Israel J. Singer, La famiglia Karnowski

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski (tit. originale Di mishpohe Karnovski), Newton Compton, Roma 2015. Traduzione dallo yiddish di Martina Rinaldi e David Sacerdoti.

Dopo aver letto I fratelli Ashkenazi l’anno scorso mi sono sentita orfana e ho comprato alcuni ebook di Israel J. Singer, fra cui questo che è un altro dei suoi romanzi più famosi. Ed è successo di nuovo, mi sono sentita orfana di nuovo, e di più: ho l’impressione che dopo aver letto Israel J. Singer niente più sarà lo stesso, e che tutti i libri da ora in poi non potranno che sembrare scialbi al confronto, tutti gli autori mediocri. Israel J. Singer fa questo effetto.

Di nuovo, così come ne I fratelli Ashkenazi, ci troviamo di fronte a una saga familiare che è tanto più di questo. La famiglia questa volta è Karnowski, una famiglia ebrea di Melnitz, in Polonia, il cui capostipite David decide di trasferirsi a Berlino a seguito di una disputa religiosa. Il romanzo segue la storia di David, di suo figlio Georg e del figlio di questi, Joachim Georg detto Jegor. La maggior parte del romanzo si svolge a Berlino, ma la terza parte si svolge in America.

David, andando a Berlino, decide di vivere “come un ebreo in casa, e come un tedesco fuori casa”, il che significa che in casa sarà un ebreo devoto, ma fuori il suo obiettivo è conformarsi in tutto e per tutto ai tedeschi: nella lingua, nello stile di vita, nel modo di esprimersi, insomma in tutto. A suo figlio Georg trasmette questo concetto fondamentale, ma Georg è un ribelle. Jegor sarà ancor più ribelle, anche se il termine giusto che potremmo usare per descriverlo è disperato, plagiato da suo zio, il fratello ariano di sua madre (Georg sposa infatti una gentile). Jegor è infatti bambino e adolescente nella Germania nazista subito prima della seconda guerra mondiale (il romanzo è stato scritto nel 1943 e Singer è morto nel 1944).

La descrizione di questa famiglia è semplicemente meravigliosa, i personaggi sono caratterizzati in maniera superba, anche i comprimari; ad esempio non credo di aver mai trovato in letteratura una figura tanto sfaccettata e ben rappresentata come Elsa Landau, che non ho potuto fare a meno di amare. Anche Jegor è caratterizzato in maniera eccellente, l’evoluzione o meglio l’involuzione del personaggio è estremamente verosimile in quelle circostanze e in quel contesto. Jegor è un personaggio odiosissimo, ma molto sofferente, e tutto questo è ben rappresentato e si evolve alla perfezione nel corso del romanzo.

Oltre alla storia della famiglia Karnowski, l’autore ci racconta il clima che si respirava in Germania fra le due guerre: gli eroi tornati in patria subito dopo la prima guerra mondiale e che si sentivano orfani senza la guerra, il risentimento contro i “nemici della patria”, il nascente odio nei confronti degli ebrei che sfocia in persecuzioni, pestaggi, uccisioni, discriminazioni di ogni tipo. In questo, La famiglia Karnowski è quasi meglio di un libro di storia, perché immerge il lettore in un’atmosfera asfissiante di odio, di disperazione, di caccia al più debole; il tutto visto attraverso le vicende di una famiglia di ebrei illustri anche se immigrati, e attraverso le vicende di un ragazzo figlio di una coppia mista e perciò lacerato. Jegor viene plagiato dal fratello di sua madre, che gli infarcisce la testa di teorie razziali e sogni di gloria in guerra, e questo sarà la rovina del ragazzo.

Ma in fondo al libro c’è uno spiraglio di luce, seppure piccolissimo, e tuttavia non ci è dato sapere il prosieguo della vita di questa famiglia. Cosa che mi è dispiaciuta molto, perché avrei potuto leggere altre 400 pagine senza alcun problema e anzi con grande interesse. Questo fanno i libri di Israel J. Singer: sembrano sempre troppo corti anche quando corti non sono affatto.

Ora passo a leggere altro, ma come dicevo, con la consapevolezza di aver “perso” degli amici, con la consapevolezza di vette inarrivabili, con la consapevolezza che tutto non potrà che essere in scala di grigi per un po’.

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi (tit. originale Di brider Ashkenazi), Newton Compton, Roma 2015. Traduzione dallo yiddish di Bianca Francese e David Sacerdoti.

Se ci si approcciasse a questo libro senza saperne niente e leggendo solo il titolo si potrebbe pensare che sia la storia di due fratelli, tutt’al più una saga familiare. Naturalmente il romanzo è anche questo, ma è anche incredibilmente di più: la storia di una famiglia, sì, ma anche la storia degli ebrei di Polonia, la storia della città di Łódź, la storia dell’industria tessile polacca e di Łódź in particolare, la storia delle rivolte operaie… Questo libro è un’epopea, non un semplice romanzo. 615 pagine, ma se fossero state il doppio le avrei lette con altrettanto piacere. Mi è dispiaciuto molto separarmi da questi personaggi e da tutte queste storie, e non è una cosa che mi succede spesso.

Facciamo però un passo indietro per una piccola premessa che spieghi, a chi non lo conosce, chi è l’autore. Israel Joshua Singer è il fratello del più famoso Isaac Bashevis Singer: quest’ultimo è noto per aver ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 1978. Premesso che non ho ancora letto niente del più famoso Isaac, e che questo è il primo romanzo che leggo di Israel, devo dire che fatico a credere alla minore importanza letteraria del fratello Israel. Naturalmente è rischiosissimo fare un’affermazione del genere senza conoscere bene i due autori (o addirittura non conoscendoli affatto, come nel mio caso), ed è anche e soprattutto molto avventato. Tuttavia quello che voglio dire è che I fratelli Ashkenazi è un’opera di grande importanza e magnitudine. Naturalmente cercherò di approfondire entrambi questi autori, e poi ne riparleremo, per ora complimenti a Newton Compton per aver ripubblicato i romanzi di Israel J. Singer (in catalogo ha anche Yoshe KalbLa famiglia Karnowski, che sicuramente entrano di diritto nella mia lista dei desideri).

Torniamo però al romanzo. È molto difficile per me parlarne in maniera ordinata, primo perché mi ha entusiasmato così tanto che fatico a organizzare i pensieri in maniera coerente, secondo perché c’è talmente tanto dentro questo romanzo che ci vorrebbe una tesi di 200 pagine per parlarne degnamente. Quindi perdonatemi, sarò breve e un po’ sconsclusionata.

Łódź è una piccola cittadina nel prologo, poco più che un villaggio. Ma vedremo che con gli anni crescerà tanto da diventare una delle più importanti città della Polonia, grazie alla sua fiorente industria tessile. Reb Abraham Hirsh è un uomo molto devoto ma poco attento alla moglie, perché più preso dalla devozione che interessato agli affetti familiari. Finalmente la moglie mette al mondo non uno ma due maschi, i gemelli Jacob Bunim e Simcha Meyer, ovvero i famosi fratelli Ashkenazi del titolo. Simcha Meyer, nonostante sia quello che nasce prima (cinque minuti appena), è il più piccolo dei due, e tale resterà per tutta la vita, mentre Jacob Bunim sarà il bello, l’affascinante dei due. Il rabbino aveva profetizzato a Reb Abraham Hirsh che i suoi figli sarebbero stati ricchi, ma non devoti, e questo fa soffrire molto il religiosissimo padre. Tuttavia Simcha Meyer mostra una propensione per gli studi del Talmud e spicca per la sua devozione ed erudizione, almeno da bambino e ragazzo. Jacob Bunim sembra più un sempliciotto, dotato di minore intelligenza, sebbene avvenente. Ma la profezia del rabbino si rivelerà veritiera.

Inutile che io vi stia a dire cosa succede nel romanzo, anche perché la cosa più bella sarebbe  che voi lo scopriste da soli leggendolo. Sappiate soltanto che entrambi i fratelli si inseriranno prepotentemente nell’industria tessile di Łódź e avranno grande successo, seppure in modo molto diverso. Non potrebbero infatti esistere due persone più diverse dei due gemelli.

Tuttavia, come dicevo, Singer segue anche moltissimi altri personaggi tratteggiando altre storie che prese tutte assieme fanno la Storia, quella con la S maiuscola. Quindi ci sono i primi sommovimenti operai sfocianti poi nella rivoluzione, c’è la storia degli innumerevoli pogrom subiti dagli ebrei di Polonia (verso la fine c’è il racconto del pogrom di Leopoli, e sono fra le pagine più belle e agghiaccianti dell’intero libro), c’è il racconto della prima guerra mondiale.

Altri due personaggi importanti sono Tevyeh “il mondo non sta mica finendo” e Nissan, figlio di Reb Noske “l’insegnante”. Operai (il secondo dopo essere stato cacciato di casa dal pio Reb Noske), i due sono fra i principali capi della rivolta operaia e hanno un ruolo di spicco all’interno del romanzo.

Poi si parla di tante altre cose, sebbene non siano fra i temi assolutamente principali: c’è pure violenza, non solo quella della guerra e dei pogrom ma anche quella domestica, c’è prostituzione per fame, ci sono tutti i mille orrori che purtroppo esistono ma di fronte a cui altri autori avrebbero chiuso gli occhi. In questo l’ho trovato un romanzo molto moderno, che non arretra di fronte a nessun piccolo o grande orrore, che non si tira indietro, che fa vedere la realtà così com’è.

Inoltre, se pensiamo che è stato pubblicato nel 1936, dunque prima della seconda guerra mondiale, è un libro tanto più agghiacciante perché ci fa vedere chiaramente che la sorte degli ebrei d’Europa era già scritta, dato che più volte vari personaggi (polacchi) parlano della “sorte che attende gli ebrei”, ovvero la morte e la distruzione totale. Fa venire i brividi tanto è storicamente accurato.

L’anno è cominciato da poco più di un mese, ma finora è il libro più bello di quest’anno, e lo consiglio caldamente a tutti. Non vi accorgerete neppure che siano 615 pagine. Stupendo, e grazie all’amica Nazzarena per avermelo consigliato.

Sławomir Mrożek, Emigranti

Sławomir Mrożek, Emigranti (tit. originale Emigranci), Einaudi, Torino 1987. Traduzione di Gerardo Guerrieri.

Questo piccolo libro, 71 pagine, fa parte della collezione di teatro di Einaudi, collana i cui libri erano spesso presenti alla bancarella di libri usati di Firenze, quando abitavo lì. E anche questo libro viene da lì, ma in tutti questi anni non lo avevo ancora letto.

Il testo del polacco Mrożek parla, come si può intuire dal titolo, di due emigranti: due uomini costretti a condividere una camera in uno scantinato di una città sconosciuta, verosimilmente occidentale, così come è sconosciuto il Paese da cui i due provengono, verosimilmente esteuropeo. Allo stesso modo sono sconosciuti i nomi dei due protagonisti e unici personaggi, che vengono chiamati semplicemente AA e XX. Il primo è un intellettuale, scrittore, rifugiato politico, che non ha bisogno di lavorare e anzi presta spesso dei soldi al secondo: lavoratore, proletario, con moglie e figli nel Paese d’origine, emigrato in cerca di lavoro, perennemente senza soldi.

Il sogno di AA è scrivere un libro, cosa impossibile in patria a causa della paura (i due vengono dallo stesso Paese, in cui vige una dittatura), e altrettanto impossibile nel nuovo Paese perché la paura è scomparsa e con essa la necessità di scrivere. XX, pur non parlando una parola della lingua del Paese che lo ospita, si trova lì per lavorare e per poi poter tornare in patria e dare un futuro migliore alla sua famiglia.

I due hanno un rapporto ambiguo, potremmo dire fatto di amore-odio, sennonché l’amore non è mai amore, ma solo sopportazione reciproca. Eppure non possono fare a meno l’uno dell’altro: XX perché ha bisogno di soldi per sopravvivere, AA perché ha bisogno di uno “schiavo” che possa essere il protagonista del suo ipotetico romanzo. Ma solo per questo?

Molte sono le considerazioni sull’immigrazione/emigrazione, e alcune fanno davvero riflettere. Ad esempio penso a quando AA definisce entrambi dei “parassiti”, perché è esattamente così che vengono percepiti dalla società che li ospita, e di conseguenza a volte è così che si sentono loro stessi. Il passo è molto forte: «Noi viviamo qui come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io – un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula preziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo… Un neurone raro, una particella che si colloca già al punto estremo della materia. E ora invece – un gonococco! In qualche punto delle budella. Un gonococco in compagnia di un protozoo.»

L’emigrazione rende uguale i due, sebbene al loro Paese uno fosse un raffinato intellettuale e l’altro un povero proletario. L’emigrazione non guarda in faccia nessuno, soprattutto la società che accoglie non fa distinzione fra persone, le considera tutte alla stregua di pericolosi parassiti. Un passo che ci dovrebbe far riflettere – e pensare che è stato scritto nel 1974, più di quarant’anni fa.

Un altro passo interessante è questo: «Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d’essere. Se no, non saresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti impazzito… o ti saresti ammazzato.» Lo stesso si può dire di molti immigrati moderni nelle nostre società “occidentali”, che sono venuti qui in cerca di lavoro per garantire alla famiglia una vita dignitosa, e per questo non fanno che pensare al momento in cui potranno finalmente tornare a casa a riabbracciare i propri cari e vivere con loro quella vita dignitosa per cui hanno tanto faticato. E solo per quel ritorno vivono, sebbene in alcuni casi sappiano loro stessi, nel profondo del cuore, che quel ritorno non potrà mai avvenire, per le ragioni più svariate.

Il finale è emotivamente molto forte, quasi straziante. Entrambi i protagonisti si rivelano prigionieri in una società che non li vuole e che loro non vogliono, vittime di contingenze politiche o economiche che li hanno costretti a scappare dal loro Paese: un Paese che li ha rifiutati, scacciati. Due persone fragili, sebbene per tutto il testo possa essere sembrato il contrario.

Un testo attualissimo, che dovremmo leggere e rileggere, soprattutto oggi, alla luce di quello che accade nel nostro e in altri Paesi. Non so se sia ancora reperibile, essendo molto vecchio, ma se lo è ve lo consiglio.

Libri dalla Polonia

Cracovia

Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa, Keller: In un’Islanda d’inizio secolo due giovani si incontrano, si innamorano e decidono di costruire la propria casa nei pressi della piccola chiesa di Krýsuvík. Poco dopo, all’abitazione si aggiungono delle serre per coltivare i fiori e, nel prato antistante, due bambine giocano sull’erba in prossimità di alcune pozze d’acqua bollente. Due generazioni dopo, a Reykjavík, un infermiere polacco viene assunto in un modernissimo ospizio dove incontra un’anziana degente di nome Rosa…
La casa di Rosa è uno straordinario romanzo che parte da un tempo lontano e giunge sino ai giorni nostri, un affascinante gioco a incastro nel quale si può decidere quale percorso intraprendere: se dal passato al presente o viceversa. Attraverso una toccante storia d’amore, la vita quotidiana all’interno di una casa per anziani e le esperienze di un emigrante, La casa di Rosa affronta con originalità i diversi aspetti dell’essere uomini – nascere, amare, invecchiare e morire – ma si spinge anche oltre, lanciando uno sguardo lucido e talvolta spietato sull’essere vecchi nella nostra società.
La casa di Rosa è stato selezionato per il prestigioso Premio Nike 2007 come miglior romanzo polacco dell’anno.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/09/27/hubert-klimko-dobrzaniecki-la-casa-di-rosa-polonia/

Ryszard Kapuściński, Ebano, Feltrinelli: Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamano Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste. La narrazione, etica e ammaliante, di un grande reporter che ha il coraggio di vivere il suo mestiere come nomadismo e redenzione.

Ryszard Kapuściński, Imperium, Feltrinelli: Imperium è la narrazione di un viaggio per lo più sconosciuto, un’affascinante e personale chiave per capire l’ex Unione Sovietica. Un reportage polifonico, intessuto di ricordi, dove personaggi, luoghi e motivi si rincorrono e si sovrappongono dal 1939 al 1992, dal Baltico al Pacifico.
Nel momento in cui il grande impero si dissolve, con fragore e sangue, in mille rivoli e staterelli, la cronaca di Kapuściński scopre e registra realtà sommerse dalla violenza, dove trionfa una Babele di lingue e di culture.

Tutti i libri di Ryszard Kapuściński: http://it.wikipedia.org/wiki/Ryszard_Kapu%C5%9Bci%C5%84ski

Jan Potocki, Manoscritto trovato a Saragozza, Adelphi: «Discendente di un’illustre famiglia polacca, contemporaneo di grandi avvenimenti, cui talvolta prese anche parte direttamente, il conte Jan Potocki (1761-1815) acquista durante la sua vita una strana reputazione di eccentrico e di erudito. Sale in pallone con l’aeronauta Blanchard, impresa di minore importanza ma di maggior eco che non quella di annotare, per primo, il linguaggio segreto dei principi circassi… Frequenta i salotti parigini d’avanguardia e in seguito si lega coi Giacobini… Prima di darsi una morte orribile, porta a termine un lungo romanzo pieno di estro che lascia quasi completamente inedito… Nel 1958 la prima parte dell’opera, intitolata Manoscritto trovato a Saragozza, viene ritrovata e pubblicata… Se ne trova improvvisamente arricchita la letteratura fantastica del mondo intero, di cui questo testo, indipendentemente dai suoi altri meriti, costituisce un esempio tra i più alti» (Roger Caillois).

Jan Potocki, Il viaggio di Hafez, Argo: Potocki fu, com’è noto, un infaticabile viaggiatore, ma questo racconto orientale non riferisce su uno dei tanti viaggi del nobile polacco; è semmai un percorso alla ricerca della saggezza e della verità, assecondando i tempi e i costumi di una carovana orientale. Accompagnando Hafez in questo perplesso ragionare, anche il lettore si convincerà della provvisorietà del suo sapere: quasi mai la realtà corrisponde alle sue apparenze. “Saggio religioso sono rimasto profondamente colpito dalla verità del vostro apologo; come il sapientissimo Abu Hanifah, mi sono occupato molto di studi astratti e oggi viaggio sia per distrarmi sia per aggiungere la conoscenza degli uomini alle conoscenze che ho attinto dai libri”. “Signore”, gli rispose Bektash, “voi vedrete dovunque più male che bene, ma non vedrete da nessuna parte il male che non sia mescolato a un po’ di bene, e questo deve bastare al saggio per consolarlo della vita”.

Jan Potocki, Diario dell’Asia, Medusa: I due testi raccolti in questo volume presentano due situazioni molto diverse per momento, obiettivi e qualità di scrittura. Il Viaggio nelle steppe di Astrakan e del Caucaso del 1797-98, con quel suo avvio fresco, primaverile e luminoso che è una delle righe più celebri della letteratura di viaggio di tutti i tempi è un puntuale diario di viaggio, con note prese scrupolosamente giorno per giorno e grande attenzione ai paesaggi, ai costumi, agli abiti, ai cibi: un autentico, perfetto vademecum etnografico arricchito da un’erudizione che spazia dall’antica letteratura greca alla storia medievale e moderna e osservazioni etnolinguistiche alcune delle quali appaiono di sorprendente acutezza. La Memoria sulla spedizione in Cina, dà conto di una missione ufficiale compiuta tra 1805 e 1806 nella quale il Potocki faceva parte del seguito dell’ambasciatore conte Golovkin. Alcune delle sue osservazioni a proposito del concetto di relatività delle culture, e della necessità di comprendere ciascuna di esse dal suo interno, sembrano anticipare le riflessioni di Claude Lévi-Strauss. Si ha la sensazione di trovarsi appunto dinanzi a un classico problema di “contrasto di culture”: e il Potocki comprende molto bene che tradurre un linguaggio di gesti e di riti è esattamente come tradurre un idioma. Il traduttore è un tramite, e tradurre, inevitabilmente, significa un po’ anche tradire.

Bruno Schulz, Le botteghe color canella, Einaudi: Con il suo amico Gombrowicz, Bruno Schulz è il grande maestro della letteratura polacca del Novecento. Secondo Kantor, che ha costruito La classe morta da un suo racconto, «tutta la nostra generazione è cresciuta di fatto all’ombra di Schulz».
Le botteghe color cannella, la sua prima e più famosa raccolta di racconti, è un’autobiografia trasformata in una fantasiosa mitologia dell’infanzia.
Uno dei massimi esempi di come la letteratura possa riscattare la banalità della vita quotidiana con le armi del grottesco e dell’invenzione linguistica.
Questo volume, oltre a tutti i racconti di Bruno Schulz, con le illustrazioni originali dell’autore, ripresenta i frammenti, i testi critici e quelli politici dello scrittore, nonché Il libro idolatrico, una storia per immagini che dimostra il grande talento di Schulz anche come disegnatore.
Il punto di partenza della fantasia visionaria di Bruno Schulz è l’affollata e disordinata bottega di stoffe del padre: un vecchietto-demiurgo che sconvolge in modo imprevedibile tutte le regole della fisica e della ragione. Jacob si arrampica come un ragnetto per gli scaffali, inseguendo i ragni; elabora arzigogolate cosmogonie interpretando a modo suo i segni del cielo; si circonda di specie bizzarre e variopinte di volatili, diventando anche lui una sorta di feroce condor; si trasforma in pompiere con tanto di divisa rosso fiammante e alamari d’oro…
Metamorfosi, travestimenti, viaggi nello spazio e nel tempo (basta come pretesto, ad esempio, un vecchio album di francobolli) si accavallano con l’ausilio di una lingua poetica scoppiettante di metafore. Scettico sulle possibilità di conoscenza umana, Schulz aveva dato libero sfogo alla fantasia e alla «mitizzazione» della realtà. Nell’infinita varietà dei suoi aspetti, l’opera di Schulz ha una sua unitarietà. I racconti, assieme ai disegni, costituiscono un Libro: una sorta di Bibbia dell’infanzia perduta.

Bruno Schulz, L’epoca geniale, Einaudi: Accompagnato da un ampio e toccante saggio di David Grossman, questo volume raccoglie dieci racconti di Schulz, frutto di una scelta di Grossman stesso, racconti che provengono dalle due raccolte Le botteghe color cannella e Il Sanatorio all’insegna della Clessidra. Schulz, insieme a Gombrowicz e Witkiewicz, completa la grande triade della letteratura polacca del Novecento. I suoi racconti costituiscono un unico ciclo di ricordi d’infanzia, un album di abbaglianti quadretti a colori dove la fanciullezza riappare rimescolata e incongrua come nei sogni. I racconti che compongono il volume sono La visitazione, Gli uccelli, La notte della Grande Stagione, Le botteghe color cannella e La Via dei Coccodrilli, Il Libro, L’epoca geniale, Mio padre entra nel corpo dei pompieri, La stagione morta e L’ultima fuga di mio padre.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620088PCA.pdf

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Feltrinelli: Allegoria dell’infantilismo moderno: un trentenne, come in un incubo, si trova sbalzato indietro nel mondo dell’infanzia, in una ridicola classe scolastica. Cerca di ribellarsi, ma scopre che essere di nuovo immaturo e non gli dispiace affatto.

Witold Gombrowicz, Pornografia, Feltrinelli: ‟L’azione di Pornografia è la seguente: due signori di una certa età incontrano una coppia di adolescenti che sembrano violentemente attratti da un sex-appeal reciproco. I giovani però non hanno l’aria di accorgersene, il che esaspera i due signori, che vorrebbero veder realizzata tutta quella bellezza, veder esplodere quella giovane poesia. Essi cercano quindi di svegliare il ragazzo e la ragazza, di indurli ad amarsi, di buttarli l’una nelle braccia dell’altro. A poco a poco i due signori, affascinati dalla bellezza giovane, si innamorano della coppia. Vogliono a tutti i costi penetrare dentro quel fascino, legarsi ai giovani… e scoprono che un delitto, un peccato commesso insieme a loro, può farli intrufolare in quella intimità altrimenti impenetrabile. Organizzano un assassinio in comune…”
Witold Gombrowicz

Tutti i libri di Witold Gombrowicz: http://it.wikipedia.org/wiki/Witold_Gombrowicz#Opere

 

 

Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa (Polonia)

Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa (tit. originale Dom Róży. Krýsuvík), Keller editore, Rovereto 2009. 13 euro. Traduzione di Marzena Borejczuk.

Questo è un libro che si presenta come strano già dall’aspetto. Ci sono due storie, una nel passato e una nel presente, e si può decidere da quale partire, capovolgendo il libro. Io ho deciso di partire dal presente, seguendo un ordine non cronologico ma che si è rivelato essere logico, e l’ho fatto dopo aver letto una recensione su Anobii che diceva di aver seguito questo percorso. Penso che il romanzo sia godibile anche seguendo il percorso inverso, ma così tanti tasselli sono andati al loro posto e non mi sono pentita della mia scelta.

Quella che per me è stata la prima parte si intitola La casa di Rosa e parla di morte, mentre la mia seconda parte, Krýsuvík, parla di vita e di amore (ma non solo). Ora parlerò di prima parte e seconda parte, ma ricordatevi che se vorrete leggere questo libro potrete farlo anche seguendo il percorso opposto.

La prima parte è ambientata in un ospizio e il protagonista, che parla in prima persona, si chiama Hubert proprio come l’autore. Le analogie non finiscono qui, perché anche l’autore ha vissuto a lungo in Islanda, essendosi laureato in filologia islandese, e anch’egli ha scritto due raccolte di poesie in islandese, proprio come il narratore. Hubert, il narratore, inizia a lavorare come infermiere in questo ospizio, e all’inizio gli vengono assegnati i vari reparti a rotazione, perché possa conoscerli tutti, o quasi. Il libro non è elegiaco, si parla di come è la vita veramente in questi ospizi, perciò si parla anche molto di urina e di cacca, di bagni, di pannoloni, di pulizie, ecc. Ma anche di pasti, di infermieri gay, di infermiere filippine, e poi ovviamente dei pensionanti stessi. A tratti è difficile da mandar giù, perché è davvero molto esplicito e in alcuni casi arriva a essere disgustoso, ma non lo è mai fine a se stesso. L’autore vuole veramente raccontare la vita negli ospizi, il fine vita islandese per ricchi e meno ricchi.

Anche la seconda parte è narrata in prima persona, ma da un personaggio diverso, un islandese vissuto molti anni prima di Hubert, nel paese di Krýsuvík, sempre in Islanda. Questo nuovo narratore è un ragazzo di vent’anni e un giorno si innamora di una donna, Karen, conosciuta in un emporio. Questa breve parte, solo 70 pagine, è il racconto della loro vita insieme e del loro amore bellissimo. Detta così sembra che non sia collegato con l’altra parte, ma lo è, solo che non vi dico come, perché sarebbe bello che lo scopriste da soli. Non so dire se questa seconda parte sia più bella della prima, come ho letto in rete, secondo me sono belle tutte e due, solo in modi molto diversi.

Secondo me, più in generale, è il romanzo ad essere bello (perché è un vero e proprio romanzo e non una raccolta di due racconti), se si riesce ad andare oltre il disgusto che si può provare nella parte dedicata all’ospizio. Se ci si riesce, ne varrà davvero la pena.

Sul sito dell’editore è possibile leggere due estratti.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]