La provincia dell’uomo

Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha rggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.

Da: Elias Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972 (tit. originale Die Provinz des Menschen. Aufzeichnungen 1942-1972), Adelphi, Milano 1978. Traduzione di Furio Jesi. 372 pagine.

Un regno di matite

Io ero pieno di fiducia, lei piena di segreti. Non era certo tutto importante quello che lei mi teneva segreto. Non era certo tutto importante quello che io le confidavo.

Ma importante lo diventava proprio nell’atto del confidare e in quello del tenere segreto.

Da: Elias Canetti, Un regno di matite. Appunti 1992-1993 (tit. originale Aufzeichnungen 1992-1993), Adelphi, Milano 2003. Traduzione di Ada Vigliani.

Il gioco degli occhi

La conversazione che segue ha luogo nel 1933 fra Elias Canetti e Hermann Broch a proposito del romanzo di Canetti Auto da fé.

*

«Che cosa vuol dire con questo?».

Furono le sue prime parole, accompagnate da un gesto indefinito con cui mi indicò il manoscritto del romanzo, posato sul tavolo accanto a lui. La domanda mi lasciò talmente stupito che non seppi rispondere. Mi sarei aspettato qualsiasi altra domanda. Come si poteva riassumere in poche frasi ciò che si è voluto dire con un romanzo? Balbettai qualche parola quasi incomprensibile, certamente senza molto senso, ma dovevo pure rispondere qualcosa. Broch chiese scusa e ritirò la domanda.

«Se lei lo sapesse, non avrebbe scritto il romanzo. La mia è stata una pessima domanda».

Capì che non avevo un discorso bell’e pronto da tirar fuori per l’occasione, e tentò di circoscrivere l’argomento escludendo un po’ alla volta tutto ciò che a suo giudizio non poteva costituire il vero intento del romanzo.

«Immagino che lei non avrà voluto scrivere semplicemente la storia di un pazzo. Non può essere stata questa la sua vera intenzione. Né, credo, voleva soltanto darci una figura grottesca alla maniera di Hoffmann o di Poe».

Confermai che non era stata questa la mia intenzione, e lui annuì. Poiché lo aveva colpito l’aspetto grottesco dei personaggi, mi sentii in dovere di portare il discorso su Gogol’, che in effetti era stato un mio modello.

«Ero piuttosto sotto l’influsso di Gogol’» dissi. «Dovevano essere personaggi estremi, spinti fino ai limiti del possibile, comici e spaventosi insieme, in modo che lo spaventoso non si possa separare dal comico».

«Lei mette addosso alla gente una bella paura. Vuole proprio spaventarla?»

«Sì. Intorno a noi tutto suscita paura. Non c’è più un linguaggio comune. Nessuno capisce l’altro. Credo che nessuno voglia capire l’altro. Nel suo Huguenau mi ha molto colpito il fatto che gli uomini sono insediati entro diversi schemi di valori e che fra loro non c’è possiiblità di comprensione. Huguenau è quasi un personaggio come lo concepisco io. Non che questa situazione si esprima nel suo linguaggio, poiché Huguenau parla ancora con gli altri. Ma alla fine del libro c’è un documento, c’è la lettera di Huguenau con la sua richiesta alla vedova Esch, scritta tutta nel linguaggio che gli è proprio: la lingua tipica del mondo mercantile. Ebbene, qui lei porta al limite estremo la separazione di quest’uomo da tutte le altre creature del romanzo. Ciò corrisponde in pieno a quello che ho in mente. A questo io ho voluto attenermi sempre, in ogni personaggio e in ogni momento del mio romanzo».

«Ma questi, allora, non sono più uomini reali. Tutto si trasforma in qualcosa di astratto. Gli uomini reali sono composti di molti elementi. Hanno in sé impulsi contraddittòri che si combattono tra loro. Si può dare un’immagine veritiera del mondo se si prescinde dal mondo? È lecito deformare le creature fino al punto che non sono più riconoscibili come esseri umani?».

«Sono figure, personaggi. Uomini e personaggi non sono la stessa cosa. Il romanzo come genere letterario è cominciato con i personaggi. Il primo romanzo è stato il Don Chisciotte. Che cosa pensa lei del protagonista? Forse non le sembra credibile perché è talmente estremo?».

«Erano altri tempi. Allora, mentre imperversavano ancora i romanzi cavallereschi, era un pesonaggio credibile. Oggi ne sappiamo di più, sul conto degli uomini. Esiste una psicologia moderna e ci dice sugli uomini cose davanti alle quali non possiamo semplicemente chiudere gli occhi. La letteratura dev’essere, intellettualmente, all’altezza del proprio tempo. Se rimane indietro rispetto al proprio tempo, diventa qualcosa di Kitsch e serve a scopi diversi che stanno al di là della letteratura e dunque sono illeciti».

«In altre parole, il Don Chisciotte non dovrebbe dirci più niente. Per me non è soltanto il primo romanzo, ma rimane ancora e sempre il più grande. Non mi fa rimpiangere nulla, neanche le scoperte moderne. Arriverei perfino a dire che evita certi errori della moderna psicologia. L’autore non si propone un’indagine sull’uomo, ma crea certe unità che delinea nettamente e contrappone l’una all’altra. Dalla loro azione reciproca nasce ciò che egli ha da dirci sull’uomo».

«Ma così non possono essere dette molte delle cose che oggi c’interessano e ci affliggono».

«Certo no, le cose che allora non esistevano non possono essere dette. Ma oggi si possono concepire personaggi nuovi, e chi sa farli agire esprime le cose che oggi c’interessano».

«Devono esserci metodi nuovi anche nell’arte. Nell’età di Freud e di Joyce non può restare tutto come prima».

«Credo anch’io che oggi il romanzo deve essere diverso, ma non perché viviamo nell’età di Freud e di Joyce. La sostanza del tempo è un’altra, e ci vogliono personaggi nuovi per mostrarla. Quanto più si distinguono l’uno dall’altro, quanto più sono portati all’estremo, tanto più forti sono le tensioni tra loro. Quello che conta è il tipo di queste tensioni. Esse ci fanno paura, la paura che riconosciamo come nostra propria. Esse servono a inculcare questa paura. Anche nella ricerca psicologica ci imbattiamo nella paura e ne definiamo i contorni. Così, si applicano i mezzi nuovi, o nuovi almeno in apparenza, che devono liberarcene».

«Ma questo non è possibile. Che cosa potrebbe mai liberarci dalla paura? Si può forse attenuarla, ecco tutto. Ciò che lei ha ottenuto, nel suo romanzo e anche in Nozze, è una intensificazione della paura. Lei colpisce l’uomo nella sua malvagità, come se di questa volesse punirlo. So che la sua intenzione più profonda è quella di costringerlo a convertirsi. Viene spontaneo pensare a una predica, a un quaresimale. Ma lei non minaccia l’inferno, lei lo rappresenta, e già in questa vita. Lei non lo rappresenta oggettivamente, affinché la gente ne abbia una visione più esatta e una conoscenza reale, ma lo rappresenta in modo che la gente ci si senta già dentro e ne sia angosciata. Ma il compito dello scrittore è quello di portare più paura nel mondo? Le sembra uno scopo così nobile?».

«Lei, per il romanzo, segue un altro metodo. E lo ha applicato con coerenza nella struttura di Huguenau. Lei contrappone differenti sistemi di valori, buoni e cattivi, in modo che il contrasto salti all’occhio. A ridosso del mondo mercantile di Huguenau c’è il mondo religioso della ragazza dell’Esercito della Salvezza. Così lei introduce una compensazione e toglie un po’ della paura che incute col personaggio di Huguenau. Ho letto la sua trilogia tutta d’un fiato, me ne sono lasciato compenetrare, ed essa ha creato in me molti spazi che sono rimasti e resistono ancora oggi, sei mesi dopo la lettura, dentro di me. Non c’è dubbio che con la sua trilogia lei ha allargato le mie vedute e mi ha arricchito. Ma lei mi ha anche acquietato. Capire acquieta. Ma è lecito che la comprensione acquieti soltanto?».

«Lei invece vuole intensificare l’inquietudine fino a farla diventare panico. In Nozze vi è certamente riuscito. Il risultato finale è uno solo: distruzione e rovina. Ma lei vuole questa rovina? Si intuisce che lei vuole esattamente il contrario. Lei vorrebbe poter fare qualcosa per indicare una via d’uscita, ma non ne indica nessuna: a tutt’e due le opere, al dramma come al romanzo, lei dà un epilogo crudele e spietato, con la distruzione. C’è in questo una intransigenza che bisogna rispettare. Ma questa intransigenza significa che lei ha rinunciato alla speranza, che lei stesso non riesce a trovare la via d’uscita? O significa che dubita addirittura della possibilità di una via d’uscita?.

«Se ne dubitassi, se avessi davvero rinunciato alla sepranza, non potrei più vivere. No, io credo semplicemente che noi sappiamo ancora troppo poco. Lei si richiama volentieri alla psicologia moderna, e mi sembra che ne sia orgoglioso, poiché essa ha avuto i natali, per così dire, nell’ambiente che le è più familiare, in questa cerchia particolare del mondo viennese. Per questa psicologia lei nutre una specie di affetto patriottico. Forse ha la sensazione che avrebbe potuto scoprirla lei stesso. Qualunque cosa essa dica, lei la ritrova subito dentro di sé, non ha nemmeno bisogno di andare a cercarla. Ebbene, a me questa psicologia sembra del tutto insufficiente. Essa si occupa dell’individuo, e qui è anche arrivata a qualche risultato, ma c’è poi un altro terreno dove non sa neanche da che parte cominciare, ed è la massa, che è la cosa più importante, quella su cui sarebbe necessario sapere di più, perché ogni nuovo potere che sorge ai nostri giorni si ciba deliberatamente della massa. Solo gli altri, le persone consapevoli che queste operazioni portano diritto alla nuova guerra mondiale, non sanno come influire sulla massa per evitare che venga manovrata a danno di tutti noi. Bisognerebbe scoprire queste leggi del comportamento di massa. Ecco il punto, ecco il compito più importante davanti al quale ci troviamo oggi: di questa scienza non esistono ancora neppure i primi rudimenti».

«Non possono esistere. Lì tutto è vago e incerto. Lei è su una pista sbagliata. Lei non può trovare le leggi della massa perché non esistono. È un peccato che sprechi così il suo tempo. Mi ha già detto più di una volta che questo è il vero scopo della sua vita, di essere ben deciso a dedicarvi anni, decenni, anche l’intera vita, se è necessario. Sarebbe una vita buttata al vento. Si dedichi piuttosto ai suoi drammi. Lei è uno scrittore. Non può votarsi a una scienza che non è tale e non lo sarà mai».

Da: Elias Canetti, Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937) (tit. originale Das Augenspiel. Lebensgeschichte 1931-1937), Adelphi, Milano, 1985. Traduzione di Gilberto Forti.

Allo studio della massa Canetti dedicò 40 anni della sua vita. Il risultato fu il monumentale Massa e potere.

Il frutto del fuoco

Troppo spesso, forse, il compito più insostituibile dell’arte è stato dimenticato: non è la catarsi, né la consolazione, né il talento di disporre ogni elemento in funzione di un lieto fine. Perché il lieto fine non ci sarà. Ma peste, e piaghe, e tormento, e orrore – e se la peste ha smesso di infierire, al suo posto inventiamo orrori più atroci. Che cosa possono le illusioni consolatorie davanti a questa verità? Essa è sempre uguale a se stessa e deve rimanere dinanzi ai nostri occhi.

Da: Elias Canetti, Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931) (tit. originale Die Fackel im Ohr. Lebensgeschichte 1921-1931), Adelphi, Milano 1982. Traduzione di Andrea Casalegno e Renata Colorni.

Tentato omicidio

Oggi vorrei suggerirvi la lettura del primo libro dell’autobiografia di Elias Canetti, La lingua salvata che, come recita il sottotitolo, è la storia della sua giovinezza. Il libro è forse il più noto di Canetti fra i non addetti ai lavori: non è il più bello, ma è pur sempre un libro bellissimo, e forse è il più facile da leggere e da apprezzare.

Il passo che vi propongo narra di un episodio accaduto durante l’infanzia dello scrittore a Rustschuk, che oggi si chiama Ruse e si trova in Bulgaria. Siamo nel 1910, quando l’autore ha cinque anni.

*
Mia cugina Laurica ed io eravamo inseparabili compagni di giochi. Lei era la figlia minore della zia Sophie della casa accanto, e aveva quattro anni più di me. Il giardino era il nostro regno. Laurica stava attenta a che io non uscissi per strada, ma il giardino era grande e io potevo scorrazzarvi in lungo e in largo; soltanto sull’orlo del pozzo non mi era permesso arrampicarmi, una volta c’era caduto dentro un bambino ed era annegato. Avevamo molti giochi e andavamo d’accordo, era come se la differenza di età non esistesse. Avevamo dei nascondigli segreti, dove radunavamo i nostri piccoli oggetti, e tutto quello che uno possedeva apperteneva anche all’altro. Quando ricevevo un regalo, correvo subito via gridando: «Devo mostrarlo a Laurica!». Poi discutevamo in quale nascondiglio l’oggetto doveva finire e non litigavamo mai. Io facevo quello che voleva lei, lei faceva quello che volevo io, ci amavamo e volevamo sempre le stesse cose. Io non le facevo mai pesare che lei era soltanto una bambina e per di più una figlia minore. Dalla nascita di mio fratello e da quando portavo i calzoni, ero molto compreso della mia nuova dignità di primogenito. Forse questo serviva anche a colmare la differenza di età che esisteva tra noi.

Poi Laurica cominciò ad andare a scuola e restava fuori tutta la mattina. Sentii molto la sua mancanza. Giocavo da solo e l’aspettavo; quando arrivava a casa, l’andavo a prendere al cancello e la tempestavo di domande su cosa aveva fatto a scuola. Lei mi raccontava, io cercavo di immaginare e mi veniva una gran voglia di andare a scuola anch’io per stare insieme a lei. Qualche tempo dopo tornò a casa con un quaderno, stava imparando a leggere e scrivere. Lo aprì solennemente davanti ai miei occhi, il quaderno conteneva, in inchiostro blu, quelle lettere dell’alfabeto che erano per me la cosa più affascinante che avessi mai visto. Ma quando feci per toccarlo, lei di colpo divenne seria. Disse che non potevo toccarlo, poteva farlo solo lei, le era stato proibito di lasciare il quaderno in mani altrui. Fui profondamente colpito da quel primo rifiuto. Ma tutto ciò che riuscii a ottenere da lei supplicandola teneramente fu di poter puntare il dito su una lettera, senza toccarla, e domandarle che cosa significava. Quella prima volta mi rispose e mi spiegò, ma capii che non era tanto sicura e si contraddiceva, e sentendomi ferito perché non mi aveva lasciato toccare il quaderno, le dissi: «Non lo sai! Non sai niente, sei una cattiva scolara!».

Da quel giorno non mi lasciò più neanche guardare il quaderno da lontano. Presto ne ebbe molti di cui ero invidiosissimo; lei lo sapeva e così ebbe inizio un terribile gioco. Laurica mutò completamente il suo atteggiamento verso di me e cominciòa lasciarmi intendere quanto ero piccolo. Giorno dopo giorno mi induceva a mendicare i quaderni, e giorno dopo giorno me li rifiutava. Sapeva come tenermi sulle spine e prolungare il mio tormento. Non mi meraviglio che si sia arrivati alla catastrofe, anche se nessuno poteva prevedere la forma che essa assunse.

Quel giorno, che poi nessuno della mia famiglia avrebbe mai più dimenticato, me ne stavo come sempre davanti al cancello ad aspettare Laurica. «Lasciami vedere la scrittura» la supplicai non appena comparve. Lei non rispose, io capii, adesso si ricominciava, e in quel momento nessuno avrebbe potuto separarci. Lei depose lentamente la cartella, ne trasse con flemma i quaderni, li sfogliò adagio, e poi, svelta come un lampo, me li mise sotto il naso. Io li afferrai, lei me li strappò di mano e scappò via con un balzo. Quando fu lontana si fermò, mi mostrò un quaderno aperto e si mise a gridare: «Sei troppo piccolo! Sei troppo piccolo! Non sai ancora leggere!».

Tentai di acchiapparla, le corsi dietro dappertutto, scongiurandola di farmi vedere i quaderni. Ogni tanto mi lasciava arrivare talmente vicino che già credevo di poterli agguantare, ma poi, all’ultimo momento, si sottraeva e me li strappava via. Con abili manovre riuscii a sospingerla nell’ombra di un muretto non troppo alto, e da lì non mi poteva più sfuggire. Ora l’avevo in pugno e mi misi a gridare terribilmente eccitato: «Dammeli! Dammeli!», con questo intendendo i quaderni e quel che c’era scritto dentro, per me era tutt’uno. Lei alzò le braccia sopra la testa, era molto più alta di me, e posò i quaderni sopra il muretto. Io non ci arrivavo, ero troppo piccolo, continuavo a saltare ansimando, ma era tutto inutile, lei mi stava accanto e rideva con scherno. Improvvisamente la piantai in asso e feci il lungo giro intorno alla casa fino al cortile della cucina, per prendere la scure dell’armeno, con la quale volevo ucciderla.

Nel cortiletto c’erano le cataste dei ciocchi ben allineate e di fianco la scure; l’armeno non c’era, sollevai la scure e tenendola dritta davanti a me, rifeci a passo di marcia il lungo cammino che avevo appena percorso, con un canto assassino sulle labbra che ripetevo incessantemente: «Agora vo matar a Laurica! Agora vo matar a Laurica!» – «Adesso ucciderò Laurica! Adesso ucciderò Laurica!».

Quando tornai e lei mi vide comparire, la scure tenuta alta davanti a me con entrambe le mani, corse via gridando. Gridava come se la scure si fosse già abbattuta su di lei e l’avesse colpita in pieno. Gridava senza neppure prender fiato, coprendo facilmente con la sua voce acutissima il grido di guerra che io, con grande risolutezza, andavo ripetendo continuamente fra me e me, a voce neppure troppo alta: «Agora vo matar a Laurica!».

Il nonno, armato di un bastone da passeggio, uscì dalla sua casa di corsa, si precipitò su di me e mi strappò la scure di mano apostrofandomi con furia. Intanto le tre case che si affacciavano sul giardino incominciavano ad animarsi, da ogni casa usciva gente (mio padre era in viaggio, ma la mamma c’era) e fu organizzato un consiglio di famiglia per discutere il caso del bambino con tendenze omicide. Io protestai a lungo e raccontai come Laurica mi aveva torturato a sangue, ma che a soli cinque anni io avessi afferrato una scure per ucciderla era per tutti una cosa assolutamente incomprensibile, anzi, non riuscivano neppure a capire come fossi riuscito a reggere dritta davanti a me quella pesantissima scure. Credo che si rendessero conto che per me la scrittura aveva veramente una grande importanza, essendo ebrei la «Scrittura» era per tutti loro una cosa importante, ma in me qualcosa di assai malvagio e pericoloso doveva pur esserci se mi aveva indotto addirittura a voler uccidere la mia compagna di giochi.

Fui punito severamente, ma la mamma, che pure si era molto spaventata, cercò di consolarmi e mi disse: «Presto imparerai anche tu a leggere e scrivere. Non occorre che aspetti fino a quando andrai a scuola. Puoi imparare anche prima».

Elias Canetti, La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Adelphi. Traduzione di Amina Pandolfi e Renata Colorni.

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La lingua in cui il bambino Elias urla è uno spagnolo antico, del Cinque-Seicento, usato dagli ebrei sefarditi. L’intreccio di lingue che contraddistingue l’infanzia di Canetti è una delle cose più interessanti della sua biografia, e di questo libro in particolare. Nato in Bulgaria, parla spagnolo, si trasferirà da piccolo in Inghilterra, ma la lingua in cui scriverà tutti i suoi libri, la sua patria, sarà il tedesco («die Sprache meines Geistes», «la lingua del mio spirito», avrà a definirla). Questo molto in breve, la questione è ben più articolata.

Ho riportato questo episodio perché è uno dei più divertenti e assurdi. In seguito Laurica, per rappresaglia, butterà il piccolo Elias in un calderone di acqua bollente.

Il libro è tutto bellissimo, gli episodi interessanti sarebbero tanti. Leggetelo, lo consiglio caldamente.