Elizabeth von Arnim, Uno chalet tutto per me

Elizabeth von Arnim, In the Mountains, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1920.

Questo libro, che in inglese è un’opera di pubblico dominio dal titolo In the Mountains scaricabile (ad esempio) da Project Gutenberg, in Italia è stato pubblicato prima da Bollati Boringhieri con il titolo Uno chalet tutto per me tradotto da Simona Garavelli, successivamente da Fazi con il titolo Un’estate in montagna tradotto da Sabina Terziani. Io l’ho letto in originale approfittando della possibilità di scaricarlo gratuitamente.

Di Elizabeth von Arnim avevo già letto altri quattro romanzi e questo libro non fa che confermare l’ottima impressione che ho di questa scrittrice, che secondo me meriterebbe di essere molto più conosciuta.

Questo romanzo è scritto sotto forma di diario, la protagonista e narratrice è una donna inglese di cui sappiamo solo che ha avuto un terribile dolore, ma non sappiamo di che tipo. Non conosciamo neppure il suo nome. Dopo la prima guerra mondiale, questa donna decide di ritirarsi per un periodo nella sua casa sulle Alpi svizzere, che i fedeli coniugi Antoine avevano curato per lei durante la guerra, seppure prendendosi qualche libertà (Madame aveva esplicitamente detto di non volere animali, ma gli Antoine hanno deciso comunque di prendere una mucca e delle galline, per non parlare del terribile maiale, fortunatamente però già ucciso all’arrivo di Madame). In questo ambiente bucolico, la donna pensa di potersi lasciare alle spalle il passato doloroso che non cessa di tormentarla, ma ovviamente non è facile. Scrive il diario per la vecchina che un giorno diventerà, affinché questa lei anziana possa avere una testimonianza di ciò che le è successo da giovane.

La protagonista finisce per annoiarsi e incupirsi sempre più, specie il giorno del suo compleanno, che passerà da sola, ma per fortuna proprio quel giorno compariranno quasi dal nulla due donne inglesi, con cui finirà per legare, invitandole a stare con lei.

Sostanzialmente potremmo dire che questo è un romanzo sull’amicizia, ma in effetti è anche molto più di questo. Moltissime sono le riflessioni sulla solitudine, sulla morale della buona educazione imperante che impone di essere sempre gentili ed educate e, come vedremo, questo porterà a delle situazioni del tutto ridicole. Le tre donne, e in special modo la protagonista e la cinquantenne Mrs. Barnes, cercano di non incomodarsi l’un l’altra, ma mentre la protagonista è uno spirito libero, Mrs. Barnes è rigidamente fedele all’etichetta e soprattutto non vuole essere di disturbo… finendo per esserlo davvero.

Essendo scritto sotto forma di diario, sono molte le riflessioni della protagonista, che come dicevo è uno spirito libero, controcorrente, probabilmente più avanti rispetto all’epoca. Una figura femminile di questo tipo è presente in tutti i romanzi di Elizabeth von Arnim, la quale probabilmente prendeva spunto da se stessa per queste sue protagoniste, essendo lei per prima uno spirito assolutamente anticonformista.

Molto più che negli altri romanzi di von Arnim che ho letto, ho trovato una sottile ironia e umorismo di fondo. Seppure questo aspetto sia presente in tutti i suoi romanzi, in questo si fa ancora più potente e spesso passa prepotentemente in primo piano. Penso che questa sia una delle caratteristiche più interessanti dei romanzi di von Arnim, che li rendono leggeri anche quando, in alcuni casi, la leggerezza serve a mascherare riflessioni più profonde sul conformismo richiesto dalla società inglese dell’epoca e contrastato da protagonista e autrice allo stesso modo.

Ho scoperto questa autrice per puro caso grazie a un ebook regalatomi da Il Libraio, dopodiché ho voluto approfondire la sua conoscenza, e posso assicurarvi che questo mio approfondimento non finirà qui perché questa scrittrice è davvero incantevole.

Elizabeth von Arnim, Vera

Elizabeth von Arnim, Vera, pubblico dominio.

Questo è il terzo libro che leggo di Elizabeth von Arnim (dopo Amore Un incantevole aprile) e, forse, finora è il mio preferito. Probabilmente perché del tutto privo di toni pastello, ma anzi cupo e opprimente, come piace a me.

Potete scaricare il libro gratuitamente, in inglese, da Project Gutenberg, mentre in italiano a quanto ho visto è stato pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2006 e successivamente da Tea nel 2010.

Molto probabilmente Daphne du Maurier aveva in mente questo romanzo quando, nel 1938, ha pubblicato Rebecca, la prima moglie. Questo di von Arnim, infatti, è stato pubblicato ben 17 anni prima, nel 1921. Ha moltissime somiglianze con il ben più famoso romanzo di du Maurier, anche se, di fatto, sono due libri diametralmente opposti (ma non vi dirò perché, dovrete scoprirlo da soli). Sicuramente il romanzo di du Maurier possiede una grazia maggiore e una maggiore compiutezza, ma anche questo è ben congegnato, ben scritto e in ultima analisi ottimo, seppur non eccellente come Rebecca.

Leggendo alcune recensioni prima di leggere il libro, ho visto che molti recensori dicono che parte come un romanzo d’amore per poi virare verso il cupo o addirittura il gotico. Se devo essere sincera, a me è sembrato un romanzo opprimente fin dall’inizio. Sì, è vero, il fulcro del libro è una storia d’amore, ma ho percepito fin dall’inizio quanto questo amore fosse malsano. Alcune cose stonano fin da subito, e fin da subito fanno dubitare di Everard Wemyss, protagonista del libro insieme all’amata Lucy e, ovviamente, all’assente prima moglie che dà il titolo al libro, Vera.

A mio parere un lettore neanche troppo accorto si renderà conto fin da subito di quanto Wemyss sia un uomo malsano, dai comportamenti strani e incomprensibili se non nell’ottica di un narcisismo estremo e patologico. Solo per accennare a qualcosa che compare fin dall’inizio del libro: può essere normale, secondo voi, innamorarsi di Lucy e fidanzarsi con lei due settimane dopo la morte della prima moglie? La quale, peraltro, è morta davanti agli occhi del marito e forse, per giunta, si è suicidata? Direi che no, assolutamente non è normale. Quindi sì, certo, la storia d’amore: ma una storia d’amore malata fin dal suo sbocciare.

Le atmosfere del libro non sono mai, assolutamente mai, quelle di un romanzo d’amore o rosa. Si fanno più cupe con l’andare del tempo, ma fin dall’inizio le ho trovate stridenti, bizzarre in senso negativo. La parola migliore che mi viene in mente per definire questo libro, le sue atmosfere e l’amore di Wemyss per Lucy è opprimente. C’è come una cappa di nero intenso sopra tutto quello che accade nel romanzo, sopra tutto quello che viene detto e fatto.

Se volete, possiamo anche dire che le atmosfere siano “gotiche”, ma per me questo romanzo è modernissimo, perché parla di qualcosa che era tabù agli inizi del Novecento: il narcisismo e la violenza psicologica. Forse l’unico altro classico in cui si è parlato di argomenti simili, almeno tra quelli che io ho letto, è l’eccelso La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë, pubblicato addirittura nel 1848.

Dire troppe cose su questo romanzo sarebbe rovinarne la lettura, perciò mi limiterò a consigliarlo caldamente a chi abbia amato gli altri romanzi che ho citato. Sicuramente Elizabeth von Arnim sta diventando per me un’autrice da seguire, da approfondire e da amare.

Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile – 1922

Elizabeth von Arnim, The Enchanted April, pubblico dominio.

Dopo aver letto Amore pochi mesi fa, mi è venuto voglia di leggere altro di Elizabeth von Arnim, così ho scaricato questo libro che nella versione originale inglese è disponibile come opera di pubblico dominio, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Fazi con il titolo in oggetto.

La scrittura di questa autrice è tornata ad affascinarmi e l’ho trovata incantevole, proprio come il titolo del romanzo. Così come incantevole è la storia narrata. Chiariamoci subito: il libro non è un capolavoro, ma è una lettura estremamente piacevole e per me tanto basta.

La signora Wilkins è una donnetta un po’ scialba, triste, insoddisfatta, insignificante. Un giorno vede sul giornale un annuncio in cui si cercano persone che prendano in affitto una dimora signorile a San Salvatore, in Liguria, per il mese di aprile. La povera signora Wilkins inizia subito a sognare di andare in quel posto che immagina meraviglioso e, prendendo il coraggio a due mani, si fa avanti con la signora Arbuthnot, che conosce soltanto di vista, per chiederle se vuole prendere in affitto la casa insieme a lei. La signora Arbuthnot è una donna pacata, tranquilla, religiosa, volenterosa di aiutare i più poveri. La signora Arbuthnot pensa subito che la signora Wilkins sia una stravagante, e si chiede come trattarla, ma quella strana richiesta la attira tantissimo. Entrambe le signore vogliono solo scappare dalla loro vita quotidiana che le rende insoddisfatte accanto a due mariti che sembrano non amarle più. Insieme troveranno altre due donne disposte a dividere l’affitto e, a fine marzo, partiranno da Londra per l’Italia.

Il romanzo è la storia di questa decisione e, principalmente, di quell’incantevole mese di aprile trascorso a San Salvatore, un luogo meraviglioso che sembra contagiare tutti gli abitanti con la propria bellezza. Le quattro donne non saranno certo immuni al fascino del luogo, sebbene all’inizio siano tutte un po’ (o molto) chiuse, fatta eccezione per l’esuberante signora Wilkins. Quest’ultima sembra capace di vedere oltre: oltre le apparenze, in profondità, sa trovare la bellezza ovunque e capisce fin da subito che la magia di San Salvatore colpirà tutte loro.

In ultima analisi, cos’è San Salvatore se non un luogo in cui la bellezza fa sbocciare l’amore e spazza via tutti i pensieri, le preoccupazioni, le fissazioni? Anche laddove sembra meno probabile, l’amore finirà per trionfare nel cuore delle quattro donne, che si arrenderanno infine all’atmosfera magica di San Salvatore.

Un romanzo poco impegnativo, certamente, e anche di poche pretese, ma delizioso. Inoltre l’autrice scrive molto bene e in tutte le pagine sembra quasi di respirare l’aria pulita di San Salvatore, il profumo dei fiori, l’atmosfera di calma e bellezza. Per tutta la lettura mi è quasi sembrato di essere immersa in quel paesaggio bellissimo. La scrittura di Elizabeth von Arnim è coinvolgente e avvolgente. Il libro è un vero gioiellino. Se vi approccerete a questo romanzo senza aspettarvi un capolavoro né il libro in grado di cambiarvi la vita, non ne resterete delusi.

Elizabeth von Arnim, Amore

Elizabeth von Arnim, Amore (tit. originale Love), Bollati Boringhieri, Torino 1998. Traduzione di Ilaria Dagnini Brey.

Se vi iscrivete alla newsletter, Il Libraio vi regala sette ebook, o almeno così era fino a qualche tempo fa, non so se la promozione è ancora in corso. Fra gli ebook che Il Libraio mi ha regalato c’era questo romanzo di Elizabeth von Arnim, un’autrice che non avevo mai letto e un libro che non avrei mai degnato di uno sguardo se non me l’avessero regalato. Invece è stato una piacevole sorpresa.

Prima di tutto occorre dire che il libro è stato pubblicato originariamente nel 1925, quindi il modo in cui affronta il tema è piuttosto controcorrente per l’epoca. Inoltre, l’autrice ha tratto spunto per questo romanzo dalle proprie vicende, rendendo il libro parzialmente autobiografico, seppure ovviamente in modo romanzato.

Siamo a Londra negli anni Venti del Novecento, Catherine è una vedova di 47 anni a cui piace andare a teatro, e proprio qui farà conoscenza di un altro appassionato di teatro e musica, Christopher Monckton, che di anni ne ha 25. Inizia fra i due una bellissima amicizia che presto Christopher trasforma in amore. Catherine si schermisce e cerca di tenerlo a distanza, pur apprezzandone moltissimo l’amicizia. Cerca in tutti i modi di fargli capire che è più vecchia di lui, ma non riesce a dirgli di avere una figlia ormai sposata. Di fatto non gli rivela mai la sua età. Catherine è estremamente giovanile, tanto che Christopher pensa che abbia solo pochi anni più di lui. Questo non lo spaventa minimamente, perché quando si è innamorati pochi anni di differenza non sono certo un problema. Finalmente Catherine riuscirà, dopo diverso tempo, a fargli capire che la differenza di età fra loro due è molta, ma Christopher, innamoratissimo, non si fa spaventare. Del resto anche Virginia, la figlia diciannovenne di Catherine, è sposata con un uomo molto più anziano di lei, coetaneo della madre e che ha addirittura un aspetto decrepito, perlomeno agli occhi di Christopher.

Tuttavia sappiamo bene come vanno le cose, e uso volutamente il presente perché disgraziatamente è tuttora così, anche dopo più di 90 anni dalla pubblicazione del romanzo. Quello che intendo dire è che, sebbene si storca sempre un po’ il naso di fronte alle unioni in cui i due hanno una grande differenza di età, questa differenza è tollerata piuttosto tranquillamente se è l’uomo a essere più anziano della donna, ma mai se è il contrario. Basti pensare al nuovo presidente francese, salito inizialmente agli onori delle cronache soprattutto perché la moglie è molto più anziana di lui, e capirete di cosa sto parlando.

È per questo motivo che Catherine cerca di svincolarsi dall’opprimente amore di Christopher, cerca in tutti i modi di sfuggirgli, e si convince lei stessa di non esserne innamorata. Ma poi, è innamorata davvero oppure no? Non è molto chiaro, nel corso del romanzo, anche se il mio parere è che lei non sia tanto innamorata di lui, quanto di quello che lui offre alla sua vanità, cioè la possibilità di sentirsi più giovane.

L’idea, dunque, che i due possano unirsi in matrimonio, è del tutto ridicola agli occhi di chiunque, Catherine per prima, mentre per Christopher non rappresenta il minimo problema dato che lei ha un aspetto così giovanile. Tuttavia, quando si inizia a far notare che Virginia e suo marito Stephen hanno una differenza d’età ancora maggiore, questo suscita scandalo, perché non è la stessa cosa. Naturalmente, come potrebbe, lui è un uomo che si prende cura di una giovane creatura indifesa, mentre nel caso di Catherine e Christopher è una cosa del tutto immorale.

Come si dice nella postfazione questo, pur essendo pieno di tinte pastello, è un romanzo con un tema molto serio. Le tinte pastello sono evidentissime, nel corso di quasi tutto il libro siamo di fronte a un vero e proprio romanzo d’amore, come del resto dice il titolo. È verso la fine del romanzo che ci accorgiamo che le cose non stanno proprio così per l’autrice, ma naturalmente se siamo lettori attenti ce ne saremo già accorti da un pezzo. Insomma, se vi avvicinate a questo libro cercando una storia d’amore, la troverete senz’altro, ma sbaglierete completamente l’approccio e vi perderete il senso ultimo del libro.

Ciò che interessa all’autrice è mettere a nudo l’ipocrisia di una società dal doppio standard, che accetta che a fare certe cose sia un uomo ma non una donna, la quale invece, come viene ripetuto nel corso del romanzo, deve relegare se stessa a un ruolo subordinato (per tutta la vita ma soprattutto) quando diventa vedova e quando sta per diventare nonna. Ormai la morte è vicina anche se la donna in questione non ha ancora 50 anni, perciò quello che si richiede alla donna è comportarsi come la vecchia che la società crede lei sia. Oltre a questo aspetto, riveste un’enorme importanza l’incapacità di lasciar andare la giovinezza. Elizabeth von Arnim sa perfettamente che Catherine a 47 anni è tutt’altro che vecchia, ma sa anche che non è più una ragazza. Tuttavia Catherine vorrebbe disperatamente essere ancora una ragazza, e questo comporterà grossi problemi per lei e per Christopher. L’autrice sembra volerci dire che non dobbiamo accettare la doppia morale imposta dalla società inglese del tempo, ma che allo stesso tempo non dobbiamo illuderci di essere ancora quel che non siamo e non saremo più. Inoltre, l’autrice mette in luce la fatuità di alcuni tipi di amore che, sebbene sembrino essere totali e pieni di dedizione, non sono in ultima analisi che basati sulle apparenze, e si sgretolano quando queste apparenze per un motivo o per l’altro vengono messe da parte e viene mostrata la verità.

Il romanzo è dunque ricco di spunti interessanti che sono sapientemente nascosti dietro una facciata dolce, amorevole e carina (parola che ricorre spesso nel corso del libro). Quasi come se l’autrice volesse ricreare nella struttura narrativa proprio quello che con la trama ci vuole far vedere: cioè nascondere con un’apparenza di tonalità pastello quella che è la verità, ovvero un romanzo fortemente impegnato dal punto di vista sociale.

Non l’ho trovato un romanzo eccelso, anche perché io non sono nota per amare i toni pastello anche quando questi celano qualcosa di più profondo, tuttavia mi è piaciuto e lo consiglio.