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[Incipit] Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane. Eccomi qui, in mezzo al giardino, i piedi piantati nella terra. Sono chino sui tulipani, le mani nei guanti, delle piccole cesoie tra le dita, è primo mattino, aprile 1999, e comincia a fare un po’ più caldo, l’ho notato di recente, qualcosa qua e là ha iniziato a cambiare, l’ho notato stamattina non appena sono sceso dalla macchina, all’alba, proprio mentre aprivo la porta del vivaio, l’aria era più mite, più smussata agli spigoli, finalmente mi sono tolto gli stivali invernali e ho messo le scarpe da ginnastica blu. Sono nel giardino sul retro, alle aiuole di fiori faticosamente piantati e cresciuti fianco a fianco, nelle loro cassette, il terreno sta cominciando a sollevarsi, a ondularsi verde verso l’alto, e io mi piego all’indietro, c’è stato sole negli ultimi giorni, un sole alto sopra di me, ma ora sono arrivate delle nuvole, da qualche parte del Mare del Nord, nuvole da Sellafield e il sole scompare a tratti, prima solo per qualche secondo, poi gli intervalli si fanno sempre più lunghi tra le volte che riesce a filtrare attraverso i cumuli, mi piego all’indietro, faccia in su, e socchiudo gli occhi perché il sole è forte quando torna a squarciare lo strato di nuvole. Aspetto. Sto lì fermo e aspetto. E così riesco a vederla, da qualche parte lassù, a mille, forse tremila piedi sopra di me, la prima goccia che si forma e si stacca, molla la presa, si proiettilizza verso di me, e io resto lì a faccia in su, tra poco pioverà, tra qualche istante verrà giù a dirotto e non smetterà più, o almeno questa sarà l’impressione, come se la bolla fosse infine esplosa, e io guardo in alto, vedo quell’unica goccia che punta dritta verso di me, la velocità aumenta e l’acqua è deformata dal moto, la prima goccia cade e io resto immobile finché non sento che mi colpisce in mezzo alla fronte, esplode ai lati e si divide in frammenti che cadono sulla mia giacca, sui fiori ai miei piedi, sulle mie scarpe e sui guanti da giardino. Chino la testa. E comincia a piovere.

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (tit. originale Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?), Iperborea, Milano 2008 (prima edizione norvegese 2005). Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Johan_Harstad

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://iperborea.com/titolo/164/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/14/johan-harstad-che-ne-e-stato-di-te-buzz-aldrin/

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Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (tit. originale Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?), Iperborea, Milano 2008. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. 464 pagine.

E la primavera del 1979 decisi: sarei scomparso là fuori nella folla, sarei stato il numero due, uno che si rendeva utile invece di cercare di farsi notare, che faceva quello che gli chiedevano di fare.

Mattias, più o meno trentenne, giardiniere, vive a Stavanger insieme a Helle, con cui è fidanzato da dodici anni. Il suo mito è Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla Luna dopo il più celebre Neil Armstrong. Perché se c’è una cosa che davvero Mattias vuole è essere secondo, scomparire nella folla, non farsi notare. Il guaio è che finirà per essere secondo anche in amore, e tutta la sua vita gli si sgretolerà tra le mani.

Un giorno va alle isole Faroe insieme ai suoi amici, che hanno una band e devono suonare a Tórshavn. E alle Faroe finisce per restare, in circostanze che non vi svelo perché vi farei perdere la gioia della lettura – anche se in realtà di gioia in questo romanzo ce n’è poca.

È infatti un romanzo che io ho trovato molto triste, quasi deprimente, sebbene non sia esente da momenti di spensieratezza, potremmo dire. Ma in generale è cupo e oppressivo, seppure si vede la luce in fondo al tunnel. Eppure mentre si legge si sta saldamente nel tunnel, e la luce è solo un puntino lontano. Sarà che mi ha ricordato episodi non proprio piacevoli della mia vita, ma è comunque difficile da portare avanti, sebbene si voglia andare avanti nella lettura per vedere cosa succede.

Ma è un romanzo molto bello, anche molto delicato, volendo. Sulla malattia mentale, sulla disgregazione dell’io, della personalità e della vita che scivola come sabbia tra le mani, sull’essere il numero due, una ruota dell’ingranaggio, sul voler scomparire in un’epoca in cui tutti vogliono apparire.

Una bella scoperta da uno scrittore norvegese giovanissimo, Harstad è del 1979 e aveva solo 26 anni quando pubblicò questo romanzo. Mi sento di consigliarlo, ma solo se non avete paura delle storie tristi, perché a tratti vi farà venire il magone. Se volete, qui potete leggere l’incipit in formato pdf.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]