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Braulio Muñoz, Quaderni peruviani (Perù)

Braulio Muñoz, Quaderni peruviani (tit. originale The Peruvian Notebooks), Gorée, 2009. Pubblicazione originale 2006. Traduzione dall’inglese di Claudia Menichella.

Braulio Muñoz, peruviano nato nel 1946, vive da decenni negli Stati Uniti dove insegna Sociologia. Generalmente utilizza l’inglese per i suoi testi accademici e lo spagnolo per i suoi testi narrativi, ma per questo romanzo ha fatto un’eccezione, dando voce al protagonista direttamente nella lingua che lo ospita, l’inglese.

Il protagonista, Antonio Alday Gutiérrez, vive negli Stati Uniti da 22 anni, dopo esservi entrato illegalmente a 18 anni passando per il Messico. Antonio è originario di Tacora, Lima, Perù, dove si dilettava a fare l’attore e viveva insieme ai genitori e ai due fratelli maggiori, figli di prime nozze della madre. Gli si presenta l’occasione, quasi fortuita, di fuggire clandestinamente negli Stati Uniti, e la coglie al volo. Dopo anni di vicissitudini riesce a essere regolarizzato e si stabilisce a Lima, Delaware County, Pennsylvania, dove lavora come guardia notturna in un centro commerciale. Da Lima a Lima: un cerhio che si chiude? All’inizio del libro lo troviamo che ha appena commesso un omicidio (ma non sappiamo chi sia la vittima, anche se lo immaginiamo prestissimo) e sta aspettando la polizia.

Come dice l’autore nelle domande rivoltegli alla fine del libro a mo’ di postfazione, si potrebbe dire che questo sia un libro sull’identità prima ancora che sull’immigrazione o sulla vita di Antonio Alday Gutiérrez, anche se certamente è tutte e tre queste cose insieme.

Antonio negli Stati Uniti diventa Anthony Allday, poi ci spiegherà come avviene la metamorfosi del nome che prelude alla metamorfosi del suo personaggio. Ho detto “personaggio” e non “persona”, perché Anthony Allday è un personaggio fittizio costruito a tavolino, un personaggio che non esiste e che niente c’entra con Antonio Alday Gutiérrez. E nonostante questo arriverà a sostituire Antonio Alday Gutiérrez, tanto che sarà questo a scomparire e a smettere di esistere. Salvo riemergere prepotentemente alla fine, che poi è l’inizio del romanzo: una volta commesso l’omicidio, il protagonista torna a percepire se stesso come Antonio Alday Gutiérrez e smette di riferirsi a se stesso come Anthony Allday.

Nel ripercorrere la sua vita e le azioni che lo hanno portato a commettere il delitto, vediamo che si parla alternativamente di Toño/Toñito (il protagonista da bambino e adolescente in Perù), Antonio Alday Gutiérrez (il protagonista dopo l’emigrazione clandestina e poi dopo l’omicidio) e Anthony Allday (il protagonista nella sua vita stabile negli Stati Uniti).

Sembra tutto molto confuso ma leggendo il romanzo non c’è niente di complicato o confuso, è solo difficile da spiegare per me ora. Leggendo invece viene tutto molto naturale e si riesce a seguire le vicende del protagonista senza fatica alcuna.

Antonio si inventa una vita negli Stati Uniti: è un ricco commerciante di abiti che fornisce persino al Pentagono, viaggia in tutto il mondo per lavoro, è un uomo ricco, famoso e impegnato. Questa è la versione per i parenti rimasti in Perù, le pochissime volte che si sentono o le ancor meno volte che si vedono. La versione per gli amici e i conoscenti statunitensi è che lui è il rampollo di una ricca famiglia peruviana che ha deciso di condurre una vita diversa da quella che gli era stata predestinata.

Come vediamo, dunque, Anthony Allday è pura finzione, ma una finzione creata con tale perizia che il protagonista riesce a farla sua senza alcun tipo di problema. El Azar (il caso), però, è dietro l’angolo, e il problema viene a bussare alla porta del protagonista sotto forma di suo cugino Genaro, venuto in visita dal Perù. Come farà ora il protagonista a portare avanti la sua finzione, quando sarà costretto a mostare al cugino che vive in una topaia, lavora come guardia notturna, e insomma non è il grande imprenditore che la famiglia lo crede?

La colpa però è in primo luogo di Anthony/Antonio stesso, perché è stato lui per primo a mantenere i contatti epistolari con la famiglia e a esprimere la sua nostalgia (vera? falsa?) per i familiari e il desiderio di rivederli. Voleva dunque Anthony/Antonio essere smascherato perché non sopportava più di vivere una vita in cui neppure un solo piccolo particolare era vero? Oppure si è trattato semplicemente di un lapsus, un errore, un eccesso di zelo?

Il lettore rimane con queste domande per tutta la durata del romanzo e, per parte mia, ho trovato interessante cercare di dar loro una risposta. A parer mio sì, il protagonista voleva essere smascherato perché non riusciva più a sostenere la finzione, salvo poi pentirsene e non riuscire a capire come porvi rimedio, per poi pentirsi di nuovo del rimedio trovato.

Insomma, Quaderni peruviani è secondo me un libro molto più profondo di quanto possa apparire in superficie, e ci si possono trovare numerosi piani di lettura, di cui secondo me quello dell’identità e della maschera è il più interessante. In quest’ottica si potrebbe sviscerare il romanzo per ore e non credo che si finirebbe di parlare di tutto quello che contiene.

Se potete, leggetelo, vale davvero la pena. Purtroppo Gorée, la casa editrice che l’ha pubblicato, non esiste più, quindi ci si dovrà affidare ai remainders, all’usato o alle biblioteche.

Libri dal Perù

Machu Picchu

Braulio Muñoz, Quaderni peruviani, Gorée: Il romanzo Quaderni peruviani narra la storia di Antonio Alday Gutiérrez che, dopo aver attraversato il Rio Grande, il fiume-frontiera con gli Stati Uniti, tenta di costruirsi una nuova vita come Anthony Allday. Al suo arrivo negli Stati Uniti, nel tentativo di eliminare ogni traccia delle proprie origini, inventa due vite parallele: la lotta tra le due identità fittizie si rivela in tutta la sua drammaticità nei frammenti del diario.

Braulio Muñoz, Alejandro e i pescatori di Tancay, Gorée: È don Morales a rivolgersi al protagonista, soltanto evocato, a partire dalla sua fuga per entrare nella lotta politica clandestina: così inizia il lento e amoroso recupero di una realtà perduta, attraverso il rapporto armonioso che si deve stabilire con il mare e la sua fauna. Uno dei principi fondamentali che regola questa simbiosi è il senso del limite, disposizione legata a una sapienza collettiva, maturata nel corso dei secoli, che avverte che le risorse non sono infinite. Una sapienza ambientale che va trasmessa a chi si avvicina per la prima volta al mondo della. Nelle pagine del romanzo emerge tutta la profondità del substrato indigeno, che affonda le sue radici nelle grandi culture del Nord del Perù. Su questo mondo, dopo la conquista incaica e la valanga dell’invasione spagnola, si abbattono negli ultimi decenni i processi di modernizzazione selvaggia. Le fabbriche sorte senza nessun controllo, all’insegna del profitto sfrenato e del delirio di onnipotenza, sconvolgono un equilibrio ecologico millenario. Con l’acqua del mare, contaminano anche i rapporti fra gli uomini. Estrema manifestazione di un potere abusivo, che getta le premesse per una reazione disperata.

Mario Vargas Llosa, La zia Julia e lo scribacchino, Einaudi: Pedro Camacho, detto il «Balzac creolo», è uno strano e fecondissimo inventore di trame melodrammatiche e truculente per un programma feuilleton di Radio Lima. Tutti in città attendono con impazienza le «puntate» della sua fantasia, fatte di arresti misteriosi, morti segrete, incesti, sangue e passioni. In parallelo scorre la storia di Mario – pallidamente autobiografica, come il nome del protagonista lascia intendere – giovane aspirante scrittore attratto da questa curiosa macchina dell’immaginario. Ma anche lui ha la sua storia complicata da raccontarci: s’innamora, quasi con platonica indifferenza, d’una zia vedova e più matura, che finirà per sposare, prima di trasferirsi in Europa e affermarsi come scrittore.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978886621325PCA.pdf

Mario Vargas Llosa, Pantaleón e le visitatrici, Einaudi: Dalle guarnigioni sparse nella giungla amazzonica, affogata nella sua umida e sensuale calura, giunge un grido d’allarme: la truppa si abbandona allo stupro. Gli alti comandi decidono di rimediare istituendo un servizio di «soddisfazione della carne»: le visitatrici, discrete presenze finanziate dall’esercito. Il capitano Pantaleón, scrupoloso esecutore di ordini, è incaricato della missione. E il Servizio delle visitatrici diventa il congegno più efficiente di tutto l’esercito peruviano… Uscito nel 1973, divenuto un film nel 1975, pubblicato in Italia nel 1987, Pantaleón e le visitatrici ha la vis di una macchina comica e la logica perfetta di un poema epico. Un romanzo che immerge il lettore in un paesaggio esotico ma familiare e che riesce a mostrare, fra le pieghe dello scherzo, il ghigno della violenza, dell’arbitrio, l’intrinseca insensatezza di un mondo «totalitariamente amministrato».

Tutti i libri di Mario Vargas Llosa: http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Vargas_Llosa#Opere

Eduardo González Viaña, La ballata di Dante, Gorée: La ballata di Dante segna un momento culminante nella traiettoria narrativa di Eduardo González Viaña. Il nucleo intorno al quale si svolge la narrazione è una tipica manifestazione della tradizione ispanoamericana, la festa della quinceañera, la ragazza che compie quindici anni, segnando così il suo “ingresso in società”. La festa, con tanto di limousine, musiche per tutti i gusti e fuochi artificiali, viene però turbata dal rapimento di Emmita, la figlia del protagonista, da parte di una banda giovanile di motociclisti che fa un’irruzione improvvisa. A partire da questo episodio si sviluppa una ricerca per tutto il territorio degli Stati Uniti, in cui Dante, vedovo di Beatriz, è accompagnato nelle sue peregrinazioni da un asino di nome Virgilio, autoinvitatosi misteriosamente alla celebrazione dei quindici anni.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2008/12/24/la-ballata-di-dante/

José María Arguedas, Il Sexto, Einaudi: «Quasi tutti i libri di José María Arguedas – ha scritto Mario Vargas Llosa – sono dedicati alle Ande. Solo il romanzo Il Sexto, scritto nel 1961, si svolge a Lima e perfino in quest’atroce testimonianza sulla prigione di Lima dove Arguedas fu arbitrariamente incarcerato nel 1937 dalla dittatura di Sanchez Cerro, si affacciano gli altipiani in pagine che forse costituiscono la parte piú riuscita del libro: la maestosa processione dei condor catturati in un paesino andino, l’episodio del bambino violentato dai vagabondi».
Protagonista – come sempre in Arguedas – è la collettività, da cui vengono a galla alcune figure emblematiche. Cámac, il minatore che muore aggrappato al sogno di potersi costruire una chitarra; «Puñalada», il negro feroce che prostituisce a tutti il giovane «Clavel»; il giapponese, mendicante dal «sorriso inestinguibile», ed infine Gabriel, il giovane sognatore attraverso cui ci viene raccontato il mondo del Sexto. Pervade il romanzo una concezione quasi animistica del Male, che si esprime talvolta in atti di violenza, oppure nell’articolato linguaggio della canzone, valvola di sfogo della nostalgia, o gesto calcolato di ribellione. E «canzone» può essere anche considerato lo stile inconfondibile di Arguedas, che riesce ogni volta a innalzare il realismo estremo della descrizione più cruda ad una purezza che è insieme umana e lirica.

José María Arguedas, I fiumi profondi, Einaudi: Figlio di un avvocato di provincia finito in carcere, Ernesto, il bambino protagonista dei Fiumi profondi, è stato allevato dalle vecchie «mamme» di una comunità india. Il contatto con la natura immacolata e l’essere cresciuto in un mondo primitivo hanno marcato indelebilmente il suo carattere.
Quando finisce in un collegio di Abancay, vive nel ricordo dei suoi amici indios e dei grandi e austeri paesaggi che era abituato a «respirare».
Poi ad Abancay esplodono contemporaneamente il tumulto delle prostitute, la peste e la rivolta degli indios. Ernesto sembra ritrovare se stesso: sente in questi sconvolgimenti il segno di un destino superiore e vi partecipa come trascinato da forze magiche. La fuga dal collegio sarà per lui un ritorno alle sorgenti stesse della vita.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620555PCA.pdf

Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di Don Juan, BUR: La prima tappa di uno straordinario percorso spirituale, l’inizio di un viaggio fino alle radici inesplorate della propria interiorità: in un libro di culto e capace di mettere radicalmente in discussione la visione occidentale della realtà, l’antropologo Carlos Castaneda racconta i primi passi del suo apprendistato filosofico sotto la guida di un indio yaqui di nome Juan Matus, sciamano dalla personalità magnetica che lo condurrà alla scoperta del lato più profondo della propria anima. Attraverso la descrizione delle pratiche rituali in uso presso la stirpe di don Juan, Castaneda ci insegna ad abbandonare i canoni di pensiero tradizionali e a intraprendere un cammino di conoscenza e di ricerca interiori, per arrivare a riconoscere l’esistenza di una vita che trascende i confini della mera percezione sensibile. Ed è percorrendo questo itinerario – una vera e propria rinascita a cui i lettori partecipano passo dopo passo – che si potrà giungere finalmente alla piena consapevolezza di sé e a toccare il nucleo luminoso della propria libertà spirituale.

Carlos Castaneda, La ruota del tempo, BUR: Un maestro spirituale dei nostri tempi, Carlos Castaneda poco prima della morte volle riunire in un’antologia i passi centrali delle sue opere precedenti, corredandoli di un suo commento. Ne risulta una preziosa antologia che è la summa dei suoi insegnamenti, un libro in cui riecheggia la voce dello sciamano yaqui don Juan Matus, la tradizione spirituale degli sciamani messicani e la loro eredità.

Tutti i libri di Carlos Castaneda: http://www.rcslibri.it/ricerca/?cerca=Carlos+Castaneda&tipo=Tutti

Garcilaso de la Vega, Commentari reali degli Inca, BUR: Pubblicati a Lisbona nel 1609, i Commentari reali degli Inca appaiono da subito come un libro destinato a lasciare una traccia profonda nella storiografia moderna: essi infatti sono opera di Garcilaso de la Vega, detto “l’Inca”, un meticcio figlio di un capitano spagnolo e di una peruviana di sangue regale, e rappresentano dunque il primo tentativo di uno sguardo “dall’interno” nella realtà della civiltà precolombiana. La monumentale opera di Garcilaso, in cui si uniscono le memorie della tradizione incaica alla narrazione della conquista spagnola, è però qualcosa di più di un semplice resoconto storico. La scrittura fluida e maestosa di Garcilaso – ritenuto uno dei maggiori prosatori di lingua spagnola – tesse un racconto in cui si sposano l’antico e il moderno, il mito e la cronaca, la nostalgia di un passato irrecuperabile e la coscienza dell’incedere degli eventi: un racconto, pertanto, “meticcio” come il suo autore, e apolide nel panorama dei generi letterari. E ancora oggi le sue pagine si presentano a noi come l’orizzonte in cui il Nuovo Mondo perde definitivamente la propria estraneità agli occhi dell’Occidente.

Tutti i libri di Garcilaso de la Vega: http://www.amazon.it/s/ref=sr_nr_n_5?rh=n%3A411663031%2Ck%3AGarcilaso+de+la+Vega&keywords=Garcilaso+de+la+Vega&ie=UTF8&qid=1415703035&rnid=1640607031

Santiago Roncagliolo, I delitti della settimana santa, Garzanti: Perù, la città di Ayacucho ha appena festeggiato l’ultimo giorno del Carnevale quando si levano le grida di terrore del contadino Mayta: nella stalla della sua fattoria c’è il cadavere di un uomo. Il corpo è deformato dal fuoco, ma sulla fronte si riconosce distintamente il segno di una croce. A indagare viene chiamato Félix Chacaltana Saldívar, pubblico ministero di Lima. Chacaltana è uomo ligio ai regolamenti e fiducioso nelle istituzioni ma, non appena inizia a investigare, si trova proiettato in una situazione oscura, che gli sfugge di mano. A comandare sono i capi militari determinati a chiudere il caso come un incidente, per non suscitare preoccupazioni in vista delle elezioni imminenti. Ma Chacaltana non può tirarsi indietro: a imporglielo è non solo la sua coscienza, ma un’ondata di morte che sembra non aver fine. Prima un detenuto di Sendero Luminoso, poi lo stesso Mayta, poi un sacerdote. Tutti uccisi orribilmente, seguendo un percorso ideale che lascia sui loro corpi simboli che riconducono alla Quaresima e alla settimana santa. Barcamenandosi tra potere militare e giudiziario, popolazione inerte e ostile, Chacaltana scaverà nel passato torbido della regione, svelando torture e atti di violenza. Fino alla inimmaginabile verità.
Vincitore del prestigioso Premio Alfaguara de Novela e in testa alle classifiche spagnole per mesi con oltre 200.000 copie, I delitti della settimana santa è il nuovo fenomeno letterario della stagione spagnola. Un romanzo impossibile da posare, un thriller che non lascia scampo, dove ritmo e suspense si fondono mirabilmente a creare una macchina narrativa dal meccanismo perfetto.

Santiago Roncagliolo, Pudore, Garzanti: Quando qualcosa cambia nell’aria, il gatto di casa è il primo ad accorgersene. Intorno al tavolo della cena la tensione si taglia con il coltello. Lucy, la madre, cucina e finge di avere tutto sotto controllo, come al solito, ma è turbata dai biglietti erotici che riceve da un ammiratore misterioso. Alfredo, il marito, è in silenzio: gli sono stati pronosticati sei mesi di vita e lui, che non trova il coraggio di parlarne, si è rifugiato in una squallida relazione clandestina con la segretaria. Papapa, il nonno, è immerso nei suoi pensieri: vorrebbe di nuovo vivere una storia d’amore, dopo la morte di sua moglie. Anche i ragazzi sono in un momento difficile della loro esistenza: Mariana è in piena pubertà e fa i conti con la propria identità sessuale, mentre Sergio, il più piccolo, vede i fantasmi. Vivono insieme, ogni sera siedono uno di fronte all’altro. Si guardano negli occhi, ma nessuno di loro dice la verità. Segreti inconfessabili aleggiano nell’aria. Sembrano uniti, eppure in fondo sono profondamente soli. Nel vuoto generazionale, queste relazioni sono come linee rette che non si incontrano mai.
Dall’autore rivelazione della scorsa stagione latinoamericana, vincitore del prestigioso Premio Alfaguara in testa alle classifiche spagnole per mesi, un romanzo agile, dal montaggio cinematografico, una visione inquietante del lato oscuro che si nasconde in ogni famiglia.

Santiago Roncagliolo, Crescere è un mestiere triste, Keller: Un viaggio nel mondo ingenuo, tenero ma anche crudele, di un’intera generazione, attraverso le vicende di ragazzi, dai sette ai vent’anni, che scoprono l’amore, la morte, la miseria, le tragedie e crescono in un paese che ancora vive in mezzo a una guerra.
La scrittura di Roncagliolo – autentico talento della letteratura sudamericana, il più giovane scrittore ad essersi aggiudicato il prestigioso premio Alfaguara de Novela – ci conduce alla scoperta di quel microcosmo di eventi inattesi e sospesi, di scoperte, momenti di luce e pericolose ombre che sono l’infanzia e l’adolescenza.
Il tutto grazie a una manciata di protagonisti che lasciano il segno. La nonna che scambia il tacchino di Natale per un sacco delle immondizie e l’appendiabiti per il nonno; il piccolo Luca rapito da un tassista che si finge Babbo Natale; Beatriz uccisa dall’amico; le tragicomiche avventure di un giovane peruviano a Santiago, nel Cile di Pinochet; la morte di un padre testardo e irascibile…
Sullo scenario di un continente nel quale si avvertono ancora echi di dittatura, violenze, ingiustizie sociali e povertà, non resta che arrendersi a quel misto di realismo, tragedia, ritmo e ironia che è la narrazione di Roncagliolo, e lasciarsi condurre alla scoperta di come sia ancora possibile crescere sebbene, talvolta, tutto questo si trasformi davvero in un mestiere triste.
Perché in ogni passaggio d’età perdiamo irrimediabilmente qualcosa.

Manuel Scorza, La danza immobile, Feltrinelli: La trama di questo sorprendente romanzo, molto diverso dai romanzi del ciclo andino che diedero a Scorza una fama internazionale, è riassunta dal narratore che nelle prime pagine, ambientate in un ristorante parigino, la illustra ad altri personaggi: “Il romanzo è un contrappunto fra un guerrigliero e un ex guerrigliero. Sotto un altro punto di vista, un conflitto fra due uomini che devono scegliere fra l’Amore e la Rivoluzione. Al termine della loro vita entrambi credono che l’altro abbia scelto il meglio”. L’impegno politico e la passione per una donna non si trovano l’uno di fronte all’altra, bensì si inseguono intrecciandosi, condizionandosi da una storia all’altra, dal mondo parigino a quello amazzonico, dal mondo immaginario a quello reale, e facendo sì che il lettore sia coinvolto dal dubbio che infine attanaglia i due personaggi: una rivoluzione può tradire, o essere tradita, come una donna. Rimasta l’ultima opera di Scorza dopo la sua improvvisa scomparsa nel 1993, La danza immobile è anche il testamento, letterario e politico, di uno degli scrittori latinoamericani più letti in tutto il mondo.

Manuel Scorza, Rulli di tamburo per Rancas, Feltrinelli: Rulli di tamburo per Rancas non è solo uno dei più avvincenti e forti romanzi che ci siano giunti dall’America latina, è anche una ricostruzione di fatti reali popolata da personaggi di cui tuttora si occupano le cronache. Héctor Chacón, detto il Nittalope, trasformato in leggendario bandito dall’ingiustizia, uscì dal carcere solo nel 1972, e il soffocante Recinto, incombente e mobile come un personaggio, col quale sono state sottratte le terre ai contadini, fa parte ormai del paesaggio peruviano… Al centro delle vicende si situa lo scontro, avvenuto a Rancas negli anni cinquanta, fra i Comuneros (cioè gli appartenenti a una comunità contadina) e i latifondisti alleati del potente monopolio della Cerro de Pasco Corporation. Abbattendo la parete divisoria fra letteratura e sociologia, Manuel Scorza qui inventa un affascinante ritmo narrativo, un linguaggio in cui poesia e ironia, immaginazione e sdegno si fondono mirabilmente. In Perù brani di questo testo sono imparati a memoria dagli indios che, giustamente, lo considerano la “loro” opera epica.

Tutti i libri di Manuel Scorza: http://www.feltrinellieditore.it/autori/autore/scorza-manuel/

César Vallejo, Favola selvaggia, Arcoiris: Balta Espinar vive con la moglie Adelaida in una fattoria sulle creste dell’aspro paesaggio andino del Perù, dove la natura fa il suo corso secondo tempi che non sono quelli dell’uomo: tempi smisurati e quasi immobili come le montagne di roccia dura, al cui confronto l’esistere umano, necessariamente caduco e momentaneo, è soltanto un impercettibile baleno. Un baleno che tuttavia, grazie al suo lucore cupo e bizzarro, proietta sul mondo le ombre terribili dell’angoscia; ombre lunghe e sterminate che si fanno annunciare dal lamento delle galline, dalla rottura fortuita di uno specchio, dalla compagnia indiscreta degli insetti o dal rombo di temporali minacciosi. Favola selvaggia, prosa lirica, vorticosa, acre e accorata, narra proprio di queste angosce umane, minime e volatili di cui il grande paesaggio sovrastante non è altro che un disinteressato spettatore.

La ballata di Dante

Eduardo González Viaña, La ballata di Dante (tit. originale El corrido de Dante), Gorée, Iesa (SI) 2007, traduzione di Lucia Lorenzini.

La quinceañera è una festa tipica della tradizione ispanoamericana: il quindicesimo compleanno segna l’ingresso in società della ragazza ed è un momento importantissimo nella vita delle famiglie, che per organizzare una festa sontuosa risparmiano tutta la vita.

E così ha fatto anche Dante, immigrato illegale dal Messico, praticamente analfabeta, che vive da venticinque anni in Oregon. Dante, in più, doveva esaudire l’ultimo desiderio di sua moglie Beatriz, morta prematuramente un anno prima: aveva chiesto espressamente a suo marito di non dimenticarsi della festa dei quindici anni.

Ecco perciò arrivare Emmita, la festeggiata, in limousine, vestita riccamente, accolta da tantissime persone, compresi complessi musicali. Insomma, una festa davvero coi fiocchi.

Ma Emmita è annoiata, infastidita, finché a un certo punto non irrompe una banda di centauri che la porta via con sé. Dante troverà poi una lettera di sua figlia, che gli chiede di non cercarla, perché ha deciso di andarsene a vivere con il suo ragazzo, Johnny Cabada, per vivere una vita da ragazza americana quale sente di essere.

Dante non si dà per vinto, naturalmente, e nonostante i pareri contrari dei suoi conoscenti e della polizia stessa (che cerca di fargli capire che in un paese come gli Stati Uniti non è possibile vivere con una mentalità così retrograda, e che la ragazza ha il diritto di scegliersi la sua vita, perché non è più una bambina), parte alla ricerca della figlia, accompagnato dall’asino Virgilio, che era stato il primo ad arrivare alla festa.

Durante il viaggio Dante ricorda, parlando con Virgilio come se fosse un caro amico capace di ascoltare e comprendere. Ricorda il suo ingresso negli Stati Uniti dopo mille tentativi di attraversare la frontiera, ricorda l’amore con la sua Beatriz, da cui è stato separato per dieci lunghi anni prima che lei potesse finalmente raggiungerlo negli USA.

Ma ci sono anche i ricordi di Emmita, studentessa brillante fin da bambina, dall’ottimo inglese nonostante i genitori parlino solo spagnolo, costretta però in una classe per bambini ispanici da un funzionario troppo zelante.

E ci sono altre storie, di altri messicani che hanno passato la linea, per lo più illegalmente. Alla fine tutte queste storie, in apparenza slegate, si riveleranno strettamente intrecciate fra loro.

La scrittura di González Viaña è leggera, ma solo apparentemente; il romanzo sembra quasi una musica, percorso com’è da corridos e fisarmoniche, eppure non mancano episodi bui, legati all’immigrazione clandestina ma anche alla malavita, al traffico di stupefacenti, agli ex militari di certe dittature non proprio terminate. Eppure, in tutto questo, lo scrittore – insieme a Dante – conserva la capacità di andare avanti, di sperare e anche di sorridere.

Memorabile al proposito è l’episodio in cui Dante sente due donne ridere a crepapelle e, contagiato, si unisce al loro riso, senza sapere perché stiano ridendo così di gusto. Alla fine glielo chiede e scopre che ridono perché una delle due ha perso il lavoro, e sono state sfrattate, ed è stato scoperto che i loro documenti sono falsi. «Perché piangere senza ridere fa male», spiega a Dante una delle due donne.

Eduardo González Viaña è nato in Perù nel 1941, ma vive e insegna da molti anni negli Stati Uniti. Ha scritto molti romanzi e raccolte di racconti, ma questo è finora il suo primo libro tradotto in italiano. Tra l’altro, La ballata di Dante è tra i finalisti dell’International Impac Dublin Literary Award per il 2009.

L’autore invia periodicamente per email il suo Correo de Salem (dalla città dell’Oregon in cui risiede), in cui commenta acutamente la società statunitense. Chi conosce lo spagnolo può leggerlo qui.

Ho avuto la fortuna di conoscere Eduardo González Viaña alla scorsa edizione (2007) di Più Libri Più Liberi, ed è oltretutto una persona simpaticissima.

Per approfondimenti:

* la pagina dedicata al libro sul sito della casa editrice

* il sito delle Edizioni Gorée

* un’intervista all’autore fatta dal Manifesto