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Johann Nestroy, Zu ebener Erde und erster Stock

Johann Nestroy, Zu ebener Erde und erster Stock oder Die Launen des Glückes, Reclam, 2007. Pubblicazione originale 1835.

Questa commedia è stata tradotta in italiano, con il titolo Pianterreno e primo piano, nella raccolta Teatro pubblicata da Adelphi nel lontano 1974 e mai più ristampata. Io avevo trovato il libro nella biblioteca delll’università a suo tempo e, se vi interessano il teatro e la letteratura austriaca, vi consiglio di provare a cercarlo.

Quindi avevo già letto questa pièce moltissimi anni fa, acquistandola poi in tedesco per poterla rileggere in lingua originale. Sono contenta di aver fatto passare tanti anni prima di prendere in mano questo libriccino, perché non ricordavo più quasi niente della commedia e questo ha fatto sì che potessi gustarmela fino in fondo.

La prima cosa che colpisce di Pianterreno e primo piano è l’impostazione: a sinistra c’è una parte di testo e a destra ce n’è un’altra, la pagina è dunque divisa in due parti. A sinistra abbiamo la parte che si svolge al pianterreno, a destra quella che si svolge al primo piano. I due piani e le due famiglie che li abitano si trovano nello stesso palazzo. Al pianterreno vive la famiglia Schlucker: l’uomo, padre di cinque figli, è un rigattiere e la famiglia vive nella più assoluta povertà, tanto da trovarsi a mangiare solo pane e acqua per cena. Al primo piano invece vivono Goldfuchs, un milionario, con i suoi servitori e sua figlia Emilie.

La commedia ruota intorno al denaro, tanto che Nestroy ebbe a dire che «il denaro era il punto cercato da Archimede per muovere il mondo». Denaro a profusione al primo piano, denaro che non c’è al pianterreno. In entrambi i casi il denaro è di importanza vitale, che sia perché la sua mancanza determina l’impossibilità di dare finanche una cena decente alla famiglia Schlucker, o perché Goldfuchs ne ha talmente tanto da spenderlo e spanderlo a destra e a manca.

Tuttavia c’è un altro punto focale nella commedia ed è l’amore. Adolf, il figlio maggiore di Schlucker, è innamorato, ricambiato, di Emilie, la figlia di Goldfuchs. Allo stesso tempo ci sono le storie d’amore fra i servi e i personaggi comprimari del pianterreno e del primo piano. Questo porta fin dall’inizio a una vera e propria commedia degli equivoci con lettere scambiate e conseguente caos a non finire.

La commedia è dunque molto divertente, ma non manca certamente di far riflettere sull’importanza cruciale del denaro nella vita delle persone, nonché sulla fortuna che è una ruota che gira e prima o poi tocca a tutti (e questo è vero anche della sfortuna).

Mi è piaciuta moltissimo e per tutta la lettura mi sono immaginata la scena rappresentata a teatro, sarebbe veramente bella da vedere.

 

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Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio (Croazia)

Ödön von Horváth, Jugend ohne Gott, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1970.

Due parole prima di tutto sull’autore. Ödön von Horváth nasce nel 1901 a Fiume, che è il motivo per cui ho scelto di leggerlo per la Croazia, sebbene l’autore sia assolutamente austro-ungarico (scrive infatti in tedesco). Lo scrittore è da alcuni considerato il più grande drammaturgo di lingua tedesca dopo Brecht e in ogni caso è abbastanza unanimemente accolto come un importante autore di lingua tedesca. Ciononostante non è molto noto in Italia e io stessa lo conoscevo solo grazie ad alcuni professori universitari che mi hanno aiutata ad avvicinarmi alla letteratura austriaca e/o austro-ungarica. Horváth muore a Parigi nel 1938, a neppure 37 anni, colpito da un albero caduto sugli Champs Elysées. Ha dunque vissuto i primi anni del nazismo, ma per sua fortuna non la guerra.

Il libro, che io ho letto in tedesco, è stato pubblicato in Italia come Gioventù senza Dio prima da Bompiani e in seguito da Baldini & Castoldi Dalai.

Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista, un trentacinquenne insegnante di geografia e storia che lavora quotidianamente con ragazzi appena adolescenti. I protagonisti non hanno nomi ma soltanto iniziali, e anche il periodo in cui si svolge la vicenda non è menzionato, sebbene sia chiaro che ci troviamo agli albori del periodo nazista, fra le due guerre.

L’io narrante non è un insegnante amato dai suoi allievi, per nulla, perché contrasta, seppure debolmente, un certo tipo di pensiero che si va facendo imperante. Ad esempio, in un tema uno dei suoi alunni scrive che i “negri” sono esseri inferiori e l’insegnante lo riprende, spiegandogli che anche loro sono esseri umani. Per questo verrà abbondantemente redarguito dal padre dello scolaro e tutti gli alunni sottoscriveranno una lettera per chiederne la rimozione. I ragazzini non fanno che ripetere slogan e affermazioni sentiti alla radio e l’opposizione dell’insegnante, così come del resto del corpo docente e, per estensione, degli adulti, è flebile seppur presente.

Gli alunni partecipano a un’esercitazione militare della durata di alcuni giorni, durante la quale uno di loro scompare e viene poi trovato morto. Da qui si dipana una sorta di trama “gialla”, perché l’insegnante si mette alla ricerca del colpevole e le cose si fanno piuttosto intricate. Tuttavia questo libro non è per niente un giallo, non è affatto un libro “d’evasione”, ma un testo molto più profondo che sconfina nel filosofico.

Temi principali del romanzo sono la colpa, concreta e vicaria, l’assunzione di responsabilità, l’esistenza di Dio. E l’avvio di una nazione verso il baratro. La presenza di Dio è costante in questo romanzo: l’insegnante si dichiara ateo, ma sarà costretto a riconoscere la presenza di Dio, che è però una presenza “terribile”, un’entità tutt’altro che buona, perché permette il male e non ne fornisce giustificazione né attenuante. La generazione di adolescenti con cui l’insegnante lavora è una “gioventù senza Dio” perché, in linea con il pensiero che si va facendo dominante, non ha né riconosce principi morali. Il male è imperante, ma l’insegnante decide a un certo punto di opporvisi, sebbene ciò avvenga a un enorme costo personale.

Il libro è lungo appena 157 pagine nella mia edizione, ma presenta una profondità di temi impressionante per un romanzo tanto breve, e anche la scrittura è limpida e molto piacevole da leggere. Il romanzo si legge in poche ore ed è difficile lasciarlo perché, nonostante la profondità e, quindi, la complessità, coinvolge moltissimo. Il punto non è “arrivare alla fine” né “scoprire il colpevole”, sebbene siano comunque due sproni importanti alla lettura, ma piuttosto immergersi nel mondo che, come l’autore ci fa vedere, si va facendo marcio, soprattutto nelle giovani generazioni, che saranno gli adulti di domani. Ma anche gli adulti di oggi non sono messi molto meglio perché deboli, restii ad agire, ad assumersi le proprie responsabilità, a muoversi per evitare il male.

Per convincervi a leggerlo, vi consiglio infine un’ottima recensione, che potete trovare qui.

Leo Perutz, Zwischen neun und neun – 1918

Leo Perutz, Zwischen neun und neun, Library of Alexandria, 2012.

Questo libro è stato tradotto in italiano da Adelphi e pubblicato con il titolo Dalle nove alle nove. La data di pubblicazione originale è il 1918.

Leo Perutz, nato a Praga nel 1882, è un importante esponenente della letteratura in lingua tedesca, di cui però io non avevo mai letto niente. Incuriosita da recensioni molto positive dei suoi libri, qualche mese fa ho comprato questo ebook, che fra i tanti era quello che forse mi interessava di più. Non fatevi ingannare dalla copertina, non c’entra niente con il contenuto del libro.

Vi avviso subito che non mi sarà possibile parlare di questo libro senza svelarvi particolari fondamentali della trama, quindi se volete leggerlo senza rovinarvi la sorpresa (cosa che francamente vi consiglio) non leggete oltre. Purtroppo potrei dire ben poco su questo romanzo se non svelassi la trama. O almeno, per me è così.

All’inizio del libro ci troviamo in una bottega di alimentari e ben presto ci viene presentato un personaggio molto bizzarro, tale Stanislaus Demba, che si rivelerà essere il protagonista del romanzo. Demba è bizzarro perché fa cose strane: ordina un panino, ma esita a prenderlo in mano, vuole che gli venga affettato, non sa come dare i soldi alla bottegaia, dice cose strane, e infine se ne va senza una parola, dopo aver mandato via la bottegaia con uno stratagemma. Demba sarà poi il protagonista di altre molteplici avventure altrettanto bislacche, e solo verso la metà del libro verremo a scoprire il perché di questo suo comportamento.

Demba, di fatto, non usa le mani per tutto il libro, ma come mai questa peculiarità? A una ragazza incontrata al parco dice di essere mutilato, ma scopriamo ben presto che non è che una delle tantissime bugie che escono dalla bocca dello strampalato personaggio. Demba, in realtà, è ammanettato. Ebbene sì, ammanettato. Ed è per questo motivo che non può utilizzare le mani. Perché non deve far scoprire agli altri questa sua condizione, perciò non può far vedere le mani né, di conseguenza, utilizzarle.

Demba, infatti, è scappato da un rocambolesco arresto, avvenuto peraltro per motivi oscuri. Un anno addietro lo studente aveva rubato tre libri, mai presi in prestito prima d’allora, dalla biblioteca della facoltà: due li aveva rivenduti subito, un altro si accingeva a rivenderlo al momento dell’arresto. Di fatto non viene arrestato perché il libro è stato rubato, ma probabilmente perché l’antiquario a cui lo propone si rende conto del valore del volume e vuole guadagnarci ancora più soldi, perciò architetta il trucco di chiamare la polizia. In ogni caso, Demba è difficilmente colpevole di un furto che non ha arrecato danno a nessuno, perché questo libro era così “di nicchia” e sconosciuto che nessuno per decenni lo aveva chiesto in prestito e nessuno per un anno si era accorto della sua assenza. Demba, quindi, viene arrestato per un motivo del tutto futile.

Il libro è di fatto una riflessione sulla libertà, sul carcere, ma soprattutto sulla libertà. Questo sembra strano mentre si legge, perché le avventure di Stanislaus Dembra sono tragicomiche: in cerca di soldi per tutto il corso del romanzo, perché vuole portare in vacanza, riconquistandola, la sua “ragazza”, Sonja, che vorrebbe partire con un altro uomo. In cerca di questi soldi, dunque, si mette nelle situazioni più assurde, che talvolta fanno francamente ridere, e il romanzo sembra quasi comico a tratti, e di certo non filosofico.

Di fatto però fin da quando veniamo a scoprire del mancato arresto, a metà del libro, Demba inizia a “buttare lì” delle riflessioni filosofiche sul senso della libertà, sull’assurdità del carcere, sulla necessità di essere liberi per essere vivi. Tant’è vero che Demba, appunto, scappa dai poliziotti che vogliono arrestarlo, in un modo che dovrebbe renderlo libero e invece lo rende – più che mai schiavo, o più che mai libero? Probabilmente la seconda ipotesi, ma sta al lettore giudicare.

Ma fino alla fine, fino alle ultimissime frasi, alle ultimissime parole, non ci rendiamo conto del significato profondamente filosofico e direi libertario di questo libro. Un libro che fa riflettere senza mai far apparire di avere questo scopo, ma che anzi fa riflettere divertendo e intrattenendo, è a mio parere un libro riuscitissimo. Perché non annoia mai, non sembra mai un libro per persone più impegnate o più portate alla riflessione, arriva anzi a far riflettere anche chi sperava in un libro quasi di “evasione” (in tutti i sensi, del resto).

Le ultime frasi sono quelle che danno senso a tutto il libro, e io neanche per un secondo mi sarei aspettata una conclusione del genere. Ma tutto torna al suo posto leggendo queste ultime righe, e il romanzo come dicevo assume un significato che non sembrava avere.

Il carcere è qualcosa che ha senso? Cos’è la libertà? Come si ottiene la libertà? A un certo punto, nel finale, Demba dice più o meno così (la traduzione è mia, non ho sotto mano il testo italiano): «Ho desiderato la libertà. Con ogni fibra del mio corpo. Ma mi sono solo stancato e ora voglio solo una cosa: riposare.» Cos’è, dunque, la libertà? Ottiene Demba la libertà? Ma a che prezzo, ed è un prezzo giusto da pagare per questo bene supremo? Un finale altamente simbolico, che personalmente mi ha lasciato a bocca aperta.

[Incipit] Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord

15 gennaio
Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? in attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner

33 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Egregi signori e signore della casa editrice di “Like”, se l’ostinazione con cui ignorate i miei tentativi di disdire l’abbonamento mira a potermi rifilare altri fascicoli della vostra pubblicazione sempre più mediocre, mi rincresce avvisarvi che comunque non ho più intenzione di pagare!
Distinti saluti, E. Rothner

8 minuti dopo
R:
Ha sbagliato. Sta scrivendo a un privato. Il mio indirizzo è woerter@leike.com. Lei intendeva woerter@like.com. È già la terza richiesta di disdetta. Quella rivista deve essere peggiorata sul serio.

5 minuti dopo
RE:
Oh, mi perdoni! E grazie per il chiarimento. Saluti, E.R.

Nove mesi dopo
Nessun oggettoBuon Natale e Felice Anno Nuovo, Emmi Rothner.

Due minuti doppo
R:
Cara Emmi Rothner, in pratica non ci conosciamo, ma la ringrazio per la sua affettuosa e oltremodo originale e-mail collettiva! Se c’è una cosa che adoro sono le e-mail collettive per una collettività cui non appartengo. Distintamente, Leo Leike

18 minuti dopo
RE:
Perdoni il disturbo per iscritto, signor Distintamente Leo Leike. Qualche mese fa, volendo disdire un abbonamento, casualmente sono incappata nel suo indirizzo e-mail, che per sbaglio è finito nel mio database dei clienti. Lo cancellerò immediatamente.
P.S. Se le viene in mente una formula più originale di “Buon Natale e Felice Anno Nuovo” per augurare “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”, non se la tenga per sé. Nel frattempo, Buon Natale e Felice Anno Nuovo! E. Rothner

Sei minuti dopo
R:
Le auguro delle piacevoli feste, e sono lieto per lei, perché l’aspetta uno dei suoi migliori ottanta anni. Casomai, nel frattempo, si fosse abbonata a “Una giornata da incubo”, mandi tranquillamente a me – per sbaglio – la disdetta.

Tre minuti dopo
RE:
Chapeau! Un distinto abbraccio, E.R.

38 giorni dopo
Oggetto: Nemmeno un euro!
Pregiatissima direzione editoriale di “Like”, ho detto addio alla vostra rivista tre volte per iscritto e due volte telefonicamente (attraverso una certa signora Hahn). Ne deduco quindi che continuate a inviarmela per puro piacere personale. Quanto al bollettino di 186 euro che mi avete appena spedito, lo conserverò come un bel souvenir, così mi ricorderò di “Like” anche quando finalmente non me la vedrò più recapitare a casa. Non scomodatevi ad aspettare che vi paghi anche un solo euro. I miei più cordiali saluti, E. Rothner.

Due ore dopo
R:
Cara signora Rothner, ma lo fa apposta? O si è davvero abbonata a “Una giornata da incubo”? Distintamente, Leo Leike.

15 minuti dopo
RE:
Caro signor Leike, a questo punto sono davvero in imbarazzo. Purtroppo l'”ei” è un mio problema ciclico, in certi giorni metto sempre una “e” davanti alla “i”. Quando vado di fretta, se devo scrivere la “i”, mi scappa sempre una “e” prima. La verità è che le mie due dita medie si fanno la guerra sulla tastiera. La sinistra vuole sempre battere in velocità la destra. Sono mancina di nascita, invertita alla destra a scuola. La mano sinistra non me lo ha mai perdonato, prima che la destra scriva la “i”, col medio ci infila sempre una “e”. Perdoni il disturbo, (forse) non succederà più. Buona serata, E. Rothner.

Quattro minuti dopo
R:
Cara signora Rothner, posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha impiegato a scrivere l’e-mail sul suo probelma ciclico? Un distinto saluto, Leo Leike.

Tre minuti dopo
RE:
Due domande al mittente: quanto tempo secondo lei? E perché me lo chiede?

Otto minuti dopo
R:
Secondo me non più di venti secondi. Se così fosse, i miei complimenti: in poco tempo ha tirato fuori un comunicato impeccabile. Mi ha fatto sorridere, cosa che stasera sembrava impossibile. Passiamo alla seconda domanda, perché glielo chiedo: al momento, il lavoro mi porta a occuparmi anche del linguaggio delle e-mail. E, dunque, le ripeto: non più di venti secondi, dico bene?

Tre minuti dopo
RE:
E così, per lavoro si occupa di e-mail. Sembra appassionante, però adesso mi sento una specie di cavia. Ma fa lo stesso. Lei ha un sito internet? Se no, ne vorrebbe uno? Se sì, invece, ne vorrebbe uno più bello? Sa, io mi occupo di siti internet (fin qui ho impiegato esattamente dieci secondi, l’ho cronometrato ma, essendo una conversazione di lavoro, si sa che è sempre rapida).
Riguardo alla mia banale e-mail sulla “e” prima della “i”, purtroppo si è sbagliato di grosso. Mi è costata ben tre minuti di vita. Chissà se è stato tempo ben speso. A questo punto muoio dalla voglia di saperlo: come è arrivato a supporre che io abbia impiegato solo venti secondi per l’e-mail sulla “e” prima della “i”? E, prima che la lasci definitivamente in pace (a meno che la casa editrice di “Like” non mi invii un altro bollettino di pagamento), ho un’altra curiosità. Riallacciandomi al suo :” Posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha… ecc. …?”, avrei anch’io due domande. La prima: quanto tempo ha impiegato per questa trovata? La seconda: sarebbe umorismo, il suo?

Un’ora e mezza dopo
R:
Cara sconosciuta signora Rothner, le rispondo domani. Adesso spengo il somputer. Buona serata/buona notte, a lei la scelta. Leo Leike.

Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord (tit. originale Gut gegen Nordwind), Feltrinelli, Milano 2012 (prima edizione tedesca 2006). Traduzione di Leonella Basiglini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Glattauer

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/le-ho-mai-raccontato-del-vento-del-nord-1/

Ursula Poznanski, Erebos

Ursula Poznanski, Erebos, Loewe, Bindlach 2010. 486 pagine.

Ursula Poznanski è un’autrice austriaca che scrive libri per ragazzi. Questo romanzo è stato tradotto in italiano con lo stesso titolo da Edizioni Armenia, ma è ormai fuori catalogo. Ho quindi deciso di leggere il libro direttamente nella lingua originale, in tedesco.

Nella trama tedesca su Goodreads c’è uno spoiler spaventoso, ma anche quella italiana, sempre su Goodreads, non è affatto da meno, sebbene siano due spoiler diversi. Del resto, l’edizione portoghese del romanzo si chiama addirittura O jogo da morte, Il gioco della morte, portando lo spoiler a un livello ancora superiore, decidendo di inserirlo addirittura nel titolo. Per tutte queste ragioni non mi farò problemi a raccontarvi cosa succede nel libro in maniera un po’ più dettagliata del consentito.

Il protagonista è Nick, un ragazzo londinese di sedici anni, ed è dal suo punto di vista che il narratore ci racconta tutta la storia. Nick vede che i suoi compagni di scuola si scambiano dei misteriosi CD ed è molto curioso, finché un giorno una ragazza dà anche a lui una copia. Nick scopre dunque che si tratta di un DVD dal misterioso nome di Erebos – Erebo in italiano, è la personificazione dell’oscurità e il nome che talvolta viene dato agli Inferi, ma Nick non è uno studente molto attento e non sa tutto questo. Molto incuriosito, Nick inizia subito a giocare, e ci accorgiamo immediatamente che il videogioco (perché di questo si tratta) non è come gli altri, ma appare invece molto strano. Innanzi tutto, mette in guardia il giocatore dicendogli che non gli/le consiglia di andare avanti e che se vuole farlo sarà a suo rischio e pericolo. Poi gli dice che può giocare una volta sola, cioè che quando il suo personaggio muore è fuori. Infine lo obbliga al segreto, perciò non può parlare con nessuno al mondo del gioco e il computer con cui gioca deve essere usato da lui o lei solo/a.

Andando avanti nel gioco, Nick si accorge ben presto che il videogioco risponde a quello che il suo personaggio scrive. Scopriremo molto più tardi che si tratta infatti di un’intelligenza artificiale sotto forma di videogioco. Inoltre Erebos sa moltissime cose su Nick, per esempio conosce il suo vero nome, sa qual è il suo gruppo musicale preferito, sa cosa gli piace fare, e tante altre cose. Così come conosce tantissime cose dei suoi compagni di scuola e perfino dei suoi professori.

Erebos, inoltre, è straordinario soprattutto per un particolare: i compiti che assegna ai giocatori non vanno svolti solo nel mondo del videogioco, ma anche nel mondo reale. E se non vengono eseguiti, immediatamente il personaggio viene giustiziato e il giocatore è fuori.

I giocatori diventano immediatamente dipendenti dal videogioco, e passano ore e ore a giocare, notti insonni, saltano la scuola, tutto sempre e solo per giocare, che sia al computer o eseguendo i compiti nel mondo reale.

Non tutti i compagni di scuola di Nick, però, sono interessati al videogioco, o almeno non allo stesso modo. C’è infatti un interesse opposto in alcuni ragazzi e anche in un professore, che vogliono scopire cosa si celi dietro i misteriosi DVD, perché sospettano che sia qualcosa di poco pulito.

Difatti pian piano Erebos comincia a chiedere a Nick di svolgere compiti sempre più inquietanti, tanto che alla fine lui rifiuterà, cercando di farsi furbo e fingendo di aver eseguito un compito particolarmente inquietante. Ma il videogioco scopre subito l’inganno e Nick viene buttato fuori. Da qui segue una serie di eventi sempre più disturbanti che porteranno al culmine finale, quando tutto il meccanismo che sta dietro al videogioco verrà svelato. Trattandosi di un romanzo per ragazzi non può mancare la storia d’amore, ma per fortuna prende corpo soprattutto nell’ultima parte, anche se io l’ho trovata comunque fastidiosa.

Erebos è un romanzo molto interessante che fa riflettere: a cosa può portare la voglia di giocare, e cosa può spingere un essere umano a programmare un gioco tanto perverso? È anche scritto piuttosto bene, benché a tratti tutta la storia sembri non stare proprio in piedi, tanto alcuni passaggi sono inverosimili. Tuttavia l’ho trovato un libro godibilissimo, per quanto sia chiaramente scritto per ragazzi di non più di vent’anni, com’è chiaro dallo stile, molto giovane. L’unica pecca è l’eccessiva lunghezza: il romanzo è estremamente prolisso e, a parer mio, avrebbe potuto dire le stesse cose con la metà delle pagine. È vero che, raccontando con minuzia tutto ciò che succede al personaggio di Nick nel videogioco, aiuta a far capire la follia a cui Erebos conduce, ma alcune parti sono davvero noiose. Nonostante questo mi è piaciuto e, se solo fosse ancora in catalogo, mi sentirei di consigliarlo. In ogni caso se siete interessati ho visto che delle copie sono ancora disponibili in alcune librerie online.