Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà

Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà, Scrittura & Scritture, 2016.

Costanza Ravizza è una profiler che lavora a Novara e al momento ha per le mani due casi. In particolare, ha molto a cuore il caso di tre ragazzi scomparsi nel nulla a poco tempo di distanza l’uno dall’altro e che secondo lei sono vittime dello stesso offender, ma il suo capo vuole che si occupi prioritariamente dell’omicidio di un uomo, nipote di un importante politico. Le due indagini scorrono dunque in parallelo, anche se più ampio spazio viene dedicato ai ragazzi scomparsi, che appassiona e forse un po’ ossessiona la profiler.

Siamo al cospetto di due “settori” della criminalità, entrambi terribili: le infiltrazioni mafiose (‘ndrangheta e camorra) al Nord e gli psicopatici che adescano persone fragili nel dark web.

All’inizio la gran quantità di personaggi e i diversi fili narrativi mi hanno un po’ confuso, non ultima la voce in prima persona che ogni tanto si alterna alla narrazione che segue Costanza. Tuttavia, basta fare un po’ di attenzione in più e non è così difficile seguire le fila di quello che sta succedendo, occorre solo entrare nell’ordine di idee che il “giallo” è un po’ più complicato rispetto ad altri, e che con questo libro “spegnere il cervello” e lasciarsi trasportare non funziona. Dipende da cosa si sta cercando dalla lettura; per me è tutt’altro che un difetto.

La storia si svolge tra Novara e il Lago d’Orta, dove in una bellissima villa vive la signora Teresa, insieme alla nipotina e al fratello Alfredo che si reca a trovarla. I due, di origine campana, sono amici di Costanza, e Alfredo è un personaggio cruciale: un po’ impiccione, curiosissimo, grande lettore e appassionato di misteri, non può che rimanere affascinato dalle indagini di Costanza e inevitabilmente non riuscirà a evitare di ficcare il naso. Forse è il personaggio che più mi è piaciuto, dotato di una simpatia spontanea, ficcanaso ma affezionatissimo a Costanza, possiede un “dono” particolare che lo rende un personaggio importante in alcune circostanze. Ma non è certo l’unico personaggio che rimane nel cuore, anzi sono tutti ben tratteggiati.

Essendo la protagonista una profiler, lo svolgimento delle indagini è un po’ diverso rispetto a quello di un giallo “classico”, per intenderci non siamo di fronte a un personaggio à la Sherlock Holmes o Hercules Poirot. Il profiler è, oltre che un agente di polizia, anche un esperto criminologo e uno psicologo, per cui il lettore si immerge nelle analisi della protagonista che la portano a costruire un identikit dell’offender. Siamo dunque davanti a indagini di tipo psicologico, infatti spesso il linguaggio usato da Costanza è specialistico. Forse lo chiamerei più thriller che giallo, in effetti.

Quello che si cerca da un libro non è uguale per tutti, né rimane costante negli anni, anzi tende inevitabilmente a modificarsi in base al contesto e alla situazione che il lettore sta vivendo. In questo momento storico, per me, è importante leggere libri che mi permettano di immergermi completamente nella storia che mi stanno raccontando. Questo romanzo lo fa alla perfezione: staccare gli occhi dalle pagine (o, nel mio caso, dall’e-reader) è quasi impossibile, il coinvolgimento è totale. E soprattutto, a coinvolgermi non è stato solo il desiderio di sapere “chi fosse il copevole”, ma l’indagine in sé e la storia nella sua interezza. Questo, secondo me, distingue un piacevole libro di intrattenimento da un solido romanzo ben costruito. Entrambe categorie validissime, ma senza dubbio la seconda tipologia si farà ricordare di più.

Francesca Battistella, autrice napoletana che vive sul lago d’Orta, ha scritto altri romanzi con protagonista Costanza Ravizza, e spero di leggerli presto perché questo mi è piaciuto molto.

Nota personale sul percorso che mi ha portato a leggere questo libro: mi capita spesso di scoprire nuovi libri in modo casuale, e forse l’incontro con questo romanzo è stato più casuale del solito. Durante questa pandemia ho avuto l’occasione di conoscere un po’, seppure solo virtualmente, una delle due editrici, Chantal Corrado. L’ho stimata moltissimo per la sua visione controcorrente che ha messo al primo posto la tutela della salute, anche a scapito del proprio profitto personale. Un atteggiamento dettato da empatia e umanità, che purtroppo non tutti gli imprenditori hanno avuto, neanche in ambito editoriale. Questo ha generato in me il desiderio di supportare questa casa editrice, che peraltro non conoscevo, e sfogliando il loro interessante catalogo ho deciso di provare a leggere questo libro. La casa editrice «pubblica narrativa: dal romanzo contemporaneo e moderno a quello storico, a qualche incursione nella saggistica, dal giallo al thriller e noir declinati in tutte le loro sfumature». Oltre a recuperare gli altri libri di Francesca Battistella, ho intenzione di dare una chance anche ad alcuni degli altri romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture. Le belle realtà editoriali vanno sostenute.

M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street

M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street (tit. originale The Mangle Street Murders), Newton Compton, 2014. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.

Un paio di mesi fa ho trovato a 0,99 € su Kobo la trilogia Le insolite indagini del detective Sidney Grice e, sembrandomi carino, l’ho comprato. Ora, innanzitutto devo capire perché dare una copertina di questo tipo a un giallo che non è per niente “leggero” come la copertina potrebbe far pensare (almeno a me), anzi è pure abbastanza truculento. C’è comunque da dire che a quanto pare la stessa copertina è stata utilizzata nell’edizione originale inglese, quindi dev’essere una scelta voluta.

Questo primo libro della serie rimanda tanto palesemente ad Auguste Dupin e a Sherlock Holmes da non poter essere considerato che un esplicito omaggio, anche se devo dire che a tratti mi è sembrato soprattutto una bieca scopiazzatura, ma credo che nessun lettore di gialli abbia mancato di riconoscere le similitudini con i due personaggi sopra citati, quindi boh, il tutto mi è parso strano. Omaggio o plagio? Mah.

Ho letto moltissimi libri nella mia vita di lettrice, ma fatico a farmi venire in mente un personaggio più odioso di Sidney Grice. Personaggi odiosi in letteratura ce ne sono tantissimi, ma per ognuno di essi ho sempre trovato qualcosa che non dico li “redimesse”, ma li rendesse almeno più comprensibili. Per esempio, che so, un passato difficile che li aveva resi così odiosi, o un qualche gesto che li facesse apparire più umani. Sidney Grice non ha niente di tutto questo, è odioso dall’inizio alla fine, insopportabile in una maniera così schifosa che mi ha fatto venire voglia di prenderlo a schiaffi o scaraventare il libro dalla finestra. In compenso March Middleton non può che fare simpatia con il suo assoluto anticonformismo che la rende così peculiare in un’Inghilterra vittoriana non certo amica delle donne.

Il mistero è debole, il colpevole e anche il movente li ho capiti ben presto, poi certo, il tutto mostra svariate ramificazioni alla fine, che non avrebbero potuto essere previste dal più attento dei lettori, ma forse è proprio questo a renderle abbastanza inverosimili, anche se per carità, tutto ci può stare.

Francamente, non è un romanzo che mi ha divertito, e neanche particolarmente intrattenuto, insomma non lo consiglio. Ora, avendo gli altri due, magari posso pensare di leggerli in futuro, ma non è certo qualcosa che non vedo l’ora di fare.

Nota sulla traduzione: l’italiano è scorrevole, quindi senz’altro la traduttrice (che a quanto pare, cercando su Google, non è tanto una traduttrice quanto una scrittrice di libri di cucina) sa scrivere; il problema però temo sia piuttosto la comprensione dell’inglese. Non avendo sottomano la versione originale è difficile dire con certezza, ma alcune espressioni sembrano assurde e incomprensibili nel contesto, e ce ne sono diverse, non sono casi isolati. Faccio un esempio su tutti, che però in questo caso è comprensibilissimo: nessuna donna nella Londra dell’Ottocento, per quanto emancipata, chiederebbe mai a un’altra donna se il suo tutore “abusa di lei” (che poi diciamocelo, neanche oggi sarebbe una domanda normale, in assenza di contesto di quel tipo). Visto che si tratta di una semplice domanda interlocutoria, posta a March per sapere se il suo tutore la tratta bene, direi che siamo di fronte a un chiaro caso di “false friend”, dato che “abuse” si traduce, certo, anche come “abusare” (parola che in italiano ha connotazione prettamente sessuale, “abusare” nel senso di “esercitare violenza/abuso sessuale”), ma in questo caso mi pare non ci siano dubbi che l’amica di March volesse semplicemente chiederle se il suo tutore la “maltrattasse”, inteso in senso generico come “trattare male”, che ha mille sfaccettature e in cui quella sessuale, seppure possa anche esservi compresa (il che è discutibile), non è certo preponderante. Insomma, l’impressione è che la traduttrice abbia grossi problemi con i “false friends”, il problema però è che questo in certi casi rende il testo confuso e poco chiaro, in altri lo falsa proprio.

Deanna Raybourn, Silenzi e veleni

Deanna Raybourn, Silent in the Grave, Mira, 2007.

Quando la situazione è talmente brutta che è difficile concentrarsi, non c’è niente di meglio, almeno per me, che buttarsi su dei gialli. Avevo sentito parlare bene di questo giallo storico e, avendolo trovato su OpenLibrary (che è la mia nuova droga da quando ho comprato un Kobo), ho deciso di provare. È il primo libro della serie Lady Julia Grey, una serie di 5 gialli ambientati nella Londra vittoriana, che hanno per protagonista Lady Julia Grey, una donna circa trentenne, nona di dieci figli in una famiglia assolutamente non convenzionale.

Il romanzo si apre con una morte: Sir Edward Grey, marito di Lady Julia, si accascia in preda alle convulsioni durante un ricevimento nella sua casa. Da sempre malato di cuore, chi lo conosce non si stupisce della sua morte dal momento che tutti i membri della sua famiglia sono morti giovani. A soccorrerlo è un tal Nicholas Brisbane, che Lady Julia vede qui per la prima volta. L’uomo è una sorta di investigatore privato ed era stato ingaggiato da Sir Edward, che pensava che qualcuno lo volesse morto. Lady Julia non crede all’ipotesi dell’omicidio e anche il medico di famiglia dichiara che la morte è avvenuta per cause naturali. Trascorso il rituale anno di lutto, però, qualcosa fa cambiare idea a Lady Julia, che decide così di rivolgersi a Brisbane.

Tutti i personaggi del romanzo sono fuori dal comune, tanto che se non ci fossero precisi riferimenti temporali si farebbe fatica a credere di trovarsi nell’Inghilterra vittoriana. La famiglia March, ovvero la famiglia di origine di Lady Julia, è sempre stata bizzarra. La madre è morta nel dare alla luce il decimo figlio, così i bambini sono stati tirati su dal padre e dalla zia Hermia, proprietaria di una casa rifugio per le prostitute che scelgono di abbandonare il mestiere. Anche i fratelli e le sorelle di Lady Julia sono assai lontani da quello che ci si potrebbe aspettare da una famiglia nobile di fine Ottocento. Del resto, la famiglia March è sempre stata così. Anzi, Lady Julia è forse la più posata e tradizionalista della famiglia, del resto non per molto. In ogni caso, come gli altri membri della famiglia, è una donna dalle ampie vedute e dalla mentalità assai aperta. Francamente sono rimasta un po’ perplessa dall’assoluto anticonformismo di questi personaggi, ma se devo essere sincera quello che cercavo da questo romanzo era un po’ di sano svago, perciò non m’interessa particolarmente l’accuratezza storica.

Il romanzo è lungo, circa 500 pagine, e a tratti risulta un po’ prolisso, alcune parti avrebbero potuto essere snellite secondo me. Tuttavia si legge molto bene, è coinvolgente e scacciapensieri, e fa venire voglia di proseguire con gli altri libri della serie per vedere come si evolve la storia di Lady Julia.

Consigliato per chi sia in cerca di un po’ di intrattenimento.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Harlequin Mondadori e HarperCollins Italia con il titolo Silenzi e veleni.

Vikas Swarup, I sei sospetti

Vikas Swarup, Six Suspects, Minotaur Books, 2009.

Libro pubblicato in italiano da Guanda con il titolo I sei sospetti, tradotto da Seba Pezzani.

Non so se anche per voi è così, ma in piena pandemia mi riesce difficile concentrarmi abbastanza per leggere. Farebbe bene per ritagliarsi uno spazio in cui rifugiarsi per un po’ dalla terribile situazione in cui siamo immersi, ma con tutte le cose che succedono non è facile immergersi in un mondo di fantasia, almeno per me. Perché dunque non provare con un libro leggero, un lungo giallo indiano di 470 pagine?

Vicky Rai è il figlio delinquente di un politico corrotto, Jagannath Rai, il ministro dell’Interno dello stato indiano dell’Uttar Pradesh. Il paparino comanda come se fosse il padrone dello stato e tutte le autorità sono al suo servizio e si inchinano di fronte alle sue volontà. Perciò, ovviamente, quando Vicky Rai uccide davanti a tantissimi testimoni una barista per il semplice motivo che questa si rifiuta di servirgli da bere, il paparino non esita a corrompere i giudici e a farlo assolvere al processo. Poco tempo dopo, Vicky Rai dà un’enorme festa in casa sua per celebrare la sua assoluzione… ma viene ucciso.

La polizia ha sei sospetti, ovvero tutti quelli che vengono trovati in possesso di un’arma potenzialmente compatibile con la pallottola ritrovata sul luogo del delitto. Un giornalista investigativo, Arun Advani, che da sempre lotta contro la corruzione insita in ogni strato del suo paese, decide di scoprire il colpevole dell’omicidio. A questo scopo ci presenta i sei sospetti, facendone un accurato ritratto, e successivamente ci porta a capire quale potrebbe essere stato il movente di ciascuno di loro.

Questo romanzo è senz’altro un giallo, ma è atipico. Innanzitutto il giallo è, in qualche modo, una scusa per mostrare al lettore la corruzione che pervade l’India. In secondo luogo, tutti i personaggi sono caricature, macchiette grottesche che impersonano ciascuno uno stereotipo: il turista americano scemo e ignorante, l’attrice svampita, il politico corrotto, l’industriale altrettanto corrotto che si crede posseduto dallo spirito di Gandhi, il primitivo proveniente dalle isole Andamane, il ragazzo che per tirare a campare ruba cellulari. E tutta una serie di personaggi secondari che fanno parte della vita di ciascuno dei protagonisti.

Le cose che succedono nel romanzo sono esagerate e sono tantissime, sono a loro volta situazioni caricaturali, portate agli estremi per formare un quadro satirico e pieno di ironia. In un certo senso molte parti del romanzo potrebbero perfino far ridere, tanto gli avvenimenti sono paradossali e i personaggi sono stereotipati. Vedo che molti recensori hanno percepito questo come un difetto, un punto a sfavore del romanzo, ma secondo me non sono riusciti a cogliere l’intento satirico dell’autore. Non credo proprio che Swarup pensi che tutti gli americani sono stupidi e ignoranti: semplicemente, a mio parere, ha voluto rappresentare uno stereotipo, e l’ha calcato così tanto che faccio fatica a capire come molti lettori possano averlo preso sul serio.

In conclusione: ho fatto fatica a concentrarmi per i motivi che tutti conosciamo fin troppo bene, ma dopo un po’ mi ha catturato completamente e mi ha fatto passare delle piacevoli ore di svago. Ora mi resta la curiosità di approfondire la conoscenza di questo autore.

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, Raven Books, 2018.

L’ideale sarebbe approcciarsi a questo romanzo senza saperne niente, ma non è possibile. Prima di tutto, perché il titolo ci dice già diverse cose: chi sarà la vittima (Evelyn Hardcastle) e il numero di volte in cui morirà (sette). In che senso, direte? Non si muore una sola volta? Non in questo libro, ed è qui l’interessante. Avrei preferito non sapere come mai Evelyn muore sette volte (anzi, come dice il titolo inglese in alcune edizioni, sette e mezzo), ma la trama nella quarta di copertina me lo svela. Anzi, vedo che la quarta della mia edizione inglese svela tutto sommato poco, mentre quella dell’edizione italiana svela più particolari. Per carità, da un lato lo capisco perché altrimenti cosa avrebbero potuto scrivere nella quarta? Però è un peccato.

All’inizio del romanzo il protagonista-narratore è un uomo che non ricorda assolutamente nulla, neppure il proprio nome. Ricorda solo il nome di un’altra persona, Anna, ma non sa chi sia. Sa solo che è in pericolo e che probabilmente è stata uccisa. Piano piano riesce a tornare a Blackheath, la dimora in rovina degli Hardcastle (che sono altrettanto in rovina quanto la loro magione). Qui cercherà di capire cosa stia succedendo.

Dunque, visto che la quarta ce lo svela, posso dirvi che il protagonista si chiama in realtà Aiden Bishop e che la sua peculiarità è risvegliarsi ogni giorno nel corpo di un ospite diverso. Gli Hardcastle hanno dato una grande festa in un giorno ben bizzarro per una festa: il diciannovesimo anniversario della morte del piccolo Thomas, barbaramente ucciso da due uomini quando non aveva che sette anni. Ci sarà una sorpresa alla festa, ma quale?

Dire più di questo sarebbe un delitto in sé, perché il bello di questo romanzo è scoprire le cose pian piano, nello stesso ordine in cui le scopre il protagonista. Che infatti è sempre il narratore e narra al tempo presente. Così il lettore si identifica completamente in lui e vive il suo stesso spaesamento, la sua stessa sorpresa, il suo stesso terrore e orrore.

In una nota finale, l’autore dice che fin da bambino ha divorato i libri di Agatha Christie, crescendo dunque con il desiderio di scrivere a sua volta un giallo. Purtroppo dopo alcuni tentativi si è dovuto rendere conto del fatto che la Christie aveva già scritto i gialli migliori, con le migliori trame e colpi di scena. Abbandonato per anni il proposito, si dedica alla carriera di giornalista finché non ha un’illuminazione: quello che deve scrivere è sì un giallo, ma di tipo completamente diverso. Un giallo combinato con i viaggi nel tempo e con i salti da un corpo-ospite all’altro. Quello che ne esce è un romanzo molto interessante che piacerà agli amanti dei gialli cervellotici, ma anche agli appassionati di storie bizzarre e fuori dagli schemi.

Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma ha due difetti secondo me: prima di tutto, è troppo lungo. Capisco che è talmente cervellotico e complicato che non si sarebbe potuto risolvere il mistero in 200 pagine, ma è vero pure che alla lunga un po’ stanca, nel senso che affatica proprio. Il secondo difetto è che la soluzione del mistero è veramente ingarbugliata. Sicuramente per leggere questo romanzo bisogna sospendere l’incredulità, ma alcune cose che vengono rivelate negli ultimi capitoli non sono verosimili o sono difficili da spiegare. Di sicuro c’è che secondo me il lettore non riuscirà mai e poi mai a trovare la soluzione del mistero solo con gli indizi forniti dall’autore nel corso del romanzo. In ogni caso è una lettura piacevolissima e non bisogna farsi scoraggiare dalle imperfezioni del romanzo. Non è che ci si può aspettare di trovare il capolavoro in ogni libro, molte volte l’importante può essere semplicemente passare alcune ore gradevoli in un universo fantastico e impossibile.