Aldo Busi, La camicia di Hanta

Aldo Busi, La camicia di Hanta, BUR.

Finora avevo letto un solo libro di Aldo Busi, una quindicina di anni fa credo, e non mi era piaciuto neanche un po’. Ho pensato però che questo, essendo un diario di viaggio, potesse rivelarsi interessante… e ho sbagliato clamorosamente! Prima di tutto è difficile definirlo diario di viaggio: sì, nasce dagli appunti presi da Busi durante il suo viaggio in Madagascar, ma del Madagascar parla assai poco, più che altro è un viaggio intorno al suo ombelico, e del resto è sbagliato a prescindere aspettarsi qualcosa di diverso da un personaggio ego-centrato come Busi. Apparentemente quello che Busi riesce a descriverci del Madagascar è solo il peggio, in particolare la povertà estrema e la prostituzione minorile. Parentesi di luce: Hanta, una ragazza bellissima che confeziona una camicia per l’autore.

Ho letto una recensione in cui si afferma che questo libro sarebbe una satira sul turismo di massa. In un certo senso può anche essere così, se consideriamo che l’autore incontra un sacco di turisti che sono proprio l’emblema del turismo massificato da villaggio turistico. Fra tutti, la coppia di italiani che fa mille milioni di foto che così potrà riguardarsi tornando a casa. Premesso che non c’è niente di sbagliato nel fare foto quando si viaggia, il punto è che uno dovrebbe anche godersi le esperienze nel momento in cui le sta vivendo e non solo immortalarle in foto ricordo. Letta questa recensione ho proseguito la lettura del libro con uno sguardo diverso, ma resta il fatto che l’ho odiato profondamente.

Il recensore citato dice che questo libro non è adatto a chi cerca un “panegirico romanticista sull’Africa”. Io non cercavo sicuramente niente del genere, solo un resoconto onesto su un viaggio in un paese di cui non so niente. Un resoconto che poteva certo farmi vedere il brutto del paese, poiché ce n’è, ma che facesse anche vedere cosa invece c’è di bello. Invece, lo ripeto, questo è solo un resoconto di Aldo Busi su Aldo Busi.

[Incipit] Elif Shafak, La bastarda di Istanbul

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia.
Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.
Lo sanno tutti. Inclusa Zeliha.
Eppure, quel primo venerdì di luglio, eccola affrettarsi sul marciapiede soffocato dal traffico, verso un appuntamento per il quale è già in ritardo, imprecando come uno scaricatore e sibilando una bestemmia dietro l’altra contro le pietre rotte del selciato, contro i tacchi alti, contro l’uomo che la segue, contro ogni singolo autista che pesta frenetico sul clacson quando è assodato che non serve a niente, contro l’intera dinastia ottomana che nella notte dei tempi ha conquistato Costantinopoli, e sì, contro la pioggia… quella stramaledetta pioggia estiva.
Qui da noi la pioggia è un tormento. È probabile che in altre parti del mondo venga accolta da uomini e cose come un dono: fa bene ai raccolti, fa bene agli animali e alle piante e, per aggiungere un tocco di romanticismo, fa bene agli innamorati. La pioggia, qui, non significa soltanto bagnarsi e sporcarsi. Vuol dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. E lotta. È sempre una lotta. Simili a dieci milioni di gattini scaraventati in un secchio d’acqua, ingaggiamo un’inutile guerra contro le gocce. Non si può dire che affrontiamo la battaglia da soli, perché al nostro fianco ci sono le strade, con quei loro nomi antidiluviani stampigliati sulle targhe di latta, le tombe dei santi sparpagliate ovunque, i mucchi di spazzatura in attesa, le mostruose voragini dei cantieri in procinto di trasformarsi in palazzi moderni, e i gabbiani… Quando il cielo si spalanca e ci sputa in testa, tutti quanti perdiamo il controllo.
Eppure, mentre le ultime gocce si posano sul terreno e molte altre restano appollaiate sulle foglie ripulite dalla polvere, in quel momento indifeso in cui ancora non siamo sicuri che la pioggia sia finita davvero (e forse non lo sa neppure lei), tutto si rasserena. Per un lungo istante il cielo sembra scusarsi per il disastro in cui ci ha sprofondati. E allora noi, con le goccioline ancora fra i capelli, il fango sui vestiti e il malumore negli occhi, restituiamo lo sguardo a quel cielo, che ha assunto una sfumatura cerulea più chiara e trasparente che mai. Guardiamo in alto e non possiamo fare a meno di sorridergli in risposta.
Ma in quel momento la pioggia stava ancora scrosciando, e nel cuore di Zeliha non c’era spazio per il perdono. Era senza ombrello: aveva giurato a se stessa che non sarebbe mai più stata così imbecille da regalare dei soldi a un ambulante per un ombrello che avrebbe perso non appena fosse tornato il sole. Meglio inzupparsi fino al midollo. E poi era tardi, era già inzuppata fino al midollo. In un certo senso la pioggia assomigliava al dolore: facevi del tuo meglio per restare incolume, sicura e asciutta, ma se e quando abbassavi la guardia, il problema non si poneva più in termini di singole gocce, quanto piuttosto di una cascata incessante, e a quel punto decidevi che tanto valeva arrendersi.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (tit. originale The Bastard of Istanbul), BUR, Milano 2013 (prima edizione americana 2007). Traduzione di Laura Prandino.

L’autrice su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Elif_%C5%9Eafak

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.bur.eu/libri/la-bastarda-di-istanbul/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/09/08/la-bastarda-di-istanbul/

La metamorfosi

Gregor zog den Kopf von der Tür zurück und hob ihn gegen den Vater. So hatte er sich den Vater wirklich nicht vorgestellt, wie er jetzt dastand; allerdings hatte er in der letzten Zeit über dem neuartigen Herumkriechen versäumt, sich so wie früher um die Vorgänge in der übrigen Wohnung zu kümmern, und hätte eigentlich darauf gefaßt sein müssen, veränderte Verhältnisse anzutreffen. Trotzdem, trotzdem, war das noch der Vater? Der gleiche Mann, der müde im Bett vergraben lag, wenn früher Gregor zu einer Geschäftsreise ausgerückt war; der ihn an Abenden der Heimkehr im Schlafrock im Lehnstuhl empfangen hatte; gar nicht recht imstande war, aufzustehen, sondern zum Zeichen der Freude nur die Arme gehoben hatte, und der bei der seltenen gemeinsamen Spaziergängen an ein paar Sonntagen im Jahr und an den höchsten Feiertagen zwischen Gregor und der Mutter, die schon an und für sich langsam gingen, immer noch ein wenig langsamer, in seinen alten Mantel eingepackt, mit stets vorsichtig aufgesetztem Krückstock sich vorwärts arbeitete und, wenn er etwas sagen wollte, fast immer stillstand und seine Begleitung um sich versammelte? Nun aber war er recht aufgerichtet; in eine straffe blaue Uniform mit Goldknöpfen gekleidet, wie sie Diener der Bankinstitute tragen; über dem hohen steifen Kragen des Rockes entwickelte sich sein starkes Doppelkinn; unter den buschigen Augenbrauen drang der Blick der schwarzen Augen frisch und aufmerksam hervor; das sonst zerzauste weiße Haar war zu einer peinlich genauen, leuchtenden Scheitelfrisur niedergekämmt. Er warf seine Mütze, auf der ein Goldmonogramm, wahrscheinlich das einer Bank, angebracht war, über das ganze Zimmer im Bogen auf das Kanapee hin und ging, die Enden seines langen Uniformrockes zurückgeschlagen, die Hände in den Hosentaschen, mit verbissenem Gesicht auf Gregor zu. Er wußte wohl selbst nicht, was er vor hatte; immerhin hob er die Füße ungewöhnlich hoch, und Gregor staunte über die Riesengröße seiner Stiefelsohlen. Doch hielt er sich dabei nicht auf, er wußte ja noch vom ersten Tage seines neuen Lebens her, daß der Vater ihm gegenüber nur die größte Strenge für angebracht ansah. Und so lief er vor dem Vater her, stockte, wenn der Vater stehen blieb, und eilte schon wieder vorwärts, wenn sich der Vater nur rührte. So machten sie mehrmals die Runde um das Zimmer, ohne daß sich etwas Entscheidendes ereignete, ja ohne daß das Ganze infolge seines langsamen Tempos den Anschein einer Verfolgung gehabt hätte. Deshalb blieb auch Gregor vorläufig auf dem Fußboden, zumal er fürchtete, der Vater könnte eine Flucht auf die Wände oder den Plafond für besondere Bosheit halten. Allerdings mußte sich Gregor sagen, daß er sogar dieses Laufen nicht lange aushalten würde, denn während der Vater eine Schritt machte, mußte er eine Unzahl von Bewegungen ausführen. Atemnot begann sich schon bemerkbar zu machen, wie er ja auch in seiner früheren Zeit keine ganz vertrauenswürdige Lunge besessen hatte. Als er nun so dahintorkelte, um alle Kräfte für den Lauf zu sammeln kaum die Augen offenhielt; in seiner Stumpfheit an eine andere Rettung als durch Laufen gar nicht dachte; und fast schon vergessen hatte, daß ihm die Wände freistanden, die hier allerdings mit sorgfältig geschnitzten Möbeln voll Zacken und Spitzen verstellt waren – da flog knapp neben ihm, leicht geschleudert, irgendetwas nieder und rollte vor ihm her. Es war ein Apfel; gleich flog ihm ein zweiter nach; Gregor blieb vor Schrecken stehen; ein Weiterlaufen war nutzlos, denn der Vater hatte sich entschlossen, ihn zu bombardieren. Aus der Obstschale auf der Kredenz hatte er sich die Taschen gefüllt und warf nun, ohne vorläufig scharf zu zielen, Apfel für Apfel. Diese kleinen roten Äpfel rollten wie elektrisiert auf dem Boden herum und stießen aneinander. Ein schwach geworfener Apfel streifte Gregors Rücken, glitt aber unschädlich ab. Ein ihm sofort nachfliegender drang dagegen förmlich in Gregors Rücken ein; Gregor wollte sich weiterschleppen, als könne der überraschende unglaubliche Schmerz mit dem Ortswechsel vergehen; doch fühlte er sich wie festgenagelt und streckte sich in vollständiger Verwirrung aller Sinne. Nur mit dem letzten Blick sah er noch, wie die Tür seines Zimmers aufgerissen wurde, und vor der schreienden Schwester die Mutter hervoreilte, im Hemd, denn die Schwester hatte sie entkleidet, um ihr in der Ohnmacht Atemfreiheit zu verschaffen, wie dann die Mutter auf den Vater zulief und ihr auf dem Weg die aufgebundenen Röcke einer nach dem anderen zu Boden glitten, und wie sie stolpernd über die Röcke auf den Vater eindrang und ihm umarmend, in gänzlicher Vereinigung mit ihm – nun versagte aber Gregors Sehkraft – schon die Hände an des Vaters Hinterkopf um Schonung von Gregors Leben bat.

*

Gregorio staccò il capo dalla porta e lo alzò verso il padre. Non se l’era davvero immaginato così, come gli stava ora dinanzi; è vero che negli ultimi tempi la novità delle passeggiate sui muri l’aveva distratto dall’occuparsi come prima di quel che accadeva in casa, e perciò avrebbe dovuto aspettarsi di vedere dei mutamenti. Tuttavia, era proprio quello suo padre? Lo stesso uomo che giaceva stanco, sprofondato nel letto quando Gregorio partiva la mattina per i suoi viaggi d’affari; che la sera al ritorno lo accoglieva in veste da camera, seduto su un seggiolone, e non aveva neppure l’energia di alzarsi, ma si accontentava di sollevare un poco le braccia al cielo in segno di gioia; l’uomo che nelle rare passeggiate familiari, un paio di domeniche all’anno e le feste solenni, arrancava fra Gregorio e la madre che già andavano adagio, e rallentava sempre più il passo, avvolto nel suo vecchio soprabito, col bastone prudentemente puntato in avanti; e quando voleva dir qualcosa quasi sempre doveva fermarsi e raccogliere i suoi accompagnatori intorno a sé? Ora invece stava su diritto, vestito di una attillata uniforme blu a bottoni d’oro, come la portano i fattorini degli istituti bancari; sull’alto colletto rigido della giacca poggiava il suo imponente doppio mento; lo sguardo degli occhi neri splendeva vivace ed attento sotto le sopracciglie folte; e i capelli bianchi, di solito arruffati, erano pettinati, divisi e lisciati con irreprensibile meticolosità. Egli si tolse il berretto che portava un monogramma d’oro, probabilmente di una banca, e lo gettò sul divano all’altra estremità della stanza; e con le mani sprofondate nelle tasche, le falde della lunga giacca gettate indietro, andò verso Gregorio con viso minaccioso. Forse non sapeva egli stesso che cosa volesse fare; nel camminare alzava insolitamente i piedi e Gregorio stupì delle gigantesche dimensioni delle sue suole. Però non si fermò a riflettere sulla cosa; fin dal primo giorno della sua nuova vita sapeva che il padre considerava opportuna di fronte a lui la massima severità. Si mise a correre davanti al padre, arrestandosi quando lui si arrestava e tornando a fuggire se il padre accennava anche il minimo movimento. Così fecero parecchie volte il giro della stanza senza che accadesse nulla di decisivo anzi senza che il ritmo lento desse a quel girare l’apparenza di un inseguimento. Perciò Gregorio per il momento rimase per terra, temendo che il padre avrebbe considerato come una malignità specifica una fuga lungo i muri o sul soffitto. Tuttavia Gregorio non poteva nascondersi che non avrebbe resistito a lungo quella corsa, poiché mentre il padre faceva un passo egli doveva compiere una quantità di movimenti. Già cominciava ad essere senza fiato; non aveva mai posseduto dei polmoni molto resistenti. Mentre annaspava così per risparmiare le sue forze e teneva gli occhi appena aperti, e intontito com’era non sapeva immaginare altra salvezza che il correre, quasi dimenticando che gli stavano a disposizione anche le pareti, benché mascherate di mobili accuratamente scolpiti pieni di festoni e di punte, qualcosa volò rasente a lui, gettato senza violenza, cadde e gli rotolò dinanzi. Era una mela, immediatamente seguita da una seconda. Gregorio atterrito s’arrestò; era inutile proseguire la corsa poiché il padre aveva deciso di bombardarlo. S’era riempito le tasche alla fruttiera sulla credenza, e, senza mirare attentamente per ora, gli buttava una mela dopo l’altra. Le piccole mele rosse rotolavano sul suolo e si urtavano come elettrizzate. Una mela gettata debolmente strisciò lungo il dorso a Gregorio, ma scivolò giù senza fargli male. Un’altra invece, volata immediatamente appresso, gli penetrò addirittura nella schiena. Gregorio volle trascinarsi oltre, come se il mutar di posto potesse attenuare l’improvviso incredibile dolore, ma si sentiva come inchiodato al suolo e si tese inarcandosi, in una completa confusione di tutti i suoi sentimenti. Con un’ultima occhiata vide ancora la porta della sua camera spalancarsi con violenza e, seguita dalla sorella urlante, precipitarsi fuori sua madre, tutta discinta perché Grete le aveva sciolte le vesti durante lo svenimento per facilitarle il respiro; la vide correre verso il padre mentre le gonne slacciate scivolavano al suolo ad una ad una, raggiungerlo, inciampando nelle vesti, e abbracciata stretta a lui – mentre la vista di Gregorio si offuscava – le mani intrecciate sulla nuca del padre, chiedergli pietà per la vita di Gregorio.

Da: Franz Kafka, La metamorfosi (tit. originale Die Verwandlung), BUR, Milano 1975. Edizione con testo tedesco a fronte. Traduzione di Anita Rho.

Qualche link:

* La metamorfosi su Wikipedia (in italiano e in tedesco)
* come ebook su Project Gutenberg (in tedesco)
* come audiolibro in tedesco

Tonio Kröger

Die Literatur ist überhaupt kein Beruf, sondern ein Fluch, – damit Sie’s wissen. Wann beginnt er fühlbar zu werden, dieser Fluch? Früh, schrecklich früh. Zu einer Zeit, da man billig noch in Frieden und Eintracht mit Gott und der Welt leben sollte. Sie fangen an, sich gezeichnet, sich in einem rätselhaften Gegensatz zu den anderen, den Gewöhnlichen, den Ordentlichen zu fühlen, der Abgrund von Ironie, Unglaube, Opposition, Erkenntnis, Gefühl, der Sie von den Menschen trennt, klafft tiefer und tiefer, Sie sind einsam, und fortan gibt es keine Verständigung mehr. Was für ein Schicksal! Gesetzt, daß das Herz lebendig genug, liebevoll genug geblieben ist, es als furchtbar zu empfinden!… Ihr Selbstbewußtsein entzündet sich, weil Sie unter Tausenden das Zeichen an Ihrer Stirne spüren und fühlen, daß es niemandem entgeht. Ich kannte einen Schauspieler von Genie, der als Mensch mit einer krankhaften Befangenheit und Haltlosigkeit zu kämpfen hatte. Sein überreiztes Ichgefühl zusammen mit dem Mangel an Rolle, an darstellerischer Aufgabe, bewirkten das bei diesem vollkommenen Künstler und verarmten Menschen… Einen Künstler, einen wirklichen, nicht einen, dessen bürgerlicher Beruf die Kunst ist, sondern einen vorbestimmten und verdammten, ersehen Sie mit geringem Scharfblick aus einer Menschenmasse. Das Gefühl der Separation und Unzugehörigkeit, des Erkannt- und Beobachtetseins, etwas zugleich Königliches und Verlegenes ist in seinem Gesicht. In den Zügen eines Fürsten, der in Zivil durch eine Volksmenge schreitet, kann man etwas Ähnliches beobachten. Aber da hilft kein Zivil, Lisaweta! Verkleiden Sie sich, verkummen Sie sich, siehen Sie sich an wie ein Attaché oder ein Gardenleutnat in Urlaub: Sie werden kaum die Augen aufzuschlagen und ein Wort zu sprechen brauchen, und jedermann wird wissen, daß Sie kein Mensch sind, sondern irgend etwas Fremdes, Befremdendes, anderes…

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La letteratura non è una professione o una vocazione, ma una maledizione, – se proprio vuole saperlo. E quando incomincia a farsi sentire, questa maledizione? Presto, terribilmente presto. In un tempo in cui si avrebbe tutto il diritto di vivere ancora in pace a armonia con dio e con gli uomini. Si incomincia a sentirsi segnati, ad avvertire un incomprensibile contrasto con gli altri, i comuni e gli ordinari, e l’abisso di ironia, incredulità, opposizione, di conoscenza e di sentimento che separa dagli altri diventa sempre più profondo, è la solitudine, e da questo momento non è più possiible intesa. Quale destino! Ammesso che il cuore sia ancora vivo e abbia in sé ancora abbastanza amore da avvertirne tutto l’orrore!… La consapevolezza del proprio essere si acuisce, perché uno sente, anche tra mille, il marchio impresso sulla propria fronte e sente anche che a nessuno questo passa inosservato. Conoscevo un attore di genio che, come uomo, doveva lottare con un morboso senso di instabilità e timidezza. Un esasperato senso del proprio io e la mancanza di un ruolo, di una funzione rappresentativa, avevano ridotto così questo perfetto artista e questo uomo devastato… Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto. Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito al tempo stesso. Qualcosa di simile si può osservare nei tratti di un principe che cammini tra la folla in abiti borghesi. Ma qui non c’è abito borghese che tenga, Lisaweta! Si travesta, si camuffi, si metta pure gli abiti di un addetto d’ambasciata o di un tenente della guardia in permesso: basterà che alzi lo sguardo, che dica anche una sola parola e tutti sapranno che Lei non è un uomo, ma qualcosa di estraneo, di sconcertante, di diverso…

Da: Thomas Mann, Tonio Kröger (tit. originale Tonio Kröger), BUR, Milano 1977. Edizione con testo tedesco a fronte. Traduzione di Anna Rosa Azzone Zweifel.

Qualche link:

* Tonio Kröger su Wikipedia: in italiano e in tedesco
* file pdf della traduzione con testo a fronte sul sito di Heinrich F. Fleck
* come e-book su Project Gutenberg, in tedesco