Fred D’Aguiar, Bethany Bettany (Guyana)

Fred D’Aguiar, Bethany Bettany, Chatto & Windus, London 2003.

Bethany, come la chiama sua madre, o Bettany, come la chiamano suo padre e gli altri parenti, a cinque anni torna in Guyana dopo aver vissuto tutta la sua vita a Londra e subito dopo la morte del padre. La madre la lascia con gli zii, ovvero i fratelli e le sorelle del padre, dove rimarrà per i successivi dodici anni, mentre la madre perseguirà la propria carriera politica.

Questo romanzo è pieno di violenza fin dall’inizio: violenza fisica sui bambini ma, successivamente, anche violenza fisica contro la madre di Bethany. La bambina, a casa degli zii, viene picchiata da tutti tranne che dalla “zia gentile”, che è l’unica a proteggerla a modo suo. Gli zii e le zie (e per conseguenza anche i cugini) la vedono come una specie di reincarnazione della madre, che ritengono responsabile della morte del padre di Bethany, tanto da ritenerla in tutto e per tutto la sua assassina. Questo odio per la donna viene traslato su Bethany, dato che ne è, come dicevo, una specie di reincarnazione.

La prima metà del romanzo si concentra su Bethany Bettany e sulle violenze fisiche che subisce, ed è molto difficile da mandar giù. Nella seconda metà le cose cambiano per la bambina (ormai adolescente, ma pur sempre bambina) e anche per il paese dove vive, la Guyana, ormai in guerra. Bethany Bettany rimane la protagonista indiscussa, ma le vicende politiche del paese prendono il sopravvento, anche se non vengono spiegate chiaramente se non in poche righe verso la fine del libro, principalmente perché Bethany, lasciata vivere sempre nell’ignoranza delle cose che la circondano e della propria appartenenza, non capisce cosa stia succedendo intorno a lei.

La prosa è molto poetica e mi è piaciuta anche quando segue il parlato un po’ storpiato di alcuni personaggi; infatti sono i vari personaggi a narrare la vicenda dal loro punto di vista, alternandosi continuamente. Tuttavia il romanzo non è perfetto, tutt’altro: per esempio, com’è che Bethany a 16 anni ancora si comporta in tutto e per tutto come una bambina, soltanto per scoprire le gioie dell’amore e del sesso appena un anno dopo?

Ma il problema principale è stato per me la durezza delle vicende narrate, dal momento che mal sopporto leggere di violenze perpetrate sui bambini. Sono stata tentata più volte di mollare; tutto sommato sono stata contenta di non averlo fatto perché non è un brutto libro, ma non mi ha neppure entusiasmato, e ho dei dubbi circa la volontà di continuare ad approfondire questo autore.

Libri dalla Guyana

Wilson Harris, Il palazzo del pavone, Einaudi: Da qualche anno nella rosa ristretta dei candidati al Premio Nobel ricorre il nome di Wilson Harris. Nato nel 1921 a New Amsterdam, nella Guyana britannica, di origini europee, africane e amerindie, Harris ha lavorato in gioventù come topografo, prendendo parte a numerose spdizioni scientifiche nella foresta amazzonica. Queste esplorazioni costituiscono l’evidente traccia autobiografica del Palazzo del pavone (1960) probabilmente il libro più intenso e suggestivo di Harris, prima parte del Guyana Quartet. E tuttavia queste pagine non hanno nulla del documentario scandito da avventure più o meno prevedibili, o reso esemplare dalla denuncia delle violenze di cui sono vittime gli uomini e la natura. Scrittore di lingua inglese, Harris ha voluto interpretare i miti della sua terra alla luce di archetipi universali, e per fare questo ha scelto la strada dell’allegoria, del viaggio iniziatico in un intreccio di simboli e di immagini che nel corso dei secoli si sono sedimentate nelle foreste e nelle savane, tra i fiumi e l’oceano. Un viaggio di sette giorni attraverso acque primigenie e rapinose, un sogno che cerca di aprirsi la strada verso la realtà, verso un vagheggiato luogo d’origine e di salvazione universale.