Beckett, un nichilismo doloroso e cinico che sembra fare tabula rasa di ogni esperienza precedente. Campos, a questo punto, non è solo un poeta, ma un percorso poetico, ciò che la letteratura europea ha conosciuto fino agli anni ’30 e una previsione di ciò che avrebbe conosciuto fino ai nostri giorni.
Per capire la vastità e la risonanza della vicenda di Álvaro de Campos occorre vederla dunque nel suo insieme, nel suo sviluppo, come un’opera a sé. È questo che felicemente ci offrono per la prima volta Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre: il volume raduna infatti testi di tutti i periodi di Álvaro de Campos, accompagnandolo fino alla morte, che coincide, nel 1935, con quella di Fernando Pessoa.

Tutti i libri di Fernando Pessoa: http://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Pessoa#Traduzioni_in_italiano

Camilo Castelo Branco, Amore di perdizione, Sellerio: «La triste storia del mio zio paterno Simão Antonio Botelho» il quale «Amò, si perdette e morì amando. Questa è la storia»: così Castelo Branco descrive il suo romanzo e, in una prefazione del 1879 (a vent’anni dalla prima edizione), parla decisamente male del suo libro più noto: disturbato, così sembra, dal grande successo di pubblico e dalla interpretazione corrente di romanzo passionale. Nel 1911 Miguel de Unamuno avalla questa interpretazione parlando di Amore di perdizione come della «novella passionale più intensa e profonda che sia stata scritta nella penisola iberica» (confermando fra l’altro una profezia dell’autore che prevedeva, se fosse rinato nel ventesimo secolo, di assistere a uno dei tanti ricorsi della sua opera). Ma a parte la storia – di amore ribellione e morte, di perdizione appunto, tra un giovane romanticamente e velleitariamente anarcoide e una fanciulla dell’ambiente più retrivo di un Portogallo ottocentesco sospeso tra feudalesimo e modernità – la passione che più emerge da Amore di perdizione è il risentimento, il sarcasmo, l’acidità, contro la grettezza e l’angustia di un’epoca e un ambiente. Castelo Branco (il «Balzac portoghese», vissuto male e morto suicida) scrisse Amore di perdizione in quindici giorni, mentr’era incarcerato per un reato di adulterio, mentr’era in carcere per amore, ricostruendo e romanzando una storia famigliare: ricordando con rabbia, si sarebbe detto nei nostri anni Sessanta.

Camilo Castelo Branco, Cosa fanno le donne, Voland: Un’esilarante e paradossale commedia degli equivoci ambientata nel Portogallo dell’800. “Ci sono anime di pietra, cuori di zinco, occhi di vetro, petti d’asfalto? Che si facciano avanti. Qui c’è cipolla per gli occhi di tutti; piaghe per ogni anima; gocce di metallo fuso per tutti i petti. Non gli si resiste. Tutti piangeranno…” avverte l’autore nella prefazione. E mantiene la sua promessa: il lettore piangerà, sì, ma dal gran ridere.
Intrighi amorosi, colpi di scena e gran finale a sorpresa.

Camilo Castelo Branco, Ballata lusitana, Marlin: Scritto due anni dopo Amore di perdizione, nelle intenzioni dell’autore questo Ballata lusitana (titolo originale: Amor de Salvaςao) doveva fargli da contrappunto. Lì un uomo che si perde per amore, qui un altro uomo che per amore si salva. Ma se è vero che il protagonista di questo secondo romanzo, Afonso de Teive, diviso tra l’amore di una donna-diavolo, Teodora, e quello di una donna-angelo, Mafalda, trova alfine la salvezza accanto a quest’ultima, è anche vero che a dominare in lungo e il largo la scena è la “femme fatale”, che lo conduce quasi alla rovina e lo tradisce col suo migliore amico. Ispirato a vicende in parte autobiografiche e ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, Ballata lusitana offre un vivido spaccato della vita sociale nelle piccole città del Portogallo settentrionale. Con tagliente ma garbata ironia Castelo Branco fa narrare dal protagonista, che dice suo amico e immagina di incontrare in una notte di Natale, la storia turbolenta della sua vita, segnata dal dramma amoroso. Con questo romanzo, Castelo Branco fornisce una superba prova della sua capacità di raccontare la passione mediante un linguaggio agile e brillante che influenzerà non pochi scrittori del suo tempo.

António Lobo Antunes, Lettere dalla guerra, Feltrinelli: La guerra d’Angola con il suo sanguinoso epilogo coloniale è un tema ricorrente nell’opera narrativa di António Lobo Antunes. Ne forma la colonna vertebrale e torna ossessivamente nei monologhi interiori di alcuni dei suoi memorabili personaggi. L’origine di tale ossessione – è risaputo – è da rintracciare nella biografia di Lobo Antunes, che fra il 1971 e il 1973 prestò servizio militare in Angola. L’esperienza fu doppiamente traumatica: il futuro scrittore lasciava in Portogallo la giovane moglie Maria José incinta. Lettere dalla guerra è l’epistolario che registra tale esperienza e che le figlie dell’autore hanno avuto l’autorizzazione a pubblicare alla morte della madre. È il resoconto spontaneo e quotidiano in centinaia di aerogrammi di un inedito Lobo Antunes alla donna adorata. Sullo sfondo degli eventi bellici, del disagio e talvolta della noia dell’isolamento, in una terra perlopiù inospitale sebbene non priva di commoventi sorprese dal punto di vista umano, si legge il dramma di un giovane innamorato la cui vita è scandita dall’arrivo delle lettere, ma anche l’inquietudine dello scrittore che muove i primi passi in direzione di quella che sarebbe divenuta la sua occupazione principale. La letteratura sembra ossessionarlo al pari del distacco dagli affetti e degli orrori della guerra e diviene giorno dopo giorno un alimento insostituibile. Avido dell’arrivo di libri e di riviste letterarie che i familiari gli mandano dal Portogallo, nelle lettere alla moglie Lobo Antunes racconta le proprie letture e copia brani di un romanzo che sta scrivendo, oscillando fra l’entusiasmo e l’insicurezza sulle proprie doti di narratore.
‟Le lettere di questo libro sono state scritte da un uomo di ventotto anni nel privato della sua relazione con sua moglie, isolato da tutto e da tutti durante due anni di guerra coloniale in Angola, senza sapere se un giorno sarebbero mai state lette da qualcun altro. Non descriveremo qui ciò che queste lettere rappresentano: ognuno le leggerà in modo diverso, sicuramente differente dal nostro. Ma qualsiasi sia il tipo di approccio, letterario, biografico, documento di guerra o storia d’amore, sappiamo che si tratterà di qualcosa di straordinario sotto tutti i punti di vista.”

António Lobo Antunes, Arcipelago dell’insonnia, Feltrinelli: Arcipelago dell’insonnia narra la storia di tre generazioni di una facoltosa famiglia del Portogallo rurale: dall’ascesa, grazie alla caparbietà e al dispotismo del capostipite, fino all’ineluttabile crollo. Si avvicendano e si mescolano in modo frammentario le voci dei protagonisti, come anche i piani narrativi del presente e del ricordo, senza rispettare la sequenzialità temporale o semantica, né instaurare soluzioni di continuità fra realtà e irrealtà.
Al centro della narrazione c’è quel che rimane della casa colonica, intrisa di memorie; le intemperanze del patriarca che abusa delle serve e maltratta i contadini con l’appoggio del fattore, amico e fedele braccio destro; ci sono le vicende di due fratelli – di cui uno solo legittimo – trattati in modo impari dal padre, e c’è la voce dolente di un nipote affetto da autismo che paradossalmente, sebbene in modo onirico e visionario, dall’ospizio in cui è recluso, è l’unico a conservare piena memoria del passato familiare e a svelare i nessi segreti di tante storie. Ma la prosa sensazionale di António Lobo Antunes e il suo straordinario immaginario sono, come in tutti i suoi romanzi, i protagonisti assoluti.

Tutti i libri di António Lobo Antunes: http://it.wikipedia.org/wiki/Ant%C3%B3nio_Lobo_Antunes#Opere_tradotte_in_italiano

José Luís Peixoto, Nessuno sguardo, La Nuova Frontiera: Giuseppe fissa il sole e pensa. Pensa a sua moglie e a quello che su di lei gli ha detto il diavolo. Pensa al giorno in cui le cicale rimarranno in silenzio e i rami più sottili degli alberi diventeranno di pietra. Trenta anni dopo, Giuseppe – suo figlio – fissa il sole e pensa. Pensa alla moglie di suo cugino e a quello che il diavolo dice a suo cugino sul loro conto. Pensa all’istante in cui non ci sarà più nulla, neanche il silenzio che fanno tutte le cose mentre ci guardano. Nessuno sguardo rappresenta l’apparizione di una voce radicalmente nuova e importante nel panorama letterario europeo. Una voce che si afferma fin dalle prime pagine di questo romanzo, trascinando il lettore verso luoghi, emozioni e incontri di una rara bellezza.

José Luís Peixoto, Una casa nel buio, La Nuova Frontiera: In una casa immersa nel buio, popolata di gatti misteriosi, sette personaggi fragili e indifesi convivono condividendo il dolore arrecato dall’assurda invasione di una popolazione barbara, cruenta e sanguinaria, che ha cancellato la vita, la civiltà e gli affetti. Per sopravvivere devono trovare il modo di declinare la parola amore: la madre, il figlio, la schiava Miriam, il principe di Calicatri, il visconte di Dedodida, il Violinista e il povero Nessuno, nel buio più assoluto, si interrogano ogni giorno sul più abusato dei sentimenti, sulla più impronunciabile tra le parole. Solo questa continua ricerca li potrà salvare dalla notte, dalla solitudine, dalla peste, dalla morte.
Una magistrale allegoria sulla fine di una civiltà. Una denuncia dello svilimento dei sentimenti a cui quotidianamente assistiamo. In equilibrio tra disperazione e tenerezza José Luís Peixoto accompagna il lettore in un territorio sconosciuto e inesplorato in cui “ogni parola esprime il significato che solo quell’unica parola può dire”.

Tutti i libri di José Luís Peixoto: http://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Lu%C3%ADs_Peixoto#Editi_in_Italia

Le intermittenze delle morte

[Siccome mi dispiace che questo blog sia fermo, ho deciso di rivitalizzarlo con gli spunti di lettura. Nel frattempo, ho aggiornato le pagine dei link. Inoltre, chi vuole mi può trovare fra la pagine del Tropico del Libro. Buone letture.]

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.  Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l’allegra irresponsabilità e l’eccesso di alcol si sfidano reciprocamente sulle strade per deciderà chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell’anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno.

Da: José Saramago, Le intermittenze della morte (tit. originale As Intermitências da Morte), Einaudi, Torino 2005-2006. Traduzione di Rita Desti. 205 pagine. 10 €.

Il vangelo secondo Gesù Cristo

Il vangelo secondo Gesù CristoHo finito di leggere questo libro da almeno un paio di settimane, e volevo parlarvene: perché mi è piaciuto molto e perché mi piace lasciare un commento scritto delle mie letture. Ma mi devo destreggiare fra la stanchezza, la mancanza di tempo e la scarsa comunicativa di questo periodo.

Stando alla quarta di copertina è un romanzo che ha suscitato molte polemiche da parte del clero portoghese e italiano, che lo ha giudicato «blasfemo e sacrilego». Il perché si capisce fin dall’inizio, ma diviene ben più chiaro col proseguire della narrazione.
Innanzi tutto, che Gesù Cristo, figlio di Dio, nasca da Maria «sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità» e per giunta in seguito a un banalissimo incontro carnale fra la per nulla vergine Maria e suo marito Giuseppe, deve aver turbato non poco l’animo perbenista di certo clero. Gesù, poi, cresce in una famiglia ordinaria con tanti fratelli e sorelle e un padre poco santo, colpevole di non aver fatto niente per evitare la strage degli innocenti, e una madre un pochino ottusa come si conveniva a una donna dell’epoca.
Interessante è la resa, immagino fedele, del rapporto fra i due coniugi come doveva essere all’epoca e come in fin dei conti è stato fino a non molti decenni fa. Maschilismo imperante e indiscusso, per farla breve. Un po’ come oggi a noi "occidentali" appare il trattamento della donna da parte dell’Islam, per dire. Eravamo così anche noi, sì.
In seguito Gesù cresce e scappa di casa, va a vivere con un pastore che sarà una figura (e che figura!) centrale del romanzo, ma su cui è meglio non svelare nulla, nel caso voleste leggerlo.
C’è poi l’incontro fortuito e fatale con Maria di Magdala, prostituta, che diventerà la donna di Gesù. Non la moglie, bensì la compagna.
E poi tutti i miracoli che conosciamo, la costituzione del gruppo degli apostoli… insomma, un vero e proprio vangelo, che rispetta la storia giunta fino a noi tramite gli evangelisti ufficiali ma vi aggiunge umanità. Gesù, infatti, è un personaggio profondamente umano, divinità involontaria, vittima del desiderio di potere del Signore suo padre. Ed è questa, infatti, la parte più sconvolgente: l’avidità di Dio che, per raggiungere i suoi scopi (ovvero ottenere potere e guadagnare l’adorazione del maggior numero di persone possibile), non esita a servirsi di centinaia, migliaia di vittime sacrificali (terribile l’elenco, in ordine alfabetico, dei martiri per la fede: quattro pagine di sevizie e torture varie, tutto rigorosamente vero). Addirittura, il suo unico figlio è concepito soltanto a questo scopo.
Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un libro un po’ retorico: a me è piaciuto, può darsi che insista troppo, a tratti, ma secondo me merita, a patto di non essere fondamentalisti cattolici.