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Paul Auster, Oracle Night

Paul Auster, Oracle Night, Faber and Faber, London 2005.

Questo romanzo, pubblicato in italiano con il titolo La notte dell’oracolo, è il terzo che leggo di Paul Auster, e l’autore continua a non deludermi. Anzi, mi piace tantissimo.

La storia è quella di Sidney Orr, uno scrittore di 34 anni che vive a New York con la moglie Grace, e che si sta solo ora riprendendo da un problema di salute a causa del quale i medici lo avevano dato per spacciato. Un giorno Sidney entra in una cartoleria e compra un taccuino portoghese dalla copertina blu, e tutto ha inizio quel giorno. Ma la storia non è solo una, e non potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo in un romanzo postmoderno. Le storie sono almeno tre, una dentro l’altra come una matrioshka. Perché Sidney, dopo tanto tempo in cui non ha scritto niente, su quel taccuino blu ricomincia a scrivere. Scrive la storia dell’editor Nick Bowen, il quale a sua volta legge un manoscritto inedito della famosa scrittrice Sylvia Maxwell, che, guarda caso, si intitola La notte dell’oracolo. Poi ci sono altre storie, che scoprirete da soli: piccole storie, ma a loro modo importanti, anzi molto importanti.

Poi ci sono le note, e molti di voi sanno che io odio le note nei romanzi (ragion per cui non sopporto David Foster Wallace). E tuttavia, se mi leggete, saprete anche che mi è piaciuto molto Casa di foglie, che è il libro più pieno di note nella storia dei libri pieni di note, anche se forse non più di Infinite Jest. Ad ogni modo, in questo libro di Auster non mi hanno disturbato, anche perché, sebbene molto lunghe, non sono tante. Non ho citato a caso questi due autori, David Foster Wallace e Mark Z. Danielewski: leggendo questo libro ho spesso pensato a loro, che sicuramente devono tantissimo a Paul Auster.

La scrittura è ovviamente superba, non si può dire altro. Auster è un Maestro con la “M” maiuscola. Pochi scrittori scrivono bene quanto lui (ce ne sono, certo, ma non sono molti). Leggere questo libro è un piacere estetico, forse prima ancora del piacere della bella storia. Ma bisogna anche essere consapevoli che leggere questo libro è molto difficile, e infatti ci ho messo quattro giorni nonostante siano appena 200 pagine. Richiede concentrazione e una certa predisposizione mentale che a volte, magari dopo una giornata di lavoro, si potrebbe non avere.

State lontani come la peste da questo romanzo se non vi piace la letteratura postmoderna. Se invece il postmodernismo vi piace, dovreste aver già letto questo libro, ma se non lo avete fatto, fatelo subito!

Paul Auster, The New York Trilogy

Paul Auster, The New York Trilogy, Faber and Faber, London 2008. 378 pagine.

Avevo comprato questo libro in ebook un paio di anni fa, e ora mi sono magicamente ricordata di averlo nel mio Kindle. L’ho sempre detto io, che i libri sanno trovare il momento giusto per essere letti. Tra l’altro, nonostante la fama del libro in questione, l’ho preso in mano non ricordandomi di cosa parlasse, se non che era una raccolta di tre romanzi brevi ambientati a New York. Buio totale. Ed è probabilmente questa la condizione migliore per leggere questo libro.

La mia reazione, finito il primo episodio, è stata “Wow”. Ammetto, non molto professionale, ma io non sono un critico letterario, sono solo una persona che ama condividere le proprie letture sul suo blog.

Questo libro mi ha lasciato senza respiro, come se l’aria mi fosse stata tolta dai polmoni, da tanto ero impegnata a trattenere il fiato per la pura bellezza di quello che stavo leggendo. Questo mi accade molto raramente. Diceva Kafka che un vero libro, un vero buon libro, deve essere come un pugno sul cranio, e The New York Trilogy in un certo senso lo è.

Metaletteratura se mai ce n’è stata, un romanzo postmodernissimo. Ho detto un romanzo? Ma non dicevo che si trattava di una raccolta di tre romanzi brevi? Tutte e due le definizioni sono vere: la trilogia è sia una raccolta di tre romanzi sia un unico romanzo. Come è possibile questo? Beh, ma è presto detto: il postmodernismo lo rende possibile. Ma capirete di più leggendo il libro.

L’unica cosa che posso dire è che i tre romanzi brevi rimandano l’uno all’altro, come se in essi fossero presenti tanti fili che si intrecciano. I temi si intrecciano, così come i nomi, le situazioni, le idee. Sono detective stories? Ma no. O sì. Sì, se pensiamo al giallo à la Dürrenmatt. No, in tutti gli altri casi. Perché come Dürrenmatt, Auster sovverte i canoni della detective story, mischiandoli e frantumandoli in un’allegria metaletteraria (allegria, se vi piace il genere, altrimenti delirio).

Il tema di fondo è senz’altro la disintegrazione dell’io. Importantissimo è anche il tema della scrittura e del linguaggio. Ma vari temi si intrecciano e vanno a costituire quello che secondo me è un vero e proprio capolavoro.

È il primo Auster che leggo, e senza ombra di dubbio ne voglio leggere altri.