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Franz Kafka, Nella colonia penale – 1919

Franz Kafka, In der Strafkolonie, Kurt Wolff Verlag, Leipzig 1919.

Questo breve racconto di Kafka, pubblicato in italiano come Nella colonia penale, è di pubblico dominio e potete trovarlo un po’ dappertutto in rete, perlomeno in tedesco. In italiano non saprei, ma comunque lo trovate in qualsiasi raccolta dei racconti di Kafka, dato che è uno dei più famosi e, anche, dei più potenti. Se sapete il tedesco e vi interessa, io ho ascoltato l’audiolibro letto con molta efficacia da Johannes Gabriel, che potete scaricare gratuitamente qui (allo stesso link è disponibile anche il file pdf del racconto, ovviamente in lingua originale).

Dicevo qui che ho trovato Nella colonia penale perfino superiore alla Metamorfosi, ma rileggendolo non so se sono più tanto d’accordo. La metamorfosi è insuperabile. Ad ogni modo, anche questo racconto è potentissimo, di una ferocia inaudita e angosciante come non mai.

Uno straniero va in visita in una colonia penale e gli viene presentato un macchinario destinato a punire un soldato condannato per essersi addormentato in servizio. Non vi è stato né vi sarà processo, l’imputato parte già come condannato, non ha possibilità alcuna di difesa. La denuncia da parte del suo superiore è ritenuta sufficiente. Nella colonia penale viene ancora utilizzato questo macchinario, progettato dal vecchio comandante ma non amato dal nuovo comandante. L’ufficiale che accoglie il viaggiatore è invece innamorato del macchinario come potrebbe esserlo di una donna, e spiega al visitatore il funzionamento nei minimi dettagli.

Il macchinario non fa che scrivere sulla carne (non sulla pelle) del condannato la sua pena, per cui in questo caso “Onora i tuoi superiori”. Questo processo va avanti per dodici ore, e dopo sei ore il condannato è ormai completamente martoriato.

Il condannato in questione viene spogliato e adagiato sul macchinario; nel mentre, l’ufficiale cerca di attirare il viaggiatore dalla sua parte, chiedendogli di intercedere per lui con il nuovo comandante. Quando il viaggiatore si rifiuta, l’ufficiale decide di sottoporre se stesso alla pena e risparmiare il condannato. Nessuno lo fermerà: né il viaggiatore, né il soldato, né tantomeno il condannato.

Come dicevo, un’angoscia simile si respira in molti racconti di Kafka, ma una simile ferocia credo non sia da nessun’altra parte. Di sicuro La metamorfosi non è così feroce, così atroce, sebbene sia essa stessa l’angoscia fatta racconto.

Quando si legge Kafka si deve sapere che si verrà maciullati: come diceva lui, la letteratura deve essere un’ascia sul cranio, o qualcosa del genere che adesso non ricordo con precisione. Comunque sia la citazione corretta, la scrittura di Kafka è esattamente questo: un pugno nello stomaco ancora non rende abbastanza l’idea. Ciò è particolarmente evidente in questo racconto.

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Franz Kafka, Racconti (Repubblica Ceca)

Franz Kafka, Racconti (tit. originali Beschreibung eines Kampfes, Hochzeitsvorbereitungen auf dem Lande, Erzählungen und kleine Prosa), Mondadori, Milano 2006. Traduzione di Ervino Pocar, Rodolfo Paoli e Gisella Tarizzo. 626 pagine.

Che cosa si può dire di fronte alla potenza di Kafka? Io, personalmente, rimango senza parole in rispettoso silenzio. Kafka è uno di quegli autori senza cui io non sarei la stessa persona.

Non avevo mai letto tutti i suoi racconti, e ho voluto colmare questa lacuna. Naturalmente ce ne sono di più belli e di meno belli, ma non ne ho trovato nemmeno uno che fosse brutto o insignificante, o che mi sia restato indifferente. Tutti, in qualche modo, mi hanno colpito. Poi ci sono quelli che mi hanno colpito “come un pugno sul cranio”, come secondo Kafka stesso un libro che sia davvero buono dovrebbe fare.

Ho provato la stessa emozione di sempre nel rileggere per l’ennesima volta La metamorfosi. Ho provato la medesima angoscia nel rileggere La condanna. Ho provato quella stessa angoscia, quella stessa emozione fortissima, nel leggere per la prima volta Nella colonia penale, che considero il mio preferito, forse più bello addirittura della Metamorfosi. E poi voglio citare Un medico di campagna, meno potente dei tre precedenti ma comunque bellissimo.

Kafka è angoscia, è fantastico, è oppressione, è inquietudine, è maestria assoluta. È un ringraziamento continuo ed enorme a Max Brod che ha deciso di andare contro la volontà dell’amico e di pubblicare le sue opere, anziché distruggerle. Kafka ha una tecnica stilistica che nessun altro scrittore dopo di lui ha posseduto, nessuno, neanche i miei preferiti. Kafka è il capostipite di tutta una serie di filoni letterari che non sarebbero esistiti senza di lui. Kafka è un classico maiuscolo, inarrivabile, al pari di nomi come Hugo o Dostoevskij. Kafka è quanto di meglio ci abbia dato il Novecento.

E no, non ho parlato di questa voluminosa raccolta di tutti i racconti, ma ho parlato solo di Kafka, o meglio del rapporto che mi lega a lui, di come soggettivamente io veda questo che per me è un mostro sacro. Ma come dico sempre, di certi libri non si può parlare, e io dei classici non so scrivere.

PS. Il libro è collocato nel mio giro del mondo nella Repubblica Ceca, sebbene Praga a quel tempo facesse parte dell’Impero austro-ungarico. Ma Kafka è autenticamente praghese, seppure di lingua tedesca, autenticamente boemo, perciò l’ho voluto considerare ceco.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

[Incipit] Franz Kafka, Lettere a Milena

[Aprile 1920]
Merano-Maia Bassa, Pensione Ottoburg

Cara signora Milena,
la pioggia che durava da due giorni e una notte è appena cessata, forse soltanto provvisoriamente, ma certo è un avvenimento degno di essere festeggiato, e io lo faccio scrivendo a Lei. Del resto anche la pioggia era sopportabile, qui infatti siamo all’estero, un estero piccolo, sì, ma fa bene al cuore. Anche Lei, se la mia impressione fu esatta (non è facile dar fondo al ricordo di un breve convegno, isolato, quasi muto), sarà magari offuscato in seguito alle condizioni generali, ma Le fa piacere l’estero come tale? (La qual cosa del resto sarebbe forse un brutto segno, mentre non deve esserlo.)
Qui vivo molto bene, più cure di così il corpo mortale difficilmente potrebbe sopportare, il balcone della mia camera è affondato in un giardino, circondato, ricoperto da cespugli in fiore (strana è questa vegetazione, con un tempo che a Praga fa quasi gelare le pozzanghere, davanti al mio balcone sbocciano lentamente i fiori), e tutto esposto al sole (o almeno al cielo annuvolato, come ormai da quasi una settimana). Lucertole e uccelli, coppie disuguali, vengono a trovarmi. Le augurerei tanto di stare a Merano, redentemente Lei mi scrisse di non poter respirare, l’immagine e il significato si toccano qui e l’uno e l’altro potrebbero trovare un po’ di sollievo.
Con cordialissimi saluti

Suo F. Kafka

Franz Kafka, Lettere a Milena (tit. originale Briefe an Milena), Mondadori, Milano 1988. Traduzione di Ervino Pocar ed Enrico Ganni. 304 pagine.

* Una recensione su La Frusta.
* Franz Kafka su Wikipedia.
* Milena Jesenská su Wikipedia.

La metamorfosi

Gregor zog den Kopf von der Tür zurück und hob ihn gegen den Vater. So hatte er sich den Vater wirklich nicht vorgestellt, wie er jetzt dastand; allerdings hatte er in der letzten Zeit über dem neuartigen Herumkriechen versäumt, sich so wie früher um die Vorgänge in der übrigen Wohnung zu kümmern, und hätte eigentlich darauf gefaßt sein müssen, veränderte Verhältnisse anzutreffen. Trotzdem, trotzdem, war das noch der Vater? Der gleiche Mann, der müde im Bett vergraben lag, wenn früher Gregor zu einer Geschäftsreise ausgerückt war; der ihn an Abenden der Heimkehr im Schlafrock im Lehnstuhl empfangen hatte; gar nicht recht imstande war, aufzustehen, sondern zum Zeichen der Freude nur die Arme gehoben hatte, und der bei der seltenen gemeinsamen Spaziergängen an ein paar Sonntagen im Jahr und an den höchsten Feiertagen zwischen Gregor und der Mutter, die schon an und für sich langsam gingen, immer noch ein wenig langsamer, in seinen alten Mantel eingepackt, mit stets vorsichtig aufgesetztem Krückstock sich vorwärts arbeitete und, wenn er etwas sagen wollte, fast immer stillstand und seine Begleitung um sich versammelte? Nun aber war er recht aufgerichtet; in eine straffe blaue Uniform mit Goldknöpfen gekleidet, wie sie Diener der Bankinstitute tragen; über dem hohen steifen Kragen des Rockes entwickelte sich sein starkes Doppelkinn; unter den buschigen Augenbrauen drang der Blick der schwarzen Augen frisch und aufmerksam hervor; das sonst zerzauste weiße Haar war zu einer peinlich genauen, leuchtenden Scheitelfrisur niedergekämmt. Er warf seine Mütze, auf der ein Goldmonogramm, wahrscheinlich das einer Bank, angebracht war, über das ganze Zimmer im Bogen auf das Kanapee hin und ging, die Enden seines langen Uniformrockes zurückgeschlagen, die Hände in den Hosentaschen, mit verbissenem Gesicht auf Gregor zu. Er wußte wohl selbst nicht, was er vor hatte; immerhin hob er die Füße ungewöhnlich hoch, und Gregor staunte über die Riesengröße seiner Stiefelsohlen. Doch hielt er sich dabei nicht auf, er wußte ja noch vom ersten Tage seines neuen Lebens her, daß der Vater ihm gegenüber nur die größte Strenge für angebracht ansah. Und so lief er vor dem Vater her, stockte, wenn der Vater stehen blieb, und eilte schon wieder vorwärts, wenn sich der Vater nur rührte. So machten sie mehrmals die Runde um das Zimmer, ohne daß sich etwas Entscheidendes ereignete, ja ohne daß das Ganze infolge seines langsamen Tempos den Anschein einer Verfolgung gehabt hätte. Deshalb blieb auch Gregor vorläufig auf dem Fußboden, zumal er fürchtete, der Vater könnte eine Flucht auf die Wände oder den Plafond für besondere Bosheit halten. Allerdings mußte sich Gregor sagen, daß er sogar dieses Laufen nicht lange aushalten würde, denn während der Vater eine Schritt machte, mußte er eine Unzahl von Bewegungen ausführen. Atemnot begann sich schon bemerkbar zu machen, wie er ja auch in seiner früheren Zeit keine ganz vertrauenswürdige Lunge besessen hatte. Als er nun so dahintorkelte, um alle Kräfte für den Lauf zu sammeln kaum die Augen offenhielt; in seiner Stumpfheit an eine andere Rettung als durch Laufen gar nicht dachte; und fast schon vergessen hatte, daß ihm die Wände freistanden, die hier allerdings mit sorgfältig geschnitzten Möbeln voll Zacken und Spitzen verstellt waren – da flog knapp neben ihm, leicht geschleudert, irgendetwas nieder und rollte vor ihm her. Es war ein Apfel; gleich flog ihm ein zweiter nach; Gregor blieb vor Schrecken stehen; ein Weiterlaufen war nutzlos, denn der Vater hatte sich entschlossen, ihn zu bombardieren. Aus der Obstschale auf der Kredenz hatte er sich die Taschen gefüllt und warf nun, ohne vorläufig scharf zu zielen, Apfel für Apfel. Diese kleinen roten Äpfel rollten wie elektrisiert auf dem Boden herum und stießen aneinander. Ein schwach geworfener Apfel streifte Gregors Rücken, glitt aber unschädlich ab. Ein ihm sofort nachfliegender drang dagegen förmlich in Gregors Rücken ein; Gregor wollte sich weiterschleppen, als könne der überraschende unglaubliche Schmerz mit dem Ortswechsel vergehen; doch fühlte er sich wie festgenagelt und streckte sich in vollständiger Verwirrung aller Sinne. Nur mit dem letzten Blick sah er noch, wie die Tür seines Zimmers aufgerissen wurde, und vor der schreienden Schwester die Mutter hervoreilte, im Hemd, denn die Schwester hatte sie entkleidet, um ihr in der Ohnmacht Atemfreiheit zu verschaffen, wie dann die Mutter auf den Vater zulief und ihr auf dem Weg die aufgebundenen Röcke einer nach dem anderen zu Boden glitten, und wie sie stolpernd über die Röcke auf den Vater eindrang und ihm umarmend, in gänzlicher Vereinigung mit ihm – nun versagte aber Gregors Sehkraft – schon die Hände an des Vaters Hinterkopf um Schonung von Gregors Leben bat.

*

Gregorio staccò il capo dalla porta e lo alzò verso il padre. Non se l’era davvero immaginato così, come gli stava ora dinanzi; è vero che negli ultimi tempi la novità delle passeggiate sui muri l’aveva distratto dall’occuparsi come prima di quel che accadeva in casa, e perciò avrebbe dovuto aspettarsi di vedere dei mutamenti. Tuttavia, era proprio quello suo padre? Lo stesso uomo che giaceva stanco, sprofondato nel letto quando Gregorio partiva la mattina per i suoi viaggi d’affari; che la sera al ritorno lo accoglieva in veste da camera, seduto su un seggiolone, e non aveva neppure l’energia di alzarsi, ma si accontentava di sollevare un poco le braccia al cielo in segno di gioia; l’uomo che nelle rare passeggiate familiari, un paio di domeniche all’anno e le feste solenni, arrancava fra Gregorio e la madre che già andavano adagio, e rallentava sempre più il passo, avvolto nel suo vecchio soprabito, col bastone prudentemente puntato in avanti; e quando voleva dir qualcosa quasi sempre doveva fermarsi e raccogliere i suoi accompagnatori intorno a sé? Ora invece stava su diritto, vestito di una attillata uniforme blu a bottoni d’oro, come la portano i fattorini degli istituti bancari; sull’alto colletto rigido della giacca poggiava il suo imponente doppio mento; lo sguardo degli occhi neri splendeva vivace ed attento sotto le sopracciglie folte; e i capelli bianchi, di solito arruffati, erano pettinati, divisi e lisciati con irreprensibile meticolosità. Egli si tolse il berretto che portava un monogramma d’oro, probabilmente di una banca, e lo gettò sul divano all’altra estremità della stanza; e con le mani sprofondate nelle tasche, le falde della lunga giacca gettate indietro, andò verso Gregorio con viso minaccioso. Forse non sapeva egli stesso che cosa volesse fare; nel camminare alzava insolitamente i piedi e Gregorio stupì delle gigantesche dimensioni delle sue suole. Però non si fermò a riflettere sulla cosa; fin dal primo giorno della sua nuova vita sapeva che il padre considerava opportuna di fronte a lui la massima severità. Si mise a correre davanti al padre, arrestandosi quando lui si arrestava e tornando a fuggire se il padre accennava anche il minimo movimento. Così fecero parecchie volte il giro della stanza senza che accadesse nulla di decisivo anzi senza che il ritmo lento desse a quel girare l’apparenza di un inseguimento. Perciò Gregorio per il momento rimase per terra, temendo che il padre avrebbe considerato come una malignità specifica una fuga lungo i muri o sul soffitto. Tuttavia Gregorio non poteva nascondersi che non avrebbe resistito a lungo quella corsa, poiché mentre il padre faceva un passo egli doveva compiere una quantità di movimenti. Già cominciava ad essere senza fiato; non aveva mai posseduto dei polmoni molto resistenti. Mentre annaspava così per risparmiare le sue forze e teneva gli occhi appena aperti, e intontito com’era non sapeva immaginare altra salvezza che il correre, quasi dimenticando che gli stavano a disposizione anche le pareti, benché mascherate di mobili accuratamente scolpiti pieni di festoni e di punte, qualcosa volò rasente a lui, gettato senza violenza, cadde e gli rotolò dinanzi. Era una mela, immediatamente seguita da una seconda. Gregorio atterrito s’arrestò; era inutile proseguire la corsa poiché il padre aveva deciso di bombardarlo. S’era riempito le tasche alla fruttiera sulla credenza, e, senza mirare attentamente per ora, gli buttava una mela dopo l’altra. Le piccole mele rosse rotolavano sul suolo e si urtavano come elettrizzate. Una mela gettata debolmente strisciò lungo il dorso a Gregorio, ma scivolò giù senza fargli male. Un’altra invece, volata immediatamente appresso, gli penetrò addirittura nella schiena. Gregorio volle trascinarsi oltre, come se il mutar di posto potesse attenuare l’improvviso incredibile dolore, ma si sentiva come inchiodato al suolo e si tese inarcandosi, in una completa confusione di tutti i suoi sentimenti. Con un’ultima occhiata vide ancora la porta della sua camera spalancarsi con violenza e, seguita dalla sorella urlante, precipitarsi fuori sua madre, tutta discinta perché Grete le aveva sciolte le vesti durante lo svenimento per facilitarle il respiro; la vide correre verso il padre mentre le gonne slacciate scivolavano al suolo ad una ad una, raggiungerlo, inciampando nelle vesti, e abbracciata stretta a lui – mentre la vista di Gregorio si offuscava – le mani intrecciate sulla nuca del padre, chiedergli pietà per la vita di Gregorio.

Da: Franz Kafka, La metamorfosi (tit. originale Die Verwandlung), BUR, Milano 1975. Edizione con testo tedesco a fronte. Traduzione di Anita Rho.

Qualche link:

* La metamorfosi su Wikipedia (in italiano e in tedesco)
* come ebook su Project Gutenberg (in tedesco)
* come audiolibro in tedesco

Lettera al padre

L’ho letta in due sere, questa Lettera al padre. Ne conoscevo solo stralci, dal mio primo esame di letteratura tedesca.
Ignorante, ma è perché sono giovane, e poi ho tanta voglia di rimediare.
Cosa si può dire su Kafka? È già stato detto tutto, e di tutto.
Un senso di colpa atroce, un senso di inferiorità rispetto al padre idealizzato e posto sul piedistallo dell’autorità… un non poter essere, dove egli è. Tutto portato alle estreme conseguenze, come si nota bene in Das Urteil, ovvero Il verdetto, o La condanna, a seconda delle traduzioni.
Un senso di colpa che lo porta a discolpare in continuazione l’operato del padre, benché ne senta vivamente l’ingiustizia; un credere di non potere comunque essere nel giusto, pur quando si percepisce di non avere torto. Un continuo scusarsi di quello che si dice, perché il padre, l’autorità suprema, aveva senz’altro ragione a comportarsi come ha fatto.
Ma è inutile parlare oltre, su una tale pietra miliare potrei dire solo cose già sapute e risapute.
Un testo ovviamente fondamentale per la comprensione di Kafka, un caso più unico che raro di autore per capire il quale bisogna conoscerne anche la biografia.