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Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (Romania)

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (tit. originale Cartea șoaptelor), Keller, Rovereto 2011. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia. 470 pagine, 18,50 euro.

«Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere.
La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella stessa misura non ha vissuto.»

Con un incipit di una tale bellezza, questo libro si preannunciava un capolavoro. Ed è così che lo descrivono molte recensioni trovate in rete. Ma secondo me non lo è: è un libro bello, ma al capolavoro non si avvicina neanche. Non è molto bello, semplicemente bello.

Quando l’ho acquistato, per qualche motivo, pensavo che fosse un libro sul genocidio armeno, invece è un libro sulla famiglia dell’autore e sulla diaspora. Certo, si parla anche del genocidio, e quelle sono le pagine più belle e più terribili del libro. Ma Vosganian parla anche di tante altre cose, anche se forse tutte quante ruotano proprio intorno al genocidio del 1915, di cui tra l’altro proprio ieri si commemorava il 101esimo anniversario.

Ma andiamo con ordine. Prima vorrei presentarvi l’autore, Varujan Vosganian, romeno di origine armena, o se preferite armeno di Romania. Nato e vissuto in Romania, ne è stato anche il ministro dell’economia e delle finanze e ne è un importante esponente politico. Ma la sua famiglia è genuinamente armena, emigrata in Romania a seguito del genocidio del 1915.

Il libro, a metà fra fiction e non fiction, ovvero fra romanzo e realtà storica, è molto sconnesso, ma lo è volutamente. I salti temporali sono continui, anche all’interno di uno stesso paragrafo l’autore può passare dal 1915 al 1958 senza farsi problemi. Questo rende il libro di molto difficile lettura, almeno dal mio punto di vista. Questo continuo andare avanti e indietro nel tempo può forse piacere ad alcuni lettori, ma a me ha solo irritato e non mi ha permesso di seguire bene l’evoluzione delle vicende. Del resto, è Vosganian stesso, autore-narratore, a dirlo: questo non è un libro di storia, ma si avvicina piuttosto a un libro di salmi, in quanto racconta la storia dei vinti. E ha ragione, se cercate un libro che vi racconti i fatti del genocidio e della diaspora, dovrete rivolgervi altrove. Qui c’è sentimento e invenzione letteraria, accanto alla Storia.

Nel libro si intrecciano personaggi che hanno fatto parte della vita e della famiglia dell’autore e importanti personaggi storici come Komitas, religioso e compositore morto pazzo a Parigi dopo aver vissuto il genocidio, o come Armen Garo, organizzatore dell’occupazione della Banca Ottomana nel 1896 e la mente dietro l’operazione Nemesis, operazione di cui pure si parla moltissimo nel romanzo.

Il romanzo si chiama così perché gli armeni anziani protagonisti dell’infanzia di Vosganian non parlavano ad alta voce, ma molto spesso sussurravano, soprattutto quando si ritrovavano nella cripta di Seferian, nel cimitero armeno di Focșani, per parlare al riparo dalle orecchie lunghe della Securitate.

Il romanzo ripercorre, seppure come dicevo con notevoli salti temporali, la storia degli armeni, dall’inizio delle prime operazioni di pulizia etnica ad opera dei turchi nel 1895, passando per il genocidio del 1915 (nel quale, ricordiamolo, morì un milione e mezzo di armeni), all’emigrazione di molti armeni, ormai apolidi, in moltissime parti del mondo fra cui la Romania, alla vita in Romania sotto il regime comunista, fino ad arrivare a oggi, con l’omicidio di Hrant Dink da parte di un turco nel 2007. Il libro non va oltre questa data perché è stato scritto nel 2009, quindi ha ormai qualche anno sulle spalle, seppure non molti.

Come dicevo, la parte più bella, seppure più terrificante, dell’intero libro è quella sul genocidio del 1915, che Vosganian divide in sette cerchi della morte. Gli episodi qui narrati sono stati raccontati da molti altri storici e scrittori, ma non mi abituerò mai a leggere le atrocità compiute dai turchi – atrocità dalle quali, peraltro, come dice l’autore stesso e come è risaputo, Hitler prese l’ispirazione per lo sterminio sistematico degli ebrei.

Ma anche il resto del libro è molto interessante da un punto di vista storico, per esempio le molte parti in cui si parla dell’operazione Nemesis, ovvero quell’operazione in cui un gruppo di attivisti armeni decise di farsi giustizia da sé uccidendo gli uomini che furono a capo del genocidio. Uomini che, ricordiamolo, erano liberi come l’aria e facevano esattamente quello che volevano, pur con tutte le atrocità che avevano commesso.

Molto interessanti sono anche le parti in cui Vosganian parla del destino degli armeni sotto l’occupazione sovietica e il regime comunista, per cui molti armeni furono deportati in Siberia e molti altri rimpatriati a forza nella poverissima Armenia sovietica, per poi essere deportati in seguito. Non sapevo, ad esempio, che il disegno dell’Unione Sovietica fosse quello di ridurre la popolazione armena al di sotto del milione di anime, per poter far fare all’Armenia la fine del Nakhichevan azero e del Nagorno Karabakh armeno: ovvero, se l’Armenia fosse rimasta sotto il milione di abitanti avrebbe perso lo status di repubblica e sarebbe stato possibile spartirne i territori fra la Georgia e l’Azeirbagian.

È il calzolaio Anton Merzian a dire come stanno le cose per quanto riguarda gli armeni, apparentemente destinati alla dispora perenne, almeno fino a un certo punto nella Storia: «E poi partire sempre, senza capire dove stiamo andando, io sono stufo, non vedete che, ovunque andiamo, ci sono o gli spahi, o i curdi e i beduini, poi i bolscevichi, non vedete che c’è sempre qualcuno che ci dà la caccia, che non ci lascia vivere in pace?» (Gli spahi erano soldati scelti della cavalleria ottomana, come ci dicono le note in fondo al libro).

Il romanzo è strapieno di nomi di persone, così pieno che a volte è difficile star dietro a tutti i personaggi, un po’ come nei grandi romanzi russi dell’Ottocento. Ma credo che l’autore abbia voluto riempire così tanto il libro di nomi per dare un volto agli armeni, per dare loro un nome, un’identità. Perché come dice lui stesso nel corso del romanzo, non c’è molta differenza fra il genocidio degli armeni e quello degli ebrei, se non che questi ultimi sono stati contati di più (non ci sono cifre ufficiali che indichino la vera portata del genocidio armeno) e si è cercato di dare loro un volto, un nome, mentre gli armeni sono rimasti senza identità. Per questo, immagino, l’autore ha voluto riempire questo libro di quante più identità individuali possibili.

In fin dei conti, si tratta di un libro sulla memoria, più che sulla storia, seppure questa sia, per forza di cose, strettamente intrecciata al ricordo: «Più importante della morte, e dunque della vita, è la memoria.» E di questi libri io penso che ci sia sempre bisogno, seppure questo in particolare mi sia risultato molto confusionario. Ma è allo stesso tempo molto lirico, e leggiadro in un certo senso. Perciò mi sento di consigliarne la lettura, soprattutto se non vi fate distrarre facilmente dall’intreccio non lineare.

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Gilbert Sinoué, Erevan (Egitto)

Gilbert Sinoué, Erevan, J’ai lu, Paris 2010. 380 pagine, 7,60 €.

Non avevo mai letto nulla di Gilbert Sinoué, famoso scrittore francese nato e cresciuto in Egitto, e ho voluto cominciare con questo suo libro che in italiano è tradotto da Neri Pozza con il titolo di Armenia. Come sapete, i libri sul genocidio armeno mi interessano molto: mi interessavano già da prima, ma tanto più dopo essere stata in Armenia e avere conosciuto questo popolo straordinario. Tra l’altro nel 2015 ricorre il centesimo anniversario del genocidio, il cui inizio si fa tradizionalmente risalire al 24 aprile, giorno del rastrellamento di centinaia di intellettuali, poi brutalmente uccisi.

Sinoué ci parla di tutto questo: parte dalla presa della Banca Ottomana nel 1896 da parte di un commando di giovani armeni, parla del prepararsi e dello svolgersi del genocidio del 1915, e narra infine l’operazione Nemesi, con la quale alcuni rappresentanti armeni hanno deciso di eseguire da sé le condanne a morte in contumacia a cui sono stati condannati i responsabili del genocidio.

Non mi stancherò mai di dire che non si parlerà mai troppo di questo genocidio, considerato il primo del Novecento, quello a cui Hitler si ispirò per la distruzione degli Ebrei d’Europa. Il genocidio forse meno conosciuto della storia dell’umanità, eppure uno fra i più cruenti. Non se ne parlerà mai abbastanza se è vero che ad oggi soltanto 20 Paesi (fra cui l’Italia) lo hanno riconosciuto ufficialmente. Non se ne parlerà mai abbastanza se è vero che a tutt’oggi in Turchia esiste una legge che prevede il carcere per chi osi solo parlare di genocidio armeno. Dunque i libri, che siano romanzi o saggi, che si leggeranno e si divulgheranno su questo argomento non saranno mai troppi.

Sinoué parla magistralmente di questo evento oscurissimo della storia mondiale recente. Il suo è un vero e proprio romanzo storico ben documentato, tanto che alla fine c’è un elenco di personaggi del libro che sono realmente esistiti e hanno avuto parte attiva nelle vicende descritte, nonché delle note storiche e una bibliografia ragionata. Non so se tutto questo è stato mantenuto nell’edizione italiana, ma spero di sì. Se si può rimproverare qualcosa a Sinoué è di essere un po’ troppo frettoloso in alcuni passaggi, ma si perdona facilmente questo difetto nella scrittura.

Un libro ovviamente terrificante, come lo sono tutti i libri sull’argomento e su altri genocidi; ci ho messo dunque un po’ a leggerlo, perché non potevo superare certe piccole dosi di crudeltà giornaliere. Lo consiglio vivamente a tutti, per quanto mi riguarda è fra i libri più belli letti quest’anno.

Antonia Arslan, La masseria delle allodole

Antonia Arslan, La masseria delle allodole, BUR, Milano 2010. 234 pagine, 10,90 euro.

Ci sono libri belli, e ci sono libri necessari. Questo fa parte della seconda categoria. Non mi pare che Arslan abbia un grandissimo talento letterario, ma questo libro va letto, perché racconta una Storia che non molti di noi possono dire di conoscere a fondo.

La storia è quella, certamente romanzata, della famiglia Arslanian, famiglia di origine di Antonia Arslan (suo nonno, in Italia dall’età di 13 anni, deciderà nel 1924 di farsi togliere il suffisso armeno dal cognome). Ed è la storia che le è stata raccontata dal nonno Yerwant, ormai anziano.

Siamo nel 1915, anno in cui il governo turco ottomano decise di mettere in atto il sistematico sterminio degli armeni presenti nel territorio dell’Anatolia, sotto il tristemente presago motto “La Turchia ai Turchi”. Non è presago a caso, questo motto, poiché pare infatti che Hitler si sia ispirato proprio al genocidio armeno per mettere in atto la Shoah. Come dice Arslan, il genocidio armeno fu condotto con precisione chirurgica, di certo non si poté parlare di crimini di guerra o di efferatezze isolate, ma si deve parlare di vero e proprio genocidio. Cosa che ancora la Turchia fatica a riconoscere.

La famiglia Arslanian vive in una piccola città dell’Anatolia, mai menzionata, e viene quasi del tutto sterminata durante le atrocità del 1915. Le donne saranno deportate attraverso il deserto, dopo l’uccisione di tutti i maschi della famiglia, e solo poche di loro sopravviveranno, insieme a uno dei bambini, piccolissimo, salvatosi dalla follia omicida solo perché vestito da bambina, come a volte all’epoca usava.

Il libro è la storia di quello sterminio e di quella deportazione e, come tutti i libri sul genocidio armeno, romanzi compresi, non risparmia scene che fanno gelare il sangue nelle vene. Perché il libro vuole essere testimonianza, e allora deve raccontare fedelmente cosa è successo, e pure se Arslan romanza la storia raccontatale dal nonno, i racconti delle atrocità sono tristemente veri. Ma se vi accostate a questo come ad altri libri sull’argomento dovete essere consapevoli che in alcuni punti avrete voglia di vomitare.

Letterariamente, è molto più bello il romanzo, ispirato a una storia vera, I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel, di cui ho parlato qui l’anno scorso. Ma penso che entrambi i libri vadano assolutamente letti, o almeno io li consiglio entrambi.

* Il sito di Antonia Arslan.
* L’incipit.

[Incipit] Antonia Arslan, La masseria delle allodole

Prendemmo la strada sotto i portici per andare al Santo. Era il 13 di giugno, il giorno del mio onomastico. Pioveva, e io non volevo muovermi, ma il nonno Yerwant, il patriarca a cui nessuno disobbediva, aveva detto: «È ora che la bambina conosca il suo santo. È già quasi troppo tardi, ha cinque anni. Non sta bene far aspettare i santi. E dovete portarcela a piedi». Lui ci avrebbe raggiunto con la sua automobile Lancia, e con Antonio, l’autista.
Così, percorsi con la zia le due lunghe strade porticate che conducono alla basilica, con la zia Henriette, piccola piccola, dal gran naso armeno e dai lucidi capelli neri a caschetto, che aveva molti segreti e se li teneva stretti, non portava mai tacchi bassi e non permetteva che aprissi la sua borsetta. Neppure lei era contenta dell’ordine del nonno: aveva caldo, aveva “quasi” mal di testa, pensava che andare alla basilica nel giorno del Santo fosse poco fine, cosa da provinciali e da turisti, temeva di perdermi, si angosciava per nulla, come sempre.
Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura della diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera. In tutte faceva patetici sbagli, e non volle mai raccontare la storia della sua sopravvivenza. Aveva dimenticato anche la sua età (in Italia, quando sbarcò, era così minuta e patita che le tolsero due o tre anni). Ma ogni sera, a casa nostra, veniva a cena portando vassoi di biscotti alla moda austriaca, ernormi vasi di yogurt fatto in casa, paklavà colmo di noci e di miele: e la sua presenza riempiva la casa di memorie oscure.

Antonia Arslan, La masseria delle allodole, RCS Libri, Milano 2004. 234 pagine, 10,90 euro.

* Il sito dell’autrice.
* Il libro su Wuz.
* Un’intervista ai fratelli Taviani sul film.

Die vierzig Tage des Musa Dagh

Franz Werfel, Die vierzig Tage des Musa Dagh, Fischer, Frankfurt am Main 2011. 1029 pagine, 15 euro.

Del genocidio armeno si parla sempre troppo poco. In Italia i più ne sanno qualcosa grazie al libro di Antonia Arslan, La masseria delle allodole. Io invece, da germanista, ho voluto leggere questo I quaranta giorni del Mussa Dagh (titolo italiano) di Franz Werfel. Ci ho messo un mese, ho scoperto di avere un’avversione per i libri molto lunghi anche se belli, ma ne è valsa la pena. I quaranti giorni del Mussa Dagh è un libro che va letto, soprattutto se non avete voglia di cimentarvi in saggi.

Si tratta di un romanzo storico che parla di un fatto realmente accaduto, condito però da una figura immaginaria come quella del protagonista, Gabriel Bagradian. Quella del Mussa Dagh è stata una delle pochissime rivolte, la più famosa, ad opera degli armeni contro il genocidio messo in atto dai Giovani Turchi.

Siamo nel 1915, il governo dei Giovani Turchi decide a tavolino, lucidamente, di portare avanti un’opera di deportazione della popolazione armena residente in territorio turco. Il Mussa Dagh si trova nella zona geografica della Siria, all’epoca sotto dominazione ottomana. Come viene specificato nel romanzo, si tratta di una deportazione (Austreibung) e non di un massacro (Massaker): la differenza è netta, in quanto nel secondo caso, dice Werfel, prima o poi perfino i più spietati si stancano dell’orrore, il massacro è qualcosa che nasce dall’impulso e non, come la deportazione, dal calcolo. Il fatto che nasca dal calcolo fa sì che si  determini di sterminare fino all’ultimo appartenente alla razza odiata (odiata perché cristiana). E che non ci si fermi fino a che questo obiettivo non sia stato raggiunto.

I turchi ritirano i passaporti degli armeni, impedendo loro anche di viaggiare da un villaggio all’altro perché privi di teskeré, il passaporto interno. In seguito inizieranno la deportazione, con la scusa ufficiale di dover spostare gli armeni in altri luoghi dell’impero, mentre la motivazione reale è quella di ucciderli lentamente, facendoli morire di stenti, fame e privazioni lungo il tragitto o nei campi di concentramento allestiti appositamente. Tutti sanno quello che sta accadendo, anche all’estero, ma nessuno si ribella alla politica interna della Turchia, forse anche, chissà, perché è in corso la prima guerra mondiale e ciascuno è preso da problematiche più vicine a casa propria. Sta di fatto che le deportazioni e le morti continuano indisturbate, gli armeni per lo più non si ribellano (si potrebbero scrivere saggi interi su questa mancanza di ribellione degli armeni) e alla fine del genocidio – il primo del Novecento, quello che ispirerà Hitler – gli armeni morti saranno un milione e cinquecentomila. Il governo turco a tutt’oggi non solo non riconosce il genocidio, ma perseguita coloro che lo riconoscono in quanto tale, ed è questo uno dei motivi per cui la Turchia fatica a entrare nell’Unione Europea.

In questo contesto di oppressione, gli abitanti della valle del Mussa Dagh organizzano una ribellione, non vogliono piegarsi al destino e si rifugiano sulla montagna, il Mussa Dagh appunto. Qui sono organizzati come meglio possono per resistere all’esercito turco, e lo faranno per quaranta lunghi giorni, finché non verranno salvati da una nave da guerra francese. Svelo il finale perché fin qui è realtà storica, chiunque può sapere come finisce la ribellione del Mussa Dagh con una breve ricerca in internet. Fittizia è invece la storia di Gabriel Bagradian e della sua famiglia: armeno di Parigi, torna nel paesino natale dopo molti anni di assenza in seguito alla malattia e poi alla morte del fratello. Qui prende parte e anzi guida la rivolta. La moglie è una francese insofferente destinata a seguire il destino degli armeni in quanto con il matrimonio ha acquisito la cittadinanza del marito. Il figlio di tredici anni è un bambino cresciuto che non si rende conto dei pericoli. Intorno a loro ruota la storia, ma anche intorno a tutti gli altri abitanti dei cinque villaggi del Mussa Dagh, fra cui il prete ortodosso Ter Haigasun, altro grande protagonista della storia.

La storia di Bagradian offre un tocco di romanzo a questo libro che è strettamente basato su fatti storici, anche se ovviamente la vita degli armeni sul Mussa Dagh è romanzata. Quella di Bagradian è una bella storia che, mi rendo conto ora, doveva essere inserita per non correre il rischio di rendere troppo saggistico il libro. A me però a tratti ha un po’ irritato perché un po’ inverosimile in alcune parti che non posso svelare, pena farvi perdere il gusto della lettura. Tuttavia ne capisco il senso, Werfel non voleva scrivere un saggio.

In conclusione, l’ho trovato un libro molto bello e mi sento di consigliarlo a chiunque, pregandovi di non farvi trattenere dalla mole. Inoltre, per chi può, consiglio di leggerlo in tedesco. Ho letto alcune recensioni dove si lamentava l’arcaicità del linguaggio di Werfel, senza tenere presente che quello che legge il lettore italiano non è il linguaggio dell’autore ma quello del traduttore. Probabilmente, non so, la traduzione italiana è vecchia e non è stata rifatta, quindi risente dell’età. Perché il linguaggio di Werfel non è affatto datato, sebben sia un libro di quasi ottant’anni fa (è del 1935), lo stile e la lingua sono freschi e bellissimi, come nella migliore tradizione mitteleuropea dell’epoca. Werfel scrive da Dio, non si può negare. Peccato dunque che questo non passi nella traduzione italiana.

Un paio di link:

* il libro su Wikipedia (in inglese, ma se volete anche l’articolo in tedesco è fatto benissimo)
* un bell’articolo che parla del libro e del genocidio

(Questo libro, poiché l’autore è austriaco, partecipa alla sfida delle letterature altre e la recensione è pubblicata anche sul relativo blog).