Archivi tag: letteratura norvegese

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità (tit. originale Profeterne i Evighedsfjorden), Guanda, Parma 2013. Traduzione dal danese di Ingrid Basso.

Kim Leine è un autore norvegese che vive in Danimarca e ha vissuto molti anni in Groenlandia. Questo libro è ambientato in Groenlandia e si svolge alla fine del Settecento, in piena dominazione danese dell’isola.

Vi avviso fin d’ora che questa recensione è piena di spoiler, quindi se volete leggere il libro vi sconsiglio di leggere oltre. C’è anche da dire che vi sconsiglio di leggere il libro, tuttavia, dato che l’ho trovato di rara bruttezza.

Morten Pedersen si trasferisce in Danimarca dal suo villaggio norvegese, e decide di farsi chiamare Morten Falck da ora in poi. Siamo nel 1782. Il giovane vorrebbe studiare medicina a Copenaghen, ma il padre vuole che segua gli studi di teologia per diventare prete, ed è quello che Morten farà, pur seguendo comunque le lezioni di anatomia della facoltà di medicina. Dopo varie vicissitudini perlopiù di carattere sessuale (più che amoroso), Morten decide di trasferirsi in Groenlandia e viene assegnato come prete missionario alla missione di Sukkertoppen. Morten, sostanzialmente, fugge dai suoi fantasmi sessuali andando in Groenlandia.

La stragrande maggioranza del libro si svolge in Groenlandia, dove veniamo a fare la conoscenza dei personaggi della Compagnia Commerciale danese, della gente della missione, e dei nativi. Vediamo che i nativi non sono i selvaggi che i danesi credono, anzi sono delle persone in tutto e per tutto uguali ai danesi, seppure con credenze e usanze diverse. In questo senso il libro è piuttosto critico nei confronti della colonizzazione danese.

Il libro, in lingua originale, si intitola I profeti del fiordo dell’eternità, allora uno s’immagina che i profeti o quantomeno il fiordo siano i protagonisti del romanzo. Niente affatto. Hanno senz’altro una parte importante, ma il protagonista indiscusso è Morten Falck con tutte le sue ossessioni e idiosincrasie.

La più grande pecca di questo romanzo è l’incapacità di far capire al comune lettore dove voglia andare a parare e l’aleatorietà nonché confusionarietà di tutto il libro. Dicevamo, i profeti e il fiordo danno il titolo al libro ma non ne sono i protagonisti. Altri esempi: a un certo punto c’è tutto un lungo capitolo in cui sembra di star leggendo una pallida imitazione di Moby Dick. Per quanto funzionale all’economia del romanzo, tuttavia risulta assai forzato e il lettore (o almeno io) un po’ si domanda che diamine ci stia a fare lì. Alla fine del romanzo c’è tutta una lunga sezione dedicata all’incendio di Copenaghen. Di nuovo, sarà pur funzionale al romanzo, perché sostanzialmente è quello che permette a Morten di tornare in Groenlandia dopo una pausa norvegese e danese. Tuttavia, sembra un po’ messo lì a forza.

Altre cose: all’inizio del libro la vedova prega con fervore prima di essere uccisa da Morten, ma nel corso del libro vediamo che la vedova è fieramente pagana e non si capisce perché a un certo punto voglia essere convertita né tantomeno si capisce questa sua fervente preghiera prima di morire, dato che non pareva credere affatto al Dio dei danesi. Inoltre, evita il contatto sessuale o affettivo con Falck per metà libro, per poi cadere nelle braccia di un Falck ridotto a brandelli dalla vita. Ma che senso ha?

Funzionali all’economia del romanzo sono senz’altro le descrizioni degli incontri sessuali di Falck, tuttavia mi ha infastidito doverle leggere nei minimi dettagli, e poi quando arriviamo alla descrizione dettagliata di una violenza sessuale per me è stato veramente troppo. Per non parlare della descrizione dettagliata di un aborto. Particolari che io ho trovato francamente schifosi per la loro minuziosa descrizione, ma sarò probabilmente io il problema.

Insomma, a fine lettura mi sfugge il senso di questo lungo romanzo (594 pagine), che ho trovato sconclusionato e frammentario, nonché disgustoso in molte descrizioni. Tuttavia la lettura scorre bene e non è faticosa, il che probabilmente lo salva dall’ignominia di una stroncatura assoluta. Tuttavia, non lo consiglierei al mio peggior nemico.

[Incipit] Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane. Eccomi qui, in mezzo al giardino, i piedi piantati nella terra. Sono chino sui tulipani, le mani nei guanti, delle piccole cesoie tra le dita, è primo mattino, aprile 1999, e comincia a fare un po’ più caldo, l’ho notato di recente, qualcosa qua e là ha iniziato a cambiare, l’ho notato stamattina non appena sono sceso dalla macchina, all’alba, proprio mentre aprivo la porta del vivaio, l’aria era più mite, più smussata agli spigoli, finalmente mi sono tolto gli stivali invernali e ho messo le scarpe da ginnastica blu. Sono nel giardino sul retro, alle aiuole di fiori faticosamente piantati e cresciuti fianco a fianco, nelle loro cassette, il terreno sta cominciando a sollevarsi, a ondularsi verde verso l’alto, e io mi piego all’indietro, c’è stato sole negli ultimi giorni, un sole alto sopra di me, ma ora sono arrivate delle nuvole, da qualche parte del Mare del Nord, nuvole da Sellafield e il sole scompare a tratti, prima solo per qualche secondo, poi gli intervalli si fanno sempre più lunghi tra le volte che riesce a filtrare attraverso i cumuli, mi piego all’indietro, faccia in su, e socchiudo gli occhi perché il sole è forte quando torna a squarciare lo strato di nuvole. Aspetto. Sto lì fermo e aspetto. E così riesco a vederla, da qualche parte lassù, a mille, forse tremila piedi sopra di me, la prima goccia che si forma e si stacca, molla la presa, si proiettilizza verso di me, e io resto lì a faccia in su, tra poco pioverà, tra qualche istante verrà giù a dirotto e non smetterà più, o almeno questa sarà l’impressione, come se la bolla fosse infine esplosa, e io guardo in alto, vedo quell’unica goccia che punta dritta verso di me, la velocità aumenta e l’acqua è deformata dal moto, la prima goccia cade e io resto immobile finché non sento che mi colpisce in mezzo alla fronte, esplode ai lati e si divide in frammenti che cadono sulla mia giacca, sui fiori ai miei piedi, sulle mie scarpe e sui guanti da giardino. Chino la testa. E comincia a piovere.

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (tit. originale Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?), Iperborea, Milano 2008 (prima edizione norvegese 2005). Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Johan_Harstad

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://iperborea.com/titolo/164/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/14/johan-harstad-che-ne-e-stato-di-te-buzz-aldrin/

Libri dalla Norvegia

Trollfjord, Isole Lofoten

Knut Faldbakken, Confine di ghiaccio, Giunti: Un giallo psicologico in pieno stile scandinavo e una nuova avventura per Jonfinn Valmann, commissario ironico, malinconico e incredibilmente caparbio.
È notte e Arne Vatne sta tornando a casa, quando sul ciglio della strada si materializza dal nulla una ragazza in minigonna e lunghi stivali di pelle. Arne sbanda e la investe, ma preso dal panico non si ferma. Il giorno dopo scopre dai giornali che la sconosciuta è morta. Solo allora si rende conto che somiglia moltissimo alla giovanissima prostituta slava che incontrava regolarmente in una roulotte alla frontiera con la Svezia. Mentre Arne si tormenta sull’identità della ragazza morta, lo assale il sospetto che anche sua figlia sia invischiata in faccende molto losche. A occuparsi del caso viene chiamato il commissario Valmann, il quale ha dovuto abbandonare la ridente Hamar e rinunciare a un romantico weekend con Anita, sua ex assistente, ora amante a pieno titolo. Controvoglia, raggiunge il confine e comincia a indagare. L’omicidio tuttavia non è che la punta di un iceberg molto profondo, e solo addentrandosi nella terra di mezzo della frontiera, crocevia di traffici illeciti di merci e di corpi, Valmann riuscirà a capirne le reali proporzioni.
Dopo La casa nell’ombra, questo è il secondo caso del commissario Valmann, la cui serie ha conquistato l’Europa.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/11/16/knut-faldbakken-confine-di-ghiaccio-norvegia/

Knut Faldbakken, La casa nell’ombra, Giunti: Un capolavoro di suspense da un maestro del thriller nordico.
Il settantenne Jacob Lind viene trovato morto dopo una festa nella tranquilla cittadina norvegese di Hamar. L’ombroso commissario Valmann e la sua giovane assistente Anita si imbattono subito in una serie di dettagli molto singolari: Lind all’anagrafe non esiste e ben due donne dichiarano di esserne le fidanzate. Tutto sembra ruotare attorno all’antica villa dove vive Elise, una delle donne di Jacob, inquieta e ossessionata dal sesso. Ma nessuno ad Hamar sembra voler ricordare un passato ormai avvolto nelle ombre.
Una storia carica di tensione dalla prima all’ultima pagina.

Knut Faldbakken, Nel gelo della notte, Giunti: Nella lussuosa magione di Villa Skogly una coppia, marito e moglie, viene trovata morta. Apparentemente non si tratta di omicidio ma di una tragica fatalità, un incidente, che ha coinvolto una delle famiglie più in vista della cittadina norvegese di Hamar. A fare chiarezza sul caso è chiamata la brillante detective Anita Hegg, fidanzata del commissario Valmann. Con sempre maggiore inquietudine Anita scopre che il compagno le nasconde qualcosa sul suo passato e sul legame, un tempo molto stretto ma poi interrotto bruscamente, con la famiglia delle vittime. Ma gli sviluppi delle indagini svelano scenari insospettabili: la rispettabile e virtuosa famiglia ha nascosto per anni il suo vero volto.
Nel frattempo il commissario sta investigando sul macabro ritrovamento di un cadavere nei pressi di Hamar: il corpo è rimasto nel bosco per tutto l’inverno e la Scientifica adesso ha grosse difficoltà a identificarlo. Valmann è convinto che ci sia un nesso con quello che è successo a Villa Skogly e per scoprirlo dovrà affrontare una volta per tutte i fantasmi del suo passato…

Jon Fosse, Teatro, Editoria & Spettacolo: Il drammaturgo, romanziere e poeta norvegese Jon Fosse (1959) è lo scrittore più emblematico della scena teatrale contemporanea, autore di opere di struttura frugale che danno voce, con lucida analisi, al disagio che scaturisce dalle barriere comunicative poste tra gli uomini e le donne della nostra epoca, tra figure d’età diverse, tra persone disunite da vincoli famigliari, tra soggetti vivi e ombre. Nei suoi testi, nati per la scena dal 1994 in poi, storie spietate, rapporti poco lusinghieri e tragedie imperscrutabili restituiscono il silenzio appena parlato e i dialoghi sempre laconici di individui che, riducendo al minimo il linguaggio sociale, domestico e affettuoso, finiscono col toccare il nervo più scoperto, la piaga più diffusa dei nostri giorni: l’indifferenza. I suoi temi più ricorrenti sono la deriva della coppia, le distanze tra le generazioni, la labilità o la volgarità maschili, la compulsività femminile, il presentimento della morte e la reviviscenza di creature scomparse. Il suo linguaggio è volutamente anemico, afasico, parsimonioso. La sua punteggiatura è nulla. Le sue fonti ispiratrici sono il mare, la musica rock, la pittura, l’ascolto delle voci altre e ogni senso d’incertezza. È artefice di opere teatrali senza confronto, che hanno fatto nascere in breve, in Europa e nel mondo, il “caso Jon Fosse”. Questo volume raccoglie sei drammi: Il nome (1995), Qualcuno arriverà (1996), E la notte canta (1998), Sogno d’autunno (1999), Inverno (2000), La ragazza sul divano (2002).
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/05/11/jon-fosse-teatro/

Jon Fosse, Melancholia, Fandango: Il protagonista del dittico Melancholia è Lars Hertervig (1830-1902), uno dei più grandi nomi della pittura norvegese e nordica. Dopo aver svolto gli studi a Düsseldorf, egli comincia a soffrire di disturbi nervosi e viente internato in un ospedale psichiatrico. Distrutto, vive di elemosina fino alla morte. Jon Fosse, nel tentativo di cogliere la luce che illumina le tele dell’artista, con stile conciso e acre – una sorta di minimalismo furioso – fa rivivere il crudele martirio di Hertervig in due monologhi interiori densi di una scrittura avvolgente, ricca di corrispondenze, ritmata, e sviluppa fino all’angoscia l’ossessione amorosa, intrecciandola all’irrefrenabile volontà creativa del pittore. Melancholia ha avuto ottimo riscontro in numerosi paesi e in particolare in Francia, dove è stato pubblicato dieci anni fa in due volumi e dove è diventato opera di culto. Al centro della tessitura che usa la figura stilistica della variazione, con una concezione spesso musicale del periodare, sta la vita di Lars Hertervig, presentato nell’ultima giornata della sua esistenza, prima del suicidio avvenuto in una città tedesca inospitale e tetra alla metà dell’Ottocento forse per cause d’amore, o forse per una più generale e totale incapacità di vivere. Pensieri sconnessi, frasi ossessive, incisi, costruiscono il ritratto perfetto di una mente che rifiuta il disegno razionale a favore del delirio, sentendosi sempre più prigioniero della rete delle relazioni sociali, che divengono una vera e propria trappola destinata a chiudersi su di lui. Fosse è un maestro nello scavare le banalità e i non detti del quotidiano e la sua Melancholia si presenta come un lungo monologo ‘abitato’ dalle presenze degli interlocutori, in una diffrazione prismatica della visione, che fa sì che spesso l’identità risulti problematica. Un’opera notevolissima, in molte parti straordinaria, con tutte le sue peculiarità estreme.

Jon Fosse, Insonni, Fandango: Se Asle e Alida sono costretti da giorni a camminare per le strade di Bjørgvin e a bussare alle porte di case, pensioni e capanne alla ricerca di una misera sistemazione, visto che è autunno inoltrato e che in questa stagione il buio è più feroce e la pioggia potrebbe cadere da un momento all’altro, la colpa non è della loro giovane età, non è dell’amore che li unisce, non è della miseria che ha deciso di non risparmiarli. Alida, così piccola, aspetta un bambino e la sua pancia è tesa, tirata, un fagotto,  potrebbe partorire presto se solo qualcuno li accogliesse e non li trattasse con disprezzo. Asle regge delle buste con le mani e porta in spalla la custodia del violino, unico ricordo di suo padre. Alida, invece, tiene a fatica due esili reti di vivande per il viaggio ma il cammino è senza sosta e lei ha paura di quello che legge negli occhi della gente, perché se le negano ospitalità è per il suo bambino, perché gli altri non sanno che quel figlio nascerà soltanto per amore.
In una prosa candida e lieve che evoca atmosfere rarefatte e sospese, Jon Fosse mette in scena una favola moderna dai toni dolci ma disperati, in cui i piccoli protagonisti, due creature simili all’Hänsel e Gretel della fiaba, assistono impotenti alla crudeltà del giudizio con il cuore ancora pieno di speranza per il miracolo della vita.

Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia, Longanesi: Sofia Amundsen è una ragazzina dalla vita per niente straordinaria. Tutto cambia quando cominciano a spuntare strane domande dalla sua cassetta delle lettere, poi le curiose risposte dell’eccentrico filosofo Alberto Knox per cui Sofia approderà a una bislacca festa di compleanno, nel giardino degli Amundsen…
Ma la storia di Sofia non è soltanto un giallo raffinato o un incredibile romanzo d’avventura. Si tratta anche della più divertente storia dell’uomo e del suo pensiero che sia mai stata scritta.

Jostein Gaarder, L’enigma del solitario, Longanesi: Se tutti noi siamo una carta in quel grande solitario chiamato vita, una carta che esce a un certo punto del gioco, quale saremmo? Un asso di fiori, una donna di cuori un fante di picche? Ma che cosa ci accadrebbe se, nel ‘grande solitario’, spuntasse un jolly?
Forse, quello che accade al dodicenne Hans che, nel suo viaggio verso la Grecia alla ricerca della mamma, scopre un’isola molto particolare dove vivono cinquantadue nani, un naufrago fantasioso e un folletto dall’umorismo graffiante.
Hans finirà per capire che l’unico modo per non essere schiacciati dal destino è trasformarsi in un jolly curioso e impertinente, sempre pronto a porre e a porsi domande su chiunque e su qualsiasi cosa lo circondi.

Tutti i libri di Jostein Gaarder: http://it.wikipedia.org/wiki/Jostein_Gaarder#Opere_in_italiano

Knut Hamsun, Fame, Adelphi: I solitari deliri e le tortuose riflessioni di un giovane scrittore errante nella vita urbana, accompagnato dalla sua inesorabile antagonista, la fame. Un romanzo che sta sulla soglia della grande letteratura del Novecento.

Knut Hamsun, Pan, Adelphi: Pubblicato per la prima volta nel 1894, Pan divenne ben presto uno dei libri più amati di Hamsun. Perché è uno dei rari romanzi moderni in cui la natura parla, nella lingua sommessa e sognante della breve estate nordica, del suo chiarore diffuso e fosforico. Ed è, insieme, l’epos di un amore impossibile che si carica sempre più di esaltazione e struggimento. Il tenente Glahn, che nelle carte trovate dopo la sua morte racconta la sfortunata passione per la giovanissima Edvarda, diventa la voce stessa di quella passione, con le sue maree incontrastabili che invadono la natura tutta e creano un amalgama dove alla fine è arduo distinguere ciò che è paesaggio e ciò che è psiche.

Tutti i libri di Knut Hamsun: http://it.wikipedia.org/wiki/Knut_Hamsun#Bibliografia

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, Iperborea: Che ne è stato di Buzz Aldrin? Chi si ricorda del secondo uomo che ha messo piede sulla luna dopo Neil Armstrong? Per Mattias, nato in quella mitica notte del 20 luglio 1969, il capitano Edwin “Buzz” Aldrin è un idolo, simbolo di tutti coloro che svolgono il loro compito e spariscono nella folla, contenti di fare la loro parte, essere una ruota dell’ingranaggio. Non tutti vogliono essere il numero uno, e Mattias si è ostinatamente votato all’invisibilità: How to disappear completely, dice una canzone dei Radiohead amata dall’autore. Così ha sempre tenuto nascosto il suo talento per il canto, tranne un’unica volta: quando l’ha fatto esplodere al ballo del liceo per conquistare l’amore di Helle. E anche se l’amico Jørn l’ha sempre pregato di cantare nella sua band, Mattias resta lontano dai riflettori: lavora in un vivaio e coltiva il suo giardino, una vita felicemente normale. Ma anche un ingranaggio ben funzionante rischia di incepparsi e da un momento all’altro si può essere sbalzati fuori dalla sicurezza della propria orbita, in assenza di gravità. Mentre tutto gli crolla attorno, Mattias segue la band di Jørn per un concerto alle isole Faroe e sbarca nella magnifica desolazione del loro paesaggio lunare: forse è in questo luogo dimenticato che vanno a finire le cose perdute, forse è qui che Mattias può ritrovare se stesso, affrontare i propri fantasmi e scoprire che non si può fluttuare nello spazio della propria solitudine, che l’amicizia e l’amore ci impediscono di sparire completamente. Una scrittura pulsante come una colonna sonora che macina rock e cultura pop in un crescendo di immagini sorprendenti, nitide e intrise di una poesia lieve e malinconica. Un inno al non apparire che è una salutare provocazione in una società ossessionata dal protagonismo.
L’incipit: http://iperborea.com/media/files_intranet/libri/librocatalogo/estrattiPDFPerSito/000164/20120528152541_164_Buzz.pdf
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/14/johan-harstad-che-ne-e-stato-di-te-buzz-aldrin/

Anne Holt, Quello che ti meriti, Einaudi: Una dolente, umanissima coppia di detective: l’investigatore Stubø e la criminologa Vik. Lui, che ha appena perso moglie e figlia in un incidente assurdo, sa che l’unico modo per venire a capo del caso dei bambini scomparsi è convincere Vik a partecipare alle indagini. Lei non ne ha proprio voglia, ma non può restare indifferente di fronte al crescente orrore, e alla fine accetta. Tempo da perdere proprio non ce n’è, almeno finché c’è una speranza.
Il primo di una serie di thriller investigativi che ha attanagliato i lettori di mezzo mondo per il nitore dei personaggi, la sottigliezza psicologica degna delle «grandi» del giallo inglese, il gusto per la precisione e il respiro romanzesco, che alterna i colpi di scena a una comprensione profonda e pietosa della natura umana. In una atmosfera rarefatta dove, senza accorgersene, dalla prima all’ultima scena si trattiene il respiro.
Il successo mondiale degli appassionanti romanzi di Anne Holt ha le sue radici anche nella storia personale della scrittrice. Psicologa criminale, ha lavorato presso il Dipartimento di Polizia ed è stata poi ministro della Giustizia nel governo Jagland per due anni. La conoscenza profonda delle procedure investigative, una spiccata sensibilità femminile e un talento fuori dell’ordinario nella costruzione delle storie l’hanno resa una delle scrittrici più lette al mondo, nonché una innovatrice nella tradizione che, solo per citare alcuni nomi, comprende P.D. James e Patricia Cornwell.

Anne Holt, Non deve accadere, Einaudi: «Ormai aveva perso il conto delle persone che aveva ucciso. E non aveva alcuna importanza. Nella maggior parte dei mestieri, la qualità era più importante della quantità. Così nel suo, anche se con gli anni quella svolta innovativa aveva perso un po’ del suo smalto».
Johanne Vik, che sa ricavare da casi separati il profilo di un assassino, e Yngvar Stubø, il detective impulsivo e geniale, si sono sposati e vivono con una bimba neonata e l’altra figlia di Vik. Ma Vik sente che la tranquillità è apparente. E ha sempre più paura. Perché sa che nei delitti senza movente che stanno sconvolgendo la Norvegia c’è l’impronta di qualcosa che lei stessa ha fatto di tutto per dimenticare. E che il misterioso assassino seriale ha un obiettivo molto preciso in mente. Qualcosa che non deve assolutamente accadere.

Tutti i libri di Anne Holt: http://www.einaudi.it/libri/autore/anne-holt/0007974

Henrik Ibsen, I drammi, Einaudi: Ibsen non ci offre mai soluzioni caritatevoli; faceva opera di rivoluzionario, bandiva la guerra alle menzogne, alle ipocrisie, ed è chiaro che non vedesse altro modo di vincerla se non instaurando nel cuore degli uomini il regno, crudele e assurdo finche si vuole, della verità. Ibsen non ci dice mai: ecco, si vince così. Anzi, così si cade. Ma c’è la grandezza del personaggio a persuaderci che, dietro l’ammirazione pensosa e talora sconsolata del poeta, dobbiamo scoprire noi la risposta.

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (tit. originale Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?), Iperborea, Milano 2008. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. 464 pagine.

E la primavera del 1979 decisi: sarei scomparso là fuori nella folla, sarei stato il numero due, uno che si rendeva utile invece di cercare di farsi notare, che faceva quello che gli chiedevano di fare.

Mattias, più o meno trentenne, giardiniere, vive a Stavanger insieme a Helle, con cui è fidanzato da dodici anni. Il suo mito è Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla Luna dopo il più celebre Neil Armstrong. Perché se c’è una cosa che davvero Mattias vuole è essere secondo, scomparire nella folla, non farsi notare. Il guaio è che finirà per essere secondo anche in amore, e tutta la sua vita gli si sgretolerà tra le mani.

Un giorno va alle isole Faroe insieme ai suoi amici, che hanno una band e devono suonare a Tórshavn. E alle Faroe finisce per restare, in circostanze che non vi svelo perché vi farei perdere la gioia della lettura – anche se in realtà di gioia in questo romanzo ce n’è poca.

È infatti un romanzo che io ho trovato molto triste, quasi deprimente, sebbene non sia esente da momenti di spensieratezza, potremmo dire. Ma in generale è cupo e oppressivo, seppure si vede la luce in fondo al tunnel. Eppure mentre si legge si sta saldamente nel tunnel, e la luce è solo un puntino lontano. Sarà che mi ha ricordato episodi non proprio piacevoli della mia vita, ma è comunque difficile da portare avanti, sebbene si voglia andare avanti nella lettura per vedere cosa succede.

Ma è un romanzo molto bello, anche molto delicato, volendo. Sulla malattia mentale, sulla disgregazione dell’io, della personalità e della vita che scivola come sabbia tra le mani, sull’essere il numero due, una ruota dell’ingranaggio, sul voler scomparire in un’epoca in cui tutti vogliono apparire.

Una bella scoperta da uno scrittore norvegese giovanissimo, Harstad è del 1979 e aveva solo 26 anni quando pubblicò questo romanzo. Mi sento di consigliarlo, ma solo se non avete paura delle storie tristi, perché a tratti vi farà venire il magone. Se volete, qui potete leggere l’incipit in formato pdf.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Knut Faldbakken, Confine di ghiaccio (Norvegia)

Knut Faldbakken, Confine di ghiaccio (tit. originale Grensen), Giunti, Firenze – Milano 2012. Traduzione di Lisa Raspanti.

Questo ebook l’avevo preso tempo fa durante una delle offerte giornaliere sul Kindle Store e, come a volte avviene, sono rimasta un po’ delusa. La pubblicazione cavalca l’onda del giallo scandinavo, ma bisogna ricordare che non tutti i gialli scandinavi sono buoni e che comunque ci sono vari gradi di godibilità di un libro. Faldbakken non è Stieg Larsson e non è neanche Henning Mankell, il libro è discreto senza essere davvero bello.

Ma veniamo alla storia. Arne Vatne è un uomo di mezza età che ama andare con le prostitute per poi innamorarsene. Un giorno, in mezzo alla strada innevata, incontra una di queste e la investe, uccidendola. In parallelo veniamo a conoscere la storia di Jonfinn Valmann, commissario di polizia, che si occupa del caso e prende molto a cuore la storia della tratta delle prostitute. Le due storie si sviluppano in parallelo e si intrecciano.

La trama non è particolarmente originale, lo sviluppo nemmeno anche se alla fine c’è il classico colpo di scena, che però se uno ci pensa non è che sia così strano o originale. Il libro è comunque piacevole e fa passare qualche bella serata di svago, ma non è niente di particolare e proprio non può essere paragonato ai migliori autori del genere. Diciamo che se non ci fosse stata la moda del giallo scandinavo, in Italia probabilmente non avremmo mai letto Knut Faldbakken.

Ultima nota: la traduzione scorre bene e naturalmente non posso giudicare perché non conosco il norvegese, però ci sono dei toscanismi davvero fastidiosi (“a giro”, “a dritto”…), che penso una casa editrice grande e prestigiosa come la Giunti avrebbe potuto tranquillamente evitare. Insomma, ancora una volta, l’editing, questo sconosciuto!

* Knut Faldbakken.
* Il libro sul sito dell’editore.
* Una recensione su Thriller Magazine.

[Questa recensione partecipa alla sfida delle letterature altre ed è pubblicata anche sul relativo blog.]