Carmine Abate, Il muro dei muri

Carmine Abate, Il muro dei muri, Mondadori, 2014. Pubblicazione originale 1984.

Carmine Abate, calabrese di etnia arbëreshë, è stato per molti anni un Gastarbeiter, o un germanese, come vengono chiamati in Calabria (o almeno nel paese dell’autore) i “lavoratori ospiti” che dagli anni Cinquanta ai Settanta emigrarono in Germania in cerca di lavoro. Con il corpo in Germania e il cuore in Italia, possono essere paragonati alle persone che oggi arrivano nel nostro paese in cerca di lavoro e di maggiore fortuna.

I germanesi non sono richiedenti asilo, non sono rifugiati, sono semplicemente persone (in genere uomini) che, non trovando lavoro nel proprio paese, decidono di emigrare in Germania, dove magari vive già il padre o qualche parente. A volte portano con sé le famiglie, ma più spesso moglie e figli restano al paese ad aspettare quelle poche settimane l’anno che i mariti trascorreranno con loro. Qui c’è un bellissimo sito dedicato ai Gastarbeiter, molto bello anche graficamente.

Questa esperienza è fondamentale nei libri di Abate, di cui ho già letto La festa del ritorno qualche anno fa. Addirittura, Il muro dei muri fu inizialmente pubblicato in Germania e scritto dall’autore in tedesco.

Questo libro è una raccolta di brevi racconti (l’intero libro ha circa 200 pagine) in cui le tematiche principali sono proprio l’emigrazione, la vita in Germania, i brevi e rarissimi ritorni al paese, la ricerca di fortuna raramente trovata, il lavoro spesso duro, gli episodi di razzismo quotidiano. È un libro tremendamente attuale, perché nelle quotidiane fatiche dei protagonisti di questi racconti (in cui è facile rivedere l’autore), siamo messi di fronte a quello che oggi sono costretti a sperimentare coloro che da altri paesi vengono in Italia.

Un racconto che mi ha colpito molto è quello in cui un ragazzo lavora in un ristorante italiano, sfruttato da un compaesano che ha fatto fortuna ma che per questo si crede in diritto di ergersi al di sopra della legge e di approfittarsi della disperazione dei suoi dipendenti. Una sera, al ristorante si presenta un gruppo di uomini tedeschi che prende a insultare pesantemente il cameriere. Appunto, episodi di razzismo quotidiano, di fronte a cui si tende a chiudere un occhio anche se tutti siamo consapevoli che fanno schifo.

Il protagonista dello stesso racconto si era fidanzato con una ragazza del paese: la famiglia di lei regala ai due ragazzi una casa ancora da finire, anzi addirittura appena iniziata, e ovviamente sarà lui a doversene occupare. Non gli resta perciò che andare a lavorare in Germania, l’unico modo per mettere insieme i soldi che gli servono per terminare la costruzione della casa. Parte praticamente obbligato dai futuri suoceri, arriva con una nostalgia di casa che non lo abbandonerà mai (Heimweh, la chiamano i tedeschi), così come avviene a tutti i germanesi. Fatica a trovare un lavoro dignitoso, una sistemazione abitativa degna di questo nome, e tutto questo lo porta a vivere con fatica l’idea di farsi sentire con i genitori e con la fidanzata. La trascurerà, fino a trovarsi lei e i suoceri in casa: hanno fatto un viaggio di 2000 km per andare a mettere il ragazzo con le spalle al muro e costringerlo a prendersi le sue responsabilità.

Ci sono molti racconti degni di nota, ad esempio un altro che ho apprezzato è l’ultimo, nel quale la violenza esce dal quotidiano e degenera facendosi brutale: un gruppo di naziskin picchia a sangue un ragazzo di origine italiana. Nato e cresciuto in Germania da genitori italiani, parla meglio il tedesco che l’italiano, ma per i neonazisti è uno straniero di merda, e quindi è giusto e lecito massacrarlo di botte fino a mandarlo all’ospedale. Il protagonista però non è questo ragazzo, ma il suo insegnante di italiano, che si interroga: il racconto si svolge subito dopo la caduta del muro di Berlino, eppure i muri continuano ad ergersi altissimi, i muri del razzismo.

Lo consiglio.

Caryl Phillips, The Final Passage (Saint Kitts e Nevis)

Caryl Phillips, The Final Passage, faber and faber, 1985.

La prima parte di questo libro si intitola “The End”. Pensavo che la storia partisse dalla fine per poi proseguire a ritroso, ma avvicinandomi alla fine del libro ho capito che il senso era un altro.

La storia si svolge intorno alla fine degli anni Cinquanta, quando le Indie Occidentali fanno ancora parte dell’Impero britannico. Leila è con il figlioletto Calvin al porto, in fila per salire sulla nave che li porterà in Inghilterra. Sta aspettando suo marito Michael, che però tarda ad arrivare. Quando arriva salgono sulla nave che salperà poi alla volta della madrepatria. Da qui la narrazione procede fra vari balzi indietro, non è del tutto lineare ma questo non la rende difficile da seguire.

È la storia di Leila, che ho immaginato come una donna matura appena l’ho incontrata, solo per poi scoprire che ha appena 19 anni. Leila vive su un’isola delle Indie Occidentali insieme al figlio Calvin, che a giudicare da quello che viene raccontato dovrebbe avere pochi mesi, forse al massimo un anno (l’età precisa non viene mai menzionata). È sposata con Michael, ma non vivono insieme: già la sera delle nozze lui le ha sputato in faccia e se n’è andato. Michael è un perdigiorno, uno scansafatiche a cui piace solo bere e che preferibilmente non farebbe niente nella vita, a parte forse sedurre le donne, ma anche questo non è chiaro. Già da tempo ha una relazione con Beverley, dalla quale ha avuto un figlio: Beverley aveva aspettato per anni che il marito, emigrato negli Stati Uniti, le scrivesse di raggiungerlo, ma questo non è mai accaduto e così ha instaurato una sorta di relazione con Michael. Tuttavia questo non ha impedito a Michael di corteggiare e poi sposare Leila, con la quale non ha però mai, assolutamente mai avuto un vero rapporto di tipo affettivo. Leila è sempre lasciata da parte, dal giorno stesso delle nozze. Ma questo non significa che Michael ami Beverley. Michael non ama nessuno, se non se stesso, e anche questo è dubbio.

Il libro è fatto di immensi silenzi: Michael che va a casa di Beverley e mangia chino sul piatto senza parlare, Beverley che senza parlare gli porge il piatto con la cena, Leila che senza parlare accetta tutto quello che Michael fa. Sembrano tutti dei personaggi senza vita, in particolare Leila pare priva di emozioni, anche se è chiaro che non è così. Come dirà verso la fine del libro, Leila vive nella rassegnazione e nell’attesa. La rassegnazione è una delle protagoniste principali del romanzo, infatti. Capisco poi che Leila abbia l’impressione di essere in costante attesa, ma di fatto (cosa che lei stessa sa benissimo) la sua è un’attesa disperata, un’attesa di qualcosa che non arriverà mai.

La disperazione, cupissima e totale, è la cifra principale di questo romanzo. Non c’è un singolo spiraglio di luce in tutto il libro, mai.

L’unico personaggio che porta un po’ di colore e di vita è Millie, l’amica coetanea di Leila. Sedotta da Bradeth, rimane incinta ma lui rifiuta di sposarla, tuttavia fa coppia con lei a tutti gli effetti. Sono gli unici due personaggi un po’ vitali, gli unici che danno l’impressione di essere umani. Gli altri sembrano automi, ma sono stati resi così dalla disperazione.

Leila vive con il figlio e la madre che, nonostante i suoi appena 40 anni, è malata e passa gran parte del tempo a letto. Una mattina Leila si sveglia e al posto della madre trova una lettera, in cui la donna le annuncia di essere partita per l’Inghilterra in cerca di cure migliori. Successivamente Leila decide di seguirla e Michael, cacciato di casa da Beverley dopo l’ennesima umiliazione che le ha fatto subire, decide di andare con lei.

L’Inghilterra è un po’ la terra promessa, dove gli abitanti dell’isola sono convinti di poter trovare un posto migliore, un lavoro, la ricchezza, una vita lontana dalla monotonia e dalla prevedibilità. Invece, l’Inghilterra degli anni Cinquanta è un posto ostile: ha creato un impero ma non vuole saperne delle persone che ha colonizzato, le case espongono cartelli dove scrivono che non si affitta ai “coloureds”, e se non li espongono è solo per ipocrisia, perché di fatto nessuno vuole affittare ai non bianchi. Perciò ci si deve arrangiare: gli uomini soli in case fatiscenti in cui si abita in tantissimi, le famiglie come Leila, Michael e Calvin in case ancor più fatiscenti che nemmeno un topo di fogna oserebbe chiamare “casa”. Il lavoro, se c’è, è solo di infimo livello, l’ostilità è enorme. Per fortuna Leila ha una vicina di casa ansiosa di aiutarla e con cui nasce un’amicizia.

Tuttavia, questa amicizia non deve far sperare: come dicevo, non c’è nessuno spiraglio, mai. La disperazione regna sovrana e sembra non ci sia alcun modo di uscirne. Leila non aveva sogni neanche sull’isola, era già rassegnata, ma se pure avesse avuto qualche speranza, l’impatto con la realtà trovata in Inghilterra spazzerà via ogni sia pur minima speranza di miglioramento. Alla fine non resta che la sopravvivenza, ma non sempre. Nel caso di Leila, forse, resta solo la follia: sebbene la conclusione del romanzo rimanga vaga sulla questione, a me pare che non possa essere interpretata in altro modo.

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Il libro purtroppo non è stato tradotto in italiano, nonostante la cupezza penso che meriti davvero di essere letto, è una descrizione perfetta di tematiche come la solitudine, la rassegnazione, la disillusione, i sogni infranti, il colonialismo, l’emigrazione…

Caryl Phillips viene considerato uno dei più importanti scrittori della sua generazione. Nato nel 1958 a Saint Kitts e Nevis, nei Caraibi, a soli quattro mesi si trasferisce con la famiglia in Inghilterra, dove nel corso degli anni diventerà un affermato scrittore, sceneggiatore e professore universitario. Uno dei temi a lui più cari è quello della diaspora africana.

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Per l’uso del termine “coloured” (negli Stati Uniti e nel Regno Unito) potete leggere qui, mentre questo articolo della BBC vi spiega perché non è una buona idea usare questa parola. La questione del linguaggio relativo all’appartenenza razziale ed etnica è complessa, nei paesi di lingua inglese raggiunge gradi di complessità inenarrabili, e secondo me è difficile da comprendere se non si vive in quei posti. Già per me parlare di appartenenza “razziale” è abbastanza shockante, nel senso che dal mio modesto punto di vista la razza è una, ed è quella umana. Tuttavia non è così ovunque, per esempio qui c’è un’interessante pagina sulla situazione statunitense. La questione è strettamente connessa alla cultura del paese preso in considerazione: non si può pensare che il punto di vista sull’argomento sia lo stesso in un paese dal passato fascista che ha partorito le leggi razziali, come l’Italia, e in un paese in cui un’amplissima fetta della popolazione discende dagli schiavi e in cui la schiavitù e la segregazione razziale sono state abolite solo pochissimo tempo fa, come gli Stati Uniti. Altro ancora è il discorso per un paese dal passato coloniale, come il Regno Unito, e così via, in ogni paese la questione poggia su basi diverse e non è facile da comprendere per chi in quel paese non ha mai vissuto. Si potrebbero scrivere fiumi di parole sull’argomento, ma questa vuole essere solo una breve nota a margine.

Hussain Al-Mozany, Mansur oder Der Duft des Abendlandes

Hussain Al-Mozany, Mansur oder Der Duft des Abendlandes, Reclam, 2002.

Questo romanzo, che non è stato tradotto in italiano, è stato scritto in tedesco da un autore iracheno che ha vissuto in Germania per decenni e ha dunque adottato, a partire da un certo punto, la lingua del paese in cui viveva.

La trama sembrava molto interessante: Mansur, un giovane ragazzo iracheno, fugge in Germania e decide di chiedere il riconoscimento della sua origine tedesca in quanto un suo antenato era un crociato tedesco. Lo svolgimento, come vedremo, è molto meno interessante, tanto che ci ho messo un sacco di tempo a leggere questo libro di appena 271 pagine.

Mansur è un giovane militare che sta combattendo nella guerra contro l’Iran; un giorno decide di disertare, spinto probabilmente dalle parole di una giovane donna che lo aiuta quando arriva alla sua casa assetato. Il padre, che l’ha sempre maltrattato, gli promette di denunciarlo alle autorità perché non vuole che la famiglia abbia a patire delle terribili conseguenze a causa della sua diserzione. Mansur però rischia la pena di morte, ed è perciò che decide di fuggire dall’Iraq passando per la Siria e recandosi in Germania. Aveva infatti trovato in un bazar alcuni documenti risalenti all’epoca delle crociate e relativi a un certo Peter, un crociato tedesco che si sarebbe sposato con l’irachena Aischa. Mansur si convince che Peter fosse un suo antenato a causa dell’incredibile somiglianza di questo con il padre, e si rifugia quindi in Germania nel tentativo di veder riconosciuti i suoi diritti in quanto discendente di un tedesco.

La fuga di Mansur non appare molto verosimile, dal momento che non sembra avere molto di pericoloso e sembra che tutto gli vada bene, salvo un fugace incontro con i servizi segreti siriani che lo credono un siriano in procinto di scappare dallla Siria. È fin troppo facile per Mansur salire su un aereo diretto in Germania, semplicemente corrompendo alcuni agenti e dipendenti dell’aeroporto. Non ho trovato niente di verosimile in questo, ma mi sono “consolata” dicendomi che il romanzo voleva essere paradossale, scarcastico, umoristico.

Per quanto questo sia vero, non sono comunque riuscita ad apprezzare un romanzo così inverosimile e per giunta noioso.

Una volta arrivato in Germania, assistiamo alle avventure di Mansur, che ovviamente incontra subito degli arabi e in particolare un iracheno che ovviamente lo aiuterà nel suo tentativo di farsi riconoscere come persona di origine tedesca, con i diritti legali che ne conseguirebbero. Ovviamente Mansur trova subito un avvocato disponibile a seguire il suo caso. Ovviamente trova anche una donna disponibile a fargli passare qualche ora in allegria, perché ovviamente le donne tedesche, almeno le uniche due che incontriamo nel romanzo, sono irresistibilmente attratte da tutti gli arabi in generale e non possono fare a meno di andare a letto con tutti quelli che incontrano.

Insomma, un pasticcio, mi pare. Poco verosimile, divertente e umoristico solo raramente e in maniera non troppo riuscita, sessista, pieno di stereotipi e, come dicevo, noioso. Non lo consiglio davvero.

Sławomir Mrożek, Emigranti

Sławomir Mrożek, Emigranti (tit. originale Emigranci), Einaudi, Torino 1987. Traduzione di Gerardo Guerrieri.

Questo piccolo libro, 71 pagine, fa parte della collezione di teatro di Einaudi, collana i cui libri erano spesso presenti alla bancarella di libri usati di Firenze, quando abitavo lì. E anche questo libro viene da lì, ma in tutti questi anni non lo avevo ancora letto.

Il testo del polacco Mrożek parla, come si può intuire dal titolo, di due emigranti: due uomini costretti a condividere una camera in uno scantinato di una città sconosciuta, verosimilmente occidentale, così come è sconosciuto il Paese da cui i due provengono, verosimilmente esteuropeo. Allo stesso modo sono sconosciuti i nomi dei due protagonisti e unici personaggi, che vengono chiamati semplicemente AA e XX. Il primo è un intellettuale, scrittore, rifugiato politico, che non ha bisogno di lavorare e anzi presta spesso dei soldi al secondo: lavoratore, proletario, con moglie e figli nel Paese d’origine, emigrato in cerca di lavoro, perennemente senza soldi.

Il sogno di AA è scrivere un libro, cosa impossibile in patria a causa della paura (i due vengono dallo stesso Paese, in cui vige una dittatura), e altrettanto impossibile nel nuovo Paese perché la paura è scomparsa e con essa la necessità di scrivere. XX, pur non parlando una parola della lingua del Paese che lo ospita, si trova lì per lavorare e per poi poter tornare in patria e dare un futuro migliore alla sua famiglia.

I due hanno un rapporto ambiguo, potremmo dire fatto di amore-odio, sennonché l’amore non è mai amore, ma solo sopportazione reciproca. Eppure non possono fare a meno l’uno dell’altro: XX perché ha bisogno di soldi per sopravvivere, AA perché ha bisogno di uno “schiavo” che possa essere il protagonista del suo ipotetico romanzo. Ma solo per questo?

Molte sono le considerazioni sull’immigrazione/emigrazione, e alcune fanno davvero riflettere. Ad esempio penso a quando AA definisce entrambi dei “parassiti”, perché è esattamente così che vengono percepiti dalla società che li ospita, e di conseguenza a volte è così che si sentono loro stessi. Il passo è molto forte: «Noi viviamo qui come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io – un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula preziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo… Un neurone raro, una particella che si colloca già al punto estremo della materia. E ora invece – un gonococco! In qualche punto delle budella. Un gonococco in compagnia di un protozoo.»

L’emigrazione rende uguale i due, sebbene al loro Paese uno fosse un raffinato intellettuale e l’altro un povero proletario. L’emigrazione non guarda in faccia nessuno, soprattutto la società che accoglie non fa distinzione fra persone, le considera tutte alla stregua di pericolosi parassiti. Un passo che ci dovrebbe far riflettere – e pensare che è stato scritto nel 1974, più di quarant’anni fa.

Un altro passo interessante è questo: «Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d’essere. Se no, non saresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti impazzito… o ti saresti ammazzato.» Lo stesso si può dire di molti immigrati moderni nelle nostre società “occidentali”, che sono venuti qui in cerca di lavoro per garantire alla famiglia una vita dignitosa, e per questo non fanno che pensare al momento in cui potranno finalmente tornare a casa a riabbracciare i propri cari e vivere con loro quella vita dignitosa per cui hanno tanto faticato. E solo per quel ritorno vivono, sebbene in alcuni casi sappiano loro stessi, nel profondo del cuore, che quel ritorno non potrà mai avvenire, per le ragioni più svariate.

Il finale è emotivamente molto forte, quasi straziante. Entrambi i protagonisti si rivelano prigionieri in una società che non li vuole e che loro non vogliono, vittime di contingenze politiche o economiche che li hanno costretti a scappare dal loro Paese: un Paese che li ha rifiutati, scacciati. Due persone fragili, sebbene per tutto il testo possa essere sembrato il contrario.

Un testo attualissimo, che dovremmo leggere e rileggere, soprattutto oggi, alla luce di quello che accade nel nostro e in altri Paesi. Non so se sia ancora reperibile, essendo molto vecchio, ma se lo è ve lo consiglio.

[Incipit] Marisa Fenoglio, Vivere altrove

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale.
Anche la ditta italiana in cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi a nord delle Alpi, aveva risposto agli appelli di quel lontano governo regionale, e vi si era insediata insieme a una miriade di piccole scattanti industrie tedesche. Gli allettamenti fiscali avevano fatto preferire quel posto a mille altri. A sentire coloro che stavano all’apice organizzativo, sembrava che fosse l’unico in tutta la Germania per fondare e costruire qualcosa di grande. E i fatti gli diedero anche ragione.
Niederhausen avrà contato allora cinquemila anime, sparse su una superficie che ne poteva contenere cinquantamila, ed era agli inizi di quella che divenne una lunga, urbanisticamente sregolata e alienante fase di espansione. Sorgeva vicino al paese vecchio, sul terreno boscoso che aveva così ben nascosto le fabbriche di munizioni.
Mio marito ci arrivò come datore di lavoro, e noi non conoscemmo mai necessità materiali o porte chiuse. Se di emigrazione si può parlare, nel nostro caso non poteva che trattarsi di un’emigrazione facile e privilegiata.
Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanti ci troveranno. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti. Soffrirà di invidia e di amarezza, ma non riuscirà mai più a tornare quello che era prima.
Quando parlo con stranieri ho da sempre l’abitudine di chiedere come si trovano in Germania, per capire le difficoltà, da confrontare con le mie, che hanno dovuto superare, prima di sentirsi a casa. Le loro storie fanno di solito impallidire la mia. Ma anch’io ho dovuto imparare di quante privazioni possa essere piena una vita cosidetta agiata.
Elia Canetti in La lingua salvata scrive: «esistono esperienze che traggono la loro forza dalla situazione di unicità e isolamento in cui vengono a compiersi». Si riferisce a ciò che aveva provato da bambino durante una visita a un paesino sperduto nelle Alpi del Vallese, lontano da Dio e dagli uomini. Questa esperienza io la feci a Niederhausen. Non era città, non era campagna, non era in una bella valle operosa: era l’ultimo fanalino del mondo.

Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, Palermo 2010 (prima edizione 1997).

L’autrice: https://johsthomsen.wordpress.com/2012/11/19/marisa-fenoglio-una-piccola-introduzione/

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Vivere-Altrove/Fenoglio/524

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/07/07/marisa-fenoglio-vivere-altrove/