Archivi tag: graphic novel

Zerocalcare, Kobane calling

Zerocalcare, Kobane calling, BAO Publishing, Milano 2016.

Avevo letto alcune strisce di Zerocalcare sul suo sito, ma questo è più o meno tutto ciò che conoscevo di lui. Ero però incuriosita da questo libro, di cui avevo sentito parlare bene, e che infine, come leggendomi nel pensiero, mi è stato regalato lo scorso Natale. L’ho letto ieri sera tutto d’un fiato, senza riuscire a smettere neanche per un attimo.

La storia di questa graphic novel è probabilmente nota a tutti, ma la riassumo in due parole. Verso la fine del 2014, Zerocalcare decide di andare nel Rojava, territorio autonomo curdo all’interno dei confini della Siria, non riconosciuto ufficialmente da alcuno Stato né dalle Nazioni Unite. Il suo intento, per la precisione, è andare a Kobane, città nota per la resistenza all’ISIS, che però al momento del suo viaggio è in guerra. Perciò, insieme ad altri amici, si “accontenta” di andare a Mehser, al confine turco, come dice lui “a tre fermate di metro”, quindi vicinissimo. Tornerà poi l’anno successivo nel Rojava, riuscendo infine ad andare anche a Kobane. Questa la storia in estrema sintesi.

Il Rojava è un territorio autonomo che si basa su un contratto sociale d’avanguardia e lontanissimo dall’idea che “noi occidentali” abbiamo dell’Islam. La donna viene rispettata e anzi valorizzata (moltissime sono le combattenti curde), viene data grande importanza alla formazione, all’educazione, all’uguaglianza fra i generi, alle pari opportunità, e tanto più di questo, che potete leggere nel testo del contratto sociale stesso. È il luogo della parità, dell’uguaglianza e della libera convivenza tra le religioni. È il luogo dove viene organizzata la resistenza curda all’ISIS. Un luogo simbolo.

La graphic novel di Zerocalcare è bellissima. Certo, se volete approfondire la questione di Kobane, del Rojava e/o della resistenza curda dovrete rivolgervi altrove, ma non è certo questo lo scopo del libro e dell’autore. Zerocalcare fornisce alcune brevi spiegazioni delle questioni di cui sopra, ma sono brevissime e servono solo per far capire il contesto all’eventuale lettore ignaro. Quello che l’autore soprattutto descrive è la sua esperienza, vissuta davvero col cuore. Le persone che ha incontrato, le vicende che gli sono capitate, il viaggio che ha fatto (perlomeno quello di cui può parlare senza mettere a repentaglio i combattenti, considerati dalla Turchia alla stregua di un gruppo terroristico). Tutto questo visto attraverso gli occhi di una persona ironica come Zerocalcare, per cui, sebbene il racconto del viaggio sia un tema di grande serietà, non mancano (anzi sono frequenti) momenti di ironia in cui a volte si ride davvero. Questo contribuisce ad alleggerire il tutto, sebbene Zerocalcare renda costantemente chiara la gravità della situazione e la serietà della tematica da lui affrontata.

Secondo me è proprio questa commistione di serietà e leggerezza a rendere il libro tanto particolare e bello. Tutti possono leggerlo, non aspira a essere un trattato, non vuole essere un vero e proprio reportage, ma “solo” una graphic novel scritta con il cuore. Se non l’avete già letto, fatelo, è un regalo a voi stessi, credetemi.

Marjane Satrapi, Persepolis

Marjane Satrapi, Persepolis (tit. originale Persepolis), Rizzoli Lizard, Milano 2014. Traduzione di Gianluigi Gasparini, Agnés Nobecourt e Cristina Sparagana. 354 pagine.

Tento di riprendere le trasmissioni parlando un po’ di questa bellissima graphic novel che ho finito di leggere ieri sera. Avevo già letto la prima parte anni fa, quando il libro era uscito in due volumi. Il libro in realtà è diviso in quattro parti, ma quando uscì in Italia per la prima volta era appunto diviso in due volumi che raccoglievano due parti ciascuno. Perciò il primo volume terminava con la fine dell’infanzia iraniana di Marjane e con la scena di lei all’aeroporto in attesa del volo per Vienna. Ora finalmente, grazie a un regalo azzeccatissimo, ho potuto leggere l’edizione integrale, e sono stata molto felice di averlo fatto perché l’ho apprezzata molto di più di quando lessi la prima parte, forse perché all’epoca ero troppo giovane (avrò avuto una ventina d’anni).

Penso che la storia di Persepolis la conoscano ormai tutti, ma la riassumo brevemente: è la storia autobiografica di Marjane Satrapi, nata in Iran nel 1969 da famiglia ricca. È importante la menzione del suo ceto sociale perché non credo proprio che persone provenienti da famiglie meno ricche avrebbero mai potuto fare le sue stesse esperienze. Marjane ha vissuto la storia tormentata del suo paese a Teheran fino ai 14 anni, età in cui i genitori, per salvarla, la mandarono a studiare a Vienna. Marjane non sapeva una parola di tedesco, ma a Vienna studiava al liceo francese, avendo già iniziato la propria educazione francese in Iran, prima che le scuole bilingui venissero chiuse. Le prime due parti della graphic novel sono dunque il racconto dell’infanzia iraniana di Marjane, mentre nelle ultime due parti la seguiamo nel suo percorso viennese, nel suo ritorno a Teheran e nella sua definitiva partenza per la Francia a 24 anni.

La graphic novel di Marjane Satrapi è ormai notissima, per cui si può dire veramente poco di nuovo, ma voglio dire che mi è piaciuto tantissimo il modo dell’autrice di raccontare la sua storia. Le graphic novel di un certo spessore mi piacciono molto (per esempio forse sapete che sono una grandissima estimatrice di Guy Delisle), perché trovo che abbiano un modo veramente originale di raccontare storie che a volte possono essere anche terribili, come è quella di Persepolis. È vero che Marjane Satrapi ha avuto una vita più facile rispetto a tanti altri ragazzi iraniani meno fortunati, ma la sua vita è stata comunque segnata dalla guerra, dalla morte e, in seguito, da un’adolescenza davvero difficile, in quanto immigrata “terzomondista” (come dice lei) in un’Europa ricca e non ancora del tutto pronta ad accogliere gli immigrati. I disegni sono molto belli e delicati e per contrasto ben si sposano con la crudezza della storia.

L’unico appunto che posso fare è che la presenza di tre traduttori, di cui una dal nome francese, avrebbe forse potuto evitare alcuni errori/orrori di traduzione, come quando si parla dell'”amichetta” di un uomo incarcerato (perfino io con il mio francese scarso so che la “petite amie”, cioè l’amichetta, è in realtà la “ragazza”, cioè la fidanzata). Ma a parte questo è un libro bellissimo che vi consiglio di rileggere se, come me, l’avevate letto a un’età ancora troppo giovane per poterlo apprezzare appieno.

Guy Delisle, Shenzhen (Canada)

Guy Delisle, Shenzhen, L’Association, Paris 2013. 19 euro.

Guy Delisle è un fumettista canadese di lingua francese, di cui ho già letto i reportage sotto forma di graphic novel: Pyongyang, Cronache birmane e Cronache di Gerusalemme. È tuttavia autore di moltissimi altri fumetti.

Nelle graphic novel che avevo letto in precedenza racconta della sua permanenza in posti come, appunto, la Corea del Nord, la Birmania e Gerusalemme, al seguito della moglie che lavora per Medici Senza Frontiere. I libri sono bellissimi, in alcuni casi dei veri e propri capolavori.

Non è questo il caso di Shenzhen, che è una graphic novel piacevole ma che lascia ben poco dopo la lettura, perché manca delle tematiche sociali e di analisi che invece permeavano gli altri libri che avevo letto.

In questo caso Delisle si è trovato per tre mesi a Shenzhen, in Cina, alla periferia di Hong Kong, per un lavoro in uno studio di animazione. Da solo, non insieme alla famiglia come negli altri libri. Quello che racconta in questa graphic novel è la sua permanenza in questa città stranissima, dove la gente va solo per lavorare e dove nessuno sembra parlare inglese, almeno non al livello di poter sostenere una conversazione. Delisle racconta dunque di tre mesi di totale solitudine, salvo sporadici incontri che però non paiono servire ad alleviare questo senso di spaesamento e di solitudine. Dev’essere per questo che il libro non ha molto da dire, perché racconta di tre mesi in quasi isolamento, senza però entrare nei dettagli dell’esperienza.

Veniamo a sapere che Shenzhen è, come molte altre città della Cina, estremamente inquinata e sporca, che tutti vanno in bici nonostante il traffico caotico, che Delisle ha assaggiato molti piatti locali per noi esotici come il cane (che dice essere “abbastanza buono”) o una bevanda con dentro la vescica di serpente (che invece è disgustosa). Ma Delisle non entra mai nel vivo, il suo racconto è quello di tre mesi piatti, ed è piatto come i tre mesi che ha passato. Un peccato, perché altrimenti questo autore è assolutamente geniale.

Il libro in italiano ha lo stesso titolo che in francese ed è pubblicato da Fusi Orari, la casa editrice di Internazionale.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Pyongyang

Pyongyang, Guy Delisle

Questo libro l’ho comprato alla Fiera di Roma. Fra gli altri.

Guy Delisle è un fumettista canadese, del Québec.
Si tratta, infatti, di un fumetto o, come si dice ora, di un graphic-novel. Un po’ sullo stile di Persepolis, se avete presente di cosa parlo.

Delisle trascorre due mesi nella famigerata capitale della Corea del Nord per lavoro, e ne ritorna con questo reportage a fumetti. Pyongyang è la città di cui meno sappiamo al mondo, e francamente non è che questo fumetto ci illumini molto. Perché l’autore alloggia in un albergo posto su un’isoletta, e agli stranieri è proibito lasciare l’isola. A meno che non girino con guida e interprete. Un po’ più di libertà viene concessa ai lavoratori delle ONG, con i quali ogni tanto Delisle si accompagna. Ma non si possono avere contatti con gli abitanti. Fanno eccezione solo, appunto, le guide e l’interprete. Non si può andare da nessuna parte senza prima avvisare le guide. Alcuni luoghi sono proibiti. Per esempio, la stazione, ma il nostro autore la visita ugualmente, e viene subito scoperto. Eppure, dice, non c’è niente in quella stazione che non si possa vedere. Altri luoghi sono obbligati. Come la visita al Museo dell’Amicizia, che raccoglie i doni di tutti gli Stati a Kim Il-Sung e Kim Jong-Il. E, prima ancora, appena arrivati in città, la rituale deposizione dei fiori ai piedi della gigantesca statua (22 metri) di Kim Il-Sung, morto nel 1994 ma tuttora presidente (presidente eterno, così viene chiamato).
Quello che veniamo a sapere non è tanto di più rispetto a quel quasi niente che trapela dai pochissimi giornalisti ammessi. Che non ci sono luci, salvo quelle destinate a illuminare i monumenti ai due leader. Che alcune ONG hanno deciso di abbandonare il Paese, perché gli aiuti umanitari vengono distribuiti a seconda della fedeltà al regime, e alcuni milioni di cittadini ne sono lasciati totalmente privi. (Perché, ebbe a dire il presidente eterno, «per ricostruire una società vittoriosa dovrebbe sopravvivere solo il 30 per cento della popolazione»). Che in ogni ufficio c’è una foto di Kim Il-Sung e una di Kim Jong-Il, opportunamente ritoccate in modo da rendere i due quasi identici. Che non si può ascoltare la radio, eccetto l’unica emittente di Stato. Che tutti portano sulla giacca una spilla con il ritratto del presidente eterno o del caro leader o di entrambi. Che la musica è solo musica di Stato, celebrativa del caro leader. Che alcune persone semplicemente smettono di esistere, orwellianamente vaporizzate come se non fossero mai esistite.
Tutto questo assomiglia tanto proprio a quel 1984 che Orwell aveva ipotizzato nel 1948, anno della fondazione della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord. Che Delisle legge la sera a letto, in albergo. Alla luce di una candela. Che presta al suo interprete, il quale, dopo averne lette alcune pagine, glielo restituisce tremando.
Insomma, a me pare che, in così tanta carenza di informazioni, tutto quello che fa un po’ di luce, benché poca, vada letto.

Fusi Orari è la casa editrice che pubblica i libri di Internazionale.