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Eowyn Ivey, La bambina di neve

Eowyn Ivey, The Snow Child, Tinder Press, London 2014 (edizione originale 2012).

Il libro è stato pubblicato in italiano da Einaudi con il titolo La bambina di neve.

L’autrice riprende una favola della tradizione popolare russa, che apparentemente in Russia è famosa quanto da noi Cappuccetto Rosso o Biancaneve. La fiaba si intitola Snegurochka e parla di una coppia di anziani che non ha potuto avere figli e allora si costruisce una bambina di neve, ma inevitabilmente la storia finisce male anche se ci sono diverse versioni. La fiaba, nella versione inglese, è riportata alla fine del libro ed è molto carina.

Altrettanto bello è questo romanzo di Eowyn Ivey, autrice americana che vive in Alaska, dove ambienta questo libro. La storia è quella di Mabel e Jack, una coppia di mezza età negli anni Venti del Novecento, che decide di trasferirsi in Alaska dalla Pennsylvania. La decisione è stata presa da Mabel, ancora prostrata per la morte del figlio appena nato avvenuta dieci anni addietro. All’inizio del romanzo troviamo Mabel in preda a istinti suicidi, ma presto riuscirà a trovare un po’ di serenità, tanto da arrivare a fare un pupazzo di neve nel giardino con suo marito. Il pupazzo è in realtà una bambina. La mattina dopo il pupazzo non c’è più, e neanche i guanti e la sciarpa che indossava, ma ci sono delle orme infantili che si allontanano senza mai essersi avvicinate. È così che i due scoprono l’esistenza di una bambina che sarà per loro come la figlia che non hanno mai avuto.

Il libro è molto delicato, le descrizioni dei paesaggi dell’Alaska sono bellissime e soprattutto si riesce a vivere l’atmosfera in cui i personaggi sono immersi. La descrizione degli stati d’animo dei personaggi è eccellente, i dialoghi sono realistici. La scrittura di Ivey è molto fluida: si sente che sa scrivere. Leggere è un piacere anche al di là della trama, tanto le frasi sono ben costruite.

Per me tuttavia è stato difficile immedesimarmi nel dolore della coppia e soprattutto di Mabel (Jack soffre in silenzio), perché non solo non ho mai vissuto la loro atroce esperienza di un bambino nato morto, ma non conosco neanche il dolore di non poter avere figli, dato che non ne ho e non ne desidero. Quindi mi sono sentita comunque un po’ distaccata e neanche tanto comprensiva quando Mabel pensa, ad esempio, a come potrà vestire la bambina nata dalla neve, a come potrà sfoggiarla con i suoi amici. Mi è sembrato più un desiderio di un giocattolo che di una figlia vera.

Ad ogni modo, benché io non sia riuscita ad avvicinarmi ai personaggi e a condividere il dolore di Mabel, resta il fatto che la delicatezza e il dolore si sentono nel libro, per cui anche in assenza di immedesimazione è facile entrare negli avvenimenti ed essere coinvolti dalla narrazione. Un libro che consiglio.

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Paul Auster, 4 3 2 1

Paul Auster, 4 3 2 1, Faber & Faber, London 2017.

Dopo aver letto altri tre libri di Auster ed essermene innamorata, quando è uscito questo nuovo romanzo nel 2017 ero molto curiosa di leggerlo e l’ho acquistato qualche mese fa in versione inglese. Si tratta di un tomo di 1070 pagine scritte fitte fitte, ma non mi ha mai spaventato perché pensavo di andare sul sicuro con Auster. La conclusione di questa lettura è che il libro, sebbene mi sia piaciuto, mi ha al contempo anche deluso. Provo a spiegare meglio.

Il libro inizia con la storia di Isaac Reznikoff, il nonno del nostro protagonista Ferguson, arrivato in America da Minsk il 1° gennaio 1900 e ribattezzato Ichabod Ferguson per un motivo molto semplice: all’arrivo gli viene suggerito da un compagno di (s)ventura di dichiarare di chiamarsi Rockefeller, ma il nome è troppo difficile e quando gli viene chiesto l’uomo esclama, in yiddish: «Ikh hob fargessen!» («L’ho dimenticato»), che ovviamente il funzionario americano interpreta come Ichabod Ferguson, vista l’assonanza.

In seguito l’autore ci narra la storia di Ichabod Ferguson, di come si è sposato e di come ha messo al mondo tre figli fra cui quello che sarà il padre del protagonista. Anche la storia della madre di Ferguson viene raccontata, e così pure, ovviamente, la storia di come Stanley e Rose si siano sposati e di come dal loro matrimonio sia nato, il 3 marzo 1947, Archibald Isaac Ferguson.

Ferguson, a questo punto, non si sdoppia, ma si divide addirittura in quattro. Altro che sosia, altro che doppio, altro che Doppelgänger. Si tratta di quattro possibili Archie Ferguson, le cui vite divergono nettamente l’una dall’altra, sebbene vi siano sempre molti elementi comuni, fra cui posso citarne solo un paio per non fare spoiler: ad esempio la famiglia Schneiderman, fra cui la figlia Amy, oppure la passione per la lingua francese. Gli elementi comuni sono in realtà molti di più, ma non voglio anticiparvi niente.

In almeno un paio di punti del romanzo, Ferguson stesso si chiede come sarebbe se ci fossero tanti possibili Archie diversi con vite diverse che seguono strade diverse. Questo ci dovrebbe già far capire qualcosa. Ad ogni modo sappiamo fin dall’inizio che siamo di fronte a quattro Ferguson paralleli, come già detto.

Perché il libro si intitola 4 3 2 1? Lo scopriremo alla fine. Non so se Auster volesse o meno creare suspense, forse sì o forse invece non gliene importava poi molto perché non era quello il punto, sta di fatto che non è difficile capire come finisca il libro, non è difficile per niente. Del resto, per chi conosca almeno un po’ Auster, era piuttosto inevitabile che le cose andassero così. Rimango volutamente sibillina per non rovinare la lettura a chi invece non si sia fatto un’idea.

La scrittura di Auster è, come sempre, sopraffina, e sono tuttora convinta che pochi autori contemporanei scrivano bene quanto lui. Inoltre, a rendere più interessante il romanzo, c’è il fatto che la storia personale di Ferguson si intreccia inestricabilmente con la storia degli Stati Uniti fra l’immediato dopoguerra (seconda guerra mondiale) e la guerra del Vietnam, con tutti i tumulti, le rivolte e gli avvenimenti di cui ben sappiamo. In questo senso è anche possibile, volendo, definire questo libro un romanzo storico, benché sia una definizione che certamente gli va stretta e che non rende giustizia alla magnitudine del romanzo in questione.

Siamo senz’altro di fronte a un’opera monumentale, a un libro bellissimo, eppure mi ha un po’ (non completamente, certo) deluso in quanto l’idea di fondo, o il finale se vogliamo chiamarlo così, è scontata. Non in assoluto, se è il primo romanzo di Auster che leggete probabilmente ne rimarrete affascinati, a patto che vi piaccia la letteratura postmoderna. Intendo dire che è scontato per chi abbia un minimo di dimestichezza con la struttura narrativa di Auster. La mia impressione, per quanto mi sia piaciuto immensamente leggere questo libro, che si lascia leggere voracemente pur con il suo stile raffinato e complesso, la mia impressione, dicevo, è che questo romanzo non aggiunga molto alla precedente produzione di Auster, che ha dato il meglio in altri libri come, in primis, Trilogia di New York, ma non solo.

Insomma, per quanto la storia sia bella, per quanto l’idea sia bella (ma non particolarmente originale), per quanto la scrittura sia magnifica, per quanto sia interessante leggere la storia degli anni Cinquanta-Sessanta vista da Ferguson, mi sembra che questo romanzo non spicchi particolarmente né nella produzione dell’autore né nella produzione letteraria contemporanea. Non griderei al capolavoro, ecco. Resta tuttavia una lettura interessante che certamente non sarò io a sconsigliare.

Jodi Picoult, Piccole grandi cose

Jodi Picoult, Small Great Things, Ballantine Books, New York 2016.

Questo libro è stato pubblicato in italiano da Corbaccio pochi mesi fa con il titolo Piccole grandi cose. Non lo avrei mai preso in considerazione se non avessi letto recensioni di amiche entusiaste su Goodreads. Qualche giornale, non ricordo quale, lo ha definito “Il buio oltre la siepe del XXI secolo”. A ragione.

Siamo nel Connecticut nel 2015-2016. Ruth è un’infermiera che lavora in sala parto e, incidentalmente, è afroamericana. Questo non è mai stato un problema in vent’anni di onorata carriera, ma lo diventerà nel momento in cui si troverà ad assistere una coppia di “suprematisti bianchi” che hanno appena avuto un bambino. Io li chiamerei nazisti più che suprematisti bianchi, e infatti loro chiamano se stessi “neo-nazisti”, perciò non vedo il bisogno di usare un’espressione politicamente corretta laddove di corretto non c’è niente. Dicevamo, questa coppia rifiuta categoricamente di permettere a un’infermiera afroamericana di prendersi cura del loro bambino, Davis. La capoinfermiera, perciò, senza preoccuparsi della discriminazione, attacca alla cartella del piccolo un post-it dove indica che nessun infermiere afroamericano può prendersi cura del paziente. Ruth ne è, ovviamente, sconvolta, ma il problema non finisce qui: Davis andrà in difficoltà respiratoria e arresto cardiaco in un momento in cui Ruth si trova sola con lui, e la donna è lacerata fra la necessità professionale di aiutarlo (ovvero di rianimarlo) e l’ordine ricevuto. Di fatto, il bambino morirà nonostante le cure prodigategli dall’equipe chiamata sul posto, e i coniugi Bauer finiranno per portare Ruth in tribunale con l’accusa di omicidio.

È un libro molto duro da leggere, di una durezza impressionante. Questo soprattutto perché l’autrice fa parlare tre dei suoi personaggi, i cui capitoli vengono alternati: Ruth, l’infermiera; Kennedy, il difensore d’ufficio; e Turk, il padre di Davis. Picoult è bravissima a farci entrare nella testa e nella vita di questi tre personaggi, e vi assicuro che una delle cose più brutte che vi possano capitare come lettori è entrare nella testa di un neonazista. Perché vediamo come pensa, e lui ce lo racconta in prima persona. Entriamo nella sua vita, nella sua testa, e non certo in punta di piedi, perché lui non fa niente in punta di piedi. Siamo con lui nelle sue spedizioni punitive, siamo con lui quando picchia due gay che hanno commesso il solo crimine di essere omosessuali, siamo con lui quando picchia un barbone che ha commesso il solo crimine di essere la prima persona che gli capita davanti dopo la morte del figlio, siamo con lui quando ha il primo appuntamento con Brittany, quella che sarà sua moglie, e scelgono di passare una serata assieme non a vedere un film o ad andare a cena fuori, ma a picchiare due gay, cosa che eccita così tanto la ragazza da concederglisi immediatamente dopo.

Ma siamo anche con Ruth quando subisce questa terribile ingiustizia senza che nessuno dei suoi colleghi o superiori muova un dito, siamo con lei quando subisce i tanti piccoli atti di razzismo quotidiano a cui i bianchi sembrano non fare neanche caso, come ad esempio quando viene perquisita all’uscita da un negozio: solo lei, non l’avvocato d’ufficio, una donna bianca, che è con lei. Ruth vuole disperatamente essere come tutti gli altri, assimilarsi, farsi notare solo per le sue capacità professionali, e disperatamente vuole la stessa cosa per suo figlio diciassettenne, Edison.

È un libro molto duro, davvero. Sia perché ci viene sbattuto in faccia dall’interno l’odio più cieco e bestiale, sia perché ci fa vedere quello che è ancora più subdolo: il razzismo strisciante che è dentro ognuno di noi. Perché inconsciamente se ci sono due posti liberi sull’autobus, uno vicino a un’anziana signora bianca e l’altro vicino a un ragazzo di colore, ci viene spontaneo sederci vicino alla signora, e altre, infinite cose di questo genere. Di cui non siamo neppure consapevoli, ma di cui “gli altri da noi”, i “neri” sono perfettamente consapevoli; cose che devono ingoiare ogni giorno e far finta che sia tutto a posto se vogliono mantenere il loro posto di lavoro, i loro amici, la loro vita da “integrati” o “assimilati”.

È, insieme, uno dei libri migliori e uno dei libri peggiori che io abbia letto negli ultimi tempi. Migliori, perché è bellissimo, scritto divinamente e necessario. Peggiori, perché fa male, e tanto. Ma forse è proprio perché fa male che andrebbe letto, da tutti: fa male anche perché ci mette davanti la nostra immagine allo specchio, quella che ci mostra chi siamo realmente, e non chi crediamo di essere.

Senz’altro si tratta di un libro che parla molto più da vicino agli americani, anche perché i riferimenti alla cultura americana possono a volte essere un po’ difficili da cogliere per un italiano che negli Stati Uniti non abbia mai vissuto. Tuttavia, credo che sia un libro importante non solo per gli americani, ma per tutti, perché tutti veniamo confrontati ogni giorno con storie di razzismo quotidiano, che a volte sono grandi, e altre volte sono così piccole che noi neanche ce ne accorgiamo, ma chi ne è vittima se ne accorge perfettamente. Per me, lo dovete leggere assolutamente.

Edith Wharton, L’età dell’innocenza – 1920

Edith Wharton, The Age of Innocence, pubblico dominio.

Pochi mesi fa ho letto Ethan Frome, che mi è piaciuto moltissimo. Ho subito avuto voglia di approfondire questa autrice, di cui non avevo letto niente prima, e mi è stato consigliato L’età dell’innocenza, che peraltro avevo già in audiolibro. Vista la mia totale incapacità di concentrarmi nell’ascolto degli audiolibri, ho ripiegato sull’ebook che, in inglese, si trova gratuitamente su Project Gutenberg, essendo ormai di pubblico dominio. Ho colto l’occasione di leggerlo per le mie letture dell’ultimo secolo: questo libro, infatti, è stato pubblicato nel 1920. Inoltre, nel 1921 ha vinto il prestigioso premio Pulitzer.

Tutti questi elementi mi hanno portato ad aspettarmi molto da questo romanzo. Mi sono detta, se l’autrice è riuscita a concentrare tanta maestria e tanta bellezza in una novella di meno di cento pagine (Ethan Frome, appunto), cosa sarà stata capace di fare in un romanzo, che peraltro è considerato uno dei suoi capolavori?

Newland Archer è un giovane che vive a New York negli anni Settanta dell’Ottocento. È fidanzato con May Welland, una ragazza in tutto e per tutto perfetta… ma non può evitare di innamorarsi perdutamente della cugina di lei, Ellen Olenska, quando questa torna a New York dopo il fallimento del suo matrimonio con un conte polacco in Francia. Il romanzo ruota intorno a questo dilemma morale di Archer: riuscirà o no ad andare contro le convenzioni della sua classe sociale e a seguire il suo cuore?

Ellen, peraltro, è generalmente malvista nella società newyorkese perbene, in quanto ha lasciato il marito (e poco importa che lui fosse una specie di mostro) e, si mormora, ha avuto una relazione con il segretario di lui. Inoltre Ellen, avendo vissuto tanto tempo in Europa, quasi non ricorda più quali siano le convenzioni newyorkesi a cui prestare attenzione, e non si fa problemi, ad esempio, a frequentare persone reputate meno “rispettabili” del necessario. May invece è una ragazza d’oro: bella, generosa, fa parte della buona società, di cui rispetta tutte le convenzioni… Appare poco intelligente, poco briosa, poco interessante se paragonata a Ellen, ma non è poi un personaggio così piatto come sembra all’inizio.

Archer è appunto dilaniato tra queste due donne. Ma non si tratta tanto di amare l’una o l’altra, per quanto questo sia certo importantissimo. Il punto focale della questione è piuttosto un altro: seguire le convenzioni sociali o infrangerle spudoratamente, apertamente, brutalmente, in una società chiusa e “retrograda” (perlomeno in quanto a visione del mondo) come quella newyorkese dell’epoca? Per cui l’amore, sebbene sia o appaia il tema principale, è in realtà accessorio a una tematica più profonda e più moderna.

Detto questo, il libro non mi è piaciuto molto, perché, sebbene fosse fin da subito chiaro che l’intento dell’autrice era più profondo, tutto questo girare intorno all’amore mi ha annoiato. Mi sembrava quasi di leggere Jane Austen all’inizio, ed è da notare che non la sopporto! Il romanzo si è comunque risollevato nei capitoli finali, proprio gli ultimi due, nei quali la situazione precipita verso una soluzione del dilemma. E il finale stesso, gli ultimi paragrafi, sono eccezionali, Wharton non avrebbe potuto scrivere di meglio, non avrebbe potuto trovare conclusione più degna. Tuttavia, il mio giudizio generale su questo libro resta tiepido. Voglio comunque continuare a leggere altro di questa autrice, per decidere un po’ più chiaramente se è nelle mie corde.

Paul Collins, Sixpence House (Galles)

Paul Collins, Sixpence House. Lost in a Town of Books, Bloomsbury, New York 2003.

Questo libro è pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Al paese dei libri.

Avevo molte aspettative su questo libro. Paul Collins, uno scrittore americano che sta per pubblicare il suo primo libro, si trasferisce con la famiglia a Hay-on-Wye, Galles, noto come “il paese dei libri” in quanto conta una quarantina di librerie per poche migliaia di abitanti. Le premesse, dunque, c’erano tutte: che curiosità conoscere le avventure di questa famiglia in un paesino così caratteristico! Un libro sui libri (o almeno, sulle librerie)! Quanta bellezza!

No. Niente di tutto questo.

Per carità, Collins parla moltissimo sia di libri (soprattutto vecchi libri bizzarri e introvabili), sia delle librerie di Hay, sia dei librai di Hay. Questo non si può negare. Ma parla anche moltissimo della sua ricerca di una casa da comprare a Hay e delle differenze tra inglesi e americani. Ecco, a chi può importare di queste due cose? O meglio, un libro umoristico sulle differenze tra inglesi e americani potrebbe anche essere simpatico, ma che me ne importa della ricerca della casa da parte della famiglia Collins? No, sul serio.

Peraltro, le differenze fra inglesi e americani sono viste in modo sì umoristico, ma dopo un po’ irritante. Gli inglesi sono dei piccoli esserini bizzarri che gli americani faticano a comprendere, sia nel bene che nel male. Da notare tra l’altro che Paul Collins è americano fino al midollo, ma i suoi genitori e tutti i suoi parenti sono inglesi. Collins ha anche un passaporto britannico accanto a quello americano, solo per scoprire alla fine del libro che questo è impossibile e tendenzialmente illegale, perché gli Stati Uniti non ammettono la doppia cittadinanza.

Inoltre, una delle cose più interessanti e irritanti è che la famiglia Collins si trasferisce in questo piccolo villaggio gallese con la ferma intenzione di restarci ma, visto che fa fatica a trovare una casa da comprare, decide di tornare a San Francisco?! Ma mi state prendendo in giro? Tornare “a casa” solo perché non si riesce a trovare una casa da acquistare che sia esattamente come la vogliono loro?! Non può essere una cosa seria, davvero.

Il libro inizia bene, continua annoiando e finisce irritando. Insomma, oserei dire, un fallimento su tutta la linea. Non lo boccio totalmente solo perché alcune parti, in cui Collins parla di libri, sono davvero carine e anche divertenti a tratti. Tuttavia non lo consiglio.