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Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani

Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani (tit. originale Al-Liss wa-l-kilāb), Feltrinelli 1997. Traduzione dall’arabo di Valentina Colombo.

È il secondo libro che leggo di Mahfuz e continuo a non essere convinta da questo autore. Per carità, si vede che è bravo e probabilmente si sarà meritato il Nobel per la letteratura (chi sono io per dire il contrario?), ma non mi appassiona. Colpa anche di una traduzione che suona artificiosa e non priva di errori di italiano (“i bricioli”????).

La scrittura è veramente particolare, Mahfuz passa dalla terza alla seconda alla prima persona singolare anche all’interno dello stesso paragrafo. Sebbene si riesca a entrare subito nello spirito di questo tipo di narrazione, è comunque straniante. Non dico che sia di difficile lettura, semplicemente spiazza e non posso dire di capire davvero questa scelta.

La storia è quella di Said (il ladro), che dopo quattro anni esce di prigione e decide di vendicarsi di coloro che l’hanno tradito (i cani). Queste tre persone lo hanno tradito mandandolo in prigione con una soffiata alla polizia e, nel caso della moglie, chiedendo il divorzio e sposandosi con uno dei due “cani”, che era stato in precedenza un fido aiutante di Said. La conseguenza è che Sana’, la figlia seienne di Said, non riconosce più il padre essendo stata troppo piccola quando l’uomo è andato in prigione, e perciò lo rifiuta piangendo. Said decide dunque di uccidere i “cani”, ma il fato non è dalla sua parte…

Il libro si presta anche a interpretazioni metafisiche e filosofiche, che io però non sono in grado di fare e quindi lascio a chi meglio di me si occupa di recensire e fare critica letteraria (io mi limito a commentare le mie letture, senza pretese).

Penso che questo autore non faccia per me.

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Gamal al-Ghitani, Al di là della città

Gamal al-Ghitani, Al di là della città (tit. originale Shath al-madinah), Edizioni Lavoro, Roma 1999. Traduzione dall’arabo di Barbara Benini.

Questo è un libro salvato dal macero. Edizioni Lavoro è la casa editrice della CISL e, oltre a pubblicare testi su politica, lavoro e società, ha delle collane dove pubblica romanzi e altri libri non legati al mondo del sindacato. Fra cui questa collana, L’altra riva. Le vecchie edizioni dei libri di questa collana sono vendute, tutti gli anni, alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma a prezzi scontatissimi perché destinate al macero, o almeno questo è quanto scrivono allo stand della casa editrice. Fatto sta che, se non ricordo male, presi questo libro, senza conoscerlo affatto, a 2 euro. E sono contenta di averlo fatto.

Per buona metà del romanzo non sono riuscita a capire se mi piacesse o meno e, in caso positivo, se mi piacesse molto o così così. È un libro strano. Il protagonista è un anziano professore del Cairo che, a causa della malattia di un collega, viene invitato al suo posto a partecipare alle celebrazioni per i 900 anni dell’università in una città di cui non conosciamo il nome, sappiamo solo che è una città europea. Nemmeno del professore conosciamo il nome. Nessuno dei personaggi di questo romanzo ha nome, eccetto uno, che, si scoprirà poi, probabilmente non è la persona che dice di essere, quindi di fatto il nome è fittizio. Andando avanti nella lettura, tuttavia, ci rendiamo conto che il protagonista non è affatto il professore, ma la città senza nome.

Questa città ha una torre pendente e un’università importantissima, il che ovviamente ci fa subito pensare a Pisa; e tuttavia non si tratta di Pisa, ma di una città non definita posta in uno stato federale dell’Occidente. Abbiamo tanti indizi, ma non sapremo mai realmente la sua identità, né è importante che lo sappiamo. Nella città l’aspetto più importante è la rivalità fra università e comune. Tutto nasce da un problema di fondo: è nata prima l’università o il comune? L’università ha, appunto, 900 anni, ma il comune quanti ne ha realmente? Da questo nasce appunto una rivalità quasi sanguinolenta, non nel senso che porti a fatti di sangue, ma nel senso che è onnicomprensiva e, vedremo, invalidante per chi provi a mettersi contro di essa o cerchi di esplorarla.

Alle vicende del professore si alternano le vicende della città stessa, della quale vengono raccontati molti aneddoti, legati alla torre, ma non solo. Vediamo dopo poco che la simbologia numerologica è importantissima, sebbene non eccessivamente sottolineata: l’autore cerca di passarla quasi sotto traccia, dando degli input messi quasi a caso nel corso del romanzo. È il numero 7 che si ripete in continuazione: sette sono le porte della città, sette le stanze della torre, e così via. Facendo una ricerca in rete scopro che il numero 7 è «simbolo per eccellenza della ricerca mistica, rappresenta ogni forma di scoperta e conoscenza. Con il numero Sette andiamo all’esplorazione delle parti più intrinseche dell’esistenza fino a giungere alla scoperta, non solo del suo scopo, ma anche del suo significato più profondo. Il Sette è considerato il numero della filosofia e dell’analisi, ma anche della solitudine e della completezza» (fonte). Anche Wikipedia ci viene in aiuto, spiegandoci la simbologia del numero 7 nelle varie religioni e credenze popolari.

Nella seconda metà il romanzo si fa più interessante, quando realtà e finzione vengono a intrecciarsi e sovrapporsi in maniera che non capiamo più dove l’una finisca e l’altra inizi. Il romanzo acquista caratteri di magia, quando la città comincia a mutare accartocciandosi su se stessa o semplicemente diversificandosi di minuto in minuto. Ad esempio, in macchina, il professore si volta e vede che la strada dietro di lui è scomparsa, quasi come se si trovasse sul set di un film dove quello che è dietro scompare per lasciare spazio a quello che è davanti. In seguito alcune vie si modificano sotto gli occhi del professore, che a volte non riuscirà più a capire bene dove si trovi, a causa della perdita dei punti di riferimento. Allo stesso modo, le persone hanno un’ambiguità caratteristica: per esempio, la donna che lo porta in giro in macchina si rivelerà non essere mai esistita, mentre come dicevo l’unico personaggio dotato di nome, al-Maghrebi, si rivelerà così sfuggente da non risultare reale – o invece lo è e non viene riconosciuto come tale?

Tutta questa atmosfera di irrealtà culmina nell’incubo peggiore del professore, la cosa che ha sempre temuto fortemente: la perdita del passaporto che, come vedremo ben presto, implica una perdita totale e assoluta dell’identità. Chi è il professore senza passaporto? Come farà a recuperarlo? A chi si deve rivolgere: agli organi del comune o all’università? Come farà a dimostrare la sua identità? Come farà a tornare a casa sua, al Cairo? Come potrà, in ultima analisi, sopravvivere a questa perdità di identità? Il romanzo diventa qui del tutto kafkiano e perciò, secondo i miei gusti, tanto più interessante. Bisogna dire che al-Ghitani compie un ottimo lavoro nel rendere l’angoscia della situazione e allo stesso tempo il suo carattere di ineluttabilità.

Il romanzo appare confuso a causa dei continui salti di narrazione: dal professore alla storia della città ai luoghi agli aneddoti. Tuttavia questa confusione fa per forza di cose parte della realtà/irrealtà di quanto avviene nel romanzo. La domanda che il lettore si pone è: quello che accade sta accadendo veramente o è frutto della fantasia sovreccitata del professore? Siamo nella realtà o in un sogno/incubo? È finzione/narrativa o vita vera? Nonostante l’apparenza confusionaria, che di fatto non è confusionarietà ma vera e propria confusione, ovvero un’incertezza tra realtà e finzione, il romanzo è svolto in maniera magistrale e al-Ghitani si mostra un autore di grande stile e forza narrativa.

Personalmente, se è ancora possibile trovarlo, mi sento di consigliarlo caldamente. Inoltre, dovrò inforarmi sull’eventuale esistenza di altri libri dello stesso autore tradotti in italiano, perché mi sembra che meriti una conoscenza più approfondita.

Gilbert Sinoué, Erevan (Egitto)

Gilbert Sinoué, Erevan, J’ai lu, Paris 2010. 380 pagine, 7,60 €.

Non avevo mai letto nulla di Gilbert Sinoué, famoso scrittore francese nato e cresciuto in Egitto, e ho voluto cominciare con questo suo libro che in italiano è tradotto da Neri Pozza con il titolo di Armenia. Come sapete, i libri sul genocidio armeno mi interessano molto: mi interessavano già da prima, ma tanto più dopo essere stata in Armenia e avere conosciuto questo popolo straordinario. Tra l’altro nel 2015 ricorre il centesimo anniversario del genocidio, il cui inizio si fa tradizionalmente risalire al 24 aprile, giorno del rastrellamento di centinaia di intellettuali, poi brutalmente uccisi.

Sinoué ci parla di tutto questo: parte dalla presa della Banca Ottomana nel 1896 da parte di un commando di giovani armeni, parla del prepararsi e dello svolgersi del genocidio del 1915, e narra infine l’operazione Nemesi, con la quale alcuni rappresentanti armeni hanno deciso di eseguire da sé le condanne a morte in contumacia a cui sono stati condannati i responsabili del genocidio.

Non mi stancherò mai di dire che non si parlerà mai troppo di questo genocidio, considerato il primo del Novecento, quello a cui Hitler si ispirò per la distruzione degli Ebrei d’Europa. Il genocidio forse meno conosciuto della storia dell’umanità, eppure uno fra i più cruenti. Non se ne parlerà mai abbastanza se è vero che ad oggi soltanto 20 Paesi (fra cui l’Italia) lo hanno riconosciuto ufficialmente. Non se ne parlerà mai abbastanza se è vero che a tutt’oggi in Turchia esiste una legge che prevede il carcere per chi osi solo parlare di genocidio armeno. Dunque i libri, che siano romanzi o saggi, che si leggeranno e si divulgheranno su questo argomento non saranno mai troppi.

Sinoué parla magistralmente di questo evento oscurissimo della storia mondiale recente. Il suo è un vero e proprio romanzo storico ben documentato, tanto che alla fine c’è un elenco di personaggi del libro che sono realmente esistiti e hanno avuto parte attiva nelle vicende descritte, nonché delle note storiche e una bibliografia ragionata. Non so se tutto questo è stato mantenuto nell’edizione italiana, ma spero di sì. Se si può rimproverare qualcosa a Sinoué è di essere un po’ troppo frettoloso in alcuni passaggi, ma si perdona facilmente questo difetto nella scrittura.

Un libro ovviamente terrificante, come lo sono tutti i libri sull’argomento e su altri genocidi; ci ho messo dunque un po’ a leggerlo, perché non potevo superare certe piccole dosi di crudeltà giornaliere. Lo consiglio vivamente a tutti, per quanto mi riguarda è fra i libri più belli letti quest’anno.

Libri dall’Egitto

Nagib Mahfuz, Vicolo del Mortaio, FeltrinelliVicolo del Mortaio, pubblicato nel 1947, è la descrizione, lievemente ironica e distaccata, della vita quotidiana che si svolge in un vicolo del Cairo, durante la seconda guerra mondiale. Mahfuz ci offre il vivido ritratto di un’umanità dolente, spesso molto misera: lo sfruttatore di mendicanti che procura mutilazioni definitive dietro compenso; il proprietario del caffè, esacerbato da un’inclinazione omosessuale e dall’assuefazione alla droga; il giovane barbiere che vuole santificare il suo amore per il Vicolo attraverso quello per una ragazza, Hamida; e poi Hamida stessa, nella cui volontà di fuga dallo squallore del suo quartiere natio è adombrata la ribellione radicale, l’impronta di un eterno e universale ‘esser-giovani’, in opposizione a ogni forma di immobilità. Mahfuz rappresenta tutto ciò con semplicità e insieme con esotica raffinatezza, dosando i dialoghi e i momenti di riflessione in modo da lasciare sempre un varco tra un episodio e l’altro. In ultimo, è la vita, nella sua nudità essenziale e drammatica, a imporsi a tutti come una sorta di riequilibratore deus ex machina.

Nagib Mahfuz, Notti delle mille e una notte, Feltrinelli: Dopo mille e una notte Shahrazàd è riuscita a salvarsi la vita: il sultano Shahriyàr ha accordato la grazia all’astuta Shahrazàd e l’ha presa in moglie. Ma del sultano che ne è stato? I racconti di lei sono riusciti a farlo diventare migliore? Notti delle mille e una notte inizia qui, dove finiva Le mille e una notte – il capolavoro letterario testo fondante della cultura araba. Con la notizia delle nozze di Shahriyàr e Shahrazàd che fa esultare i sudditi: tutti infatti sperano che le arti di narratrice di lei abbiano intenerito il cuore di lui persuadendolo a governare secondo giustizia. Serviranno però mille e un giorno reali a far capire al tiranno, a proprie spese, quello che la fantasia e l’invenzione non gli hanno saputo insegnare. Sarà l’amministrazione quotidiana del regno a svelargli la vera natura dell’abuso della legge e del potere. E saranno persone in carne e ossa a fargli conoscere dal vivo i personaggi prima solo immaginati grazie ai racconti di Shahrazàd. Un racconto vivace e insieme un’allegoria del mondo arabo contemporaneo, dei suoi conflitti politici e del fanatismo religioso, che Mahfuz considerava la sua opera più importante.

Nagib Mahfuz, Miramar, Feltrinelli: Alessandria finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall’acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e di lacrime. Inizia così la storia del Miramar, la pensione di un’eleganza un po’ decaduta che conserva le tracce di un passato grandioso sotto le macchie d’umidità. Ma la vera protagonista è Alessandria, che offre un ritratto complesso e profondo dell’Egitto, della sua anima contraddittoria e problematica, con un senso di nostalgia che sa tuttavia mescolarsi al sorriso. Al Miramar i clienti sfilano davanti al lettore, incarnando le diverse anime della società egiziana. In un continuo altalenare tra passato e presente, di voce narrante in voce narrante, sfilano le storie dei diversi ospiti: Amer Wagdi, vecchio giornalista in pensione che ha militato nel partito nazionalista liberale e ora fa ritorno dopo vent’anni al Miramar per stabilirvisi e non ripartire più, l’anziano esponente dell’aristocrazia Tolba Marzuq, il giovane conquistatore Sarhan al-Buheyri, il proprietario terriero Hosni Allam, l’annunciatore di Radio Alessandria Mansur Bahi, oltre alla padrona della pensione, madame Marianna, e alla sua domestica, Zahra, una bella giovane contadina le cui relazioni con gli altri rispecchiano simbolicamente le principali realtà politiche e sociali del paese.

Nagib Mahfuz, Il nostro quartiere, Feltrinelli: Le cronache di un quartiere raccontate attraverso la quotidianità dei suoi abitanti: la realtà e le fantasie di un mondo in cui si compenetrano gli arcani della tradizione orientale e il sottile fascino della civiltà europea. Realtà come raffigurazione degli eventi che scandiscono la vita del rione e fantasia come strumento di conoscenza delle forme e delle essenze che compongono il ciclo della nascita, vita e morte (la magica visione del monastero, il suo giardino di delizie, l’inquietante oscurità del tunnel, e ancora: l’invisibile Grande Vecchio, l’aleatorio paese al di là dei monti e la baluginante presenza divina). Il protagonista delle settantotto sequenze in cui si ordina Il nostro quartiere, un ‘io’ infantile che si trova ad affrontare gli accadimenti dell’esistenza umana sempre dibattuto tra dato fisico e ipotesi metafisica, diventa così il cantore di gioie, passioni, ansie, soprusi, paure e disperazioni che consentono all’umanità che popola il dedalo di viuzze dalla narrazione di trasformare quel microcosmo nell’effigie dell’universo.

Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani, Feltrinelli: Nell’itinerario narrativo di Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani segna l’affrancamento da alcune proposizioni del realismo e la ricerca di uno stile in cui confluiscano quotidianità e trascendenza, come segni esemplari del mondo concreto e del mondo fantastico. Nelle vicende di un ladro che, attraverso la vendetta, insegue un’improbabile giustizia per il tradimento degli ideali giovanili, si celebra infatti la rappresentazione allegorica di una concezione tragicamente catartica dell’esistenza. Le pagine del romanzo si affollano allora di personaggi identificanti le trascorse esperienze del protagonista e il rispecchiamento di questi in una mutevole realtà che sempre lo relega in quella dimensione dove verità e menzogna coincidono annullando sia i miti del passato sia le speranze nel futuro. Il saggio, il poliziotto, l’amico importante, la prostituta, l’oste, la moglie, il rivale e la figlia che lo rifiuta, costituiscono per Sadi Mahran un travagliato presente ossessivamente segnato dall’imperativo della rivalsa: un mondo fitto di viuzze, palmizi, taverne, periferie desolate, contrafforti sabbiosi e cimiteri prospicienti il deserto, in cui solamente il ricordo può guidarlo, dopo un cammino scandito da morti innocenti, all’appuntamento con il proprio destino. Infine il pensiero di Sadi Mahran si aggruma intorno all’idea di un’entità superiore, di cui la morte personifica l’araldo, che nel fluire della coscienza, magistralmente proposto in alcuni recitativi de Il ladro e i cani rivela la perfetta architettura di un codice arcano: nel male l’uomo è l’eterno perdente; nel bene, l’impronta di tutte le cose.

Nagib Mahfuz, Canto di nozze, Feltrinelli: Abbas Karam Younis, un giovane commediografo ancora sconosciuto, scrive il suo primo dramma ed espone sul palcoscenico i segreti più sordidi e intimi della sua famiglia e della troupe di cui fa parte.
Costruita intorno alla vita della compagnia teatrale, la stessa storia è narrata da quattro diversi punti di vista: quello di un amico di famiglia, del padre, della madre e, finalmente, di Abbas, che è il vero protagonista del romanzo.
Il padre Karam, suggeritore, è uno scommettitore incallito, mentre la madre Halima, cassiera del teatro, esercita anche la prostituzione. Dopo un inizio idilliaco la coppia finirà per trasformare la propria casa in un covo di trafficanti di droga, e nella sede di oscuri e loschi traffici.
Abbas decide di sposare una delle donne della compagnia teatrale, provocando la folle gelosia dell’attore Tariq, ma anche a causa delle condizioni di estrema povertà in cui continua a vivere, la donna, già debole e malata, muore.
Abbas scompare misteriosamente, lasciando un biglietto di addio. Un suicidio?

Ghada Abdel Aal, Che il velo sia da sposa!, epoché: La protagonista del libro, Bride, «che sarebbe “sposa” ma in inglese fa più figo e la gente dirà che sono colta», non riesce a trovare marito e continua a ricevere in casa della sua famiglia visite di improbabili pretendenti. Dal cafone al microcriminale, dal bugiardo al logorroico so-tutto-io, dal megatifoso di calcio al «bello e impossibile» innamorato di una collega, l’autrice ci regala in stile ironico e brillante una carrellata di personaggi, spassose caricature di uno stereotipo maschile che travalica le frontiere egiziane. Inoltre, Bride analizza in modo schietto e senza peli sulla lingua gli aspetti della società in cui vive e in cui va «a caccia di marito», un mondo orientale di cui ci offre uno spaccato giovane e attualissimo.

Khaled Al Khamissi, Taxi, Il Sirente: Attraverso una legge che permetteva di convertire le vecchie auto in taxi, il governo Mubarak aveva aperto le porte della professione a un esercito di contadini, neolaureati disoccupati, impiegati e insegnanti sottopagati… primo libro di Khaled Al Khamissi, Taxi, è diventato ormai un intramontabile classico della letteratura egiziana.

Ahmed Nàgi, Rogers e la via del Drago divorato dal sole, Il Sirente: Dall’album The Wall dei Pink Floyd, Nàgi ha creato un’opera che si colloca nel reale metropolitano contemporaneo, pur mantenendo legami con elementi leggendari e fiabeschi. Storie, desideri, visioni causate dal consumo di hashish e alcol catapultano il lettore in luoghi irreali e in situazioni fantastiche. Il muro, “the wall”, rappresenta l’incomunicabilità, l’alienazione, la follia. Un’allegoria della società sviluppata attorno all’ipotetica costruzione di un muro oppressivo e invalicabile che circonda l’individuo.
Un libro per chi è pronto a scoprire le fantasie, le utopie, gli idealismi, ma anche le frustrazioni di un ventenne egiziano che hanno portato alla caduta del regime Mubarak.

[Incipit] Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani

Di nuovo egli respira aria di libertà; ma l’atmosfera è soffocante, come impregnata di polvere, e il caldo insopportabile. Ritrova l’abito blu e le scarpe da ginnastica, ma non v’è nessun altro ad aspettarlo. Ecco riapparire il mondo, ecco dischiudersi il grande portone del carcere su segreti senza speranza.
Le strade sono come oppresse dal sole; le automobili sembrano impazzite, i passanti e le persone sedute ai tavoli, le case e i negozi… e nessuno che accenni un sorriso.
Egli è solo, avvilito. In carcere, ha perduto quattro preziosi anni della sua vita e per un altro anno ancora verrà segnato a dito.
Ora però è giunto il momento in cui la rabbia scoppi e avvampi, in cui i traditori vengano perseguiti sino alla morte e la menzogna smascherata. Nabawiyya e Alish, come hanno potuto due diversi nomi diventare uno solo? In mille occasioni, voi avete pensato a questo giorno e perlomeno una volta avete sperato che la porta del carcere non si sarebbe mai più aperta per me. Ora forse mi state aspettando, pronti ad agire, ma io non cadrò nella vostra trappola, colpirò al momento opportuno, come fa il destino.
Ma se alla mente gli sovviene Sana’, il calore, la polvere, il dolore e l’odio spariscono. In lui irrompe la felicità, come il sereno dopo la pioggia. Che cosa ne sa la piccola di suo padre?… Niente!… Così come la strada, i passanti e l’aria che brucia. Durante quei quattro anni, lui l’aveva pensata molte volte, ed era diventata come un’immagine misteriosa. Chissà se il destino gli concederà ora un luogo dove dare e ricevere affetto, dove provare gioia, dove la menzogna sia solo un odioso e lontano ricordo?

Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani (tit. originale Al-liss wa-l-kilab), Feltrinelli, Milano 1997. Traduzione di Valentina Colombo. 139 pagine.

* Recensione su Lankelot.
* Recensione su Repubblica.
* Nagib Mahfouz su Arablit.