Valentina Morelli, Mara conta i passi

Valentina Morelli, Mara conta i passi, I Sognatori, Lecce 2013. 137 pagine, 13,90 euro.

La storia di come ho incontrato questo libro è presto detta: conosco I Sognatori fin dal loro ingresso nel mondo editoriale, quando mi contattarono per sapere se volessi recensire un loro libro. Da lì è nata una sincera amicizia con una metà della casa editrice, l’editore e scrittore Aldo Moscatelli, e ho continuato a seguire quello che facevano anche se negli anni mi sono un po’ persa alcuni dei loro libri, perché non sempre le loro scelte editoriali hanno coinciso con il mio gusto. Da quando la casa editrice è diventata una factory editoriale ha pubblicato, proprio nell’ultimo mese, tre libri, che ho deciso di acquistare perché la presentazione sul sito mi aveva convinto, e per ricordare a loro e a me stessa che io sono al fianco della piccola editoria di qualità, sempre.

Quello che ho pensato leggendo questo libro è: Aldo e Francesca hanno fatto il colpaccio. Perché questo libro è bellissimo, e non per niente è già stato ristampato nel giro di un mese.

Intanto, signori, guardate la copertina di Francesca Santamaria: lo stile è diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati, ma è sempre di una bellezza sconcertante, almeno secondo me. È vero che l’abito non fa il monaco e un libro non si giudica dalla copertina, però secondo me Francesca Santamaria è una delle migliori illustratrici italiane in circolazione, e mi sembra giusto dirlo.

Ma veniamo al libro e alla sua trama. Mara ci viene presentata da bambina, e poi la seguiamo nel corso degli anni in un conto alla rovescia di cui all’inizio capiamo poco, ma che poi ci diventerà chiaro… forse. Mara è una bambina e poi una ragazza introversa, vittima di episodi di bullismo a scuola a causa dei suoi capelli rossi che la rendono così diversa, o forse invece così speciale. Con i genitori non va per nulla d’accordo, i suoi sono gente semplice di campagna e suo padre la costringe ad assistere all’uccisione di un coniglio, episodio che la traumatizzerà. Per sfuggire a tutte le cose brutte della sua vita, la piccola Mara impara a contare i passi con la tabellina del tre, perché solo concentrandosi sui numeri riesce a «svuotare i pensieri di ciò che fa male». In seguito svilupperà, grazie all’amatissimo zio, una passione per la matematica, che la porterà a studiare le cosiddette forme patologiche in tutto ciò che vede, e in seguito la condurrà a studiare matematica all’università di Genova. Finché un giorno non lascia la casa genovese dello zio per trasferirsi in una casa di studenti, dove c’è una macchia di muffa che la affascina completamente…

Il libro parla dunque di matematica? Sì, parla di frattali e di geometria euclidea, ma anche di bullismo, di solitudine, di passione, di intrighi psicologici, e di un’altra cosa che proprio non vi posso dire, pena svelare la conclusione del libro, che sarebbe peccato mortale. Perché voi questo libro lo dovete leggere, e non ci sono scusanti. Niente “ma a me la matematica non piace”. Non piace neanche a me, l’ho sempre odiata, ma questo libro è bellissimo, lo ripeto ancora una volta. Scritto così bene che non sembra neanche un’autrice esordiente, e inoltre con un intreccio così avvincente che non vi permetterà di staccarvi un secondo dalle pagine. Questo libro lo dovete leggere, perché non sarà un capolavoro, ma è uno dei libri più belli che io abbia letto negli ultimi mesi, e lo consiglio caldamente a tutti.

Per approfondire:

* il blog dell’autrice
* la brevissima biografia dell’autrice
* il libro sul sito della casa editrice (dove è possibile leggerne un corposo estratto)
* una bella recensione

Chi siete?

17 marzo
Il novizio chiede: se un lavoro non è convincente fin dall’inizio, perché noi lo pubblichiamo? Io gli ho risposto che oramai l’editoria non pubblica libri, promuove autori. C’è una sottile differenza. Si punta sullo scrivente, non sullo scritto.

18 marzo
Il novizio mi ha chiesto se è più importante che un libro venga letto oppure letto e apprezzato.
“Acquistato”, gli ho risposto.

Da: Aldo Moscatelli, Questo non è un libro (romanzo a episodi), I sognatori, Lecce, 2010. 121 pagine, 9,40 euro. 

La casa editrice.
Il (non) libro, di cui è possibile scaricare gratuitamente la prima metà.
I blog della casa editrice: il nuovo e il vecchio (su Splinder, destinato purtroppo a scomparire).

Hitler e dintorni

Immagine di Hitler e l'enigma del consensoIan Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, 2004.

Recentemente mi sono trovata a leggere due libri che portano nel titolo il nome del più feroce dittatore mai esistito.
Il primo è questo saggio storico di Ian Kershaw, che si interroga su come Hitler sia potuto giungere al potere in uno stato culturalmente evoluto come la Germania.
Hitler era stato un giovane per nulla brillante, rifugiatosi a Monaco per non essere costretto al servizio militare nell’esercito austriaco, che comunque lo dichiarò inidoneo per costituzione troppo debole. Entrato in politica, tentò un colpo di stato a Monaco sulla scia del successo conseguito in Italia da Mussolini. Fu imprigionato, subito scarcerato, dopo pochi anni gli venne concessa la cittadinanza tedesca (era, infatti, austriaco).
Ma perché il popolo tedesco lo seguì? Le ragioni sono banali.
Il popolo tedesco si sentiva ingiustamente oppresso dalle dure sanzioni imposte alla Germania in seguito alla fine della prima guerra mondiale. Le riparazioni richieste erano altissime, la nazione era in uno stato di prostrazione, con livelli di disoccupazione assai elevati: una situazione a cui la Repubblica di Weimar stentava ad offrire un soluzione concreta.
Hitler era l’uomo nuovo: abile demagogo, si presentava come colui che avrebbe risollevato la Germania dallo stato di prostrazione in cui era stata fatta cadere, l’uomo che avrebbe ridato al Paese quei territori che gli spettavano di diritto. Con la politica del riarmo la disoccupazione fu sconfitta in pochissimo tempo. Questo ai tedeschi piacque.
Non importava, perciò, che la politica antisemita fosse chiarissima fin dall’inizio, esplicitata in vari discorsi pubblici. Non solo generico razzismo: sebbene inizialmente non ci fosse un piano preciso, Hitler parlò anche, esplicitamente, di sterminio della razza ebraica. L’antisemitismo era assai diffuso in tutta Europa, sotto forma, inizialmente, di antigiudaismo, e quindi di discriminazione religiosa e non razziale. Il terreno era fertile, pronto ad accogliere tutto ciò che fosse venuto, bisognoso di un capro espiatorio. Un male minore, da liquidare velocemente, da lasciarsi alle spalle, compensato dal bene che Hitler avrebbe portato.
Kershaw cita anche il concetto weberiano di potere carismatico, che «si basa sulla percezione, da parte di un "seguito" di fedeli, del senso della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader riconosciuto». Ed è a causa di questo potere che, anche quando la disfatta della Germania era ormai chiara, non ci furono praticamente tentativi di rovesciare il Führer, se non l’attentato ad opera di von Stauffenberg, nato nella consapevolezza di non poter comunque ricondurre la Germania alla ragione.

L’analisi di Kershaw è molto articolata e ridurla in poche righe è praticamente impossibile: è inevitabile perdere moltissimo. La lettura è vivamente consigliata. A tutti, e soprattutto a chi pensa che il terrore congiunto delle SS e della Gestapo sia stata l’unica causa dell’avvento al potere di Hitler (che, ricordiamolo ancora una volta, vinse regolarmente le elezioni).

Una recensione su Iperstoria.

Immagine di Hitler era innocenteAldo Moscatelli, Hitler era innocente, I Sognatori, 2008.

Il secondo non è un libro su Hitler, e non è un saggio. È l’ultimo romanzo di Aldo Moscatelli, che si rivela uno scrittore estremamente eclettico, capace di confrontarsi con il giallo, i racconti più o meno onirici e, ora, il romanzo storico.
Quella che vedete qui a fianco non è la copertina, ma la riproduzione di un quadro a olio di Francesca Santamaria. La copertina, infatti, con scelta tanto anticommerciale quanto coerente, è completamente nera. Intendo proprio completamente: non c’è scritto neanche il titolo, niente, solo un nero angosciante. La ragione è spiegata nel sito della casa editrice: «Il nero totale e totalizzante della copertina, al riguardo, è teso a sottolineare l’oscurità del periodo storico preso in esame, il buio che inghiottì la civiltà e la ragione umane, e che persiste ancora oggi a mietere nuove vittime, e a produrre nuovi carnefici.»
Il romanzo si apre con la notizia, comunicata al telefono, dell’uccisione di un uomo. Poi, partono i ricordi. Il protagonista, Felicien Delacroix, ricorda la sua permanenza nel lager Libertà. Un lager diverso dagli altri, dove gli ebrei sono la minoranza, dove uomini e donne non sono separati. Un lager destinato, principalmente, ad accogliere gli altri indesiderabili, quelli di cui la storia ci parla un po’ meno: i dissidenti politici, gli omosessuali, i criminali, gli asociali (e ancora). Anche ebrei, ma non solo.
Il protagonista, ad esempio, è nel campo di concentramento perché ebreo, ma anche e soprattutto perché pensatore. Perché ha osato offrire a un avventore della sua libreria (nipote di un SS) una copia della Civil Disobedience di Thoreau, in risposta alla sua richiesta del Mein Kampf.
Felicien descrive la vita nel lager, ma ne descrive soprattutto l’interiorità dei deportati, che nel block, la sera, a volte, parlano fra di loro, cercndo di dare un senso a quello che stanno subendo. Felicien racconta i rapporti che si instaurano, ci fa vedere questi disperati da dentro.
Narra in prima persona, il protagonista, e non dev’essere stato facile per uno scrittore giovane calarsi nella mente di un deportato, anzi, di molti deportati: perché, benché a narrare sia Felicien, ciò che udiamo è il punto di vista di tutti i personaggi.
Quello che emerge, infine, oltre a tutto ciò che si può immaginare (la violenza cieca, il tentativo di non abbrutirsi, la ricerca di un senso), è l’assurdità mostruosa di un regime che si rivolge contro se stesso, che deporta e rinchiude la sua stessa linfa vitale. Che si nutre di contraddizioni, di un consenso di massa che è, appunto, un enigma.
I deportati vogliono ricordare, e Felicien lo fa a suo modo, scrivendo. Perché la memoria non deve andare persa, perché non accada più, anche se continua ad accadere.
Il finale è illuminante e, di nuovo, coraggioso. Ovviamente non ve lo posso raccontare, ma tocca una ferita attuale, difficile.
Un libro coraggioso in tutto, quindi, a partire dal mero involucro, che in questo caso è più che mai parte integrante della narrazione, per passare al titolo, provocatorio, che non vuole significare altro che quello che Kershaw dice col suo saggio: non certo che Hitler fosse innocente, ma che il popolo fu entusiasta, e che sapeva, che era consapevole.

Vorrei citare un passo soltanto, che mi ha colpito a inizio libro: «L’etimologia stessa lo suggerisce: leggere vuol dire raccogliere, entrare in possesso di qualcosa che non si ha. Arricchirsi. La lettura di un romanzo non può mutare la realtà e tutto ciò che vi è in essa, ma può aiutarci a comprenderla. Non è illusione, ma superamento delle verità precostituite, quelle che la società impone agli individui del suo tempo. Il Mein Kampf ne era zeppo. Ma la lettura non può essere ingiunta o vietata con le armi, perché in questo modo perde il suo significato originario. Smarrisce se stessa. La lettura, quella vera, incita al confronto, spinge l’appassionato ad andare oltre, a leggere il simile e il dissimile. Imporre o propibire la lettura è pura barbarie, omicidio delle idee, negazione della libertà per eccellenza: quella di scegliere cosa raccogliere

La prova più alta del Moscatelli scrittore e, a mio parere, il libro più bello finora pubblicato dalla casa editrice. Inoltre, cito di nuovo dal sito dell’editore, «il 10% di ogni copia venduta (in riferimento al prezzo di copertina) verrà devoluto alle associazioni che si occupano di mantenere vivi i ricordi legati alla follia dei campi di concentramento, o che risultano socialmente impegnate nella salvaguardia di valori umani imprescindibili».

Infine, vorrei segnalare la recensione del libro scritta da PattyBruce.

 

Lapsus

Lapus, Flavio PaganiNelle favole, figlia mia, non bisogna capire nulla, non si può comprendere niente, o almeno qualcosa di sensato. Nelle favole non si può usare la testa. Non si deve pensare, perché pensando tutto si carica di un peso che sprofonda nella logica.

Per leggere questo libro di Flavio Pagani bisogna tenere a mente questa regola. Che non si trova a inizio libro, ma quasi a metà, eppure ne costituisce la chiave di lettura.
I Sognatori lo presentano come un romanzo, ma secondo me non lo è, o almeno non lo è nel senso tradizionale del termine. Quando si pensa a un romanzo, si pensa a qualcosa di lineare, ovvero con una struttura riconoscibile. In questo senso, mi sembra che Lapsus assomigli molto di più a un esercizio. Un esercizio di scrittura per vedere dove si riesca ad arrivare, dove lo scrittore e il lettore riescano ad arrivare. Infatti, tra tanti accostamenti che sono stati fatti (Benni, Calvino, Pennac…) mi sentirei di farne uno nuovo: Queneau. Perché di ghirigori linguistici ce ne sono tanti, qua dentro. Troppi, perché possa essere una semplice opera narrativa senza velleità linguistiche e/o enigmistiche e/o scioglilinguistiche. Un po’ bartezzaghiano, per restare in patria.
Non è neppure un giallo, perché ruota sì intorno a un (?) omicidio, ma il colpevole è noto fin da subito, e infatti è nella sua fuga che lo seguiamo. Una fuga che lo porta prima fra i cacciatori di teste del Borneo, poi di nuovo a Milano, in un’Itaglietta di televisioni e amenità domenicali, fra nostalgie svizzere (non per niente l’autore è svizzero ticinese, trapiantato a Milano) e rimandi al salotto televisivo nostrano.
È, forse, qualcosa di più vicino a una favola, ma una favola atipica come atipico è il romanzo, straniata e straniante, come le tante che al suo interno vengono narrate.
Avvicinarvisi come a un romanzo qualunque è controproducente. Farebbe girare la testa, fra incongruenze stilistiche e follie tipografiche (molto d’avanguardia, perlomeno originali). Invece no, guardandolo nel suo complesso non ha nulla d’incongruente, a meno che non si voglia dire che la pazzia è incongruente – lo è per definizione, perciò è un’accusa che crolla su se stessa.
L’unico modo per leggere questo romanzo senza rimanerne inevitabilmente frastornati è attenersi alla citazione che ho riportato sopra: non tentare di comprendere, non cercare un filo logico, non cercare un senso, non pensare, appoggiare la testa sul comodino.
Sta di fatto che se ne può rimanere frastornati ugualmente. Difatti il vortice si fa a tratti pesante, difficile da reggere, e fa pensare che – sebbene pare che sia stato ridotto molto – sarebbe stata un’opera più felice con un’ampiezza minore (sono 197 pagine).
La mia impressione è che siamo di fronte più che altro a un’opera di narrativa sperimentale, perciò non è facile dire se sia un libro brutto, bello, o così così. Di sicuro non è per tutti i palati, né tantomeno per quelli meno allenati.

Nota a margine merita, come sempre, la splendida copertina ad opera di Francesca Santamaria, che risulta ancora più bella dal vivo anziché in questa piccola riproduzione. La speranza e l’augurio è che l’illustratrice abbia presto degni riconoscimenti per il suo ottimo lavoro – oltre ad essere brava in sé e per sé, credo non abbia pari nel cogliere ogni volta l’essenza fondamentale dei libri per i quali disegna le copertine.

Gli incuriositi possono contattare la casa editrice tramite il sito o il blog, o scrivere direttamente una email a acquisti@casadeisognatori.com.

Per finire, segnalo:
* la presentazione del libro a cura della casa editrice
* una bella recensione scritta da PattyBruce
* l’autobiografia e curriculum dell’autore
* un estratto dell’opera

Un sogno dentro un sogno

Un sogno dentro un sognoUn sogno dentro un sogno è l’antologia scaturita dalla prima edizione dell’omonimo concorso letterario della casa editrice I Sognatori. Il libro è stato pubblicato a settembre 2007 ma, causa impegni e mancanza di organizzazione, sono riuscita a terminarne la lettura solo ora.

Sono dieci racconti di scrittori non noti ma non per questo meno bravi. Il tema è il sogno nelle sue molteplici sfaccettature: la casa editrice non poneva limiti ai modi di affrontare questo argomento. E gli autori si sono sbizzarriti: c’è chi ha colto il lato più “magico” del tema, chi quello più inquietante, ognuno seguendo la propria personale sensibilità. Il risultato è una raccolta omogenea nella sua fedeltà a un tema che è di per sé molteplice e “vago”, e omogenea anche per quanto riguarda il livello qualitativo, che è perlopiù alto: non elevato, non snobisticamente raffinato, ma buono, nel senso che si tratta di lavori molto ben scritti, sicuramente meditati. Gli autori saranno esordienti, ma sanno tenere la penna in mano.

Parlando di un’altra antologia era stato sollevato il problema del “racconto scritto su commissione, per un’occasione precisa”: la sensazione è che tutti questi racconti lo siano, ma la cosa non disturba affatto, perché si sente che c’è del lavoro dietro.

Logicamente alcuni racconti mi sono piaciuti di più, altri di meno, ma questo nulla toglie al valore intrinseco di questi ultimi: si tratta, in questo caso, semplicemente di un gusto personale.

Quelli che ho preferito sono due, L’uomo cane di Fabio Giallombardo e La signora di Mauro Pisani.

Giallombardo scrive egregiamente e, senza voler nulla togliere agli altri, che pure sono molto bravi, il suo stile pulito e raffinato spicca sull’intera raccolta. Il tema è di per sé piuttosto interessante: il racconto è dedicato a Ettore Majorana, fisico italiano che, ci dice l’autore in nota, scomparve misteriosamente nel 1938 durante un viaggio in nave, e di cui si persero completamente le tracce. La scelta di scrivere su questo personaggio, la cui storia è così densa di mistero, viene spiegata dall’autore nell’intervista rilasciata ai Sognatori ed è, secondo me, molto interessante, ma lascio che siate voi a scoprirlo, se vorrete.

Quello di Pisani è il racconto più breve dell’intera raccolta, ed è veramente breve, ma non per questo meno bello. È il racconto, se vogliamo, di un amore, di un incontro a lungo desiderato. Non che non si possa intuire ben presto chi sia la signora del titolo, ma è una piccola ingenuità che nulla toglie al fascino del racconto.

Ho molto apprezzato anche il racconto dalle atmosfere orientali di Benito Lopez che, scopro con stupore, ha solo 24 anni, eppure già scrive molto bene. Interessante anche il racconto “sensoriale” di Francesca Petrino, che vede il sogno come un modo «per consentire allo sguardo di osservare l’universo da una nuova prospettiva» (dall’intervista ai Sognatori). O ancora la discesa nelle tenebre dell’incubo di Alessandra Lauro.

Dire qualcosa delle trame di questi racconti – perlopiù parecchio brevi – sarebbe svelare troppo; al massimo posso rimandarvi alle interviste pubblicate sul blog dei Sognatori, che sono il loro ormai abituale – e secondo me ottimo – modo di avvicinare lettore e scrittore.

Se, come spero, vi ho incuriosito, potete contattare direttamente la casa editrice per acquistare il libro. Qui il loro blog, qui il loro sito, qui la pagina con tutte le informazioni utili all’acquisto. di lavori molto ben scrittilitativo, che è perlopiùensibilità. Il risultato è una raccolta omogenea ne