Libri dal Canada

 

Quebec City

Alice Munro, Nemico, amico, amante…, Einaudi: Questi racconti possiedono la straordinaria capacità di trascinare il lettore nei meandri di una memoria che non è la sua per risvegliare emozioni che sono di tutti.
Ogni vita nasconde un segreto e un mistero, e la scrittura di Alice Munro li svela seguendo itinerari solo in apparenza tortuosi: all’improvviso le immagini fumose dell’inconscio acquistano un nitore abbagliante, la verità si manifesta e stordisce un lettore già ipnotizzato, sedotto. Alla malinconia subentra il dolore, all’emozione amorosa la passione viva, all’inganno innocuo la più terribile delle menzogne: ogni rivelazione ha il sapore dell’unicità. Non è possibile conservare distacco o indifferenza davanti a situazioni che escludono ogni atteggiamento neutrale.
La scrittura della Munro è aperta, lussureggiante, fitta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.

Alice Munro, Troppa felicità, Einaudi: Gioca a shanghai con le sue storie, Alice Munro, da sempre. Getta sulla pagina posti, alberi, situazioni e donne, cucine, abiti e animali, e con mano ferma se li riprende, li riordina provvisoriamente dentro la storia successiva, di raccolta in raccolta. Intanto passano gli anni e le verità che accendono improvvise i suoi racconti si sono fatte longeve. Non perché durino, ma perché non smettono di accendersi di nuovo, emanando altra luce, un’altra luce.
Con Troppa felicità, tuttavia, il lettore avverte il passaggio in corsa di un’elettricità inedita, una scarica di tremenda libertà. Queste storie sembrano spingersi un passo oltre il segreto contenuto in storie passate, e non per consumarlo rivelandolo, ma per complicarne l’esito a partire dalla consapevolezza temeraria della vecchiaia.
E se altrove l’immaginazione aveva provato a raffigurarsi l’orrore della morte di un bambino, qui i figli a morire sono tre, e a ucciderli è il padre. Se altrove una madre imparava a sopportare l’abbandono della figlia, qui all’abbandono del figlio segue il coraggio di rappresentare l’incontro, anni dopo, con uno sconosciuto di cui un tempo si conosceva a memoria ogni millimetro di intimità. Se altrove la fragile e caparbia convenzionalità dell’infanzia coagulava in dispetti odiosi ai danni di una qualsiasi creatura debole, qui tocca il fondo di una banalità del male senza scampo.
Non è cambiato il narrare di Alice Munro, è solo un po’ più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi. E dove ci lascia, in medias res, sforbiciando una frase, a volte anche solo una parola, che non se ne va più.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620078PCA.pdf

Tutti i libri di Alice Munro: http://www.einaudi.it/catalogo/(tiporicerca)/RicercaSemplice/(authors)/Alice%20Munro/(searchSessionKey)/Libri%20di%20Alice%20Munro/(enableEinaudiScore)/true/

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.
Comparso per la prima volta in Italia negli anni Ottanta, il romanzo della Atwood conserva tutt’oggi la sua attualità. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionalizzati, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/07/31/the-handmaids-tale/

Margaret Atwood, La donna da mangiare, Corbaccio: Marian McAlpin è una giovane donna canadese spiritosa e ben educata. Ha un lavoro insoddisfacente per le “Indagini di mercato Seymour”, un fidanzato di nome Peter e un’amica femminista con cui divide l’appartamento. Un giorno Marian diventa matta, o pensa di esserlo diventata dato che all’improvviso smette di mangiare. Il fatto è che non riesce più a capire la differenza fra sé e il cibo. È come se vivesse nel terrore di essere divorata. Dal lavoro, dagli amici, dal fidanzato. E per non farsi mangiare, non mangia. Comincia così una riscossa tragicomica contro tutti i potenziali divoratori.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/06/18/the-edible-woman/

Tutti i libri di Margaret Atwood: http://it.wikipedia.org/wiki/Margaret_Atwood#Opere

Douglas Coupland, Generazione X, Mondadori: La fuga verso l’ignoto di tre amici delusi dalla civiltà tecnologica, alla ricerca di cambiamenti drastici che diano un significato alla vita.

Douglas Coupland, Tutte le famiglie sono psicotiche, Isbn: Tutte le famiglie sono un po’ psicotiche. Ma i Drummond, perfetto concentrato delle nevrosi dei nostri tempi, lo sono molto più di altre. Janet, la mamma, è sieropositiva per colpa del figlio Wade. Che, come se non bastasse, ha trasmesso la malattia anche alla nuova moglie-trofeo di suo padre, il burbero Ted. Bryan, il fratello depresso, ha tentato il suicidio un paio di volte per poi fidanzarsi con una pseudo-no-global dal nome incomprensibile, Shw. L’improbabile gruppo si riunisce dopo anni per assistere al viaggio nello spazio dell’astronauta di famiglia, Sarah. L’incontro sarà il detonatore di una serie di eventi imprevedibili sotto il cielo della Florida, tra Disney World e Cape Canaveral, all’inseguimento di una busta misteriosa, alle prese con un losco uomo d’affari dal cuore tenero e in fuga da una bizzarra coppia di trafficanti di neonati. Tutte le famiglie sono psicotiche è una storia esplosiva, ricca di dialoghi brillanti, colpi di scena e situazioni paradossali. Divertente come i Tenenbaum, emozionante come Little Miss Sunshine, questo libro ci racconta i vizi, le follie e i sogni di una famiglia disfunzionale impossibile da dimenticare.

Tutti i libri di Douglas Coupland: http://it.wikipedia.org/wiki/Douglas_Coupland#Opere

Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi: Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall’accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose diffuse dal suo arcinemico Terry McIver. Così, fra quattro dita di whisky e una boccata di Montecristo, Barney ripercorre la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta che dal quartiere ebraico di Montreal lo ha portato nella Parigi dei primi anni Cinquanta (con l’idea di assumere il ruolo di «scrittore americano a Parigi»), e poi di nuovo in Canada, a trasformare le idee rastrellate nella giovinezza in sitcom tanto popolari quanto redditizie, grazie anche a una società di produzione che si chiama opportunamente Totally Unnecessary Productions. Barney ci parla delle sue tre mogli – una poetessa esistenzialista, una miliardaria dai robusti appetiti e dalla chiacchiera irrefrenabile, e Miriam, l’adorata Miriam, che lo ha appena lasciato. Ci racconta le sue passioni, come chiosare i quotidiani, o ascoltare nella notte Miriam alla radio. Ci descrive i suoi intrattenimenti, come immaginare Terry McIver che si dibatte in un mare infestato di squali, o lanciare galosce verso l’attaccante della sua squadra di hockey che ha appena sbagliato un gol. Ci aggiorna sulle sue ubbie (non ricordare i nomi dei sette nani) e sui rimedi che escogita (domandarli a un figlio dall’altra parte del mondo, incurante della differenza di fuso). E ci chiede di partecipare alle sue consolazioni, accompagnandolo a deporre sulla tomba del padre, anziché il sassolino rituale, un sottaceto e un tramezzino al pastrami. Questo è Barney Panofsky, personaggio fuori misura, insofferente di tutto ciò che ottunde la vita. E questa è una delle storie più divertenti che ci siano state raccontate da molto tempo.
La versione di Barney è apparso per la prima volta nel 1997.

Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi: A chi lo incensava come l’inimitabile cantore del microcosmo ebraico di St Urbain Street, Mordecai Richler rispose da par suo, e cioè facendo saltare il tavolo con questo romanzo, il suo penultimo. Qui il racconto abbraccia infatti due secoli, due sponde dell’Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato: vitalità, ricchezza, lusso, inclinazione al piacere in ogni sua forma. Ma nessuna grande famiglia è senza macchia, e la macchia dei Gursky si chiama Solomon, rampollo in disgrazia che pare essere stato presente, come Zelig più o meno negli stessi anni, in tutti i momenti cruciali del ventesimo secolo – la Lunga Marcia, l’ultima telefonata di Marilyn, le deposizioni del Watergate, il raid di Entebbe. Solomon rimarrebbe tuttavia un mistero, se della sua fenomenale parabola non decidesse di occuparsi il più improbabile dei biografi, Moses Berger, ex ragazzo prodigio rovinato dal rancore, dall’alcol, ma soprattutto dalle sue stesse maniacali indagini intorno a un unico soggetto: i Gursky. I lettori di Barney avranno certamente riconosciuto gli ingredienti base di ogni Richler da collezione: a sorprenderli, stavolta, sarà la loro imprevedibile miscela.
Solomon Gursky è stato qui è stato pubblicato per la prima volta nel 1989.

Tutti i libri di Mordecai Richler: http://it.wikipedia.org/wiki/Mordecai_Richler#Opere

Yann Martel, Io, Paul e la storia del mondo, e/oIo, Paul e la storia del mondo  è il racconto di un’amicizia tra due giovani. Uno dei due scopre di aver preso l’AIDS per  una trasfusione a seguito di un incidente automobilistico. Di fronte alla prospettiva della morte dell’orrore della malattia, i due giovani inventano un gioco in cui dovranno ricostruire la storia di una famiglia attraverso tutto il secolo ventesimo, proponendo per ogni anno del secolo un avvenimento storico di particolare rilevanza.
Naturalmente la storia così inventata e soprattutto i fatti storici rievocati rispecchieranno l’andamento della malattia di Paul: ottimisti, positivi, buoni, quando ci sono dei miglioramenti nella salute; oscuri e disperati quando la malattia andrà avanti spietata.
Attraverso questo gioco, i due ragazzi sperano di vincere l’orrore della morte con il potere dell’immaginazione e della cultura. Sarà un gioco disperato e crudele, che però porterà anche una luce nella malattia di Paul. Si vedrà anche come la lettura della storia cambia a seconda degli stati d’animo soggettivi dei protagonisti.
Un romanzo tragico che è un tributo al potere dell’immaginazione e che ha rivelato uno dei principali scrittori canadesi di oggi.

Yann Martel, Self, Piemme: Lui ha cinque anni e adora bollire le carote, vederle lentamente cambiare di forma. La trasformazione lo affascina, da sempre. Come quella dei panni in lavatrice, che entrano sporchi, vengono travolti dal diluvio universale ed escono limpidi e redenti.
È convinto che non debbano esistere differenze tra uomini e donne, solo tra amici e nemici. E crede fermamente che negli occhi di chi è innamorato si possano vedere pesci che nuotano felici. D’altra parte, non è forse vero che le lacrime sono salate e che l’amore è un sentimento grande come un oceano?
Come quello per Noah, suo compagno d’asilo. E dove sta scritto che, solo perché tra le gambe hanno entrambi un ditino che spunta, non possono sposarsi, ma devono soltanto essere migliori amici? E perché invece i vermi possono essere maschi e femmine contemporaneamente?
Poi, in un attimo, la scoperta del corpo che cambia travolge ogni cosa: è l’adolescenza, il tripudio degli ormoni, della scoperta, del sesso. Lui si iscrive al college, si masturba, studia, si masturba, finisce il college, si masturba ancora.
Fino a una notte in Portogallo, durante un viaggio, quando compare lei e di colpo il mondo è diverso. Lei frequenta l’università, scrive racconti, viaggia, s’innamora.
Lei è lui. Lui è lei.
Uguali.
Diversi.
Uniti. Distinti. O forse entrambe le cose.
Fino al colpo di scena finale.

Yann Martel, Vita di Pi, Piemme: Piscine Molitor Patel è indiano, ha sedici anni, è affascinato da tutte le religioni, e porta il nome di una piscina. Nome non facile che dà adito a stupidi scherzi e giochi di parole. Fino al giorno in cui decide di essere per tutti solo e soltanto Pi. Durante il viaggio che lo deve condurre in Canada con la sua famiglia e gli animali dello zoo che il padre dirige, la nave mercantile fa naufragio. Pi si ritrova su una scialuppa, alla deriva nell’Oceano Pacifico, in compagnia soltanto di quattro animali. Tempo pochi giorni e della zebra ferita, dell’orango del Borneo e della iena isterica non resta che qualche osso cotto dal sole. A farne piazza pulita è stato Richard Parker, la tigre del Bengala con cui Pi è ora costretto a dividere quei pochi metri. Contro ogni logica, il ragazzo decide di ammaestrarla. La loro sfida è la sopravvivenza, nonostante la sete, la fame, gli squali, la furia del mare e il sale che corrode la pelle. Il loro è un viaggio straordinario, ispirato e terribile, ironico e violento, che ci porta molto più lontano di quanto avessimo mai potuto immaginare. A scoprire che la stessa storia può essere mille altre storie. E che riaccende la nostra fede nella magia e nel potere delle parole.
Acclamato come un nuovo classico dalla critica, Vita di Pi è un libro unico, miracolosamente sospeso tra realismo e magia, un po’ romanzo di avventura e un po’ favola surreale dall’inattesa anima nera.

Yann Martel, Beatrice e Virgilio, Piemme: Una manciata di personaggi
Beatrice e Virgilio: un asino e una scimmia urlatrice.
Henry: ex scrittore, famoso suo malgrado.
Henry (2): tassidermista, sta scrivendo una commedia.
La loro storia
Henry riceve una pesante busta, in apparenza una delle tante che gli arrivano da lettori nostalgici. Sul biglietto che la accompagna, una richiesta di aiuto e un indirizzo, che lo conduce alla Tassidermia Okapi, il negozio di Henry (2), strabiliante regno di animali impagliati. Due di questi, Beatrice e Virgilio, sono i protagonisti della commedia che il tassidermista sta scrivendo, e che vuole lasciare nelle mani esperte di Henry perché non riesce a terminarne la stesura.
Ma dietro la semplicità della favola la storia dei due animali è una metafora della più grande tragedia dell’umanità:
«Gli animali sono stati sterminati, cancellati per sempre. La mia commedia parla di questo irreparabile abominio».
E la follia che, fuori e dentro la finzione, si impossessa dei personaggi condurrà a un epilogo inatteso e drammatico.
Un’affascinante storia di parole, vergogna e memoria. Una lettura inedita, visionaria e poetica.
Il primo capitolo: http://api2.edizpiemme.it/uploads/2014/02/estratto-5661551-beatrice.pdf

The Handmaid’s Tale

Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale, Seal Books, 1985. 402 pagine.

Questo è il libro più bello che abbia letto nell’ultimo anno. Superato da nessuno. Ho sentito dire molte volte “il libro più terribile che abbia mai letto”. Lo è. Una distopia agghiacciante, ma di quelle fatte veramente bene.

Siamo negli ex Stati Uniti, ora Repubblica di Gilead, intorno agli anni Ottanta del Novecento (lo stesso periodo in cui Atwood scrive). La Repubblica di Gilead è un regime teocratico.

La protagonista e voce narrante è Offred, ma questo non è il suo vero nome, significa solo “di Fred”, “of Fred”, ed è in questo modo che è formato il nome di tutte quelle della sua specie. Le ancelle, vestite completamente di rosso, con un solo particolare bianco: le “ali” ai lati del viso, che impediscono loro di vedere e di essere viste. Ogni ancella prende il nome del suo proprietario, perché l’ancella è una schiava: una schiava del sesso.

In questa società infatti molte donne sono diventate sterili (non gli uomini: è reato dire che gli uomini possano essere sterili) e i bambini che nascono sono spesso deformi o nascono morti, a causa delle radiazioni e dell’incredibile inquinamento chimico presenti nell’aria. Per questo i Comandanti e le loro Mogli si devono affidare alle Ancelle, schiave che vengono “scopate” (non copulate, non violentate, perché tutto questo implicherebbe due persone mentre questo atto implica solo il Comandante) nel corso di una cerimonia nella quale anche la Moglie è presente. Il Comandante scopa, l’Ancella, completamente vestita eccetto per la parte strettamente interessata, non si muove. L’Ancella non viene violentata, perché ha avuto una, seppur flebile, possibilità di scelta. Poteva infatti scegliere di essere mandata nelle Colonie, insieme alle “Unwomen”, le non-donne (non so come abbiano reso questo termine nella traduzione italiana), dove sarebbe stata destinata a morte certa, messa a raccogliere i rifiuti tossici.

Offred ha invece deciso di andare avanti, di sopravvivere comunque. Ci racconta la storia del presente, nella famiglia del Comandante di cui è schiava, le piccole trasgressioni come ad esempio parlare con una compagna mentre vanno al mercato, le grandi privazioni come il divieto di leggere, tanto che anche i negozi non hanno nomi, perché le Ancelle non ne siano sviate, ma solo figure. Ci racconta anche del passato, della vita subito prima l’uccisione del presidente, di come le cose sono diventate quelle che sono. E racconta in una maniera potentemente bella, la Atwood dà mostra di una scrittura assolutamente perfetta.

Terribile, questo libro, per tanti particolari della vita quotidiana nella Repubblica di Gilead, che non voglio raccontare per non togliere il gusto della lettura a chi lo volesse leggere.

È una distopia, come tale non piacerà a tutti, è anche un libro pesantissimo, un vero pugno allo stomaco, ma va letto, lo consiglio a tutti, perché è bellissimo e perché come tutte le distopie ci svela quello che potremmo essere se portassimo agli estremi certe nostre idee.

* Una recensione molto consigliata per chi sa l’inglese.
* Il sito dell’autrice.
* Margaret Atwood in italiano.
* Una recensione in italiano (il libro in italiano si intitola Il racconto dell’ancella, ma se potete leggetelo in inglese perché perdereste un sacco di giochi di parole e giochi sulle parole).
* Il film tratto dal libro.

Questa recensione partecipa alla sfida delle “letterature altre” ed è pubblicata anche sul relativo blog.

The Edible Woman

Margaret Atwood, The Edible Woman, Virago, London 1980. 281 pagine.

Marian è una ragazza del tutto ordinaria, con un lavoro ordinario, un fidanzato ordinario e una vita ordinaria. La prima parte del romanzo sembrerebbe un po’ un libro di Sophie Kinsella, se non fosse che ogni tanto Marian fa cose strane, tipo scappare via di corsa dal fidanzato e dagli amici e nascondersi sotto il letto. Ricordiamoci anche che il libro è stato scritto nel 1965, perciò quello che all’epoca poteva sembrare del tutto “folle” può essere visto con altri occhi oggi.

Devo essere sincera: la prima parte è stata per me molto noiosa e ho pensato di abbandonare il libro, cosa che non ho fatto perché mi interessava vedere come la Atwood sviluppava l'”anoressia” della protagonista. Nelle recensioni si legge infatti che, dopo il fidanzamento con Peter, Marian smette gradualmente di mangiare, come se non potesse digerire il matrimonio.

Ho scritto “anoressia” fra virgolette perché non si tratta affatto di questo, quanto invece di una forma assai virulenta di fobia alimentare, cosa che nessuna recensione fra quelle che ho letto mi pare sia riuscita a cogliere. L’anoressia è un rifiuto del cibo per svariati motivi, come la paura di ingrassare o il desiderio di negare la propria femminilità, per farla molto semplice. Il problema di Marian assomiglia molto all’anoressia, ma non lo è: Marian è spaventata dal cibo perché, ad esempio, pensa alla bistecca come a un pezzo di cadavere, o all’uovo come a un potenziale pulcino. Ma non è nemmeno una questione di vegetarianesimo o veganesimo, perché piano piano anche una carota arriva a sembrarle viva e si chiede se anch’essa possa soffrire o addirittura urlare dentro di sé. Marian ha paura del cibo, come di qualcosa di vivo che lei non può assolutamente ingerire per non diventare cannibale. Piano piano smette di mangiare tutto, ma non perde mai l’appetito. Marian vorrebbe mangiare ma non può.

Nella seconda parte, dove assistiamo a questo processo di privazione forzata (e non voluta) del cibo, Marian si stacca da sé in modo così drastico da parlare in terza persona (nella prima e nella terza parte parla invece in prima persona). Come si è detto in alcune recensioni, viene sviluppato qui il tema dell’alienazione dalla società.

Non posso dire molto più di questo, anche se vorrei, perché altrimenti rovinerei tutto il gusto della lettura a chi volesse prendere in mano questo libro. L’unica cosa che posso dire è che non si tratta di un libro straordinario ma, se si supera indenni la prima parte, è comunque interessante e merita una lettura.

Alcuni link:

* il libro su Wikipedia (in inglese)
* l’incipit in italiano e in inglese e la quarta di copertina (il titolo italiano del libro è La donna da mangiare)
* il sito di Margaret Atwood (in inglese)
* l’autrice su Wikipedia
* un articolo sulle fobie alimentari

Questa recensione partecipa alla sfida delle “letterature altre” ed è pubblicata anche sul relativo blog.

The Little Red Hen Tells All

Chiedo scusa a chi non legge bene l’inglese, lo spunto di lettura di questa settimana è in lingua. Per quanto ne so, non esistono ancora traduzioni in italiano di questo libro – se invece ce ne sono fatemi sapere.

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Everyone wants in on it. Everyone! Not just the cat, the pig and the dog. The horse too, the cow, the rhinoceros, the orang-outang, the horn-toad, the wombat, the duckbilled platypus, you name it. There’s no peace any more and all because of that goddamn loaf of bread.
It’s not easy, being a hen.

You know my story. Probably you had it told to you as a shining example of how you yourself ought to behave. Sobriety and elbow-grease. Do it yourself. Then invest your capital. Then collect. I’m supposed to be an illustration of that? Don’t make me laugh.
I found the grain of wheat, sure. So what? There are lots of grains of wheat lying around. Keep your eyes to the grindstone and you could find a grain of wheat, too. I saw one and picked it up. Nothing wrong with that. Finders keepers. A grain of wheat saved is a grain of wheat earned. Opportunity is bald behind.
Who will help me plant this grain of wheat? I said. Who? Who? I felt like a goddamn owl.
Not me, not me, they replied. Then I’ll do it myself, I said, as the nun quipped to the vibrator. Nobody was listening, of course. They’d all gone to the beach.
Don’t think it didn’t hurt, all that rejection. Brooding in my nest of straw, I cried little red hen tears. Tears of chicken blood. You know what that looks like, you’ve eaten enough of it. Makes good gravy.
So, what were my options? I could have eaten that grain of wheat right away. Done myself a nutritional favour. But instead I planted it. Watered it. Stood guard over it night and day with my little feathered body.
So it grew. Why not? So it made more grains of wheat. So I planted those. So I watered those. So I ground them into flour. So I finally got enough for a loaf of bread. So I baked it. You’ve seen the pictures, me in my little red hen apron, holding the loaf with its plume of aroma in between the tips of my wings, smiling away. I smile in all the pictures, as much as you can smile, with a beak. Whenever they said Not me, I smiled. I never lost my temper.
Who will help me eat this loaf of bread? I said. I will, said the cat, the dog and the pig. I will, said the antelope. I will, said the yak. I will, said the five-lined skink. I will, said the pubic louse. They meant it, too. They held out their paws, hooves, tongues, claws, mandibles, prehensile tails. They drooled at me with their eyes. They whined. They shoved petitions through my mail slot. They became depressed. They accused me of selfishness. They developed symptoms. They threatened suicide. They said it was my fault, for having a loaf of bread when they had none. Every single one of them, it seemed, needed that goddamn loaf of bread more than I did.
You can bake more, they said.

So then what? I know what the story says, what I’m supposed to have said: I’ll eat it myself, so kiss off. Don’t believe a word of it. As I’ve pointed out, I’m a hen, not a rooster.
Here, I said. I apologize for having the idea in the first place. I apologize for luck. I apologize for self-denial. I apologize for being a good cook. I apologize for that crack about nuns. I apologize for that crack about roosters. I apologize for smiling, in my smug hen apron, with my smug hen beak. I apologize for being a hen.
Have some more.
Have mine.

Da: Margaret Atwood, Good Bones, Virago Press, London 1993.

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Agli interessati consiglio questo sito, dal quale è possibile leggere estratti, poesie, racconti di Margaret Atwood.

Pyongyang

Pyongyang, Guy Delisle

Questo libro l’ho comprato alla Fiera di Roma. Fra gli altri.

Guy Delisle è un fumettista canadese, del Québec.
Si tratta, infatti, di un fumetto o, come si dice ora, di un graphic-novel. Un po’ sullo stile di Persepolis, se avete presente di cosa parlo.

Delisle trascorre due mesi nella famigerata capitale della Corea del Nord per lavoro, e ne ritorna con questo reportage a fumetti. Pyongyang è la città di cui meno sappiamo al mondo, e francamente non è che questo fumetto ci illumini molto. Perché l’autore alloggia in un albergo posto su un’isoletta, e agli stranieri è proibito lasciare l’isola. A meno che non girino con guida e interprete. Un po’ più di libertà viene concessa ai lavoratori delle ONG, con i quali ogni tanto Delisle si accompagna. Ma non si possono avere contatti con gli abitanti. Fanno eccezione solo, appunto, le guide e l’interprete. Non si può andare da nessuna parte senza prima avvisare le guide. Alcuni luoghi sono proibiti. Per esempio, la stazione, ma il nostro autore la visita ugualmente, e viene subito scoperto. Eppure, dice, non c’è niente in quella stazione che non si possa vedere. Altri luoghi sono obbligati. Come la visita al Museo dell’Amicizia, che raccoglie i doni di tutti gli Stati a Kim Il-Sung e Kim Jong-Il. E, prima ancora, appena arrivati in città, la rituale deposizione dei fiori ai piedi della gigantesca statua (22 metri) di Kim Il-Sung, morto nel 1994 ma tuttora presidente (presidente eterno, così viene chiamato).
Quello che veniamo a sapere non è tanto di più rispetto a quel quasi niente che trapela dai pochissimi giornalisti ammessi. Che non ci sono luci, salvo quelle destinate a illuminare i monumenti ai due leader. Che alcune ONG hanno deciso di abbandonare il Paese, perché gli aiuti umanitari vengono distribuiti a seconda della fedeltà al regime, e alcuni milioni di cittadini ne sono lasciati totalmente privi. (Perché, ebbe a dire il presidente eterno, «per ricostruire una società vittoriosa dovrebbe sopravvivere solo il 30 per cento della popolazione»). Che in ogni ufficio c’è una foto di Kim Il-Sung e una di Kim Jong-Il, opportunamente ritoccate in modo da rendere i due quasi identici. Che non si può ascoltare la radio, eccetto l’unica emittente di Stato. Che tutti portano sulla giacca una spilla con il ritratto del presidente eterno o del caro leader o di entrambi. Che la musica è solo musica di Stato, celebrativa del caro leader. Che alcune persone semplicemente smettono di esistere, orwellianamente vaporizzate come se non fossero mai esistite.
Tutto questo assomiglia tanto proprio a quel 1984 che Orwell aveva ipotizzato nel 1948, anno della fondazione della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord. Che Delisle legge la sera a letto, in albergo. Alla luce di una candela. Che presta al suo interprete, il quale, dopo averne lette alcune pagine, glielo restituisce tremando.
Insomma, a me pare che, in così tanta carenza di informazioni, tutto quello che fa un po’ di luce, benché poca, vada letto.

Fusi Orari è la casa editrice che pubblica i libri di Internazionale.