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[Incipit] Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare.
Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989 (prima edizione originale 1945).

Il sito ufficiale dedicato all’autore: http://dinobuzzati.it/

Il libro sul sito dell’editore: http://www.librimondadori.it/libri/il-deserto-dei-tartari-dino-buzzati

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/01/11/dino-buzzati-il-deserto-dei-tartari/

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Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

3045447Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989. 202 pagine, 7,80 euro.

L’unica cosa che mi chiedo è: perché non ho letto prima questo libro? Ce l’avevo in casa da anni, Buzzati mi piace, come mai non ci sono arrivata prima? Perché penso che anni fa avrei saputo apprezzarlo ancora meglio.

È bellissimo, questo libro è bellissimo. Inoltre, narratori come Buzzati non ne fanno più: una prosa poetica, magica, capace di incantare anche solo con la forza delle parole prima ancora che con la potenza della storia. Ce ne fossero, di scrittori così.

La storia è veramente molto semplice: Giovanni Drogo, fresco di scuola ufficiali, viene mandato alla Fortezza Bastiani, dove arriverà dopo due giorni a cavallo. Una fortezza sperduta nel nulla, al limitare di quello che viene chiamato il “deserto dei Tartari”, perché forse una volta c’erano i Tartari al di là di esso, o forse ci sono ancora? Non un vero e proprio deserto quanto un luogo deserto, un posto dove non c’è vita, il paese più vicino è a 30 km. Qui Drogo pensa di passare appena quattro mesi, ma ci passerà invece tutta la vita, aspettando la guerra portata dai Tartari, che non arrivano mai.

Drogo, come tutti i suoi colleghi, aspetta dunque un evento entusiasmante che non arriva, e mi ricorda un po’ Beckett in questo, perché pare proprio che i soldati e gli ufficiali del forte stiano aspettando Godot, destinato a non arrivare mai. È l’attesa che conta? È la speranza, la speranza che accada qualcosa che possa dare una scintilla di vita a questi uomini. Uomini che aspettano senza fare sostanzialmente niente, aspettano quell’evento che darà un senso alla loro vita.

E quando quell’evento arriverà, per Drogo sarà troppo tardi: ormai malato, il comandante della fortezza decide di rispedirlo in città, e Drogo morirà in una locanda sulla strada che lo conduce a casa. (Casa? Una casa dove nessuno si ricorda di lui, dove la vita è andata avanti benissimo senza di lui). Uno svolgersi, o meglio, un non svolgersi degli eventi estremamente kafkiano. Non si può non pensare a opere come Il processo, leggendo questo romanzo.

Come in Kafka, anche in Buzzati troviamo quella disperazione, benché io la senta qui più lieve, non opprimente e onnicomprensiva come in Kafka. Una disperazione che poggia sulla forza dell’abitudine: una forza così potente da annichilire tutto il resto. È per abitudine che Drogo si adegua a stare alla fortezza, e come lui tutti i suoi commilitoni. È per l’abitudine alla fortezza che, quando torna a casa in licenza, non saprà cosa dire a Maria, un tempo la sua innamorata. Perché si è abituato a quel tran-tran fatto di nulla, di piccole cose quotidiane, piccoli ingranaggi della macchina burocratica militare.

Mentre si legge non si può evitare di sentire il ticchettio dell’orologio, il tempo che passa e scorre inesorabile e non torna indietro. La giovinezza che scivola tra le mani e non ritorna. La morte che si avvicina, senza aver compiuto niente in vita? Di sicuro, se siete un po’ giù, questo libro vi ferirà come un uncino. E forse vi farà bene e forse vi farà male. Bene, perché vi potrebbe dare una scossa forte a farvi muovere finché ancora c’è tempo: non aspettare i Tartari, non aspettare Godot, che forse arrivano e forse no, e se arrivano sarà sempre troppo tardi. Ma vi potrebbe fare male perché potrebbe affossarvi definitivamente se siete davvero giù, se state davvero male. Questo ticchettio dell’orologio è quasi morbosamente osceno, vi potrebbe far mancare l’aria, farvi salire il panico, e farvi, in ultimo, desistere dal fare. Ma non era certo questo l’intento dell’autore, dico solo: state attenti a leggere questo libro se non state bene.

Intermezzo

Da quando è proibita la poesia, certamente la vita è assai più semplice da noi. Non più quella rilassatezza d’animo, né quelle morbose eccitazioni, né l’indulgenza ai ricordi, così insidiosi per l’interesse collettivo. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti, e davvero non si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità fondamentale.
Entro i limiti consentiti restano, come si sa, alcuni inni incitanti per l’appunto alle grandi opere di profitto nazionale, inni passati al vaglio della nostra benemerita censura. Ma si possono dire poesia? No, per fortuna. Essi fortificano l’animo del lavoratore senza aprire il varco alle peccaminose intemperanze della fantasia. Possono esservi da noi, per fare un tipico esempio, dei cuori afflitti dalle cosiddette pene d’amore? Si può ammettere che nel nostro mondo, consacrato alle opere concrete, lo spirito si perda in esaltazioni prive, come ognuno deve riconoscere, di qualsiasi utilità pratica?
Certo, senza un governo forte non si sarebbe potuta statuire una bonifica di così vasta portata. E tale è appunto il governo presieduto dall’onorevole Nizzardi. Forte e democratico, si intende. La democrazia non impedisce di usare, qualora sia necessario, pugno di ferro, ci mancherebbe altro. In particolare, il più acceso propugnatore della legge che ha tolto di mezzo la poesia, è stato l’onorevole Walter Montichiari, ministro del Progresso. Egli in realtà si è limitato a farsi interprete della stessa volontà del paese, ha agito appunto su una linea squisitamente, se è consentita l’espressione, democratica. L’insofferenza della popolazione nei riguardi di quel pernicioso atteggiamento della psiche era da anni fin troppo manifesta. Non restava che codificarla con precise norme restrittive, il tutto a beneficio della collettività.
Poche leggi del resto portarono così insensibile disturbo alla vita del cittadino singolo. Chi leggeva più poesie? Chi ne scriveva più? L’obliterazione nelle biblioteche, pubbliche e private, dei volumi incriminabili, si è compiuta senza difficoltà di sorta, anzi: l’operazione è stata realizzata in un’aria di soddisfatta eccitazione, quasi ci si fosse liberati di una sgradevole zavorra, finalmente. Produrre, costruire, spingere sempre più su le curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini scientifiche rivolte all’incremento della efficienza nazionale, convogliare (che bella parola) sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici, questa semmai, o concittadini, può essere poesia. Tecnica, calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del mercato, sano realismo delle manifestazioni artistiche (qualora siano ritenute indispensabili), evviva.

Da Dino Buzzati, Sessanta racconti, Milano, Mondadori, 1958.

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Questa settimana vi lascio come spunto di lettura l’incipit di "Intermezzo", uno dei Sessanta racconti di Dino Buzzati (libro vincitore del Premio Strega nel 1958). Uno dei migliori scrittori di racconti che l’Italia abbia avuto.

A margine, due note per i miei affezionati (?) lettori.

Ci rileggiamo fra una settimana. Non vado da nessuna parte, ma la mia connessione a manovella dura 30 giorni, dopodiché va rinnovata. E, siccome fra una settimana vado dai miei per le feste natalizie, passerò questi sette bellissimi giorni senza rete.

Inoltre, tenete gli occhi aperti. Con l’anno nuovo, o forse già con la fine di quello vecchio, il blog cambia casa. Di traslocare non sono capace, diciamo che ricompro i mobili da zero in una casa nuova, e questa la lascio come archivio.