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The Church of Apple

If there’s a company that’s even cooler than Google, it’s Apple. The problem with getting hired at Apple is “the amount of people that would cut off their own testicle for a job,” one applicant reported. He was applying for a position at an Apple store opening in Florida – as a salesperson earning about eleven dollars an hour. He didn’t count on the Church of Apple:

Have you ever gone to a Church, where everyone is totally convinced in the idea of a loving God watching over us all? If so, you can probably relate to the interview process of Apple. The entire interview process took place over a two- to three month period for a new store opening. It consisted of an introduction to the company, where four or five vested employees preach the goodness of Apple products and how life changing they are, then you’re asked to stand up and introduce yourself, and then, after that, it’s time to dance like a performing monkey to the hiring manager’s approval. … The entire process really smells like you’re being interviewed for a pyramid scheme.

You’ve probably noticed that the Apple store staff is as carefully cast as the help at Disneyland. Everyone fits the role perfectly. No one is uncool. That’s because they turn an awful lot of people away. When Apple opened its store in Manhattan’s Upper West Side in 2009, it got ten thousand applications and hired just over two hundred of them (about 2 percent). One of the questions posed in Apple’s group interviews speak volumes about the corporate culture: “What happened in 2001?” Mention 9/11, and you’ll be coolly informed that there are other good answers. The “correct” responses: “The iPod was introduced!” and “The first Apple store opened!”

Da: William Poundstone, Are You Smart Enough to Work at Google? Fiendish Puzzles and Impossible Interview Questions from the World’s Top Companies, Oneworld, New York 2012, 256 pagine.

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Vado via perché cerco un po’ di dignità

Vado via perché non sono umile, come suggeriscono i nostri ministri, e dunque sono stanca di lavorare gratis (ché anche fare un bel lavoro gratis è frustrante), di sentirmi offrire 250 euro al mese per lavorare in un call center, di non ricevere neppure risposta ai curriculum che mando.

Vado via perché la mattina non riuscivo ad alzarmi al pensiero di tutto questo.

Vado via perché penso di valere qualcosa, e non ho voglia di fare lavori umili, tantomeno per “stipendi” ridicoli. Perché sono superba, come mi è stato detto a mo’ di insulto.

Mi dispiace molto per i miei amici, tantissimo per la mia famiglia ora che mia madre sta anche male, enormemente per lui proprio adesso che, dopo cinque anni, ci siamo accorti di amarci. Ma la situazione non era più sostenibile, e ciò che mi è stato offerto era irrinunciabile.

Vado in un Paese dove il 40% della popolazione è straniera, in una città dove gli immigrati sono il 60%, dove ci sono tre lingue ufficiali e la gente comunque ne parla almeno quattro, magari tutte insieme: e tutto questo secondo me è bellissimo. Vado a Lussemburgo città con un contratto a tempo indeterminato, vado a lavorare come traduttrice da Amazon. E sono triste per le persone che lascio, ma felicissima per tutto il resto.

Mi perdonerete dunque le assenze.

Il mondo deve sapere

Il mondo deve sapereMichela Murgia, Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, Isbn, Milano 2010. 145 pagine, 9 euro.

L’altro giorno aspettavo un amico in libreria curiosando fra i libri. Questo mi ha attratto, forse per il contrasto fra il titolo altisonante e l’immagine di copertina, un anonimo aspirapolvere. Così ho cominciato a leggerne qualche pagina e mi sono sbellicata dalle risate – cosa molto opportuna in questo momento, dunque l’ho comprato.

L’ho letto in un pomeriggio, e devo dire che già il giorno dopo faceva molto meno ridere di quando l’avevo sfogliato in libreria. O meglio, fa effettivamente ridere, ma è un riso amaro, che si accompagna spesso alla riflessione su una condizione ormai endemica in Italia, che è non solo quella del precariato ma anche quella dei lavori orribili e sottopagati. Alcune scene fanno tutt’altro che ridere, come quella in cui il venditore appena licenziato si ritrova in strada a piangere e vomitare.

Questo è stato il primo libro di Michela Murgia, pubblicato da Isbn nel 2006 sulla traccia di un blog (e si sente) e ora ristampato nella collana Reprints. Racconta con toni diretti e per nulla pacati il mese che l’autrice ha trascorso come telefonista in un call center della multinazionale Kirby, dove era pagata per vendere aspirapolveri. O meglio, per chiamare le casalinghe ignare regalando loro un fantomatico “buono omaggio”, ovvero introducendo in casa delle poverette un astuto venditore, confidenzialmente chiamato Shark. La Murgia racconta dunque come si svolge la telefonata tipo, le possibili obiezioni, la tipologia di bersagli contattati, le tecniche motivazionali che mirano più che altro alla distruzione della dignità della persona.

Tutto questo è tanto più interessante, se letto a metà tra due colloqui in call center dediti alla vendita telefonica, conclusisi ovviamente con un diniego da parte mia perché c’è un limite a tutto. Ed è interessante anche per chi con i call center non ha mai avuto a che fare, perché a volte uno non ci pensa che esistano certi lavori così schifosi.

Link:

* il sito di Michela Murgia
* la pagina del libro sul sito di Isbn, con ricca rassegna stampa