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[Incipit] Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord

15 gennaio
Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? in attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner

33 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Egregi signori e signore della casa editrice di “Like”, se l’ostinazione con cui ignorate i miei tentativi di disdire l’abbonamento mira a potermi rifilare altri fascicoli della vostra pubblicazione sempre più mediocre, mi rincresce avvisarvi che comunque non ho più intenzione di pagare!
Distinti saluti, E. Rothner

8 minuti dopo
R:
Ha sbagliato. Sta scrivendo a un privato. Il mio indirizzo è woerter@leike.com. Lei intendeva woerter@like.com. È già la terza richiesta di disdetta. Quella rivista deve essere peggiorata sul serio.

5 minuti dopo
RE:
Oh, mi perdoni! E grazie per il chiarimento. Saluti, E.R.

Nove mesi dopo
Nessun oggettoBuon Natale e Felice Anno Nuovo, Emmi Rothner.

Due minuti doppo
R:
Cara Emmi Rothner, in pratica non ci conosciamo, ma la ringrazio per la sua affettuosa e oltremodo originale e-mail collettiva! Se c’è una cosa che adoro sono le e-mail collettive per una collettività cui non appartengo. Distintamente, Leo Leike

18 minuti dopo
RE:
Perdoni il disturbo per iscritto, signor Distintamente Leo Leike. Qualche mese fa, volendo disdire un abbonamento, casualmente sono incappata nel suo indirizzo e-mail, che per sbaglio è finito nel mio database dei clienti. Lo cancellerò immediatamente.
P.S. Se le viene in mente una formula più originale di “Buon Natale e Felice Anno Nuovo” per augurare “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”, non se la tenga per sé. Nel frattempo, Buon Natale e Felice Anno Nuovo! E. Rothner

Sei minuti dopo
R:
Le auguro delle piacevoli feste, e sono lieto per lei, perché l’aspetta uno dei suoi migliori ottanta anni. Casomai, nel frattempo, si fosse abbonata a “Una giornata da incubo”, mandi tranquillamente a me – per sbaglio – la disdetta.

Tre minuti dopo
RE:
Chapeau! Un distinto abbraccio, E.R.

38 giorni dopo
Oggetto: Nemmeno un euro!
Pregiatissima direzione editoriale di “Like”, ho detto addio alla vostra rivista tre volte per iscritto e due volte telefonicamente (attraverso una certa signora Hahn). Ne deduco quindi che continuate a inviarmela per puro piacere personale. Quanto al bollettino di 186 euro che mi avete appena spedito, lo conserverò come un bel souvenir, così mi ricorderò di “Like” anche quando finalmente non me la vedrò più recapitare a casa. Non scomodatevi ad aspettare che vi paghi anche un solo euro. I miei più cordiali saluti, E. Rothner.

Due ore dopo
R:
Cara signora Rothner, ma lo fa apposta? O si è davvero abbonata a “Una giornata da incubo”? Distintamente, Leo Leike.

15 minuti dopo
RE:
Caro signor Leike, a questo punto sono davvero in imbarazzo. Purtroppo l'”ei” è un mio problema ciclico, in certi giorni metto sempre una “e” davanti alla “i”. Quando vado di fretta, se devo scrivere la “i”, mi scappa sempre una “e” prima. La verità è che le mie due dita medie si fanno la guerra sulla tastiera. La sinistra vuole sempre battere in velocità la destra. Sono mancina di nascita, invertita alla destra a scuola. La mano sinistra non me lo ha mai perdonato, prima che la destra scriva la “i”, col medio ci infila sempre una “e”. Perdoni il disturbo, (forse) non succederà più. Buona serata, E. Rothner.

Quattro minuti dopo
R:
Cara signora Rothner, posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha impiegato a scrivere l’e-mail sul suo probelma ciclico? Un distinto saluto, Leo Leike.

Tre minuti dopo
RE:
Due domande al mittente: quanto tempo secondo lei? E perché me lo chiede?

Otto minuti dopo
R:
Secondo me non più di venti secondi. Se così fosse, i miei complimenti: in poco tempo ha tirato fuori un comunicato impeccabile. Mi ha fatto sorridere, cosa che stasera sembrava impossibile. Passiamo alla seconda domanda, perché glielo chiedo: al momento, il lavoro mi porta a occuparmi anche del linguaggio delle e-mail. E, dunque, le ripeto: non più di venti secondi, dico bene?

Tre minuti dopo
RE:
E così, per lavoro si occupa di e-mail. Sembra appassionante, però adesso mi sento una specie di cavia. Ma fa lo stesso. Lei ha un sito internet? Se no, ne vorrebbe uno? Se sì, invece, ne vorrebbe uno più bello? Sa, io mi occupo di siti internet (fin qui ho impiegato esattamente dieci secondi, l’ho cronometrato ma, essendo una conversazione di lavoro, si sa che è sempre rapida).
Riguardo alla mia banale e-mail sulla “e” prima della “i”, purtroppo si è sbagliato di grosso. Mi è costata ben tre minuti di vita. Chissà se è stato tempo ben speso. A questo punto muoio dalla voglia di saperlo: come è arrivato a supporre che io abbia impiegato solo venti secondi per l’e-mail sulla “e” prima della “i”? E, prima che la lasci definitivamente in pace (a meno che la casa editrice di “Like” non mi invii un altro bollettino di pagamento), ho un’altra curiosità. Riallacciandomi al suo :” Posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha… ecc. …?”, avrei anch’io due domande. La prima: quanto tempo ha impiegato per questa trovata? La seconda: sarebbe umorismo, il suo?

Un’ora e mezza dopo
R:
Cara sconosciuta signora Rothner, le rispondo domani. Adesso spengo il somputer. Buona serata/buona notte, a lei la scelta. Leo Leike.

Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord (tit. originale Gut gegen Nordwind), Feltrinelli, Milano 2012 (prima edizione tedesca 2006). Traduzione di Leonella Basiglini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Glattauer

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/le-ho-mai-raccontato-del-vento-del-nord-1/

Ursula Poznanski, Erebos

Ursula Poznanski, Erebos, Loewe, Bindlach 2010. 486 pagine.

Ursula Poznanski è un’autrice austriaca che scrive libri per ragazzi. Questo romanzo è stato tradotto in italiano con lo stesso titolo da Edizioni Armenia, ma è ormai fuori catalogo. Ho quindi deciso di leggere il libro direttamente nella lingua originale, in tedesco.

Nella trama tedesca su Goodreads c’è uno spoiler spaventoso, ma anche quella italiana, sempre su Goodreads, non è affatto da meno, sebbene siano due spoiler diversi. Del resto, l’edizione portoghese del romanzo si chiama addirittura O jogo da morte, Il gioco della morte, portando lo spoiler a un livello ancora superiore, decidendo di inserirlo addirittura nel titolo. Per tutte queste ragioni non mi farò problemi a raccontarvi cosa succede nel libro in maniera un po’ più dettagliata del consentito.

Il protagonista è Nick, un ragazzo londinese di sedici anni, ed è dal suo punto di vista che il narratore ci racconta tutta la storia. Nick vede che i suoi compagni di scuola si scambiano dei misteriosi CD ed è molto curioso, finché un giorno una ragazza dà anche a lui una copia. Nick scopre dunque che si tratta di un DVD dal misterioso nome di Erebos – Erebo in italiano, è la personificazione dell’oscurità e il nome che talvolta viene dato agli Inferi, ma Nick non è uno studente molto attento e non sa tutto questo. Molto incuriosito, Nick inizia subito a giocare, e ci accorgiamo immediatamente che il videogioco (perché di questo si tratta) non è come gli altri, ma appare invece molto strano. Innanzi tutto, mette in guardia il giocatore dicendogli che non gli/le consiglia di andare avanti e che se vuole farlo sarà a suo rischio e pericolo. Poi gli dice che può giocare una volta sola, cioè che quando il suo personaggio muore è fuori. Infine lo obbliga al segreto, perciò non può parlare con nessuno al mondo del gioco e il computer con cui gioca deve essere usato da lui o lei solo/a.

Andando avanti nel gioco, Nick si accorge ben presto che il videogioco risponde a quello che il suo personaggio scrive. Scopriremo molto più tardi che si tratta infatti di un’intelligenza artificiale sotto forma di videogioco. Inoltre Erebos sa moltissime cose su Nick, per esempio conosce il suo vero nome, sa qual è il suo gruppo musicale preferito, sa cosa gli piace fare, e tante altre cose. Così come conosce tantissime cose dei suoi compagni di scuola e perfino dei suoi professori.

Erebos, inoltre, è straordinario soprattutto per un particolare: i compiti che assegna ai giocatori non vanno svolti solo nel mondo del videogioco, ma anche nel mondo reale. E se non vengono eseguiti, immediatamente il personaggio viene giustiziato e il giocatore è fuori.

I giocatori diventano immediatamente dipendenti dal videogioco, e passano ore e ore a giocare, notti insonni, saltano la scuola, tutto sempre e solo per giocare, che sia al computer o eseguendo i compiti nel mondo reale.

Non tutti i compagni di scuola di Nick, però, sono interessati al videogioco, o almeno non allo stesso modo. C’è infatti un interesse opposto in alcuni ragazzi e anche in un professore, che vogliono scopire cosa si celi dietro i misteriosi DVD, perché sospettano che sia qualcosa di poco pulito.

Difatti pian piano Erebos comincia a chiedere a Nick di svolgere compiti sempre più inquietanti, tanto che alla fine lui rifiuterà, cercando di farsi furbo e fingendo di aver eseguito un compito particolarmente inquietante. Ma il videogioco scopre subito l’inganno e Nick viene buttato fuori. Da qui segue una serie di eventi sempre più disturbanti che porteranno al culmine finale, quando tutto il meccanismo che sta dietro al videogioco verrà svelato. Trattandosi di un romanzo per ragazzi non può mancare la storia d’amore, ma per fortuna prende corpo soprattutto nell’ultima parte, anche se io l’ho trovata comunque fastidiosa.

Erebos è un romanzo molto interessante che fa riflettere: a cosa può portare la voglia di giocare, e cosa può spingere un essere umano a programmare un gioco tanto perverso? È anche scritto piuttosto bene, benché a tratti tutta la storia sembri non stare proprio in piedi, tanto alcuni passaggi sono inverosimili. Tuttavia l’ho trovato un libro godibilissimo, per quanto sia chiaramente scritto per ragazzi di non più di vent’anni, com’è chiaro dallo stile, molto giovane. L’unica pecca è l’eccessiva lunghezza: il romanzo è estremamente prolisso e, a parer mio, avrebbe potuto dire le stesse cose con la metà delle pagine. È vero che, raccontando con minuzia tutto ciò che succede al personaggio di Nick nel videogioco, aiuta a far capire la follia a cui Erebos conduce, ma alcune parti sono davvero noiose. Nonostante questo mi è piaciuto e, se solo fosse ancora in catalogo, mi sentirei di consigliarlo. In ogni caso se siete interessati ho visto che delle copie sono ancora disponibili in alcune librerie online.

Elias Canetti, Dramen (Bulgaria)

Elias Canetti, Dramen, Fischer, Frankfurt am Main 1995. 245 pagine.

Hochzeit (Nozze)

L’intero dramma si svolge in una casa, la casa della vecchia Gilz che sua nipote Toni spera di ereditare alla morte della vecchia. In un appartamento di questo palazzo si svolge la festa di nozze di Christa e Michel, a cui sono invitati quasi tutti gli abitanti del condominio e altri conoscenti esterni. Intanto al piano terra la moglie del portiere sta morendo, e il portiere le recita brani dalla Bibbia mentre la figlia, ritardata mentale, se ne va di qua e di là per la casa ridendo. A un certo punto alla festa di matrimonio si decide di fare un gioco: cosa fareste, se ora ci fosse un terremoto e la casa crollasse, per la vostra persona più cara qui presente? E mentre giocano il terremoto arriva davvero e la casa crolla, con grandi crisi di follia da tutte le parti, com’è solito nelle conclusioni canettiane.

Il dramma ruota intorno a vari temi: il possesso, il sesso, l’incomunicabilità. Possesso, perché tutti pensano costantemente chi a ereditare la casa, chi a raderla al suolo per costruire sul terreno di propria proprietà, chi a possedere persone – ed ecco che si viene al secondo e più importante tema, il sesso. Il sesso pervade tutta la pièce, tutti cercano di andare a letto con chiunque durante la festa di nozze: la madre della sposa vuole insegnare a Michel cosa deve fare con Christa, l’ottantenne Bock non ha la puzza sotto il naso e gli vanno bene un po’ tutte, la piccola di casa, la quattordicenne Mariechen, cerca di sedurre lo sposo, e così via. L’incomunicabilità è tema canettiano per eccellenza, per cui come siamo abituati le persone si parlano ma non si ascoltano mai, sembra che chiunque parli soltanto con se stesso e non c’è mai vera comunicazione fra i personaggi.

Leggo il dramma per la seconda volta, la prima in lingua originale, ed è bellissimo ritrovare tutti i topoi canettiani, dalla cosiddetta maschera acustica (un set fisso di frasi ed espressioni che caratterizza ogni personaggio) all’incomunicabilità passando per la follia. Una vera opera d’arte, sebbene non possa certo superare la pièce seguente, la mia amatissima.

Komödie der Eitelkeit (Commedia della vanità)

Come tutti saprete, io adoro profondamente questa commedia, e trovo che sia quanto di meglio sia stato scritto da Canetti insieme ad Auto da fé. Ne parlai già nove anni fa su queste stesse pagine. Non so neanche contare quante volte l’ho letta, e ogni volta, anche dopo tutti questi anni, l’emozione è sempre la stessa della prima volta.

In una città immaginaria che, a causa della lingua usata, si direbbe Vienna (la commedia è scritta per buona parte in dialetto viennese), un fantomatico governo mette al bando tutti gli strumenti della vanità: ritratti, foto, specchi e tutto quanto sia atto a raffigurare le persone. Nella prima parte c’è una grossa festa a cui tutti debbono e vogliono partecipare, dove viene dato fuoco a tutti questi strumenti del demonio e vengono distrutti gli specchi mentre su di essi si riflette l’immagine dei distruttori. Nella seconda parte ci troviamo dieci anni dopo nella stessa città, la gente si ingegna come può per vedersi, per esempio le ragazze si specchiano l’una negli occhi dell’altra, oppure ci sono degli adulatori che vanno in giro ad adulare la gente dicendo loro quanto sono belli e ben fatti. Le autorità propongono misure sempre più drastiche, come cavare gli occhi alla gente, e intanto le persone si ammalano sempre più di una strana “malattia dello specchio” che le rende immobili e perse nel vuoto, quasi morte se non fosse che respirano ancora. Nella terza e ultima parte ci troviamo in un sanatorio, o meglio un bordello degli specchi, dove la gente paga per sedersi di fronte a uno specchio e guardarsi. La commedia termina con una rivolta della gente nel sanatorio, che prende gli specchi in mano ed esce urlando “Io! Io! Io!”.

Le simbologie di questo testo sono innumerevoli, credo nella mia tesi triennale, o forse era in quella specialistica, di aver tirato fuori addirittura Lacan, ma ora non ho nessuna voglia di annoiarvi con questo, visto che come mi si è detto le mie recensioni sono diventate più terra terra e tali vorrei che rimanessero. Basti dire che naturalmente è un testo infarcito di psicologia e psicanalisi, la tematica dell’io, dell’identità e perdita di identità è fortissima. Ma la cosa forse ancora più interessante è che questo testo fu scritto nel 1933, all’ombra dei roghi dei libri messi in atto dai nazisti, che impressionarono molto Canetti in quanto ebreo e in quanto uomo di cultura. Il rogo che troviamo nella prima parte rispecchia infatti quei roghi del ’33, è altrettanto pieno di esaltati e nasce da una simile ideologia repressiva e dittatoriale. La scena che più mi rimane impressa ogni volta che leggo la commedia è quella in cui Therese Kreiss comincia a correre verso il fuoco gridando “Ich bin eine Sau! Ich bin eine Sau!” (Sau è la femmina del maiale, giusto per intenderci).

Anche qui troviamo, forse ancora più forti e meglio sviluppati che in Nozze, le maschere acustiche e il tema dell’incomunicabilità. Qui ogni personaggio ha almeno una frase o dei modi dire che lo caratterizzano, e davvero nessuno ascolta l’altro, tanto che pare quasi più vano questo continuo parlarsi addosso che il vero e proprio volersi specchiare.

In definitiva, io penso che questo testo sia uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale, e no, non sto esagerando per niente.

Die Befristeten (Vite a scadenza)

La terza e ultima opera che compone questa raccolta di teatro canettiano è l’unica che non avessi ancora letto, sebbene sapessi di cosa parlava.

Siamo in un mondo futuro, come sempre non ben definito, stavolta neppure dalla lingua perché il testo è scritto in tedesco standard. In questa società le persone non hanno nomi propri ma numero al loro posto, per cui si chiamano ad esempio Cinquanta, Ventotto e così via. Questo numero rappresenta l’età in cui moriranno e viene assegnato alla nascita, insieme a una piccola capsula da portare al collo e da cui è vietato separarsi. La capsula verrà aperta dal capsulano al momento della morte della persona: solo lui ha il diritto di vedere il suo interno, in cui sono contenute la data di nascita e quella di morte del legittimo proprietario. Nessuno mette in discussione l’ordine costituito, finché arriva Cinquanta, che non crede al momento: è così chiamato il momento per eccellenza, quello in cui la persona è destinata a morire – quel momento e non un altro. Infine scopriremo che Cinquanta non sa bene quanti anni abbia, e nessun altro può saperlo perché l’età corrente della persona è un segreto, e quindi è l’unica persona in questa società a non sapere quando sarà il momento della sua morte. Questo lo spinge alla ribellione, così che finirà per rompere e aprire delle capsule, scoprendo così che le capsule sono vuote e niente è certo! Il finale di questa pièce mi è sembrato piuttosto oscuro e non scritto proprio magistralmente, ma comunque come al solito tutto finisce in ribellione e follia collettiva.

Il tema qui è eminentemente filosofico, perché di nient’altro si parla che di libero arbitrio, di destino, di fatalità e fato. In un certo senso potremmo dunque dire che questa sia una commedia a tema religioso, in quanto la società che qui viene rappresentata si configura come altamente fideistica, poiché crede ciecamente a una verità data per assoluta e rappresentata dal capsulano, che ha vesti quasi sacerdotali. Cinquanta rappresenta per così dire l’ateo, il miscredente, colui che non può e non vuole credere alla verità rivelata, il ribelle.

Anche questa commedia, più tarda, è molto bella, ma manca secondo me dell’aura di capolavoro che circonda le due opere teatrali precedenti.

*

Il lettore italiano che volesse affrontare il teatro di Canetti dovrebbe essere ben motivato. Nel post di nove anni fa che citavo sopra parlavo di una prossima pubblicazione delle opere teatrali da parte della casa editrice Adelphi, ma a quanto ne so questa pubblicazione in tutti questi anni non è mai avvenuta – mentre se mi sbaglio e volete smentirmi sono la donna più felice del mondo. Credo negli anni Settanta, Einaudi aveva pubblicato la raccolta delle opere teatrali, che io trovai in una biblioteca di non ricordo dove, ma è rarissima e comunque fuori catalogo, quindi sta solo nelle biblioteche ben fornite.

Il lettore germanofono non cerchi la mia edizione Fischer perché è anch’essa fuori catalogo, ma esiste una più recente edizione Hanser. Che ve lo dico a fare, il teatro di Canetti è misconosciuto pure in patria (patria? quale patria? ma questa è un’altra storia…).

Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (Austria)

Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (tit. originale Die Legende vom heiligen Trinker), Adelphi, Milano 1992. 73 pagine.

Sono laureata in letteratura tedesca, con particolare focus sulla letteratura austriaca, e nonostante questo non avevo mai letto nulla di Joseph Roth. Una lacuna imperdonabile, che finalmente ho potuto in parte colmare grazie al bookcrossing, che ha messo sulla mia strada questo breve racconto di Roth. Dico in parte perché naturalmente ci vuole molto di più per conoscere un autore, ma un primo piccolo passo è stato fatto.

La storia è quella di Andreas, un bevitore, anzi un ubriacone, che vive sotto i ponti a Parigi. Un giorno il protagonista incontra un uomo che gli offre duecento franchi, con l’unica richiesta di ripagare il debito, quando gli sarà possibile, a santa Teresa nella chiesa di Santa Maria di Batignolles, a cui egli è devoto. Andreas accetta i soldi e si fa onore di rispettare l’impegno preso, ma la cosa non sarà così semplice. Avviene infatti sempre qualcosa che gli impedisce di restituire il denaro, ma il protagonista non se ne fa un problema perché gli accade una serie incredibile di “miracoli” e pensa che comunque ne avverrà sempre un altro in modo da permettergli di restituire i soldi.

Il racconto è sostanzialmente una parabola che si può leggere in senso religioso ma anche laico, se si crede che la vita sia dominata dal caso anziché dalla provvidenza.

Mi è dispiaciuto soltanto che fosse così breve, perché credo che una forma più lunga avrebbe giovato alla storia, ma sono comunque stata contenta di leggere questo bel racconto, e spero di proseguire presto l’esplorazione di questo autore.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Libri dall’Austria

Österreichische Nationalbibliothek, Vienna

Sui libri austriaci si potrebbero scrivere interi tomi di bibliografie. Mi limito dunque a segnalare alcuni fra gli autori che reputo più importanti.

Joseph Roth, La marcia di Radetzky, Adelphi: Il capolavoro di Joseph Roth, il romanzo in cui si elabora e si orchestra la fine dell’impero asburgico. Attraverso le vicende di tre generazioni della famiglia Trotta, uscita dall’oscurità con il gesto di un sottotenente che salva l’Imperatore sul campo di Solferino, percorriamo l’immenso corpo fantomatico che l’aquila bicipite custodiva.
«Allora, prima della Grande Guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto».

Joseph Roth, La milleduesima notte, Adelphi: Un’avventura erotica dello Scià di Persia nella Vienna absburgica. Un romanzo dove l’autore torna a essere la pura voce senza nome della favola e muove i suoi personaggi in una spietata partita a scacchi di cui nessuno di essi può essere consapevole e che segnerà, per tutti, la rovina. Intatta, alla fine, rimane solo una collana di perle attorno a cui tutta la storia aveva occultamente ruotato.
«Il capolavoro di Joseph Roth, l’esito estremo della sua asciutta disperazione e del suo struggente amore di vivere».

Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, Adelphi: Fra i grandi scrittori del nostro secolo, Joseph Roth è forse quello che più di ogni altro ha conservato il gesto inconfondibile del narratore – quel favoloso personaggio che racconta storie senza fine ed è quasi l’ombra di tutta la letteratura. Con frasi nitide e lineari, scandite da un perfetto respiro, Joseph Roth ha raccontato in molti romanzi, e sotto le più diverse luci, il grande evento dell’inabissarsi del suo mondo, che era al tempo stesso l’Impero absburgico e la singolarissima civiltà ebraica dell’Europa orientale, entrambi condannati alla rovina e alla dispersione. Ma se c’è un libro che è l’emblema intatto di questo avvenimento e anche di tutto il destino del suo autore è proprio La Cripta dei Cappuccini, lucidissimo, accorato epicedio scritto da Roth esule e disperato nel 1938.

Tutti i libri di Joseph Roth: http://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Roth#Opere

Hermann Broch, I sonnambuli, Mimesis: La trilogia romanzesca dei Sonnambuli (1931-32), si apre con il romanzo Pasenow e il romanticismo, cui seguono Esch o l’anarchia e Huguenau o il realismo. La storia di ogni romanzo si svolge quindici anni dopo quella del precedente: 1888, 1903 e 1918 (le date fanno parte del titolo). I tre romanzi affrontano tre momenti cruciali della storia tedesca – l’inizio, l’apogeo e la fine dell’impero guglielmino.

Hermann Broch, La morte di Virgilio, Feltrinelli: “Il vero tema del libro è la collocazione dell’artista nel mondo e nella storia: dell’uomo che non ‘fa’ come un essere umano, ma che ‘crea’ come Dio – quantunque solo apparentemente. L’artista è per sempre escluso dalla realtà ed esiliato nella ‘regione vuota della bellezza’. Il suo giocare con l’eternità – e questo gioco ammaliante che chiamiamo bellezza – si muta nel ‘riso che distrugge la realtà’, il riso che scaturisce dall’intuizione terribile che la creazione stessa, e non solo il tentativo giocoso dell’uomo di farsi creatore, può essere distrutta. Con quel riso il poeta ‘si abbassa al livello della massa’, della cinica, degradante volgarità a cui era stato condotto nella sua lettiga attraverso i bassifondi di Brindisi… Poiché il divario tra ‘non più e non ancora’ non può essere colmato con l’arcobaleno della bellezza, il poeta è destinato a ricadere nella ‘volgarità […] dove la volgarità giunge al suo punto più basso, nella letterarietà’. Da questa intuizione scaturisce al decisione che diviene il tema centrale della storia, la decisione di bruciare l’Eneide, di far ‘consumare l’opera dal fuoco della realtà’… È in questo momento che entrano in scena gli amici, che cercano di impedire quelle che chiaramente sono solo delle allucinazioni febbrili di un uomo morente. A ciò segue il dialogo tra Virgilio e Ottaviano – uno dei brani più intensi e veritieri dell’intera storia della letteratura – che si conclude con la rinuncia a questo sacrificio.”

Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno, Adelphi: Dopo aver sbalordito con la precoce perfezione delle sue liriche, Ingeborg Bachmann sembrò ritrarsi, dopo i trent’anni, in un suo nuovo regno della prosa, che qui si manifesta per la prima volta – e con altrettanta perfezione. Letti oggi, questi racconti rivelano con ancor maggiore nettezza l’impressionante agilità e trasparenza della lingua, la sicurezza nello sfuggire alle innumerevoli stoltezze che donne e uomini si raccontano sui loro rapporti e, infine, la capacità di lasciar trasparire, dietro ogni vicenda, l’ombra di una «partenza verso l’assoluto».

Ingeborg Bachmann, Malina, AdelphiMalina è la storia di un abnorme triangolo amoroso e di un abnorme assassinio. Leggibile sui più diversi piani, immediato e insieme carico di riferimenti nascosti, agilissimo e quasi temerario nel toccare anche l’attualità più intrattabile o la più proibita realtà dei sentimenti, questo romanzo riesce in ciò che molti hanno provato e che rare volte non è fallito: narrare una storia che ha la massima concretezza, facendola però coincidere con un delirio segreto che appartiene a un’altra realtà, con una favola nera che nessun mondo visibile potrebbe ospitare.
«L’io femminile del romanzo ha subito tante Todesarten (cause di morte), è stato continuamente ucciso. E questo vale per ognuno di noi. Soltanto ufficialmente si dice che uno s’è ammalato di una malattia, invece non è vero. Prima ho detto “uccisi”, ma mi pare più giusto dire assassinati, saremo “assassinati”».

Tutti i libri di Ingeborg Bachmann: http://it.wikipedia.org/wiki/Ingeborg_Bachmann#Libri_tradotti_e_pubblicati_in_Italia

Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi: A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. Una magistrale variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor più sul tema terribile del non riuscire a essere.

Thomas Bernhard, Perturbamento, Adelphi: Il romanzo che rivelò Thomas Bernhard – e rimane «il suo libro più grande ed inquietante, il suo capolavoro».

Tutti i libri di Thomas Bernhard: http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Bernhard#Opere

Veza Canetti, Le tartarughe, Marsilio: La scoperta di una scrittrice. Vienna anni ’30: nel suo romanzo dell’esilio, Veza Canetti, moglie di Elias Canetti, racconta la lenta, sistematica persecuzione di una coppia di giovani intellettuali ebrei, e dell’intera comunità ebraica viennese, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania e l’entrata a Vienna delle truppe di Hitler nel 1938.
Andreas ed Eva Kain vivono in una grande villa alle porte di Vienna. L’arrivo delle truppe naziste che hanno appena occupato la città li costringe a lasciare la loro casa di sempre e a trovare rifugio presso il fratello di Andreas, Werner, un appassionato geologo che, tradito, finirà i suoi giorni a Buchenwald. A Eva e Andreas, che tentano in ogni modo di reagire con dignità alle umiliazioni e alla brutalità, cui sono quotidianamente sottoposti anche da parte di chi aveva sempre dimostrato loro sentimenti di rispetto e amicizia, non rimane che cercare di ottenere un visto e lasciare l’Austria prima che la situazione precipiti irrimediabilmente. Carichi di dolore e d’orgoglio ferito, si stabiliranno a Londra, esuli. Una testimonianza unica su dignità e debolezza degli uomini in tempi dominati dalla viltà. L’esperienza autentica alla base della finzione letteraria rende le atmosfere di questo romanzo indimenticabili.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2011/08/01/die-schildkroten/

Veza Canetti, La strada gialla, Marsilio: Nella Strada gialla, la strada dei commercianti di pellami nella Leopoldstadt, il quartiere ebraico di Vienna, il bene e il male vivono l’uno accanto all’altro. Veza Canetti ha descritto questa strada in modo conciso, intenso, ora con toni commoventi ora con mordace ironia. Sempre con parole che rimangono fortemente impresse nella memoria del lettore. Fino a quando non arrivarono i nazisti, nella Ferdinandstraße di Vienna abitavano per lo più ebrei. Quella via era nota perché vi lavoravano soprattutto commercianti di cuoio e pellami. Dentro e fuori dai negozi si accumulavano borse, valigie, articoli in pelle di tutti i tipi. La strada, allora, doveva essere tutta gialla.

Franz Grillparzer, Medea, Marsilio: Nella lunga storia del mito e in quella delle letterature occidentali la figura di Medea ha conservato un tratto distintivo di fondo. Da Euripide a Seneca, da Pasolini ad Heiner Müller, Medea, la madre che uccide i propri figli, ha rappresentato sempre la potenza femminile estrema, portatrice di un potere quasi sovrannaturale e testimone di un’alterità senza mediazioni, semidea con licenza di vita e di morte, uscita dal fondo delle più oscure patologie della fantasia maschile. Agli inizi degli anni ’20, in piena Restaurazione, Medea appare nell’opera del più importante drammaturgo austriaco, Franz Grillparzer, spogliata dei tratti più eroici del mito e più ricca di sottili e moderne motivazioni interiori, più debole e apparentemente inerte nel suo confronto con il maschile, disposta a deporre per Giasone il proprio sapere magico e la sua parte barbarica, attonita di fronte alla fragilità dei sentimenti umani. Ma quando la sua integrazione nella civiltà greca si rivela impossibile, anche la Medea di Grillparzer ritrova la potenza del mito nell’atto estremo della sofferenza e della ribellione, e consuma la sua vendetta con un gesto ben più doloroso e tragico del suicidio. Uccidendo i propri figli si riappropria della loro vita e della loro nascita, interrompe ogni progetto di perpetuazione di una famiglia già minata dagli eventi, proclama la propria estraneità al mondo greco e si sottrae in maniera radicale e terribile alla logica del possesso e della conquista, simbolo inquietante da un lato della differenza e irriducibilità tra culture diverse, dall’altro della potenza oscura della passione che tutto vanifica e distrugge, compresi i valori più sacri della famiglia, della vita e della passione d’amore.

Franz Grillparzer, Il povero suonatore, Marsilio: Grillparzer è il grande classico austriaco che Kafka sentiva, accanto a Kleist, Flaubert e Dostoevskij, come un vero e proprio consanguineo. Kafka amava questo scrittore e in particolare questo racconto, a tal punto da scrivere a Milena che si vergognava di questa storia come se l’avesse scritta lui stesso. Ricordava di averlo letto alla sorella minore, così preso dalla lettura da non fare «errori di accentazione, di respiro, di suono, di compassione, di comprensione». Nel racconto, capace di suscitare un tale coinvolgimento emotivo nello scrittore praghese, l’autore drammatico Franz Grillparzer ha narrato, con una straordinaria qualità di affabulazione, la storia semplice e tragica del povero suonatore Jacob. Ne ha descritto la lenta discesa da una condizione socialmente elevata, la religiosa e improduttiva passione per la musica, la struggente fedeltà a un patetico amore, e soprattutto il dolore che non si esprime nella ribellione e nella rottura dell’ordine, ma in una sorta di accettazione e di collaborazione, perfino amabile, con il proprio destino. È anche la storia, molto asburgica, di una rinuncia al fare, di un chiamarsi fuori dalla vita, in una zona dove la perdita diventa libertà e la libertà è sfiorata continuamente dalla tragedia e dal nulla.

Elfriede Jelinek, La pianista, Einaudi: La ricerca spasmodica e frustrante della vita e di un’identità sessuale, fra autolesionismo e voyeurismo, spingono Erika Kohut, una quarantenne insegnante di pianoforte, negli squallidi peep-show della periferia viennese, nei cinema a luci rosse o tra le siepi del Prater, prima di rientrare a casa, sotto le lenzuola del letto che divide con la tirannica madre. Al centro della narrazione il tormentatissimo rapporto di forza tra le due donne che trasformerà in catastrofe sadomasochistica il tentativo di Erika di legarsi al suo allievo Walter Klemmer. Con un linguaggio tagliente e impietoso, e una scrittura coraggiosa animata da un vortice di metafore, l’autrice non risparmia nulla, né l’amore materno e le sue vane ambizioni, né il genere pornografico, che manipola e smaschera, né i miti musical-culturali di Vienna, né le ipocrisie e le false certezze della sua borghesia istruita e stupida.

Elfriede Jelinek, Bambiland, Einaudi: In Bambiland si parla dell’intervento americano in Irak, si parla di come giunge a noi veicolato dai mezzi di comunicazione, si parla, infine e soprattutto, dei meccanismi con cui il conflitto, tutti i conflitti, agiscono nelle nostre teste. In questa sua nuova opera destinata al teatro – per la quale è difficile trovare una definizione precisa – Elfriede Jelinek combina I persiani di Eschilo – il più antico dramma sul tema della guerra -, reportage trasmessi dalla televisione americana, in particolare la Cnn, informazioni sugli armamenti Usa e propri commenti.
«Già penetra già si spinge il sole, messaggero primo del dolore, fino al signor comesichiama, tutti sanno come si chiama, già l’esercito penetra la città, imponente per dimensioni, l’esercito, ma non abbastanza potente, si infila a fatica attraverso affamati, assetati, l’esercito, anche attraverso la città piena di gente che incombe lungo la strada, troppo grande, smisurata nelle cifre, per quanto cattive le sue azioni non è da meno ciò che sopporta, la città, in fondo ha un’aria familiare, lì allargata nel deserto, gli abitanti da tempo trasformati dal sole in esercito di terracotta. Dopo tutto questo come possiamo rappattumarci con il popolo di Babilonia?»

Elfriede Jelinek, Sport. Una pièce, Fa niente, Una piccola trilogia della morte, ubulibri: Il Nobel 2004 ha premiato un’autrice che ha voluto denunciare la follia del nostro tempo, facendo del teatro uno strumento di lotta contro tutti i demagoghi, contro la politica come spettacolo, stigmatizzando una società senza più memoria e sensibilità. E tutto questo con un linguaggio ricchissimo, sorprendente, che centrifuga i saperi di una donna sempre in ascolto di sé e quindi del mondo.

Karl Kraus, Detti e contraddetti, Adelphi: «Come i sovrani orientali che si deliziavano ad affondare le mani in un sacchetto di gemme, il lettore di Detti e contraddetti farà una pesca reale di aforismi memorabili, dai più ovvii a quelli che più tortuosamente rispondono al requisito krausiano dell’aforisma che dovrebbe riuscire a “scavalcare la verità, saltarla con un passo solo”. “L’aforisma non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o una verità e mezzo” … E quanti degli scrittori satirici d’ogni tempo potrebbero menare quel vanto che Kraus non a torto attribuiva al suo stile? “Dicono che tutti i rumori dell’attualità sarebbero rinchiusi nel mio stile. Perciò i contemporanei ne avrebbero nausea. Ma i posteri lo potranno tenere come una conchiglia all’orecchio e sentirvi la musica d’un oceano di fango”» (Mario Praz).
Gli aforismi di Kraus, di cui qui si propone una larghissima scelta, furono pubblicati in tre raccolte fra il 1909 e il 1918.

Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi: «La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione» (Elias Canetti).
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2009/01/29/gli-ultimi-giorni-dellumanita/

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, Corbaccio: «Quest’opera fu abbozzata nel marzo dell’anno 1929 durante un soggiorno a Damasco, in Siria. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno.»
Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in un’improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell’umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell’affiato religioso che permea la vita dell’universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene. Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni personaggio ha la sua storia, ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest’opera fondamentale dell’epica moderna. Pubblicata nel 1933 I quaranta giorni dl Mussa Dagh è stata giustamente considerata la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/07/23/die-vierzig-tage-des-musa-dagh/

Tutti i libri di Franz Werfel: http://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Werfel#Opere