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Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore – 1925

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Francesco Libri, 2012.

Serafino Gubbio è un operatore di cinema che lavora alla Kosmograph a Roma. Come ripete spesso nel corso del romanzo, lui non è che «una mano che gira la manovella». Il suo ruolo si riduce a quello: girare la manovella della «macchinetta» che permette di girare il film. Non è un lavoro così banale come potrebbe sembrare perché, dice, a volte bisogna girare piano e altre volte più velocemente, ma richiede comunque una completa impassibilità.

Questi sono i diari che Serafino Gubbio scrive, quindi entriamo prepotentemente in un racconto tutt’altro che prepotente narrato in prima persona.

Se teniamo conto che questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1916 con il titolo Si gira…, per poi essere rimaneggiato e pubblicato nella sua versione definitiva nel 1925, ci rendiamo conto che possiamo vederlo anche come una risposta al movimento artistico futurista, che elogiava la macchina in tutti i suoi aspetti. Gubbio invece non la elogia affatto:

«L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita!
Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che podrotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare.»

Alcuni, guardando Gubbio, si chiedono se egli non sia proprio necessario, se non possa invece essere sostituito da una macchina. È qui che l’operatore spiega in che modo il suo lavoro sia meno banale di quanto si immagini. Tuttavia, alla fine non può che riconoscere: «Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.»

Personaggio principale indiscusso, Serafino Gubbio non è però l’unica figura a lottare contro il predominio delle macchine. Incontriamo infatti anche un uomo, violinista, che si è rifugiato nel mutismo e nell’alcool quando è stato “costretto” a suonare per accompagnare un piano meccanico. Mutismo che, vedremo, ritornerà, come se l’afasia, ovvero l’incapacità di parlare, fosse l’unica risposta possibile a questo predominio della macchina sull’uomo.

La storia, pur essendo quella di Serafino Gubbio e della sua macchinetta, si intreccia inestricabilmente con un’altra storia: quella della femme fatale Varia Nestoroff, che sembra divertirsi a trattare male gli uomini (ne ha perfino spinto uno al suicidio), mentre è chiaro, lo dice lo stesso narratore, che non ne prova piacere. La Nestoroff è coprotagonista di questo romanzo, popolato anche da altri personaggi che ruotano intorno a Gubbio, sebbene di lui si accorgano ben poco.

Tuttavia, mi pare che la storia della Nestoroff e degli altri sia accessoria ad alcune riflessioni (come non potrebbe essere altrimenti in Pirandello): sul ruolo della macchina vs. la persona, come si diceva, e in ultima analisi sulla vita.

Sebbene questo romanzo possa sembrare a prima vista superato (l’ho letto in alcune recensioni), perché è avvenuto poco dopo la sua pubblicazione che l’operatore della macchinetta sia stato realmente rimpiazzato da una macchina che funzionava da sé, a mio parere è invece attualissimo, perché oggi ci troviamo di nuovo di fronte alla sfida uomo-macchina già presentatasi altre volte nel corso dei secoli. Oggi, un operaio può essere rimpiazzato da una macchina che fa il suo lavoro più velocemente e soprattutto a costi notevolmente più ridotti, oggi la macchina sembra dominare la nostra vita e, piano piano, finirà col mandare a casa una quantità sempre crescente di persone che oggi sembrano indispensabili con il loro lavoro, ma che tra non molto probabilmente si riveleranno superflue da un punto di vista strettamente lavorativo.

E allora questa ridondanza lavorativa potrà significare anche una ridondanza, una superfluità nella vita stessa? Queste persone superate dalle macchine diventeranno afasiche, perderanno la loro voce, persino il diritto di parlare? Si ritireranno in una sofferenza interiore così forte da estraniarle dal mondo esterno, come il violinista del romanzo?

Pirandello potrebbe essere stato in certo modo profetico. Naturalmente ognuno di noi si augura di no, pur essendo perfettamente consapevole al tempo stesso che invece probabilmente è proprio così.

Non mi è sembrato fra le migliori opere di Pirandello, anzi forse è quella che mi è piaciuta di meno, tuttavia è un romanzo che va letto, è anche molto breve, circa 200 pagine. Lo consiglio, soprattutto a coloro come me che vogliono colmare una lacuna nella loro conoscenza di questo straordinario autore, ma non solo: anche gli altri avranno piacere nella lettura di questo romanzo. Tuttavia, se vi avvicinate per la prima volta a Pirandello (ne dubito, visto che lo abbiamo letto tutti a scuola), vi consiglio di iniziare con qualcos’altro.

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