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Neel Mukherjee, La vita degli altri (India)

Neel Mukherjee, La vita degli altri (tit. originale The Lives of Others), Neri Pozza, Vicenza 2016. Traduzione dall’inglese di Norman Gobetti.

Certe volte, quando scopro un libro particolarmente bello e/o emozionante, mi chiedo come mai io abbia aspettato così tanto a leggerlo. In questo caso non ho aspettato proprio tantissimo, solo quattro mesi, dato che si tratta di un regalo di Natale, ma comunque me lo sono chiesto lo stesso. La risposta è che ero intimidita dalla mole: non è un libro enorme, sono 607 pagine, ma per me sopra le 400 pagine sono sempre libri che mi fanno paura. Perché se poi sono brutti che fai? Se sono brutti brutti smetti di leggere e abbandoni, ma se sono così così? Ti devi tirare avanti un libro mediocre per un sacco di tempo finché quell’agonia non finisce. Invece non è questo il caso di La vita degli altri, romanzo che ho letto in una settimana.

Questo è uno dei rari casi in cui i blurbs scritti sulla copertina dicono cose vere. «Atterrisce e, nello stesso tempo, delizia»: vero. «Un romanzo feroce, spietato e brutalmente onesto»: non avrei saputo dirlo meglio, e infatti sono parole di Anita Desai, non certo di un esimio sconosciuto. «Mukherjee può ricordare Tolstoj per la capacità di dar vita a una serie diversificata e ampia di personaggi e di evocare all’improvviso mondi interiori»: quando l’ho letto ho pensato che non potesse che essere una grossa esagerazione, invece è vero pure questo.

Il libro è la storia di una famiglia, inestricabilmente intrecciata alla storia di un uomo che di quella famiglia fa parte, inestricabilmente legata alla storia della lotta maoista per dare ai reietti un mondo diverso.

Protagonista è la famiglia Ghosh, appartenente all’alta borghesia di Calcutta. Per la maggior parte del romanzo siamo verso la fine degli anni Sessanta, ma ci sono molti salti temporali che ci portano indietro nel tempo, per raccontare ancora meglio la storia di questa famiglia. I Ghosh sono capitanati da Prafullanath e Charubala: il marito ha un’importante cartiera con molti stabilimenti, che ha permesso loro di diventare una famiglia estremamente abbiente. I due hanno cinque figli, i quali a loro volta sono sposati e hanno altri figli. Tutti tranne l’unica figlia femmina di Prafullanath e Charubala: Chhaya è infatti rimasta zitella, nessuno se l’è presa, forse perché scura di pelle e brutta. Di fatto è diventata una zitella acida e velenosa.

Non credete a ciò che dice il risvolto: la famiglia Ghosh non appare mai come la Grande Famiglia Felice, si vede subito che non lo è affatto. Il risvolto dice che «quando cala il palcoscenico sulla recita, la realtà però svela il suo vero volto». Ma la realtà la vediamo fin da subito.

Il punto è che la famiglia Ghosh è l’esempio perfetto di una famiglia disfunzionale, nella quale praticamente nessuno dei componenti si salva dall’essere in vario modo pervertito, malvagio, stupido, e così via. Ma soprattutto è la cattiveria pura che scorre nelle vene dei Ghosh. Ciascuno è cattivo a suo modo, alcuni lo sono di più e altri di meno, ma di fatto la famiglia non è per niente sana.

Da questa famiglia, ben presto, Supratik deciderà di scappare. Supratik è il nipote più grande, figlio di Adinath e Sandhya. Nonostante sia cresciuto in una famiglia assai benestante e alla quale in apparenza non manca niente, si è unito ai naxaliti, ovvero ai ribelli maoisti, ed è diventato un’importante pedina della lotta armata nel Medinipur.

Il romanzo si snoda su due piani distinti eppure uniti: il primo è narrato da un narratore onnisciente che ci racconta tutto sulla famiglia Ghosh, il secondo, diversificato nel libro anche per il carattere tipografico utilizzato, è il diario di Supratik, scritto a beneficio di una persona non meglio identificata, la cui identità scopriremo solo verso la metà del romanzo, a meno di arrivarci prima grazie ad alcuni indizi.

Le parole della “New York Times Book Review”, secondo cui Mukherjee ricorderebbe Tolstoj, non sono per niente campate in aria, e aver letto da pochissimo Guerra e pace mi facilita il paragone fra i due libri. Anche qui abbiamo la guerra (la lotta armata di Supratik e dei naxaliti) e la pace (la storia della famiglia Ghosh, che tanto pacifica non è, proprio perché estremamente disfunzionale, ma comunque tratta di un ambiente quasi aristocratico completamente opposto rispetto ai villaggi del Medinipur). Inoltre anche qui abbiamo due epiloghi, che non sono excursus di filosofia politica come nel romanzo di Tolstoj, ma che comunque mi hanno fatto pensare a una ripresa forse consapevole della struttura di Guerra e pace.

Ad ogni modo, fare paragoni con grandi scrittori del passato non è forse così importante, perché probabilmente la cosa principale è, semplicemente, trasmettervi il messaggio che questo è un grande romanzo. Presenta senz’altro delle difficoltà che potrebbero anche essere vissute male dal lettore, e potrebbero dunque, forse, non far apprezzare il romanzo. Ma se si riesce a farsi andar giù queste difficoltà si viene premiati.

Ciò che all’inizio mi ha reso un po’ difficile la lettura è stato, innanzi tutto, il modo di chiamare i personaggi. Se è vero che per un italiano non è facile tenere a mente complicati nomi indiani, spesso abbreviati in soprannomi, è ancora più vero che è complicatissimo tenere a mente i vari appellativi con cui vengono chiamate le persone. In una nota all’inizio del libro l’autore ci spiega che in bengali solo i figli vengono chiamati per nome (unica eccezione: il marito che chiama per nome la moglie, ma non viceversa), mentre tutti gli altri fanno riferimento ai vari parenti in termini relazionali. Per cui per esempio la moglie del fratello è boüdi, il fratello minore del padre è kaka, e così via. Capirete che questo rende molto complicato capire a chi si stia facendo riferimento nel libro, ma il mio stratagemma è stato semplicemente non farci caso, perché tanto si capiva pure in base al contesto.

Altra difficoltà sono i salti temporali presenti nella narrazione onnisciente. Ci sono continui flashback, che non sono ricordi, ma proprio salti all’indietro: a un dato momento si sta parlando, ad esempio, di quello che fa uno dei fratelli nel 1967, per poi saltare a parlare di quando i fratelli erano bambini. Questo andamento è costante nel corso del romanzo ed è sicuramente voluto, ma se volete leggerlo tenetelo a mente perché può risultare difficoltoso.

Anita Desai ha ragione a dire che è un romanzo feroce: in alcuni punti la violenza è tanta, e soprattutto per me è stata inaspettata all’inizio e mi ha preso un po’ alla sprovvista. Inoltre, è feroce il tema stesso del libro. Una famiglia disfunzionale è un argomento feroce, la lotta naxalita è feroce, i soprusi dei ricchi nei confronti dei poveri sono feroci.

Si potrebbe dire tanto altro di questo romanzo, ma mi risulta difficile parlarne oltre senza svelare parti anche importanti della trama, perciò mi fermerò qui e mi limiterò a dirvi che è un libro che consiglio molto. E che scorre molto veloce nonostante le difficoltà.

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Libri dall’India

Taj Mahal

Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, Mondadori: I “figli della mezzanotte” sono i bambini nati il 15 agosto 1947, allo scoccare della mezzanotte: il momento, cioè, in cui l’India proclamò la propria indipendenza. Possiedono tutti doti straordinarie: forza erculea, capacità di diventare invisibili e di viaggiare nel tempo, bellezza soprannaturale.
Ma nessuno è capace di penetrare nel cuore e nella mente degli uomini come Saleem Sinai, il protagonista di questo romanzo che, ormai in punto di morte, racconta la propria tragicomica storia; una vicenda surreale attorno a cui si dipana una grandiosa saga familiare, un magnifico canto corale sullo sfondo della storia dell’India del Ventesimo secolo.

Salman Rushdie, L’incantatrice di Firenze, Mondadori: Un misterioso viaggiatore dai capelli biondi arriva a Sikri, sede della corte Mogol, e chiede udienza al sovrano Jalalluddin Muhammed Akbar, detto Akbar il Grande. Lo straniero afferma di venire da una sconosciuta, remotissima città di nome Firenze e di avere una storia tanto meravigliosa quanto veritiera da raccontare: una storia che lega i destini della misteriosa capitale d’Occidente da cui proviene a quelli della discendenza del monarca indiano. Inizia così un racconto che, unendo una pirotecnica inventiva a una minuziosissima documentazione, si snoda tra figure storiche gigantesche, una fra tutte Machiavelli, e indaga con magistrale sapienza i mille, inesplorati legami che uniscono una delle massime stagioni storiche europee, il Rinascimento fiorentino, a una delle corti più splendide d’Asia, immortalata all’apice della sua fioritura.

Tutti i libri di Salman Rushdie: http://it.wikipedia.org/wiki/Salman_Rushdie#Bibliografia

Anita Desai, Chiara luce del giorno, Einaudi: Una casa nella vecchia Delhi, due sorelle che si ritrovano dopo anni di separazione e fanno i conti con il passato. Sullo sfondo, la storia dell’India prima e dopo l’Indipendenza, i cambiamenti radicali e le tradizioni immutabili. Ma al centro di tutto rimangono la casa decrepita, il vialetto delle rose, e la quiete carica di tensione della chiara luce del giorno.
Scritto alla fine degli anni Settanta, considerato dalla critica una delle prove migliori della scrittrice indiana, questo romanzo ricrea l’intero quadro di una cultura e di una società, trasportando il lettore in un mondo nuovo e indimenticabile.

Anita Desai, L’artista della sparizione, Einaudi: Tre novelle, un trittico, o meglio un retablo a tre ante sulle quali Anita Desai dipinge tre personaggi silenziosi, tre figure marginali alle prese con valori e disvalori dell’India contemporanea. Ambientate in luoghi dove si stende l’ombra lunga della storia, le tre novelle descrivono spazi fisici e mentali sui quali tuttora incombe il passato. Ne sono protagoniste figure indolenzite, un anziano custode, una traduttrice frustrata e un artista segreto, ognuno a suo modo maestro della cancellazione di sé. E che tuttavia proprio cancellandosi impongono la propria presenza, una sorta di corporeità dell’ombra.
Nel Museo dei viaggi ultimi, anta sinistra del retablo, un funzionario governativo viene invitato in una scolorita dimora a visitare i tesori collezionati da un padrone nomade e assente. Gli fa da guida nelle innumerevoli stanze un anziano custode, mentore che nulla ha da invidiare al Virgilio che accompagna Dante dagli inferi alle porte del Paradiso. Porte custodite, qui, da una figura sorprendente quanto inattesa, l’incarnazione stessa della storia e della simbologia indiana.
In Tradurre, tradursi, l’altra anta del retablo, un’insegnante di mezz’età si misura con il mestiere di traduttrice ma, incoraggiata dai primi risultati e da un inedito senso di autorealizzazione, comincia a confondere la linea di confine fra chi scrive e chi traduce, fra pagina bianca e pagina già zeppa di segni. Mettendo cosí a repentaglio i suoi risultati, annichilisce i propri desideri.
Tra le cupe velature delle ante laterali, si staglia il pannello centrale del retablo, quello che dà titolo all’opera, L’artista della sparizione. Ravi, il protagonista, vive come un eremita in quel che resta della casa di famiglia tra le cime himalayane. Dedicandosi al silenzio e alla solitudine ma anche all’allestimento di un rifugio segreto nei boschi. Quando una troupe di documentaristi di Delhi s’insinua in quel luogo appartato, lui si isola sempre piú lontano, fino a sparire. E i colori si schiariscono, si addensano, filtrati dalle luci.
Anita Desai fa sfoggio di tutto il suo talento pittorico in queste narrazioni dove la scrittura dischiude un mondo e lo rende visibile, una visibilità che ha qualcosa di straziante e qualcosa di magico. Come in tutte le sue opere, Desai esige una lettura intima, un ascolto da vicino. La disponibilità di chi legge a intessere e ricordare.

Tutti i libri di Anita Desai: http://it.wikipedia.org/wiki/Anita_Desai

Arundhati Roy, Il Dio delle piccole cose, Guanda: Un romanzo di grande successo, che a lungo è stato ai vertici delle classifiche internazionali. Una scrittrice di talento, che appartiene alla nuova generazione indiana e vuole trasmettere al mondo una immagine non stereotipata della società in cui vive. La storia è ambientata in una zona tranquilla del Paese, né troppo turistica, né troppo misera. E i personaggi che la Roy descrive sono quelli che quotidianamente si possono incontrare sulle strade indiane. I personaggi legati alle “piccole cose”.

Arundhati Roy, Guerra è pace, Guanda: «Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non assuefarsi mai all’indicibile violenza e alla grossolana disuguaglianza della vita attorno a te. Cercare la gioia nei posti più tristi. Inseguire la bellezza fin dentro la sua tana. Non semplificare mai le cose complicate e non complicare mai le cose semplici. Rispettare la forza, mai il potere. E, soprattutto, guardare. Cercare di capire. Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare.»
Sono queste le parole che Arundhati Roy dedica a una sua amica e che riassumono perfettamente lo spirito, la sensibilità, l’intelligenza critica e il dolore del cuore che attraversano le pagine di Guerra è pace. Pagine dedicate agli ultimi eventi che hanno sconvolto il mondo intero: l’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers di New York e la risposta americana del 7 ottobre che «ha oscurato l’Afghanistan». Ma la sua voce forte, polemica, piena di rabbia ma anche di compassione per le vittime, di qualunque bandiera e religione, si leva anche per condannare in modo lucido e documentato i rischi della globalizzazione dell’economia mondiale; della privatizzazione delle risorse energetiche; del divario tra Oriente e Occidente; della guerra nucleare che avrà un solo nemico, la terra stessa i cui elementi – l’aria, la terra, il vento e l’acqua – «si volgeranno tutti contro di noi. La loro collera sarà tremenda».
Infine Arundhati Roy (che in questi anni ha svolto un’intensa attività politica, per la quale rischia una pesante condanna da parte delle autorità indiane) ci esorta a riprendere in mano il nostro futuro, a non delegarlo agli esperti, ricordandoci che «tutti siamo coinvolti perché esseri umani.»

Tutti i libri di Arundhati Roy: http://it.wikipedia.org/wiki/Arundhati_Roy#Opere

Vikram Chandra, Giochi sacri, Mondadori: Sartaj Singh, ispettore della polizia di Bombay, riceve una soffiata: una voce gli rivela dove si trova il covo di Ganesh Gaitonde, il temutissimo, imprendibile gangster. Così Sartaj si ritrova fuori dalla casa-bunker di Gaitonde, ad ascoltare al citofono le mille storie che il criminale ha da raccontare, storie di conquista e di sconfitta, di uomini e donne presi dal rapace meccanismo del vivere e del morire in nome di cause giuste, sbagliate, o senza nessuna ragione. A partire da Sartaj e Ganesh si snoda davanti al lettore una narrazione fluente e fascinosa in cui la disordinata molteplicità del mondo trova un suo inesplicabile e tuttavia perfetto disegno.

Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante, Mondadori: Il giovane Abhay un giorno ferisce una scimmia. Essendo una creatura sacra, i genitori del ragazzo si prendono cura dell’animale e la scimmietta si rivela ben presto un essere prodigioso capace di scrivere a macchina. Abhay scoprirà che in realtà, sotto le sembianze della bestiola, si cela Parasher, spirito minacciato da Yama, Signore della Morte, di essere trascinato nell’aldilà. Unica possibilità di salvezza per lui è quella di riuscire a intrattenere il prossimo narrando delle storie. È così che le imprese del guerriero Sikander e del fratello poeta Sanjay si intrecciano – in un racconto che è una vera cavalcata tra i secoli – alle gesta di Alessandro Magno e alle immagini di un Occidente contemporaneo non meno esotico e misterioso dell’India del passato. Dinanzi a un pubblico che si fa ogni giorno più numeroso, si snoda così un ininterrotto flusso di storie degno dei grandi cicli narrativi del Mahabharata e delle Mille e una notte e che giunge a formare un romanzo intenso e sorprendente.

Vikram Chandra, Amore e nostalgia a Bombay, Mondadori: Una Bombay inedita, regno del cinema e dell’informatica. Una metropoli contemporanea, crogiuolo di genti e idee, ma ancora e sempre più la “Città dell’Oro”, come già era chiamata ai tempi del Raj: miraggio di molti e riserva privilegiata di pochi. Tante automobili, treni e qualche risciò a motore; vestiti eleganti, circoli esclusivi, ambizioni e possibilità infinite.
Qui vanno incontro al loro destino Jago, il generale con una sola gamba, Sheila, intrepida hostess, Sartaj, flemmatico ispettore di polizia… In perfetto equilibrio tra vecchio e nuovo, tra Oriente e Occidente, in questo che è il suo secondo libro Chandra attinge a piene mani al popolare cinema “bollywoodiano”, per traghettare la millenaria leggenda indiana nella nostra convulsa contemporaneità. E ispirandosi ai precetti della filosofia hindu racconta in queste pagine episodi d’amore e nostalgia: per la donna lontana, per un legame naufragato, per il compagno scomparso, per i tempi della gioventù… Tutto sullo sfondo di una città energica, affollata e palpitante, che si fa motore di infinite avventure.

Amitav Ghosh, Lo schiavo del manoscritto, Neri Pozza: Nell’estate del 1140 d.C. Khalaf ibn Is.h. aq, mercante in Palestina, scrive una lettera all’amico ebreo Abraham Ben Yij, che viveva allora in una città di nome Mangalore, un porto sulla costa sudoccidentale dell’India. Era una stagione movimentata quella, in Palestina. In aprile era arrivata un’armata tedesca al comando dell’anziano re Corrado III di Hohenstaufen, noto agli arabi come Alm n. Al seguito del re c’era il nipote, il giovane e carismatico Federico di Svevia. Subito dopo era giunto a Gerusalemme Luigi VII di Francia con il suo esercito, la moglie, l’affascinante Eleonora d’Aquitania, destinata a essere successivamente regina di Francia e d’Inghilterra, e un corteo di nobili. Il 24 giugno del 1148 d.C. la più massiccia armata di crociati di tutti i tempi si era accampata nei frutteti intorno a Damasco. Scrivendo a Ben Yij, tuttavia, Khalaf non si dilunga affatto su questi avvenimenti. Parla di alcune merci inviategli da Ben Yij, un carico di noci d’areca, due serrature prodotte in India, due coppe d’ottone, e annuncia all’amico che insieme con la lettera gli manderà alcuni doni: due vasi di zucchero, un vaso di mandorle e due di uvetta. Alla fine della missiva, Khalaf ibn Is.h. aq nomina quasi di sfuggita uno schiavo indiano di Ben Yij al quale raccomanda di porgere «moltissimi ringraziamenti». La lettera è catalogata come manoscritto H.6 alla Biblioteca Nazionale e Universitaria di Gerusalemme. Attraversando i sottili confini che separano il presente dal passato, con in mano soltanto il frammento di questa lettera, Amitav Ghosh si mette alla ricerca dello schiavo indiano che vi è nominato, una figura che gli appare come una chiave per intendere e raccontare una Storia fatta di tante storie, diaspore e guerre, tradizioni e incontri, rotture e sparizioni. Centro della vicenda sono due villaggi egiziani, luoghi di uno straordinario apprendistato linguistico e umano, e punti di partenza per una lunga indagine: per più di dieci anni Ghosh insegue lo sconosciuto, costruendo un meraviglioso romanzo in cui tutto è rigorosamente vero. Ombra consapevole dell’antico schiavo, il moderno ricercatore percorre un duplice itinerario: quello nell’universo medievale, lungo le rotte mercantili che dal Maghreb attraverso l’Egitto portano in India; e quello nell’universo contemporaneo, lungo le rotte aeree che da oriente portano a occidente – e da una religione all’altra, da una lingua all’altra.

Amitav Ghosh, Il paese delle maree, Neri Pozza: Piya è appena arrivata a Canning, l’ultima fermata per i Sundarban, l’immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala, dal fiume Hooghly fino alle rive del Meghna in Bangladesh. Secondo la leggenda, l’arcipelago è sorto il giorno in cui la treccia del dio Shiva si è disfatta, e i suoi capelli bagnati si sono sciolti in un immenso e intricato groviglio. E, in effetti, a chi da Canning giunga fino a Lusibari, il più lontano dei lembi di terra abitati dei Sundarban, le isole sembrano davvero migliaia di ciocche arruffate, o fili smarriti del tessuto dell’India, frange sbrindellate del suo sari. Piya, giovane biologa marina nata nel Bengala ma cresciuta negli Stati Uniti, è arrivata in questo groviglio di fiumi e foreste per trascorrere, come le accade da tempo ormai, lunghe ore su barche instabili sotto il cielo rovente, a scandagliare la superficie dell’acqua alla ricerca di qualche delfino o di qualche altra specie rara di mammifero. Sull’Irrawaddy, però, sul Mekong o sul Mahakam, sui corsi d’acqua di mezzo mondo, si sentiva protetta dalla sua inequivocabile estraneità, dai suoi capelli neri corti, dalla sua pelle scura, dal suo viso lungo e sottile, dai suoi delicati lineamenti di giovane donna indiana. Qui, in un posto in cui si sente più straniera che altrove, Piya sa che il suo aspetto la priva di ogni protezione.
Per Kanai Dutt, invece, l’interprete diretto a Lusibari per decifrare un misterioso diario lasciato da suo zio, l’uomo che nell’inclinazione del capo e nell’ampiezza dei gesti rivela una pacata, ferma sicurezza, questo luogo in cui le foreste di mangrovia ricoprono un’isola intera nell’arco di pochi anni, e ogni anno decine di persone muoiono nell’abbraccio di quel fogliame inestricabile, uccise da tigri, serpenti e coccodrilli, è soltanto un paesaggio dove poter sfoggiare l’agilità e la prontezza del viaggiatore capace istintivamente di cogliere l’attimo. Solo per Fokir, il pescatore, i Sundarban sono il mondo, l’unico mondo noto. A bordo della sua barca, fatta di canne, foglie di bambù e assi di legno malconce, Fokir conosce ogni angolo di quest’universo sorto dal disfarsi della treccia di Shiva, dove non non esistono confini tra acqua dolce e salata, fiume e mare, e ogni giorno le maree ricoprono la terra e foreste intere scompaiono.
Attorno a questi tre straordinari personaggi – Piya, la studiosa attratta dalla potenza magica della natura, Kanai, l’interprete che incarna la razionalità occidentale, Fokir, il pescatore che attinge alla millenaria sapienza pratica dell’Oriente – e al racconto dell’avventura che li terrà insieme fino alla fine, Ghosh costruisce, con Il paese delle maree, un romanzo epico in cui ridà voce all’eterno conflitto tra uomo e natura, libertà e destino, mito e ragione.

Tutti i libri di Amitav Ghosh: http://it.wikipedia.org/wiki/Amitav_Ghosh#Opere