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Neil Gaiman, Coraline

Neil Gaiman, Coraline, HarperCollins, 2002.

Neil Gaiman, nell’introduzione (che nella mia edizione è inserita alla fine a mo’ di postfazione), afferma di aver scritto questo libro per i bambini, anzi per la precisione per le sue figlie: i bambini, dice, l’hanno vista come un’avventura, mentre gli adulti hanno avuto gli incubi. Strano se ci pensate, no? Eppure, neanche tanto, se pensiamo alla tradizione delle fiabe, come ad esempio quelle dei fratelli Grimm, che sono truculentissime ma lette con piacere dai bambini di tutto il mondo – seppure edulcorate, certo.

Penso che la storia di Coraline la conoscano un po’ tutti, grazie anche al bellissimo film d’animazione di Henry Selick del 2009, che io, come spesso purtroppo mi accade, ho visto alcuni anni fa, prima di leggere il libro. Ad ogni modo, è presto detto: Coraline va con i genitori a vivere in una nuova casa, dove c’è una porta che apre su un muro di mattoni… o no? Coraline è un’esploratrice, la cosa che ama di più è andare in giro a esplorare i dintorni della nuova casa, per questo è sempre triste nei giorni di pioggia, quando non può uscire. Ed è così che inizia la sua avventura in casa…

Il libro è molto inquietante nonostante sia chiaramente diretto principalmente a un pubblico di bambini, le figure / i personaggi descritti da Gaiman sono veramente bizzarri in un senso negativo, cioè nel senso che fanno paura o comunque mettono a disagio. Altrettanto dicasi per le situazioni che Coraline si trova a vivere.

La scrittura di Gaiman è semplicemente magnifica, visionaria nel senso che sembra di essere nella casa insieme a Coraline, mentre leggevo mi sembrava davvero di essere con lei e vedere tutto ciò che lei stessa vedeva (aiutata, forse, dal ricordo del film). È un libro che mi ha fatto totalmente immergere nelle sue pagine e mi sembrava di viverlo, più che leggerlo.

Ho avuto altri tre incontri con Gaiman in precedenza, il primo con un peisodio di Sandman, bellissimo; il secondo con Buona Apocalisse a tutti!, scritto a quattro mani con Terry Pratchett, che non mi ha entusiasmato per niente; il terzo con American Gods, che ho trovato carino ma niente di più. Diciamo insomma che finora avevo avuto un rapporto un po’ conflittuale con questo autore, non reputandolo eccezionale (se non come lettore: ho avuto modo di sentirlo leggere brani di American Gods in un programma della BBC ed è stata un’esperienza unica), ma provando comunque una grande attrazione nei confronti delle sue strane storie. Ecco, naturalmente non posso ancora dare un giudizio in merito all’autore, ma quel che posso dire è che Coraline è un libro fantastico (in tutti i sensi), che mi ha fatto molto rivalutare Gaiman come narratore estremamente dotato. Sicuramente leggerò altro di suo.

Infine, una nota per le illustrazioni meravigliose di Dave McKean, che per fortuna rendono bene anche in edizione Kindle. Stupende davvero.

Algernon Blackwood, Jimbo

Algernon Blackwood, Jimbo, pubblico dominio.

Questo romanzo, pubblicato originariamente nel 1909, può essere scaricato gratuitamente (in lingua originale inglese) da Project Gutenberg. Non mi risulta che esista una traduzione in italiano.

Algernon Blackwood è uno scrittore inglese nato nel 1869 e morto nel 1951, autore di racconti e romanzi del genere horror soprannaturale e cosiddetto weird fiction. Ha scritto molti libri ma non ci sono molte traduzioni in italiano. Ad oggi, credo che gli unici suoi libri tradotti siano Wendigo, che uscirà fra pochi giorni, il 31 ottobre, per la piccola casa editrice veneta AdiaphoraJohn Silence e altri incubi, pubblicato nel 2010 da UTET e Discesa in Egitto, pubblicato dalla piccola e interessantissima casa editrice Hypnos, dedicata soprattutto alla weird fiction.

Per parte mia, ho letto altri tre suoi libri in inglese, oltre a questo: The Empty House and Other Ghost StoriesThe WendigoThe Willows. Personalmente, è un autore che adoro. L’ho scoperto appena un anno fa grazie a un gruppo su Goodreads che si chiama Literary Darkness e che, come dice il titolo, si occupa di tutto ciò che è variamente “oscuro” e “dark” in letteratura, dall’horror alla weird fiction, dal soprannaturale al gotico. Temo che non possiate vederlo se non siete iscritti, ma se siete su Goodreads e vi piace il genere ve lo consiglio con tutto il cuore: io non lo frequento, nel senso che non ci scrivo, ma seguo con attenzione le raccomandazioni, in particolare dando uno sguardo alla bookshelf. È così che ho scoperto Blackwood e mi sono innamorata ciecamente, appassionatamente. Ora sto cercando piano piano di leggere i suoi libri che trovo perlopiù sul già citato Project Gutenberg.

Ma veniamo al libro. Questo è un romanzo un po’ anomalo nella produzione letteraria di Blackwood, nel senso che il protagonista è un bambino, e sembra iniziare come un libro per bambini. Ci troviamo di fronte alla numerosa famiglia Stone, di cui fa parte il piccolo James detto Jimbo, un bambino dalla fantasia sfrenata, forse oltre quello che è usuale per la sua età. Per “curarlo” da questa sua immaginazione ipertrofica, il padre assume una governante che possa rendere più razionali lui e i suoi numerosi fratelli e sorelle. Tuttavia, la giovanissima governante ottiene purtroppo l’effetto opposto.

I bambini sono affascinati da quella che chiamano la “Casa Vuota” (da notare che The Empty House è il titolo di un altro racconto di Blackwood) e pensano che sia popolata da esseri misteriosi ma buoni. La governante, per far loro passare questa fantasia, racconta loro una storia secondo cui la Casa Vuota sarebbe invece popolata da mostri terribili. La sua speranza è che così i bambini allontanino la loro attenzione dalla casa, dedicandosi invece ad altre attività meno fantasiose. Beh, con Jimbo questo non solo non funziona, ma sortisce l’effetto contrario: il bambino si spaventa terribilmente e crede fermamente alla storia della governante.

Un giorno, scappando dalle vicinanze della casa dove si era spinto senza accorgersene, finisce in un allevamento di mucche e viene incornato da un toro, finendo in grave pericolo. Il bambino perde conoscenza e cade in una sorta di brevissimo coma che, scopriremo, durerà appena tre ore: sufficienti, però, per scatenare la sua fantasia (e quella dell’autore) in un’esperienza extra-corporea fantastica e orribile.

Jimbo si ritrova dunque nella Casa Vuota in compagnia della governante, di un mostro chiamato Fright (terrore, spavento) e di tanti bambini spettrali che sembrano chiamarlo a sé. Questa esperienza extra-corporea e più o meno orrorifica occupa la maggior parte del romanzo.

Il libro, seppure come dicevo anomalo nella produzione di Blackwood, è secondo me stupendo, in quanto descrive questa esperienza extra-corporea come un’esperienza soprannaturale dalle atmosfere vagamente horror. Probabilmente può essere comunque letto come un libro per bambini e forse è per questo che ad alcuni recensori non è piaciuto, ma anche come libro per l’infanzia è anomalo, perché penso che leggendolo un bambino si spaventerebbe molto, a meno che non sia già grandicello. Ad ogni modo è certamente un romanzo che può essere letto dagli adulti, e in effetti io penso che il target sia proprio un pubblico adulto. Lo consiglio vivamente.

Uwe Timm, Rennschwein Rudi Rüssel

Uwe Timm, Rennschwein Rudi Rüssel, dtv, München 1993.

Ci sono momenti in cui bisogna prendersi una pausa dalle letture impegnative e dedicarsi, almeno brevemente, a libri più leggeri. Così ho deciso di leggere questo libro per bambini che avevo preso tanto tempo fa usato, nemmeno ricordo più dove (probabilmente in Lussemburgo, visto che il libro è in tedesco). Il libro purtroppo non è stato tradotto in italiano, ma spero che qualche casa editrice per bambini decida di tradurlo perché è davvero delizioso.

Di Uwe Timm avevo letto La scoperta della currywurst e Rosso, ma non lo conoscevo affatto come scrittore per bambini. Sebbene i due libri di cui sopra mi siano piaciuti, devo dire che quasi l’ho apprezzato di più come autore per l’infanzia.

Una famiglia, composta da padre, madre e tre figli (due femmine e un maschio, quest’ultimo è la voce narrante), è in vacanza in montagna quando, partecipando a una pesca di beneficenza, la piccola Zuppi, sette anni, vince il primo premio: un bellissimo maialino. Naturalmente la famiglia vive in un appartamento in affitto in città, perciò non se ne parla proprio di tenere il maialino, ma la bambina si è subito affezionata così tanto che dopo un po’ la famiglia finisce per abituarsi e decide di tenerlo. Il maialino verrà chiamato Rudi Rüssel.

L’autore ci fa scoprire le varie vicissitudini della vita di questa famiglia con il maialino (che poi, ovviamente, crescerà!) e ci accompagna al contempo nella loro vita quotidiana. Il maialino è simpaticissimo e poco importa che a volte la storia sia poco realistica: è normale che sia così, dopotutto è una lunga fiaba per bambini. Quello che è interessante è che Timm non si limita a raccontare una favola, ma ne costruisce anche il contesto: per cui ad esempio veniamo a conoscenza dei problemi lavorativi dei genitori, soprattutto quelli del padre, egittologo disoccupato. Naturalmente il punto principale del libro è la storia del maialino Rudi Rüssel e di come diventerà un maialino da corsa (Rennschwein), oltre che ovviamente di come la famiglia riuscirà a convivere con questo particolarissimo animale domestico. Ma anche il contesto, pur restando in secondo piano, non è mai realmente sullo sfondo, rendendo il libro adatto forse anche a bambini un po’ più grandicelli, che cominciano a capire che anche nella loro famiglia ci possono essere dei problemi piccoli o meno piccoli.

Inoltre, le illustrazioni di Gunnar Matysiak sono molto carine e colgono sempre il punto: di sicuro l’artista ha letto il libro mentre disegnava.

Una bella lettura anche per chi stia studiando il tedesco: sebbene non sia un testo semplicissimo, è comunque scritto in una lingua abbastanza semplice e lineare, e molte cose vengono spiegate perché è ovviamente pensato per dei bambini, che quindi non sono certo tenuti a capire tutto. Peccato che non sia stato tradotto in italiano, davvero.

Luis Sepúlveda, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Luis Sepúlveda, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (tit. originale Historia de Mix, de Max, y de Mex), Guanda, Parma 2012. Traduzione di Ilide Carmignani. 82 pagine.

Max e Mix sono amici, perché non si può dire che uno sia il padrone dell’altro. Sono un bambino e un gatto, che crescono assieme nella città di Monaco di Baviera. A un certo punto nella loro vita entrerà Mex, un topo messicano che vive in cima alla libreria di Max.

Il libro è una favola sull’importanza dell’amicizia, che supera tutte le diversità e le difficoltà, perché i veri amici sono quelli che sanno aiutarsi sempre e stare sempre l’uno vicino all’altro.

Un libro forse più per bambini che per adulti, ma comunque piacevole.

Non è certo un capolavoro ed è anche un po’ ammiccante, oltre che ricordare veramente troppo da vicino Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, libro cult di Sepúlveda. Però si legge in meno di mezz’ora e piacerà senz’altro ai bambini, se ne avete, scaldando nel contempo un po’ il cuore anche a voi.

* Il libro sul sito dell’editore.
* L’incipit.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

[Incipit] Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene.
Max e Mix, o Mix e Max, vivevano in una casa di Monaco di Baviera e la casa era in una strada fiancheggiata da alti ippocastani, splendidi alberi che d’estate offrivano una bella ombra e che furono sempre la grande gioia di Mix e la grande preoccupazione di Max.
Quando Mix era piccolino, approfittando di una distrazione di Max e dei suoi fratelli, uscì in strada, sentì il richiamo dell’avventura, si arrampicò sui rami più alti di un ippocastano e, una volta lassù, scoprì che scendere era più difficile che salire, perciò tenendosi ben stretto al ramo cominciò a miagolare per chiedere aiuto.
Max, che era altrettanto piccolino, salì sull’albero deciso a riportare giù Mix, ma quando arrivò ai rami più alti guardò in basso, ebbe le vertigini e scoprì che nemmeno lui era capace di scendere.
Un vicino di casa chiamò i pompieri, che arrivarono con un grande camion rosso pieno di scale. Dal basso, i fratelli di Max, i vicini e il postino gridavano: «Non ti muovere, Max! Non ti muovere, Mix!»
Il capo dei pompieri aveva un casco spelndente e prima di salire sulla scala telescopica volle sapere chi si chiamava Max e chi si chiamava Mix.
Nel frattempo, sul ramo più alto dell’ippocastano, Max teneva stretto Mix e gli diceva: «Accidenti, guarda che guaio abbiamo combinato… Mix, promettimi che non ti arrampicherai mai più in cima a un albero senza aver prima imparato a salire e scendere dai rami più bassi.»
Questo Max lo disse sul ramo più alto dell’ippocastano, perché Mix era suo amico e gli amici si danno man forte, si insegnano tante cose, condividono i successi e gli errori.
Una volta a terra, Max e Mix ascoltarono gli ammonimenti del capo dei pompieri e tornarono a casa tutti coperti di polline di ippocastano.

Luis Sepúlveda, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (tit. originale Historia de Mix, de Max, y de Mex), Guanda, Parma 2012. Traduzione di Ilide Carmignani. 82 pagine.

* Luis Sepúlveda su Wikipedia.
* Una recensione.